CAMORRA E POLITICA. DIFFIDATO IL NOSTRO GIORNALE

0
La ricostruzione giornalistica dei fatti che hanno portato allo scioglimento del Comune di Arzano ci è costata una diffida. Ritorniamo sull”argomento con ulteriori approfondimenti.
Di Amato Lamberti

Il nostro giornale, insieme al prof. Amato Lamberti, torna ad occuparsi del Comune di Arzano per rimarcare le fonti da cui sono state tratte le notizie riportate in un precedente articolo, nel quale abbiamo trattato dello scioglimento di quell”Amministrazione perchè fortemente condizionata dalla camorra (VEDI).

Per alcuni passaggi di quell”articolo abbiamo ricevuto una diffida dall”Avvocato difensore dei sig. Luigi e Ciro De Rosa, gestori dell”Azienda Sanitaria Privata “Panda” (il documento è consultabile a fine articolo).
I De Rosa sono stati citati nell”ambito della ricostruzione giornalistica del contesto territoriale del Comune di Arzano, nella quale è stato sottolineato in che modo i magistrati hanno indicato le “famiglie” –i clan- che “a parte i traffici criminali, sembrano aver preso –da tempo- il comando sia delle attività economiche della città, che di quelle amministrative del Comune”.

L”approfondimento che segue, sviluppa in modo più dettagliato le ragioni per le quali i sig. De Rosa sono stati chiamati in causa e specifica i documenti pubblici dai quali sono state riprese le notizie.
È doveroso ricordare che l”argomento camorra, essendo serio e delicato, viene trattato utilizzando come fonti gli atti ufficiali della magistratura, delle Commissioni di accesso, le interrogazioni parlamentari, i Decreti di scioglimento del Presidente della Repubblica.
L.P.



Arzano è il Comune della provincia di Napoli nel quale, gli intrecci tra camorra e pubblica amministrazione, sono stati meglio evidenziati grazie al costante e coraggioso lavoro del giornalista e consigliere comunale Mimmo Rubio. Per la sua attività di puntuale denuncia è stato più volte minacciato da politici e malavitosi, tanto da rendere necessaria la protezione per lui e per la sua famiglia.

Quanto sia pesante l”aria che si respira da anni ad Arzano, lo dimostra la lettera di minaccia all”on. Pezzella, nel 2005; come anche l”attentato al presidente del Consiglio comunale, Elpidio Capasso, oggetto, nel gennaio 2006, di un attentato dinamitardo con pacco bomba che ferì gravemente la moglie e lo costrinse all”abbandono dell”attività politica. Anche l”aggressione, a martellate in testa, del sindaco Nicola De Mare, il 12 maggio 2005, da parte di un disoccupato al quale erano state fatte promesse di assunzione, testimonia la durezza della situazione, tanto da indurre il prefetto, dopo una articolata interrogazione parlamentare del sen. Florino, nel 2005, all”invio della commissione di accesso agli atti, nel 2006.

Una commissione che lavora con tale lentezza da sollevare molti dubbi sulla volontà di voler procedere allo scioglimento di un comune i cui amministratori, a cominciare dal Sindaco, hanno fortissimi rapporti con i livelli regionali dei loro partiti, i DS e la Margherita, e godono di coperture nel governo e nel Consiglio regionale. Si comincia a parlare di Arzano come l”ultimo avamposto da difendere per evitare l”entrata in crisi di tutti i Comuni amministrati dal centro-sinistra con gli stessi metodi, con la possibilità di coinvolgere la stessa Regione.

Ma qual era questo metodo? Dal lavoro della commissione d”accesso sembra emergere “il totale asservimento del sindaco di Arzano all”ex direttore del consorzio cimiteriale-indicato come vicino a referenti di uno dei clan locali- e a un soggetto esterno al consiglio comunale, già condannato per patteggiamento per reati gravi, tra i quali il voto di scambio, che secondo le forze dell”ordine era in grado di influenzare anche le nomine di alcuni assessori, proponendone personalmente i nomi”. In pratica, la vita democratica ad Arzano era condizionata, secondo il decreto di scioglimento, da un intreccio affaristico criminale, con tanto di voto di scambio, caratterizzato da varianti che si intersecano e che vede politici sponsorizzati ed appoggiati direttamente dalla camorra, ed altri asserviti e convergenti agli scopi delle stesse organizzazioni criminali.

Ma quella di Arzano non era una situazione particolare. Prima che il ciclone degli scioglimenti si abbattesse su altri comuni della stessa area, anche più importanti, che presentavano la stessa situazione di intreccio affaristico tra amministratori e camorra, salta il prefetto accusato di proporre con eccessivo zelo lo scioglimento dei Comuni infiltrati dalla camorra. Una ricostruzione molto accurata della situazione di Arzano è stata prodotta dall”on. Storace in una lunga e documentata interrogazione, dalla quale ho ripreso le notizie sulla famiglia De Rosa, riportate nel precedente articolo, che integralmente recita:

“Così come non si può trascurare l”arresto di Luigi De Rosa, fratello del consigliere di opposizione Lucia De Rosa (Sdi), finito in manette per falsificazione di marchi d”autore (Armani, Dolce e Gabbana) insieme ai magliari dei Quartieri Spagnoli di Napoli. La famiglia del consigliere De Rosa è diventata con attività del genere una delle più potenti economicamente sul territorio. Oggi gestiscono due dei più grandi centri sanitari privati finanziati dalla Regione Campania. Il padre, tale Pasquale De Rosa, soprannominato “pascariello” è stato considerato per decenni il vero “capo” della cupola d”affari in città e plenipotenziario della politica locale, potendo contare su amicizie e frequentazioni influenti tra cui quella del boss deceduto Michele Zaza e di altri esponenti di primo piano dei casalesi.”

Nell”allegato n.2 della stessa interrogazione, presentata al Senato della Repubblica il 26/III/2007, si aggiunge: “Il braccio economico dell”Alleanza di Secondigliano, invece, è rappresentato dai cosiddetti “magliari”. Si va dalla storica famiglia dei De Rosa, soprannominati “i pascariello”, il cui figlio Luca De Rosa, fratello della consigliera di opposizione Lucia De Rosa (Sdi), è finito alcuni mesi fa in manette per falsificazione di marchi d”autore (Armani, Dolce e Gabbana) insieme ad altri “magliari” dei Quartieri Spagnoli di Napoli. Il resto della famiglia De Rosa ha costruito invece un impero economico con aziende sanitarie, tra cui il “Panda”, convenzionate con le Asl e la Regione Campania.”

