Somma Vesuviana, lettera aperta di un cittadino al sindaco Di Sarno: “Casamale? Solo parole, altro che svolta”

Casamale, via Castello
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Pasquale Perna, un cittadino del Casamale che si rivolge al sindaco Salvatore Di Sarno e all’assessore Ciro De Simone. Di seguito, il testo pervenuto in redazione. Cari sindaco Di Sarno e assessore al ramo, Ciro De Simone, è giunta l’ora che dalle parole si passi ai fatti in merito al parcheggio di via Torre. Dopo l’apertura in pompa magna dello stesso, con tanto di taglio e foto, e benedizioni, mi pare che siamo in presenza dell’ennesima opera incompiuta. E persino il ritornello che il parcheggio rappresenta un’opportunità per il Casamale si sta rivelando il solito bluff. Si era detto: tempo 15 giorni e vedrete che la sosta selvaggia scomparirà. Mai più auto lungo le strade del quartiere che impediscono la normale circolazione, figuriamoci dei mezzi di soccorso in caso di bisogno.  Che bello. E l’inizio di una nuova era. La svolta, appunto. Ed invece: una bolla di sapone. Che si è spiaccicata contro l’ennesimo sogno. Finora l’adesione dei residenti al parcheggio è stata modesta, forse una decina, la maggior parte era in attesa di capire se “la minaccia” dell’amministrazione comunale sarebbe diventata reale. Ovvero multe per coloro che trasgredivano.  Alla prova dei fatti non è avvenuto nulla, ed anche quei pochi che hanno l’abbonamento sono pronti a disdirlo. Perché, dicono, se non succede nulla a che serve pagare 30 euro al mese. La colpa non è dei residenti, ma di chi non fa osservare le regole. O peggio ancora: promette che libererà il centro storico dalle auto. Promette, appunto. Cari sindaco e assessore non si può sempre guardare dalla finestra senza intervenire. Dalla nuova amministrazione ci si aspettava un cambio di passo, discontinuità con il passato, rispetto delle regole, maggiore legalità, e soprattutto mantenere ciò che si promette. Uno si chiede sempre se gli amministratori, i consiglieri comunali, gli stessi vigili urbani percorrano mai le strade del Casamale.  Allora facciamo un gioco: proviamo ad accompagnarli virtualmente per le strade del centro storico. Iniziamo da via Gino Auriemma: in alcuni giorni sembra un enorme parcheggio abusivo. Proprio di fronte al comune, macchine ferme lungo la strada fino ai padri trinitari che restringono la careggiata, con grave pericolo per chi vi transita e dei pedoni. Proseguiamo per via Ferrante D’Aragona: appena si gira macchina ferme e cosi fino al barbiere. Genitori e bambini fanno lo slalom quando suona la campanella. E la piazzetta? L’area antistante è diventata proprietà privata di chi vi abita, e ne sono così convinti che se qualcuno parcheggia al loro posto vanno a chiamarlo rivendicandone il diritto. Si arriva anche a questo, purtroppo. Piazza Botteghe: un groviglio di macchine una sull’altra, e chi vi abita qualche volta non ha potuto entrare. Davanti alla porta c’era un’auto parcheggiata. Andiamo avanti. Qui la strada si divide: andando verso via Collegiata troviamo il punto più vergognoso della sosta selvaggia. Di fronte al bar e fino alla chiesa da un lato macchine perennemente in sosta, dall’altro all’imbocco di via Perzechiello ancora auto che impediscono a volte l’accesso di chi vi abita. Ritorniamo indietro in Piazza Botteghe, proseguendo per via Troianiello, angolo via Nuova: puntualmente macchine in sosta che impediscono di  girare. Non parliamo di via Piccioli, ma lì almeno la strada si allarga, o via Castello. Infine via Torre: anche qui chi vi abita è convinto che lo spazio antistante l’ingresso di casa sia di sua proprietà. Ma c’è un pericolo dove la strada si restringe, in prossimità con via Troianiello: macchine a destra e sinistra, e macchine davanti all’incrocio per cui chi esce deve fare attenzione a chi scende. E non parliamo dei pedoni. Infine i clienti del ristorante: non è più conveniente  mettere la macchina nel parcheggio, visto che dalle otto di sera costa un euro? Una curiosità: in alcuni spazi parcheggiano sempre gli stessi, convinti che sia loro diritto. Forse qualcuno dovrà spiegarglielo che è un bene comunale, quindi di tutti. Cari sindaco e assessore vogliamo fare qualcosa, che non sia la solita pezza a colore, o darsi da fare solo in occasioni di feste e processioni? E’ possibile allestire un nuova segnaletica, mettere dei paletti impedendone la sosta, ripristinare piazzetta D’Aragona vietandone l’accesso, posizionare delle foriere lungo via Collegiata, eccetera eccetera. Insomma fare qualcosa e sempre meglio del non fare niente, diceva Catalano (per chi se lo ricorda) Pasquale Perna

