Sarebbe un “piatto” di manifesta voluttà, se le linguine non smorzassero gli ardori di Priapo e dell’immaginazione. Il popolo napoletano sa scherzare con l’eros, sa resistere con saggia temperanza ai suoi fuochi. Come Sant’ Antonio nel quadro di Domenico Morelli. Anche se non riusciamo a liberarci dal sospetto che almeno la coda dell’occhio il Santo la volga, almeno per un attimo, verso la ragazza che scosta la stuoia e incomincia a mostrare il suo corpo nudo. I Napoletani visti da J.P. Sartre.
Per 4 persone: gr.200 di linguine, olio extravergine di oliva, uno spicchio d’aglio, tartufi di mare, vongole veraci, lupini, tre, quattro piccoli granchi, prezzemolo, sale e peperoncino rosso .Bisogna sciacquare i frutti di mare e far spurgare le vongole in acqua ben salata. Un tempo, in quest’acqua, durante lo spurgo, pescatori e cuochi delle trattorie di mare immergevano ‘ a pupatella, un sacchettino di garza e di lino pieno della polpa di piccoli granchi, il cui sapore ingentiliva quello delle vongole. Il panno di lino serviva, e serve, a filtrare anche l’acqua di mare che vien fuori dai gusci. Quest’acqua viene versata, insieme con i frutti sgusciati, nel soffritto, non appena l’aglio si fa biondo e i bordi dei pezzetti di peperoncino rosso incominciano a farsi viola. Le linguine, scolate, salteranno nel condimento alla fiamma per una manciata di secondi, e il tutto, un attimo prima di arrivare in tavola, verrà cosparso da un denso velo di prezzemolo tritato. Sono fondamentali la durata e la completezza del salto.
Sul potere afrodisiaco dei frutti di mare c’è una copiosa e concorde letteratura. La ragione di tanto potere quasi tutti gli studiosi la trovano in qualche sostanza minerale che sta nel corpo dei molluschi. Ma forse ha ragione anche Ateneo quando scrive che l’eccitazione viene soprattutto dall’immagine del mare che si associa ai suoi frutti. Notevole, nel piatto, è il ruolo dell’acqua di mare che le valve conservano dentro di sé: essa, opportunamente filtrata, va nel soffritto a purgarlo dai depositi dell’aglio, a smagrire l’olio, a temperare il piccante del peperoncino. Afrodite sta nella memoria del mare e nella forma: e mi pare che questo non sia un espediente retorico, se è vero che quando noi mangiamo, il nostro gusto è orientato al piacere non solo dagli odori e dai sapori, ma anche dalla suggestione del nome, dal vigore della rimembranza e dai valori simbolici delle forme del cibo. La forma delle vongole, le valve che si schiudono, o restano tenacemente incollate l’una sull’altra, richiamano l’organo sessuale femminile, e nulla sollecita il nostro gusto e la nostra immaginazione quanto il gesto che avvolge i morbidi, ma non molli, e profumati corpi delle vongole in un viluppo di linguine e li porta alla bocca: sarebbe il piatto della voluttà manifesta, se proprio le linguine, un attimo dopo quel gesto, non incominciassero a rasserenare gli impulsi dell’immaginazione. La pasta è vanitosa, vuol essere il centro di tutto: ci distrae per attirarci su di sé.
.Il popolo napoletano sa resistere, con saggia temperanza, ai furori dell’eros. M. Jeuland – Meynaud ha scritto che la donna napoletana è prima di tutto madre, poi sorella. Quando decide di essere amante, in genere rispetta i confini del decoro: il sesso è prima di tutto natura, e il piacere che se ne produce è sempre venato di sofferenza, e sa di sacrificio. La prostituzione si giustifica sempre con la fame, con la violenza subita, e con la netta separazione tra il corpo contaminato e gli intatti valori di una dolente umanità. I Napoletani – osservò J.P. Sartre, che venne a Napoli nel 1936 – sono forse i soli in Europa di cui uno straniero possa dir qualcosa, anche se trascorre nella loro città appena otto giorni, “poiché sono i soli che si vedono vivere da cima a fondo. Immagino che adesso si nascondano per far l’amore: adesso, sotto il regime dell’austerità fascista; ma venti anni fa probabilmente lo facevano sulla soglia di casa, oppure sui loro grandi letti a porte aperte. Come ci sono sembrati generosi nella loro mancanza di pudore, il giorno del nostro arrivo, in confronto ai romani.”
La pittura conferma tutto questo. Il nudo è un genere che non ispira troppo gli artisti napoletani, e ancor meno li ispira la sensualità. Che è una questione non di corpi spogliati, quanto piuttosto di sguardi . Morelli, se avesse voluto, avrebbe conquistato la Francia con i nudi di donna: possedeva la tavolozza, il pennello e l’occhio necessari per primeggiare in un genere così complicato. I suoi “bagni pompeiani” vibrano di una vitalità maliziosa che inutilmente cercheremmo nelle donne dell’antica Pompei dipinte da Alma Tadema, che sembrano figure di cera e di gesso. Ma il manifesto dell’eros “distratto” e della seduzione dissimulata che sono propri della “napoletanità” è il quadro “Le tentazioni di Sant’Antonio” che Morelli dipinse nel 1878 per il più potente dei mercanti d’arte, il parigino Goupil. Il quale chiese all’artista, con sottile ironia, quale fosse il centro del quadro: il santo contratto, pietrificato, nell’azzurro mantello della sua ferrea volontà di resistere alle tentazioni o la lattea, formosa fanciulla che tenta di liberarsi dalla stuoia pesante. Il quadro piacque a Verdi, ma non piacque ai “macchiaioli”: Cecioni lo giudicò un “infelicissimo parto della pittura”, poiché non trovava un briciolo di verità né nel “dramma” del santo, né nelle forme femminili della tentazione. Ma forse il senso pieno dell’opera si manifesterebbe in tutta la sua realistica potenza, se riuscissimo a immaginare che Sant’ Antonio almeno la coda dell’occhio la volga, almeno per un attimo, verso le candide, piene forme che entrano nella luce dal buio della stuoia.