La frequenza con la quale, nei decreti di scioglimento, si fa riferimento a investimenti nel settore delle cliniche private, da parte di soggetti e famiglie malavitose, impegnate anche in politica a livello locale, ma anche provinciale, regionale e nazionale, fa ritenere necessario un approfondimento mirato ad un settore, trascurato a livello di indagini, ma importante , per la quantità di denaro movimentato, come per la creazione di “macchine” elettorali capaci di orientare pacchetti consistenti di voti e di preferenze. Questo potrebbe anche chiarire le ragioni della lotta feroce che, a livello di governo regionale, caratterizza il controllo del settore della sanità.

LA DIFFIDA

“LINGUA IN LABORATORIO”. RISPOSTE AI LETTORI

0
Partendo da una domanda di un lettore, il prof. Ariola ci fa percorrere un tragitto a ritroso per condurci nell”antico mondo contadino dove:le sorprese non mancano.

Il sig. Bruno V. di Cardito ci scrive: “Nel suo articolo ‘La realtà enigmatica’ del 18 maggio scorso, riferendosi all”indovinello del secchio che ‘scenne ridenno e saglie chiagnenno’, ha affermato che esso è ‘interessante perchè costituisce un flash sulla nostra civiltà contadina:di qualche anno fa’. Poichè a me risulta che il secchio con cui si attingeva acqua o la si trasportava, era ed è usato da tutti, in che senso specifico questo oggetto si riferisce al mondo contadino?”

È vero, il secchio era presente in tutte le case, non solo dei contadini, e lo è tuttora, credo. Per i contadini tuttavia esso era uno strumento indispensabile per procurarsi l”acqua di cui aveva bisogno, attingendola dal pozzo o dalla cisterna di raccolta dell”acqua piovana, talvolta persino da bere, dato che la conduttura idrica non raggiungeva le case di campagna e non sempre le poche fontane pubbliche in paese erogavano il prezioso elemento, già normalmente avaro e quindi insufficiente per tutti. Oggi, si sa, è cambiato il tipo di secchio e l”uso che se ne fa quotidianamente.

Certamente non si utilizza ormai più per attingere acqua, nè si vedono più in giro secchi di metallo o addirittura di legno (-“o cato- come lo chiamavano in dialetto), essendo stati sostituiti da moderni esemplari di plastica di diverse fogge, dimensioni e colori. Altra cosa che è scomparsa è proprio il pozzo come fonte di approvvigionamento; ormai il sistema di conduttura idrica ha raggiunto tutte le case e anche i casolari di campagna più sperduti.

Ecco a questo ci si intendeva riferire, al tempo in cui, prima e anche per qualche decennio dopo la seconda guerra mondiale, qui in Campania in modo particolare, nei paesi di campagna esistevano solo fontane pubbliche e non sempre attive; ad esse si andava per l”acqua da bere, mentre per le restanti necessità si attingeva dal pozzo in comune che era collocato al centro del più o meno ampio cortile sul quale affacciavano varie abitazioni, o da quello privato nel cortile interno, dietro casa. Il pozzo serviva anche da frigorifero, vi si calava un paniere con cibi e bevande da tenere in fresco.

Nel pozzo appunto, si faceva scendere con una carrucola di ferro o di legno il secchio, di metallo o di legno, legato ad una fune di solito, e talvolta ad una catena di ferro, con il quale si tirava su acqua in gran quantità per riempire il lavatoio attiguo o per i vari usi domestici; si riempiva anche -“o cupellone- , ossia il grosso mastello nel quale la massaia preparava il bucato con acqua bollente e cenere (-“a culata- ), e si metteva, nei mesi estivi, al sole per far riscaldare l”acqua e offrire ai bambini un”ottima vasca da bagno.

Di tanto in tanto capitava che la fune consunta in qualche punto si spezzava e il secchio ripiombava giù e andava a fondo. Non ci si poteva permettere di perderlo, non c”erano soldi per ricomprarlo e quindi si doveva recuperarlo ad ogni costo. Si ricorreva alla “vurpara” o “vorpara” che era un attrezzo formato da due piastre di ferro incrociate alla estremità delle quali pendevano degli uncini;

con una fune si calava nel pozzo o nella cisterna e con una santa pazienza si tentava di ripescare il prezioso oggetto, che a volte si faceva prendere subito e risaliva docile fino alle mani soddisfatte del suo padrone, spesso però faceva il dispettoso e impegnava il pescatore per ore, mettendo a dura prova il sistema nervoso dello stesso e arrendendosi solo quando le imprecazioni e le bestemmie dell”infelice gli giungevano fin nel silenzio della profondità in cui era immerso.

Già il Galiani nomina questo attrezzo e ne inserisce il lemma tra le “parole del dialetto napoletano che più si discostano dal dialetto toscano” del suo vocabolario omonimo: “rampino di ferro per lo più a quattro aste, ma picciolo, simile ad un”ancora di nave, per uso di pescar cati, o secchi, che cascano nelle cisterne:,Cort. Ros. att.I,
“Tu pische da lo puzzo de sto pietto
co la vorpara de sta chiacchiarella”

Antonio Santella dà notizia di una vurpara di forma diversa: “attrezzo di ferro fatto con diversi uncini, legati ad un cerchio con catenelle, per ripescare secchie cadute in pozzi o cisterne”.
Il nostro esimio e sempre compianto Francesco D”Ascoli fa derivare il nome dal fatto che l”attrezzo somiglia alla “polpara”= “attrezzo per pescare i polipi”.
Quanto alla trasformazione della labiale ( -p- ma più spesso -b-) nella labiodentale -v-, essa è molto frequente nel nostro dialetto.(Es., “vocca” dal lat. “bucca, ae”).

La “vurpara” o “vorpara” si è prestata a utilizzazioni metaforiche. Oltre al Cortese citato sopra, famosa è la quarta egloga, intitolata appunto “La vorpara, che chiude la quarta giornata del “Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de peccerille” di Gianbattista Basile. Ecco alcuni versi tra i più significativi:

“Non sai ca non c”è ommo/ che non tenga a la mano na vorpara?/ co chesta campa e sguazza,/ co chesta sforgia e “ngrassa,/ chesta le mette bona paglia sotta,/ pe chesta vene a “nchiudere li puorce,/ co chesta luce e se fa chino “n funno,/ co chesta “nsomma domena lo munno!/::.vasta, ca non è ommo/ che non la porta sempe a la centura,/ chi d”oro, chi d”argiento e chi de ramma,/ chi de fierro o de ligno,/secunno qualità de le perzone./:.vasta c”ognuno pesca,/ e perzò a sto pescare/ è posto vario nomme:/ arrocchiate (= rubare), affuffare (=portar via), arravogliare (fregare),/ alleggerire, auzare (=raccogliere) e sgraffignare,/:..”.