San Sebastiano, Azione antibracconaggio

Azione antibracconaggio congiunta tra Carabinieri Forestali e Guardia Venatoria a San Sebastiano al Vesuvio; confiscati numerosi esemplari di fauna protetta presso un estemporaneo mercato abusivo.

In una traversa di via Figliola, zona periferica della cittadina vesuviana si teneva da anni un mercatino abusivo di uccelli, in particolar modo di specie protette come i cardellini, catturati di frodo anche all’interno dell’area del vicino Parco Nazionale del Vesuvio.

Questa mattina, intorno alle 11.00, i militari dell’arma di stanza presso il CTA di San Sebastiano e i volontari della Guardia Venatoria F.I.D.C. si sono recati in borghese presso il luogo abituale di contrattazione e, prima fingendosi acquirenti, poi palesandosi come uomini delle forze dell’ordine, hanno constatato il reato e verbalizzato ai presenti, ritenuti autori della compravendita, gli estremi dell’illecito.

Sul luogo, tra acquirenti, venditori e semplici curiosi c’erano una quindicina di persone, tutte identificate, sono state sequestrate una decina di gabbie per un totale di 7 cardellini, tre sono stati liberati dai venditori nell’immediatezza dell’azione di polizia. Due i verbali ascritti ai detentori degli uccelli.

Uno di questi sosteneva vivacemente che l’esemplare da lui posseduto fosse un ibrido tra un canarino e un cardellino, un “cardellato” ma non era in possesso di documenti per dimostrare la veridicità delle sue affermazioni, altri hanno rassegnatamente accettato la verbalizzazione del reato.

La presenza di quel mercatino illegale, per molti non era un segreto, così come accade per molte attività al limite della legalità che si svolgono alle nostre latitudini, ed è stata infatti una segnalazione anonima, presumibilmente di uno del luogo, a segnalare l’attività illecita. Fatto sta che esiste un sostrato culturale che ritiene quest’attività lecita poiché radicata profondamente nella cultura locale, in effetti, nell’ascoltare le rimostranze e le ragioni dei presenti si avverte la grande passione per l’allevamento dei cardellini e questo a prescindere dalla consapevolezza del reato, una passione che li spinge appunto oltre il lecito.

Dall’altra parte esiste però chi con reti ed altri espedienti pratica  l’ uccellagione  catturando  quegli animali, altri che accecano i cardellini per enfatizzarne le “doti” canore o che li tengono semplicemente in condizioni pietose. Fatto sta che per molti di loro, l’incoerenza della politica dell’area protetta, le condizioni ambientali e le specie invasive risultano essere più pericolose della loro stessa passione.

Risulta difficile spiegare loro che, anche se l’ultimo anello della catena, sono concausa della cacciagione e della forte riduzione della specie avicola simbolo del Parco Nazionale.

Sant’Anastasia, lo stabile di via Primicerio destinato alla caserma dei carabinieri

 L’Arma trova casa. Sfrattati dalla sede di via D’Auria, i carabinieri della locale stazione, attualmente al comando del maresciallo Francesco Russo, sembrerebbero finalmente avere una destinazione. Quella più ovvia fin dall’inizio, ossia lo stabile di via Primicerio costruito proprio a tale scopo e a suo tempo rifiutato dall’Arma, dove oggi hanno sede sia il comando della polizia municipale, sia l’ufficio tecnico del Comune di Sant’Anastasia. Eppure, alla soluzione ci si è arrivati dopo mesi e mesi di polemiche, trattative, tentativi, sopralluoghi, incontri, vagliando altre soluzioni talvolta improbabili: dallo stabile di via Giuseppe Liguori alla scuola dei Sodani, fino all’ex scuola elementare di via Starza, edificio abbandonato di proprietà delle Ferrovie. Ci sono volute interrogazioni parlamentari, quella di giugno scorso a firma dell’onorevole Paolo Russo, per esempio. La visita dell’ex sottosegretario Gioacchino Alfano che alcuni mesi fa arrivò in municipio per incontrare il sindaco Lello Abete per discutere appunto il da farsi, promettendo poi di interessare il Ministero competente. Interrogazioni consiliari, richieste di consigli comunali ad hoc e non ultimo l’appello dal pulpito di don Ciccio d’Ascoli che, di fronte al rischio concreto che i carabinieri andassero via da Sant’Anastasia per accorparsi alla stazione di Somma Vesuviana o Pomigliano d’Arco, non mancò di sbottare: «Nel caso, molto meglio vada via il sindaco». Ma la caserma dell’Arma, che da ogni forza politica di maggioranza e opposizione è comunque considerata presidio necessario, fu anche protagonista a maggio dello scorso anno di un difficilissimo consiglio comunale in cui cinque consiglieri di maggioranza – preoccupati dalla scure della Corte dei Conti – votarono contro la proposta del sindaco di cedere in comodato all’Arma un altro stabile, quello del plesso Sodani. Finì in nulla, come le altre proposte. Anzi al momento il plesso Sodani non è più sede scolastica, le classi sono state distribuite in altri istituti del territorio in attesa di prendere possesso della nuova sede: il Centro Liguori. A loro volta, le associazioni che finora hanno operato nel centro saranno allocate nella biblioteca, che tale è solo di nome, intitolata a Giancarlo Siani, a Madonna dell’Arco. Infine, almeno un indirizzo per l’Arma adesso c’è. Non si conoscono, però, i tempi né le eventuali nuove sedi degli uffici comunali che dovranno essere spostati. Giovedì scorso, la giunta del sindaco Abete ha deliberato la cessione in comodato d’uso gratuito, dell’edificio comunale di via Primicerio, in favore dell’agenzia del demanio allo scopo di destinarlo a sede della caserma dei carabinieri. Nella delibera si fa riferimento ad un incontro, tenutosi in Prefettura l’11 ottobre scorso, nel quale si prospettava la soluzione e, dopo il sopralluogo in loco dell’Arma – che stavolta ha ritenuto sostanzialmente idoneo l’immobile – la giunta ha confermato la volontà di concederne l’uso.