Oggi la “vurpara” è scomparsa o si può ammirare in qualche museo della civiltà contadina ma …la pesca, purtroppo, continua!

IL VOTO EUROPEO, QUELLO ITALIANO E :SANT”AGOSTINO

Oggetto della riflessione di questa settimana i risultati del 6 e 7 giugno scorsi e le incertezze che ne scaturiscono.
Di don Aniello Tortora

Tenterò questa settimana di fare qualche riflessione sui risultati del 6/7 giugno. Per quanto riguarda l”Europa il risultato è di una chiarezza estrema: la vecchia Europa va a destra. Questo non solo perchè mantengono le loro posizioni i moderati e i conservatori che già avevano la maggioranza in Parlamento, ma anche perchè emergono e si accrescono gruppi e movimenti estremisti, euroscettici, nazionalisti e xenofobi, se non apertamente razzisti. C”è stata la sconfitta delle tradizionali componenti socialiste (Germania, Francia e Spagna) e laburiste (Inghilterra) e perciò la tendenza appare ancora più marcata.

Il Partito popolare europeo avrà la maggioranza, ma non è un”entità omogenea. Tutto questo certamente avrà influenza sul nuovo equilibrio del Parlamento. Non sappiamo se il suo ruolo si rafforzerà o se le spinte frenanti condizioneranno l”intero sviluppo dell”Unione. Per quanto riguarda il “risultato” italiano possiamo dire che sono emersi “segnali di malcontento” a cominciare dall”affluenza alle urne, alta se paragonata ad altri paesi, ma bassa, rispetto alle nostre abitudini partecipative. È un indice di disaffezione diffusa, per cui, prima di indagare su chi ne abbia beneficiato, varrebbe la pena di rendersi conto delle ragioni per cui milioni di elettori non raccolgono l”invito.

Certamente non c”è più fiducia nella politica, per lo scarso esempio di impegno, di onestà e di interesse per il bene comune che il mondo della politica sta dando, soprattutto in Italia e in questo periodo della nostra storia repubblicana. La prova italiana era venuta a configurarsi come un grande sondaggio d”opinione ed è inevitabile che così venga letto il suo esito. È ciò che avviene, purtroppo, quando si confrontano i dati solidi rivelati dalle urne con quelli “liquidi” espressi dai sondaggi.

Con riferimento alle due forze principali il Pdl ha preso il 35 % (si aspettava che superasse il 40), mentre il Pd, uscito malconcio dalle sconfitte e dai travagli interni, ha preso il 26% (molti pensavano che non superasse il 22). Oltre ai “due partiti” maggiori c”è stato un altro risultato su cui sarebbe interessante riflettesse la politica italiana: hanno superato il quorum del 4% anche la Lega, l”Udc e l”Italia dei valori. Questi partiti hanno titoli per stare in campo e per giocare ruoli decisivi e incisivi nelle prossime fasi della storia politica.

Una riflessione a parte è necessario fare sul partito di Bossi. Già condiziona enormemente la coalizione di governo (che si è “padanizzato”) ed è da prevedere che ne condizionerà ulteriormente i movimenti e le scelte, specie sui temi caldi del federalismo fiscale, della sicurezza e dell”immigrazione. Un discorso a parte bisogna farlo sul partito di Casini. Uscito solidificato dalla recente tornata elettorale, prima o poi dovrà scegliere con chi stare. Quanto all”Idv, il successo delle sue liste porterà il partito di Di Pietro inevitabilmente a proseguire nel cammino di “attacco frontale” fin qui intrapreso, contro il premier, nei suoi punti più deboli: vicende giudiziarie e leggi “ad personam” in primo luogo.

Tutto sta a vedere come intenda, dopo aver rotto con il Pd, amministrare il patrimonio dei consensi (indubbiamente tanti). Intanto, ci si avvia verso il voto per il ballottaggio. Ma già adesso possiamo fare una riflessione sull”esito elettorale delle comunali e provinciali: il centrosinistra ha perduto molte province e comuni ed è costretto al ballottaggio anche dove non lo avrebbe mai immaginato. Si pongono qui problemi interni e seri al centrosinistra, circa la sua presenza sul territorio e di aderenza ai problemi veri delle comunità.

La mia modesta impressione è che qualcosa di imponderabile stia avvenendo nell”attuale contesto politico. Sono saltati certi schemi e il futuro è sempre più incerto e flessibile. Anche nel nostro territorio (vedi provinciali e caso-Pomigliano) stanno accadendo cose inimmaginabili e che vanno oltre la nostra razionalità. Mi domando se c”è libertà di voto in Italia e soprattutto al Sud.

Mi auguro che il mondo della politica, che sta toccando veramente il fondo in questi giorni, si converta a “volare alto” e a risolvere i veri e reali problemi della gente. Diceva S. Agostino che “uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe a una grande banda di ladri”.

PILLOLE DI “900. “ITALIA, IN PIEDI!”

0
L”Italia fascista si lancia nelle conquiste coloniali e va all”attacco dell”Etiopia. La Società delle Nazioni, distratta da Hitler, lascia correre, mentre la Chiesa appoggia l”atto di guerra.
Di Ciro Raia

Il 1935 è segnato dalle operazioni che portano alla conquista dell”Etiopia. Le truppe italiane in Eritrea, al comando del generale Emilio De Bono, sferrano l”attacco al negus Hailè Selassiè. Dopo mesi di preparazione, il regime fascista trova l”occasione per la sua avventura internazionale. Nonostante l”Italia abbia firmato, infatti, nel 1928, un trattato d”amicizia e di non aggressione con l”imperatore Selassiè, il capo dell”esecutivo italiano, prendendo a pretesto un futile motivo, ordina l”occupazione della terra etiope: “Camicie nere della rivoluzione! Uomini e donne di tutta l”Italia! Italiani sparsi nel mondo, oltre i monti e oltre i mari! Ascoltate!.. Abbiamo pazientato 40 anni! Ora basta!..Italia proletaria e fascista, Italia di Vittorio Veneto e della Rivoluzione, in piedi!”.

Le potenze europee, in verità, sono più preoccupate, però, dalla politica di Hitler che da quella di Mussolini e non tengono conto della richiesta di tutela, che l”Etiopia ha inoltrato alla Società delle Nazioni. A nulla vale, quindi, l”accertamento che a provocare gli scontri di Ual Ual -località in cui 1500 soldati abissini assaltarono 200 soldati italiani- siano state bande di irregolari. L”Italia battezza così, ufficialmente, la sua spedizione militare contro l”Etiopia.