Paccheri con moscardini e crema di piselli

Ingredienti (per 4 persone)   Per la pasta
  1. 400 gr di paccheri
  2. Sale grosso
Per i moscardini
  1. Sei etti di moscardini
  2. Mezzo bicchiere scarso di vino bianco
  3. Uno spicchio d’aglio
  4. Un pezzetto di peperoncino
  5. Olio extravergine di oliva
  6. Sale e pepe nero
Per la crema piselli
  1. Due etti di piselli
  2. Olio extravergine di oliva
  3. Sale e pepe bianco
Per il crumble di pane alle erbe
  1. Due fette di pane casareccio
  2. Due rametti di maggiorana fresca
  3. La scorza grattugiata di limone (possibilmente biologico)
  4. Due ciuffi di prezzemolo
  5. Due cucchiai di olio extravergine di oliva
  6. Pepe nero
  Cominciamo con la lavorazione dei moscardini. Pendete una casseruola dai bordi non troppo alti, metteteci tre cucchiai di olio extravergine, lo spicchio d’aglio in camicia e leggermente schiacciato, il pezzetto di peperoncino e portate il tutto sul fuoco, a fiamma media. Fate rosolare l’aglio per qualche minuto, poi decidete se toglierlo o meno, unite i moscardini, alzate la fiamma e fateli rosolare per un paio di minuti. Unite il vino bianco, fatelo in parte evaporare, sempre a fiamma vivace, quindi salate, pepate, abbassate la fiamma al minimo, coprite con il coperchio e fate cuocere per almeno un’ora, fino a quando i moscardini non saranno ben morbidi e il loro fondo di cottura de tutto ridotto, lasciandovi un liquido molto denso e saporitissimo. Se necessario, ogni tanto aggiungete un mestolo di acqua calda per evitare che il sugo vi si bruci. Mente i moscardini sono in cottura, preparate la crema di piselli, prendendo per prima cosa una ciotola bella grande e riempiendola con acqua freddissima, magari aggiungendo anche del ghiaccio o, se non l’avete, mettendo preventivamente la ciotola con l’acqua nel frigorifero. Prendete poi una casseruola, riempitela d’acqua, salandola leggermente, e poi portandola sul fuoco e, quando è a bollore, tuffateci i piselli, facendoli cuocere giusto il tempo necessario a renderli morbidi, cosa che richiederà dai cinque aglio otto minuti, a seconda che abbiate usato piselli surgelati o freschi. Quando i piselli sono cotti, prelevateli con un mestolo bucato e travasateli nell’acqua ghiacciata, in modo da mantenerne il loro bel colore verde brillante, poi scolateli e fateli asciugare. Mettete i piselli nel bicchiere del frullatore, tradizionale o a immersione, aggiungete mezzo mestolo della loro acqua di cottura, quattro cucchiai di olio extravergine e un pizzico di pepe bianco, poi fate andare alla massima velocità, lavorando con cura usata in modo da eliminare qualsiasi residuo solido e regolando infine di sale. La crema dovrà risultare piuttosto fluida, anche se la densità non è poi un così grosso problema, dato che poi, in fase di mantecatura della pasta, regolerete il tutto usando la sua acqua di cottura. Sempre in attesa della cottura dei moscardini, procedete con la preparazione del crumble di pane alle erbette, meglio scegliendone uno del giorno prima, che abbia una mollica ben compatta ed eliminando per prima cosa la sua crosta. Mettete  la mollica nel mixer, insieme alle foglie di erbette e la scorza di limone biologico, facendolo poi andare alla massima velocità, fino a quando la mollica non si sarà ridotta in piccole briciole, assumendo al contempo un nuance giallo/verde per effetto della presenza delle erbette e della scorza di limone. Prendete un padellino, meglio se anti-aderente, metteteci due cucchiai d’olio extravergine, portatelo sul fuoco, a fiamma media, e quando l’olio è ben caldo, unite la mollica di pane, date una generosa macinata di pepe e fatela saltare, girandola in modo che tutte le briciole possano sentire il calore in modo uniforme, diventando croccanti. Quando il crumble è pronto, travasatelo in un piatto sul quale avrete messo qualche foglio di carta da cucina, in modo che l’olio in eccesso possa essere assorbito. Tornate ai moscardini e, quando sono cotti, con il loro fondo ben ridotto, quasi cremoso, spegnete la fiamma e, se non l’avete fatto prima, tagliateli a pezzi, usando un paio di forbici da cucina ben pulite, metodo più rapido e pratico rispetto a metterli sul tagliere e tagliandoli usando un coltello. Mettete in un’ampia pentola l’acqua per la pasta, salatela, portatela sul fuoco e, quando bolle, buttate le pasta, facendola cuocere, ricordandovi di mantenerla bene al dente. Mentre la pasta è in cottura, prendete una padella, ampia abbastanza da poter poi contenere anche la pasta per la mantecatura finale, metteteci i moscardini con tutto il loro fondo di cottura e la crema di piselli, mescolando in modo da amalgamare i due elementi. Portate la padella sul fuoco, a fiamma bassa, in modo che il condimento sia ben caldo quando unirete la pasta, per la mantecatura finale. Quando mancano un paio di minuti alla fine della cottura della pasta, prendete un paio di tazze e riempitele con la sua acqua, ricca di amido, che vi servirà per la mantecatura finale Quando la pasta è cotta e ben al dente, scolatela velocemente e, senza perdere tempo ad eliminare completamente l’acqua di cottura, unitela nella padella con il condimento, alzando la fiamma e procedendo con la mantecatura, usando l’acqua di cottura messa da parte e facendo in modo che la pasta risulti ben cremosa, interrompendo la mantecatura quando vedete che il fondo comincia, per effetto della completa evaporazione dell’acqua residua, a ridursi troppo. Quando la cremosità è quella giusta, spegnete e impiattate rapidamente per evitare che la pasta si asciughi, aggiungendo il crumble di pane alle erbette su ciascuna porzione, come se fosse del parmigiano e senza mescolare, in modo che questo non perda la sua croccantezza per effetto dell’umidità della pasta.   Buon appetito.  

Le linguine di Priapo” e le “Tentazioni di Sant’Antonio” del Morelli: il tema napoletano dell’eros  ” distratto”.