Anche la Chiesa appoggia la conquista coloniale. L”arcivescovo di Genova, il cardinale Mario Giardina, firma un manifesto in cui invita la popolazione ed i cattolici a sostenere i valorosi soldati italiani, chiamati a compiere il loro dovere sul suolo africano. Il cardinale di Milano, Ildefonso Schuster, benedice i soldati italiani in Africa ed invia un pensiero grato all”esercito fascista, che si sta battendo per portare la luce della civiltà in Etiopia.
La guerra coloniale provoca il blocco delle esportazioni nel nostro paese, le cosiddette sanzioni economiche, da parte della Società delle Nazioni. La decisione, però, invece di danneggiare il regime fascista, lo rende più forte ed unito.

Nomi illustri della politica e della cultura (Luigi Albertini, Benedetto Croce, Vittorio Emanuele Orlando, Arturo Labriola), prima critici nei confronti del fascismo, dichiarano ora il loro appoggio al governo. E Mussolini sfrutta l”embargo, per richiamare il popolo a reagire alla decisione della Società delle Nazioni. “Date oro alla patria”, chiede il Duce. Le fede nuziali, i gioielli, le auree capsule dentarie sono fusi per aiutare la patria. L”Italia deve bastare a se stessa: è autarchia!

Si rilancia l”industria, migliora l”economia. La crisi sembra esser lontana. Un manifesto pubblicizza un soldato, che scrive sul muro: “Fate fondere le nostre brande. Il soldato italiano sa dormire per terra!”.
Per le strade, intanto, non si ascolta che il ritornello di una canzone: “Faccetta nera,/ bella Abissina,/ aspetta e spera che già l”ora si avvicina!/ quando saremo insieme a te,/ noi ti daremo un”altra legge e un altro re”.

RICORDO DI GUERRA COLONIALE

CRONACA DI UN CINEGIORNALE

“VADO IN VACANZA MA:TORNERÃ’!”

0
Con questo intervento, Raffaele Scarpone accantona la rubrica per “sopraggiunte” vacanze. “Nel frattempo –scrive- spero che ad agosto qualcosa cambi. Ma tornerò!” E la promessa ha tutta l”aria di una minaccia:

Caro Direttore,
ho incontrato alcuni miei ex alunni, ormai “uomini fatti”, che, salutandomi, mi hanno detto di avermi ritrovato con lo stesso spirito da contestatore (o da eretico) di tanti anni fa e, poi, mi hanno chiesto a cosa fosse mai servito aver insegnato, da sempre e a tutti, a tenere la schiena diritta, visto che le cose sono andate sempre a peggiorare. Anche la mia gastrite è rimasta uguale.

Due di questi miei ex alunni militano nella politica attiva: sono –in attesa del salto generazionale- nelle prime file regionali e, da quando hanno deciso di doversi spendere “in spirito di servizio”, non hanno mai perso un appuntamento con nessuna delle coalizioni vincenti. Un altro di questi miei ex alunni vive tra la Spagna, Cuba e l”Italia (con i soldi del papà!). Mi ha raccontato che in qualche suo viaggio a Cuba ha visto –tra una divertimento e l”altro- anche Fidel Castro! Anzi, ha seguito in automobile il corteo con i fratelli Castro, fin quando la polizia non lo ha allontanato.

Dai discorsi dei miei ex alunni ho, poi, appreso, che uno dei loro vecchi compagni se ne è andato per overdose, un altro è uno stimato boss di un quartiere malfamato, un altro ancora è un imprenditore edile, ricco sfondato, che costruisce villini a dieci metri dal mare, baite in montagna, appartamenti con vista mozzafiato sui crinali del Vesuvio, sulle acque del Conero e sulle rocce prealpine.
Un mio vicino di podere (di terra, si dice dalle nostre parti), invece, mi ha detto che ho “sempre la testa accelerata”, perchè non ho niente a cui pensare, tanto “i mesi e lo stipendio vanno e vengono”.

Andassi in campagna per necessità e non per divertimento (in verità egli dice “per perdere tempo”, allora sì che sarei preoccupato dalla malattia delle albicocche, dalla siccità, dal ragno rosso che quest”anno ha attaccato i pomodori, dall”invasione delle cavallette!
Ragionamenti, per farmi capire che vivo abbastanza fuori dal mondo, me li hanno fatti anche la signora del piano di sotto ed una mia collega di scuola, nativa quest”ultima di Gubbio (solitamente la chiamo, citando San Francesco, “il lupo di Agobio”). La prima, incontrandomi, all”assemblea condominiale, mi ha detto, con tono sbeffeggiante: “prufesso”, scrivite, scrivite:a che serve? Beato voi che non avete i nostri problemi. Continuate a campà accussì, pe” cient”anne!”.

La seconda, che sostiene di essere stata animatrice di innumerevoli percorsi di innovazione didattica, di essere stata responsabile di ogni tipo di progetto e di aver pubblicato anche per riviste tedesche, di fronte alle prime indicazioni di un disegno restauratore della Gelmini esclamò: “Mio caro, e la tua rivoluzione? Finalmente si va verso una scuola seria! Era ora. Lo vuoi capire che sei fuori dal tempo?”.

E, quando io già mi sentivo anacronistico, datato, remoto nei miei dubbi, tenendomi amichevolmente sottobraccio, mi sussurrò, con fare canzonatorio, “primitivo”! “Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore:le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli nel passato.” (Aldo Busi, “Seminario sulla gioventù”, 1984).

Caro direttore, ti ho scritto per gran parte dell”inverno e per tutta la primavera. Ti ho posto domande e ti ho esternato dubbi, talvolta ti ho accusato –ma provocatoriamente- di essere addirittura responsabile di un qualcosa che stava accadendo in quei momenti. Quelle lettere settimanali mi hanno offerto la possibilità di poter dire la mia sulla politica e sulla scuola, sulle date-simbolo del 25 aprile e del 1° maggio, sui mattonari e sugli inquinatori e su tanti altri piccoli argomenti. Non è che non voglio scriverti più, direttore. Tutt”altro! Desidero solo raccogliere meglio le idee, rifletterle, proporle in modo più incisivo o più disteso o più sofferto.