Sarebbe un “piatto” di manifesta voluttà, se le linguine non  smorzassero gli ardori di Priapo e dell’immaginazione. Il popolo napoletano sa scherzare con l’eros, sa resistere con saggia temperanza ai suoi fuochi. Come Sant’ Antonio nel quadro di Domenico Morelli. Anche se non riusciamo a liberarci dal sospetto che almeno la coda dell’occhio il Santo la volga, almeno per un attimo, verso la ragazza che scosta la stuoia e incomincia a mostrare il suo corpo nudo. I Napoletani visti da J.P. Sartre.   Per 4 persone: gr.200 di linguine, olio extravergine di oliva, uno spicchio d’aglio, tartufi di mare, vongole veraci, lupini, tre, quattro piccoli granchi, prezzemolo, sale e peperoncino rosso .Bisogna sciacquare i frutti di mare e far spurgare le vongole in acqua ben salata. Un tempo, in quest’acqua, durante lo spurgo, pescatori e cuochi delle trattorie di mare immergevano ‘ a pupatella, un sacchettino di garza e di lino pieno della polpa di piccoli granchi, il cui sapore ingentiliva quello delle vongole. Il panno di lino serviva, e serve, a filtrare anche l’acqua di mare che vien fuori dai gusci. Quest’acqua viene versata, insieme con i frutti sgusciati, nel soffritto, non appena l’aglio si fa biondo e i bordi dei pezzetti di peperoncino rosso incominciano a farsi viola. Le linguine, scolate, salteranno nel condimento alla fiamma per una manciata di secondi, e il tutto, un attimo prima di arrivare in tavola, verrà cosparso da un denso velo di prezzemolo tritato. Sono fondamentali la durata e la completezza del salto.   Sul potere afrodisiaco dei frutti di mare c’è una copiosa e concorde letteratura. La ragione di tanto potere quasi tutti gli studiosi la trovano in qualche sostanza minerale che sta nel corpo dei molluschi. Ma forse ha ragione anche Ateneo quando scrive che l’eccitazione viene soprattutto dall’immagine del mare che si associa ai suoi frutti.  Notevole, nel piatto, è il ruolo dell’acqua di mare che le valve conservano dentro di sé: essa, opportunamente filtrata, va nel soffritto a purgarlo dai depositi dell’aglio, a smagrire l’olio, a temperare il piccante del peperoncino.  Afrodite sta nella memoria del mare e nella forma: e mi pare che questo non sia un espediente retorico, se è vero che quando noi mangiamo, il nostro gusto è orientato al piacere non solo dagli odori  e dai sapori, ma anche dalla suggestione del nome, dal vigore della rimembranza e dai valori simbolici delle forme del cibo. La forma delle vongole, le valve che si schiudono, o restano tenacemente incollate l’una sull’altra, richiamano l’organo sessuale femminile, e nulla sollecita il nostro gusto e la nostra immaginazione quanto il gesto che avvolge i morbidi, ma non molli, e profumati corpi delle vongole in un viluppo di linguine e li porta alla bocca: sarebbe il piatto della voluttà manifesta, se proprio le linguine, un attimo dopo quel gesto, non incominciassero a rasserenare gli impulsi dell’immaginazione. La pasta è vanitosa, vuol essere il centro di tutto: ci distrae per attirarci su di sé. .Il popolo napoletano sa resistere, con saggia temperanza, ai furori dell’eros. M. Jeuland – Meynaud ha scritto che la donna napoletana è prima di tutto madre, poi sorella. Quando decide di essere amante, in genere rispetta i confini del decoro: il sesso è prima di tutto natura, e il piacere che se ne produce è sempre venato di sofferenza, e sa di sacrificio. La prostituzione si giustifica sempre con la fame, con la violenza subita, e con la netta separazione tra il corpo contaminato e gli intatti valori di una dolente umanità. I Napoletani – osservò J.P. Sartre, che venne a Napoli nel 1936 – sono forse i soli in Europa di cui uno straniero possa dir qualcosa, anche se trascorre nella loro città appena otto giorni, “poiché sono i soli che si vedono vivere da cima a fondo. Immagino che adesso si nascondano per far l’amore: adesso, sotto il regime dell’austerità fascista; ma venti anni fa probabilmente lo facevano sulla soglia di casa, oppure sui loro grandi letti a porte aperte. Come ci sono sembrati generosi nella loro mancanza di pudore, il giorno del nostro arrivo, in confronto ai romani.” La pittura conferma tutto questo. Il nudo è un genere che non ispira troppo gli artisti napoletani, e ancor meno li ispira la sensualità. Che è una questione non di corpi spogliati, quanto piuttosto di sguardi . Morelli, se avesse voluto, avrebbe conquistato la Francia  con i nudi di donna: possedeva la tavolozza, il pennello e l’occhio necessari per primeggiare in un genere così complicato.  I  suoi “bagni pompeiani” vibrano di una vitalità maliziosa che inutilmente cercheremmo nelle donne dell’antica Pompei dipinte da Alma Tadema, che sembrano figure di cera e di gesso. Ma il manifesto dell’eros “distratto” e della seduzione dissimulata che sono propri della “napoletanità”  è il quadro “Le tentazioni di Sant’Antonio”  che Morelli dipinse nel 1878 per il più potente dei mercanti d’arte, il parigino Goupil. Il quale chiese all’artista, con sottile ironia, quale fosse il centro del quadro: il santo contratto, pietrificato, nell’azzurro mantello della sua ferrea volontà di resistere alle tentazioni  o la lattea, formosa fanciulla che tenta di liberarsi dalla stuoia pesante. Il quadro piacque a Verdi, ma non piacque ai “macchiaioli”: Cecioni lo giudicò un “infelicissimo parto della pittura”,  poiché non trovava un briciolo di verità né nel “dramma” del santo, né nelle forme femminili della tentazione.  Ma forse il senso pieno dell’opera si manifesterebbe in tutta la sua realistica potenza,  se  riuscissimo a immaginare che  Sant’ Antonio almeno la coda dell’occhio la volga, almeno per un attimo, verso  le candide, piene forme che entrano nella luce dal buio della stuoia.  

Somma Vesuviana. Richiesta di rettifica da parte della Clinica Santa Maria del Pozzo. Riceviamo e pubblichiamo.

Di seguito pubblichiamo la richiesta di rettifica inviataci dal CEM Santa Maria del Pozzo di Somma Vesuviana.
Con la presente, in nome e per conto di CEM Santa Maria del Pozzo, in persona del Suo legale rappresentante pro tempore, con riferimento all’articolo apparso sul Vostro giornale in data odierna dal titolo: “Somma Vesuviana, la rabbia dei parenti di una donna morta a Cassino, lontano da casa“, che riporta testualmente una lettera inviata alla Vostra redazione dalla sig.ra Angela Marino, rappresento quanto segue.
Innanzitutto, come già esaurientemente esposto dalla mia Assistita nella lettera inviata al Vostro giornale lo scorso 19 gennaio 2018 ( leggi:  Somma Vesuviana, i medici della casa di cura Santa Maria del Pozzo chiariscono la situazione dei lungodegenti trasferiti), contrariamente a quanto infondatamente descritto dalla sig.ra Marino, l’esigenza di trasferire i pazienti in stato vegetativo presenti nella Struttura sanitaria è discesa, non già da una scelta di natura discrezionale della Direzione Sanitaria di CEM Santa Maria del Pozzo, bensì dalla necessità di adempiere a precise prescrizioni imposte dalla competente ASL Napoli 3 Sud.
Degli undici pazienti presenti nella Struttura, ad oggi, quattro non sono stati ancora trasferiti solo ed esclusivamente perché, a differenza della sig.ra Cimmino, i Distretti Sanitari di appartenenza, non hanno ancora completato l‘iter burocratico necessario per il trasferimento.
Ed appare del tutto evidente che la mia Assistita, fin quando i Distretti Sanitari non avranno autorizzato il trasferimento, non potrà che continuare ad ospitare i pazienti e, come ha sempre fatto, ad assisterli con il massimo grado di diligenza e di professionalità.
La ricostruzione fornita dalla sig.ra Marino in ordine al trasferimento della suocera, sig.ra Cimmino presso la Struttura sanitaria di Torre e Piccilli, quindi, oltre che del tutto pretestuosa, è certamente diffamatoria e gravemente lesiva del buon nome e dell’immagine di CEM Santa Maria del Pozzo che, preme evidenziarlo, senza alcun timore di smentita, ha fornito alla paziente, per tutti i lunghi anni in cui ha potuto ospitarla, le migliori cure ed un’eccellente assistenza.
Del tutto falso e gravemente ingiurioso è, in particolare, quanto affermato dalla sig.ra Marino relativamente alla manifestazione del consenso dei familiari al trasferimento (“A gennaio ci hanno letteralmente oppressi, assillati, obbligati a firmare quel MALEDETTO trasferimento , ci hanno spaventati e ci hanno messo ansia a tal punto da farci firmare.”).
E ciò, nella misura in cui, come potrà essere meglio chiarito innanzi alle competenti Autorità giudiziarie, i familiari della sig.ra Cimmino (e, in particolare, il suo tutore legale), nel mese di gennaio 2018, come previsto dalla vigente normativa, hanno espressamente e liberamente manifestato il consenso al trasferimento innanzi al Direttore del loro Distretto Sanitario e non già, come vorrebbe artatamente far supporre la sig.ra Marino, con una scelta condizionata da presunte pressioni da parte della mia Assistita.
Alla luce di quanto innanzi dedotto, nell’esprimere a nome della Casa di Cura Santa Maria del Pozzo le più sentite condoglianze a tutti i familiari della sig.ra Cimmino, Vi chiedo di voler provvedere all’immediata  rettifica di quanto riportato nell’articolo dal titolo Somma Vesuviana, la rabbia dei parenti di una donna morta a Cassino, lontano da casa