Ora che si è alzato il picco del caldo, anche i lettori più affezionati preferiscono il mare o i monti o i viaggi. Pensare, in definitiva, fa male e rende il sangue amaro. Ed allora ti confesso che anch”io voglio prendermi un periodo di riposo. Ma –paradosso- non per riposarmi. Finalmente potrò esaudire un mio vecchio desiderio. Mi ritirerò, per un paio di mesi, nella cella di uno sperduto convento, alla ricerca nè di una vocazione nè di una conversione. Alla ricerca di una pace interiore, lontano dai traffici e dai rumori degli uomini e, ti avverto, senza cellulare e senza internet.

Spero che, di ritorno da questo romitaggio, tu abbia piacere a riprendere l”interlocuzione, il confronto. Può darsi che a fine agosto qualcosa potrà cambiare anche nel nostro paese. Può darsi che gli arroganti saranno messi fuori gioco, come tutti gli ignoranti; può darsi che gli immigrati non saranno più messi al bando, che una convenzione stabilirà che il sud del mondo saranno altre terre, che alcuni amministratori saranno mandati a casa da un voto veramente popolare, che gli strozzini non avranno più diritto di cittadinanza, come gli speculatori, i camorristi, gli spacciatori e così via.

Come ci rincontreremo a fine agosto? Sempre con una lettera dedicata sia a quelli che ne fanno un elemento di discussione sia a quelli che sostengono la scrittura essere ormai un esercizio inutile, anacronistico, quasi primitivo. In fondo, direttore, la scrittura aiuta le persone di uguale destino ad incontrarsi, a far rete, a sapere che non si è soli, specie in posti come i nostri, al sud, nei nostri paesi, nelle nostre miserie umane, nelle nostre miniere di dolore dove “emergere o dove solo il diritto di respirare lo devi spesso barattare con la compromissione dell”anima e la castrazione di ogni sogno. [:] Scrivere è resistere, è fare resistenza”, (Roberto Saviano, “La bellezza e l”inferno”, Mondadori, 2009).

CAMORRA E AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE. 10/A TAPPA

0
I due poteri sono accomunati dalla stessa logica affaristico-clientelare. Il perverso intreccio ha generato la disgregazione delle istituzioni e della società. Il caso Casandrino.
Di Amato Lamberti

Quando, nel 1990, l”Alto Commissario per la lotta alla mafia affermò che nel Mezzogiorno territori anche estesi sono controllati e governati dalle organizzazioni criminali, furono molti quelli che considerarono l”espressione eccessiva se non infelice. In realtà essa si limitava a registrare una situazione di fatto ben conosciuta e contro la quale le risposte dello Stato si rivelano sempre più insufficienti.

L”intreccio camorra-amministrazione pubblica che, nel 1991, un”indagine della magistratura e dei carabinieri ha portato alla luce, e ha portato allo scioglimento per condizionamento camorristico di Casandrino, piccolo comune della cintura metropolitana di Napoli, non è un caso isolato ed aberrante di governo della camorra sul territorio, ma l”esempio, nemmeno più vistoso, dei meccanismi attraverso cui questo controllo malavitoso si afferma e si esercita in tutte le situazioni territoriali in cui la camorra esiste ed opera.

La camorra non è mai solo un”organizzazione criminale: che si limita cioè, al controllo del mercato della criminalità e della illegalità. Il suo fine principale, contrariamente a quanto molti sostengono, non è quello dell”arricchimento e dell”accumulazione capitalistica, quanto piuttosto il potere, e cioè il governo di un territorio per controllarne poi tutte le attività economiche. E questo non solo per fare più denaro mettendo le mani sui flussi della spesa pubblica, che resta, comunque, il fattore più consistente e sicuro su cui le comunità meridionali possono contare, ma anche, e soprattutto, per acquisire più potere di decisione di controllo.

Il camorrista non vuole apparire come un semplice delinquente, sia pure capo di una cosca agguerrita, ma come un”autorità che è in grado di distribuire favori, posti di lavoro, prebende di vario tipo e natura. Per questo è inevitabile che nei contesti territoriali in cui la camorra esiste ed opera si creino saldature a più livelli con le amministrazioni locali, le Usl, e tutti i segmenti che articolano la presenza dello Stato sul territorio.

Il potere del “capozona” o del “capoclan”, quello che gli assicura anche un consenso sociale più o meno esteso, sempre necessario per non essere considerato solo un delinquente da temere ma non da rispettare, si esercita nella società, ma soprattutto dentro le amministrazioni pubbliche, perchè sono queste a regolare la vita economica e produttiva della comunità. Il camorrista non può fare a meno di essere dentro questi meccanismi che lo mettono in grado di far vincere appalti, di far avere licenze commerciali e di ambulantato, ma anche sussidi, contributi, assunzioni temporanee o definitive.

Le saldature e le interconnessioni che la camorra stabilisce con le amministrazioni locali diventano per questa ragione molto strette, ma anche molto articolate. Possono giocarsi sulla minaccia e l”esercizio della violenza, ma anche sulla convivenza e sull”appartenenza. Il problema è sempre il grado di autonomia che il livello politico e amministrativo intende, o è in grado di rivendicare. Si possono realizzare situazioni molto diverse: da quella totale subalternità del personale politico e amministrativo alla camorra a quella di elevata conflittualità, con scontri anche violenti, tra camorra e amministratori pubblici.

In genere, poichè anche il personale politico e amministrativo rivendica spazi di manovra e autonomia di decisione, si crea una situazione di negoziazione, spesso conflittuale, dove la camorra per affermarsi deve far ricorso a forme di intimidazione e di violenza, che servono a riconfermare potere e capacità di coazione rispetto allo Stato e alle sue istituzioni. Come a Casandrino, dove la camorra poteva decidere l”assegnazione di appalti, ma anche stabilità e composizione della giunta comunale, dovendo però far ricorso sia ad atti di intimidazione violenta, quali la gambizzazione di coloro che facevamo resistenza per difendere i propri spazi di autonomia e di decisione; sia a manifestazioni plateali di potenza, come nel caso della convocazione forzata della giunta a casa del boss per ricevere l”ordine delle dimissioni.

Una situazione conflittuale che non indica, però, un livello di resistenza delle istituzioni rispetto alla pressione camorristica, ma soltanto uno scontro tra due poteri, quello camorristico e quello istituzionale, accomunati da una stessa logica affaristico-clientelare. Altrimenti ben diversi sarebbero i livelli e le modalità di conflitto e, soprattutto, ben più ridotte le capacità di manovra della camorra nell”amministrazione pubblica.