Marigliano, il dentista è laureato ma ha lo studio abusivo: i NAS sequestrano le attrezzature (foto)

Nel tardo pomeriggio di ieri, 9 marzo, i carabinieri del NAS di Napoli, a conclusione di complesse verifiche condotte nell’ambito dei servizi posti in essere per arginare il diffuso fenomeno dell’esercizio abusivo della professione  sanitaria “odontoiatrica”, hanno proceduto all’identificazione, ed alla successiva segnalazione agli organi ed enti competenti e preposti, di un professionista che gestiva e manteneva, nel comune di Marigliano, un ambulatorio medico dentistico, ubicato in via San Francesco, senza essere mai venuto in possesso dei previsti titoli autorizzativi. Nel medesimo contesto i carabinieri operanti hanno provveduto a sottoporre a sequestro gli arredi presenti nello studio e tutte le attrezzature elettromedicali.

Colpo alla movida di San Giorgio: i NAS chiudono per abusivismo la veranda del Botanys. E a Portici interdizioni in una pizzeria: scarsa igiene

Si riportano, di seguito, i risultati di alcuni controlli eseguiti dai carabinieri del NAS di Napoli, il Nucleo Anti Sofisticazioni, nei settori della sanità e della sicurezza alimentare, controlli intensificati con l’approssimarsi delle festività pasquali: a Portici, in via San Cristoforo, presso una locale pizzeria da asporto, i carabinieri del NAS di Napoli hanno proceduto alla chiusura amministrativa di un laboratorio-cucina e di un annesso deposito di alimenti perché trovati privi dei requisiti minimi igienico-sanitari e strutturali nonché dei necessari titoli autorizzativi; un’ operazione importante è stata inoltre messa a segno a San Giorgio a Cremano, in una traversa della trafficata via Manzoni, arteria della locale movida notturna. Qui, presso un noto pub/ristorante, il “Botanys”,  i miltari del NAS carabinieri di Napoli, diretti e coordinati dal maggiore Gennaro Tiano, al termine di accertamenti amministrativi successivi a una precedente verifica igienico-sanitaria, hanno proceduto alla chiusura amministrativa di un’area esterna al locale tecnicamente attrezzata per la somministrazione di alimenti e bevande a causa della mancanza del titolo autorizzativo.

Somma Vesuviana . Vertenza Time Out, sospeso lo sciopero della fame. Il Comune convoca Asl e Regione

Solidarietà bipartisan per il centro diurno che rischia di chiudere Si ferma, almeno per il momento, lo sciopero della fame degli operatori del centro diurno “Time Out”, dell’associazione “Il Pioppo”, da tempo in stato di agitazione per scongiurare la chiusura della struttura. Ieri, infatti, si è aperto un piccolo spiraglio:  mercoledì 14, alle 12, ci sarà un tavolo tecnico convocato dal Comune di Somma Vesuviana. Parteciperanno anche i rappresentanti della Regione e della stessa Asl, con l’obiettivo di scongiurare la fine del servizio. In attesa degli sviluppi della vertenza, dunque, i tre operatori che stavano rifiutando il cibo hanno messo fine alla protesta, anche se resta la mobilitazione. “Time Out” è l’unico centro diurno di tutta l’Asl e rappresenta il tentativo di dare una risposta a chi ha bisogno di cure che vadano oltre il tradizionale intervento ambulatoriale del Ser.T. e del classico trattamento terapeutico residenziale delle comunità di recupero. Per fare un esempio, la Napoli 1 ha ben quattro centri diurni come Time Out. La chiusura del centro, dunque, comporterebbe la fine di una serie di assistenze che nessun’altro potrebbe fornire. Ecco perché le istituzioni stanno tentando, ora, di far fare marcia indietro all’Asl. Per il sindaco Salvatore Di Sarno “L’amministrazione comunale ha verificato attraverso la propria azione istituzionale la indispensabilità del presidio diurno territoriale Time Out, per la sua azione, più volte positivamente riscontrata, sia nella presa in carico dei nostri cittadini che nelle attività di prevenzione”, mentre il consigliere regionale Udc Carmine Mocerino spiega: “Bisogna mettere in campo tutti gli strumenti possibili per sostenere l’attività ed il personale della struttura”. interviene anche la consigliera regionale Antonella Ciaramella del Pd: “La situazione è piuttosto preoccupante.  L’impegno verso l’associazione e i lavoratori non rimanga inascoltato. Il Time out è radicato ed opera nel territorio vesuviano da oltre 18 anni ed è l’unico centro diurno per tossicodipendenti a servire una vasta area, oggi è ancora il punto di riferimento per le numerose famiglie di persone affette da tossicodipendenze, non possiamo rimanere sordi, bisogna ridare dignità al lavoro”