Il dramma è che Casandrino non è un caso isolato nè in Campania nè nell”area metropolitana di Napoli, come dimostrano gli esempi dei Comuni sciolti per infiltrazioni camorriste, di cui abbiamo parlato. L”intreccio camorra-amministrazioni pubbliche si riproduce, con le modalità più diverse, in decine di altre situazioni, dando luogo ad un processo di sostanziale disgregazione delle istituzioni, ma anche della società, che è sotto gli occhi di tutti.

Questa visibilità, impudente ed opprimente, evidentemente non basta a provocare risposte e reazioni capaci di attivare almeno qualche forma di mobilitazione dell”opinione pubblica oltre che degli apparati dello Stato. Si sta realizzando quella che può essere considerata forse la situazione peggiore: un tranquillo accomodamento ad una situazione vissuta come ineliminabile, quasi una componente del paesaggio, anch”esso sempre più caotico e disgregato.

CITTÁ AL SETACCIO

PILLOLE DI “900. “IL TRIONFO DEL FASCISMO”

0
Nonostante veti, oppressioni e persecuzioni, nel 1934 il fascismo trionfa alle elezioni. I candidati proposti dal duce ottengono quasi il 100% dei voti.
Di Ciro Raia

Il Partito Nazionale Fascista, intanto, persegue la sua opera di radicamento e potenziamento nella società. Conta, infatti, agli inizi degli anni trenta, 661.386 iscritti ai fasci maschili, 104.804 ai fasci femminili, 26.729 giovani fascisti e 479.531 aderenti ai fasci giovanili di combattimento. Le varie organizzazioni giovanili fasciste contano la bellezza di 1.604.616 iscritti. Pio XI –nonostante la compiacente decisione, da parte del fascismo, di abolire la festività del 20 settembre (presa di Porta Pia)- è preoccupato dalla grande massa di adepti e ritiene di dover mettere in moto l”Azione Cattolica, perchè teme un tentativo fascista di arrogarsi il diritto di educare i giovani. In molte scuole, infatti, si prega così: “Io credo nel sommo Duce, creatore delle camicie nere, e in Gesù Cristo suo unico protettore”.

Ma il radicamento del fascismo avviene, soprattutto, attraverso divieti e persecuzioni. Nella scuola –proiettata ad impartire un”educazione austeramente patriottica– si realizza la definitiva fascistizzazione: i presidi delle scuole medie, i presidi delle facoltà universitarie e gli stessi rettori sono scelti unicamente tra coloro che risultano iscritti al P.N.F., da almeno cinque anni. All”università tutti i docenti sono vincolati all”obbligo di giurare fedeltà al fascismo. L”Associazione fascista della scuola cancella tutte le organizzazioni sindacali del passato. Anche le associazioni dei dipendenti statali, dei postelegrafonici e dei ferrovieri cadono sotto il diretto controllo del partito fascista.

L”OVRA, uno speciale organismo di polizia segreta fascista (fondato nel 1930) assicura alle patrie galere numerosi oppositori, specie tra gli iscritti ai partiti di sinistra. In questo periodo il partito comunista ha gli organi di direzione all”estero e si logora in un dibattito interno tra le menti libere dei suoi simpatizzanti e la struttura troppo monolitica del partito stesso. Il partito socialista, invece, riesce a ricompattare le idee dei massimalisti e dei riformisti e si unisce attorno all””Avanti!-L”Avvenire del Lavoratore”, giornale diretto da Pietro Nenni e da Pallante Rugginenti.

A rendere maggiormente aspro il controllo della politica sulla vita degli italiani, nel luglio del 1931, entra in vigore il nuovo codice penale, elaborato, in massima parte, dal giurista napoletano Alfredo Rocco. Col nuovo codice è ristabilita la pena di morte anche per i reati politici.

Ma nonostante tutti i veti, le oppressioni e le persecuzioni messi in atto nei confronti di ogni tipo di dissenso, il fascismo celebra il suo trionfo con le elezioni del 1934. Un autentico plebiscito, circa il 99,84% dei voti validi vanno alla lista unica dei 400 deputati proposta dal Gran Consiglio. Attorno a Mussolini monta un”autentica venerazione, testimoniata anche dal film di Alessandro Blasetti, 1860, che, nel raccontare l”impresa dei Mille, presenta Garibaldi come il precursore del Duce.

VITA DA CONFINATO

IL REFERENDUM DEL 21 GIUGNO E LA DEMOCRAZIA

Riflettendo sui meccanismi di scelta dei candidati e sui metodi di elezione, qualche volta mi chiedo che cosa significhi veramente vivere in “democrazia” e superare finalmente la “dittatura democratica” di pochi per dare ampio e libero mandato agli …

Bisogna subito dire che il referendum elettorale è un labirinto.
Anche qui, come per l”Europa: non se ne parla molto e la “materia” è per i soliti “addetti ai lavori”.
I quesiti sono tre: i primi due propongono l”abolizione del collegamento tra liste (la coalizione) rispettivamente per Camera e Senato. Il terzo vieta che un candidato si possa presentare in più di un luogo, impedisce cioè le candidature multiple, uno degli espedienti acchiappavoti più utilizzato in Italia.

I primi due quesiti, se accolti, fanno sì che il premio di maggioranza venga conquistato dalla lista singola (e non più dalla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi.
Abrogando la norma sulle coalizioni, verrebbero inoltre innalzate le soglie di sbarramento: per ottenere rappresentanza parlamentare le liste dovrebbero comunque raggiungere un consenso del 4% alla Camera e 8% al Senato. Cessa lo “sconto” di cui oggi beneficiano i “piccoli” quando si coalizzano con un gruppo più grande.

In breve: la lista con più voti guadagna il premio che le assicura la maggioranza dei seggi in palio, mentre le liste minori che restano senza premio ma superano lo sbarramento si ripartiscono i seggi con criterio proporzionale. Facciamo un es.: se ci sono 10 liste e ciascuna prende il 9%, la maggioranza dei seggi – il 51%- andrà a chi prende il 9,1%. Bisogna, ovviamente, anche indicare il premier.
Nella mente dei promotori c”è lo scopo di andare verso un sistema che spinga gli attori politici a unificarsi, già nella fase preelettorale, in raggruppamenti possibilmente omogenei, in modo da ridurre la frammentazione attuale dei soggetti politici.

Il desiderio è che si possa aprire, per l”Italia, una prospettiva tendenzialmente bipartitica: si immagina, cioè, che sparite le coalizioni, si eviti che forze che si presentano insieme al voto comincino a litigare all”indomani del risultato. Il dubbio certo è che questo possa avvenire solo perchè sulla scheda sarà stampato un solo simbolo per ciascun partito.
Il terzo quesito, se accolto, comporta l”abrogazione delle candidature multiple e (nelle intenzioni dei proponenti) un certo depotenziamento della cooptazione oligarchica della classe politica.
Questo fenomeno, che esiste solo in Italia, interessa circa un terzo dei parlamentari.

Il meccanismo è noto: il “capolista universale”, il campione che corre su tutte le piste, attrae il voto per le liste che capeggia, e, poi, “rinuncia” e passa i suoi voti a un “secondo” qualunque, meglio se prescelto da lui; e in tal modo fuorvia o riduce la scelta dell”elettore. Con riguardo agli eletti, poi, un simile stato di cose favorisce comportamenti da sudditi riconoscenti, con il conseguente appannamento dell”autonomia del parlamentare.

Manca a questo quesito un aspetto importante: riduce il danno ma non lo elimina, cioè non tocca il cuore della legge vigente, vale e dire il fatto che le liste, compilate in base alla volontà dei partiti (e compilate intorno ad una pizza!), sono bloccate sia nella composizione che nella graduatoria. Decide, cioè, il “capo” per tutti e il “suddito” gli deve essere sempre grato.
Manca del tutto la preferenza espressa dall”elettore per il proprio candidato e, soprattutto, che questo sia espressione di un territorio cui deve rendere conto (e non a Roma).
Ovviamente tutti i partiti sono intervenuti nel dibattito politico non in base ai concetti-base della politica intesa come servizio o ricerca del bene comune, ma solo in riferimento ai propri interessi di “bottega”.

Mi chiedo, qualche volta, che cosa significhi veramente vivere in “democrazia” e superare finalmente la “dittatura democratica” di pochi per dare ampio e libero mandato agli elettori.
Il pensiero sociale della Chiesa afferma che
“La partecipazione alla vita comunitaria non è soltanto una delle maggiori aspirazioni del cittadino, chiamato ad esercitare liberamente e responsabilmente il proprio ruolo civico con e per gli altri, ma anche uno dei pilastri di tutti gli ordinamenti democratici, oltre che una delle maggiori garanzie di permanenza della democrazia. Il governo democratico, infatti, è definito a partire dall”attribuzione, da parte del popolo, di poteri e funzioni, che vengono esercitati a suo nome, per suo conto e a suo favore; è evidente, dunque, che ogni democrazia deve essere partecipativa. Ciò comporta che i vari soggetti della comunità civile, ad ogni suo livello, siano informati, ascoltati e coinvolti nell”esercizio delle funzioni che essa svolge”.

Continuando: “Sul fronte della partecipazione, un”ulteriore fonte di preoccupazione è data dai Paesi a regime totalitario o dittatoriale, in cui il fondamentale diritto a partecipare alla vita pubblica è negato alla radice, perchè considerato una minaccia per lo Stato stesso; dai Paesi in cui tale diritto è enunciato soltanto fortemente, ma concretamente non si può esercitare; da altri ancora in cui l”elefantiasi dell”apparato burocratico nega di fatto al cittadino la possibilità di proporsi come vero attore della vita sociale e politica”.

Su questi valori devono riflettere soprattutto i cristiani impegnati in politica (sono tanti, dicono loro!).
Dopo queste brevi riflessioni mi viene da pormi e porvi una domanda: in Italia, è vera democrazia?

COSӃ LA DESTRA? COSӃ LA SINISTRA?

0
Nella generale confusione dei ruoli, il post-elezioni ci consegna un”Italia in cui tutti sembrano aver vinto. E sempre più in basso troviamo i valori legati alla democrazia, moralità, partecipazione, trasparenza.

Caro Direttore,
se venti anni fa qualcuno avesse avuto l”ardire di prefigurare uno scenario politico-culturale-sociale-economico simile a quello in cui siamo immersi, gli avremmo dato del provocatore catastrofico, lo avremmo chiamato (se di umore buono) figlio di Cassandra o (se con i coglioni a “quadrigliè”) iettatore, cacasenno, sopracciò.

Dopo venti anni, caro direttore, siamo, purtroppo, nel baratro. Lo confermano i risultati elettorali di domenica scorsa. E non certo per l”avanzata o la sconfitta di uno schieramento politico piuttosto che di un altro. Lo confermano gli innumerevoli profili fra quanti sono stati scelti a rappresentare i cittadini nei piccoli e grandi comuni, nelle province, in Europa. Ci vuole tanto coraggio ed una faccia di piperno, da parte di alcuni impresentabili quanto incredibili candidati, per chiedere un consenso elettorale per la propria lista e per se stessi.

Ma ci vuole molto più coraggio ed una testa usata come spartiacque per le orecchie per votarli quegli incredibili ed impresentabili candidati! In due mesi e più di campagna elettorale si è parlato di tutto tranne che di politica, lavoro, investimenti, progetti realizzabili, risorse da investire senza secondi fini, soluzioni di problemi annosi. Insomma, si è parlato del sesso degli angeli e della solitudine che provoca il potere, tranne che di futuro! Quando, poi, alle scelte consegnate alle urne si è voluta dare un”interpretazione di volontà e di valori, una dichiarazione ideologica, una valutazione e conseguente opzione di appartenenza, allora il sistema di analisi politica è completamente saltato.

Caro direttore, che senso ha più parlare di centrodestra o centrosinistra pensando di parlare di due schieramenti politici, contrapposti ed agli antipodi? Senza parlare di tutti quelli che, a seconda della convenienza e del vantaggio, sono una volta da una parte e la successiva dall”altra, bisognerebbe dire con chiarezza alcune inequivocabili verità. Quelli che votano e/o rappresentano il cosiddetto centrodestra sono elettori e/o eletti di una destra senza centro. Quelli che votano e/o rappresentano il cosiddetto centrosinistra sono elettori e/o eletti di un centro senza la sinistra. Fin quando non si affronta questo paradosso, si resta nella nebbia di una ambiguità, che genera infiniti fraintendimenti.

Volenti o nolenti bisogna accettare che nel centrodestra militano gli epigoni dei fascisti e dei postfascisti (il fascismo in doppiopetto risalente ai tempi di Almirante), gli industriali, i finanzieri, i conservatori, i tradizionalisti, i leghisti, gli inquinatori dell”ambiente, i persecutori degli extracomunitari e degli animali randagi, gli assertori di un credo basato sulla cultura e la filosofia dell”esclusione più che dell”inclusione. E volenti o nolenti bisogna accettare anche che quelli che militano nel centrosinistra, fatte poche eccezioni, non riescono ad essere molto diversi da quelli che militano nell”attuale centrodestra.