Somma Vesuviana, la rabbia dei parenti di una donna morta a Cassino, lontano da casa

 Era il 19 gennaio quando la signora Angela Marino scrisse un’accorata lettera (leggi qui) alla redazione del Mediano.it. Una missiva in cui lamentava l’impossibilità di degenza per la suocera, in coma, di proseguire la degenza alla Clinica Santa Maria del Pozzo. Una necessità prospettatole dai vertici della struttura sanitaria a causa di un decreto dell’Asl regionale (n.21 DCA) che obbliga allo spostamento di tali pazienti in strutture idonee, i SUAP, che in Campania si contano sulle dita di una mano. Alla lettera della signora Marino seguì la replica dei medici della clinica (leggi qui) i quali spiegarono come si dovesse attendere le autorizzazioni regionali per divenire SUAP, avendone tra l’altro tutti i requisiti. Pochi mesi, sottolinearono, e la situazione si sarebbe risolta. Il trasferimento, dissero ancora rammaricandosi per i disagi, era solo momentaneo. Per la suocera della signora Marino non è stato solo momentaneo, giacché si è spenta in una struttura di Cassino. Come la stessa Angela Marino spiega nella lettera che segue, anche questa pervenuta alla nostra redazione. «GRAZIE» Posso solo dire «GRAZIE»… Sono qui a scrivere questa lettera di ringraziamento alla Santa Maria del Pozzo, al direttore sanitario, al proprietario, all’Asl di Somma Vesuviana, all’Asl Regionale e a tutti quelli che hanno contribuito allo spostamento-trasferimento di mia suocera alla clinica Villa Giovanna di Teano. Se ricordate, più di un mese fa scrissi un’altra lettera inerente a questo trasferimento FORZATO; Dopo più di un mese all’interno della Santa Maria del Pozzo ci sono ancora 4 pazienti in coma vegetale e non riesco a spiegarmi come sia possibile. A gennaio ci hanno letteralmente oppressi, assillati, obbligati a firmare quel MALEDETTO trasferimento , ci hanno spaventati e ci hanno messo ansia a tal punto da farci firmare. Ora io mi chiedo: se per 6/7 pazienti la clinica non è più idonea ( non essendo più SUAP) e quindi non ci poteva più ospitare, per questi 4 pazienti è diventata idonea improvvisamente? Dov’è l’ASL adesso? Non vede queste cose? I pazienti in coma sono tra pazienti comuni con gente che entra ed esce senza alcuna protezione nè controllo. La parola che ci diede il CARO direttore sanitario ( che non vale niente) che tutti i pazienti e ripeto tutti sarebbero stati trasferiti, dov’è andata a finire? Quando avevano bisogno di quella “cavolo” di firma ci chiamavano in continuazione , ora che mia suocera è venuta a mancare non si sono degnati di una telefonata. Ci tengo a precisare che non ho niente contro questi poveri pazienti, ho solo la rabbia che mia suocera ed altri pazienti sono stati obbligati al trasferimento. Mia suocera si è spenta in un ospedale di Cassino lontana dai suoi cari, ed io penso (ed è difficile che mi sbaglio) che questo spostamento abbia influito tanto; Cosa mi diranno adesso? Come si giustificheranno? Vi chiedo ancora una volta di fare chiarezza, non è bello che ci prendano in giro così. Grazie ANGELA MARINO