Gli epigoni, infatti, della vecchia sinistra sono stati dispersi e, quasi, cancellati dalle scelte di un miope quanto ottuso condottiero, che in un batter d”occhio ha cancellato anni di storia operaia, di rivendicazioni sociali, di riforme attuate a vantaggio dei meno abbienti, di leggi approvate per la comunità e non per la persona. Ed ha mandato, infine, a benedire la politica dell”inclusione più che dell”esclusione.
In questa grande e generale confusione si è tutti un po” più poveri e turlupinati. Chi ha votato (ammesso che la legge elettorale preveda ancora l”espressione di una volontà) il cosiddetto centrodestra (fatte poche e dovute eccezioni) non si è reso conto di aver votato per il regime.

E chi ha votato per il cosiddetto centrosinistra (sempre fatte le poche e dovute eccezioni) non si è reso conto di aver votato per un centro con la calcolata esclusione della sinistra. “I compagni non intercalano più con il vocativo “compagni”, ma è come se quell”appellativo circolasse in incognito nel discorso, si ripresentasse furtivamente a ogni frase, e fosse ricacciato in gola dal parlante, perchè non si usa più, non sta bene, non è più nel galateo aggiornato della sinistra liberale. Se gli scappa, sembra che chiedano scusa, compagni”, (Edmondo Berselli, “Adulti con riserva”, Mondadori, 2007).
Non so, dunque, caro direttore, se tutti quelli che sono andati a votare, per il centrodestra o per il centrosinistra, volevano esprimere la volontà che di fatto hanno espressa! E, come al solito, nella sarabanda del post elezioni, tutti hanno vinto contro tutti, che, ovviamente, non possono che aver perso.

Tutto sommato, molti hanno vinto davvero: gli eletti, i clienti degli eletti, quelli che si sono venduti il voto, quelli che (notizie riportate dalla stampa nazionale) hanno lucrato sui pacchetti di voti o sui certificati elettorali, quelli che hanno stampato i manifesti elettorali e le schede fac simile, quelli che hanno fittato i locali per i meeting elettorali, quelli che hanno percepito ore di straordinario per il lavoro di preparazione negli uffici comunali o per l”allestimento dei seggi elettorali insieme a pochi altri.

Ha perso, caro direttore, solo la dignità, la coerenza, la partecipazione. O, se proprio la si vuole dire tutta, hanno perso unicamente i valori legati a parole mai sature come democrazia, moralità, partecipazione, trasparenza. “Fu così che divenni un naufrago della vita. Un umiliato. Uno straccio:Ora sono vecchio, stanco. Per dormire, ho un giaciglio nel Dormitorio Pubblico. Nella mia terra non mi hanno più voluto, e io ho dimenticato la mia (vera) lingua madre. Anche la lingua napoletana ho dimenticato. Tranne quattro parole, le sole che riesco ancora a biascicare. E che, ora che sto morendo, dico pure a voi, sommessamente, amaramente: -Come state? State bene?” (Luigi Compagnone, “Le rose di Baffone”, Araba Fenice, 1985).

ECCO PERCHÉ HA PERSO IL CENTRO-SINISTRA IN CAMPANIA

0
La disfatta dal centro-sinistra ha origine nel crollo di legittimazione e credibilità del governo regionale. Troppi i privilegiati per appartenenza e fedeltà.
Di Amato Lamberti

Anche i risultati delle elezioni amministrative testimoniano la fortissima avanzata del centrodestra ai danni del centrosinistra. In particolare, in Campania, dove tre amministrazioni provinciali governate da almeno tre mandati, vale a dire quattordici anni, dal centrosinistra sono passate, al primo turno, al centrodestra. Tre realtà diverse, Napoli, Salerno e Avellino,accomunate da uno stesso destino, pur con problemi molto diversi, sia a livello di territorio che di popolazione.

La punizione degli elettori è stata tanto forte e inaspettata, almeno per quanto riguarda le dimensioni, da far pensare ad uno o più fattori generali, se non strutturali, che abbiano giocato un ruolo decisivo. Sicuramente, come molti commentatori avevano presagito, un ruolo importante è stato svolto dal crollo di legittimazione e di credibilità del governo regionale di centro sinistra conseguente al disastro sociale e gestionale dell”emergenza rifiuti, con il corollario delle accuse di malversazione e dell”apertura di indagini della Magistratura.

L”intervento del Governo e dello stesso premier Berlusconi, che comunque ha avuto il coraggio di metterci la faccia, con un intervento-tampone ma comunque apparentemente risolutivo, anche perchè giocato con grande capacità mediatica, ha finito per togliere ogni credibilità al governo regionale, e, praticamente, restituirlo demonizzato, e con esso, tutto il centrosinistra, all”opinione pubblica. D”altra parte, il gioco è facile: poichè nessuno dei presidenti di provincia ha saputo e/o voluto contrastare il disastro che la Regione stava portando avanti, non sono potuti sfuggire all”accusa di essere stati consenzienti se non conniventi.

Ma io credo che il fattore più importante, che accomuna tutto il centrosinistra, al di là del fatto di governare la Regione, le Province o i Comuni, sia stato quello di privilegiare, anche in modo spropositato, l”appartenenza, la fedeltà, il comune sentire, nelle pratiche quotidiane di governo. Il risultato è stato quello della costruzione di un esercito di consulenti che hanno finito per sostituire anche funzionari e dirigenti delle pubbliche amministrazioni, ma anche quello dell”attivazione di innumerevoli gruppi chiusi di professionisti di fiducia, dai medici agli ingegneri, dagli avvocati agli architetti, dagli artisti ai cineasti e teatranti, con i quali occupare tutte le posizioni di direzione e comando e tra i quali spartire tutte le opportunità di incarichi, di consulenza, di presidenze, di consigli d”amministrazione.

In tutti questi anni, o facevi parte di questi gruppi chiusi (ricordate Diametro?), o non lavoravi; e questo a Napoli, a Salerno, ad Avellino, a Casoria, a Pomigliano, a Pozzuoli, ecc., ecc., dovunque governasse il centrosinistra. Il lato paradossale è che la sinistra andò al governo delle realtà locali con la parola d”ordine della lotta al sistema democristiano che privilegiava l”appartenenza sulla competenza. Nemesi storica: oggi è la destra che fa suo questo slogan, contro la sinistra che ne aveva fatto il suo cavallo di battaglia e di distinzione.

Siamo convinti che se ne dimenticherà presto, perchè il clientelismo, come si diceva una volta, è la forma consolidata di governo nel Mezzogiorno.

LA RUBRICA