CHIHIRO YAMANAKA AL THINGHEL TAHNGHEL, TRA SWING E ORIENTE

Il tour italiano della giovane pianista giapponese, acclamata dal gotha del jazz, ha avuto la sua unica tappa napoletana al Tinghel Tanghel (Materdei). In trio con Aldo Vigorito al contrabbasso e Miki Salgarello alla batteria.

Il Tinghel Tanghel ha ospitato Chihiro Yamanaka, giovane pianista che ha giĂ  affermato il proprio talento nel panorama del jazz contemporaneo. Dodici dischi all’attivo, miglior pianista in Giappone e acclamata in USA, Chihiro Yamanaka si è imposta tra le pianiste più importanti della scena jazz contemporanea. Nativa di Tokyo ma residente a New York, negli ultimi anni si è esibita in piano solo, in trio e con orchestra in jazz festival e venue tra le più importanti al mondo. Swing, ritmo, fender rhodes sparsi tra le pieghe dei suoi brani. Una giostra infinita di soluzioni musicali mai scontate, sorprendenti. Il tutto condito da una tecnica pianistica invidiabile e da uno stile impeccabile. Acclamata e premiata, anche se ancora non molto nota al pubblico italiano. La musicista ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti e si è esibita in importanti festival.

La serata è stata intensa, un clima intimo, la pianista si è esibita in trio con Aldo Vigorito al contrabbasso e Miki Salgarello alla batteria. Trascinante la musica. Forte la vicinanza con il pubblico che riempiva la sala e che ha apprezzato e applaudito l’esibizione. I brani hanno spaziato da Take Five a The Girl From Ipanema, Sing Sing Sing. Tante le commistioni e le citazioni, momenti in cui comparivano suggestioni o vere presenze musicali. Il suo talento è stato riconosciuto da subito. Sin dal diploma con il massimo dei voti al Berklee College of Music è stata acclamata come una delle musiciste e compositrici con il maggior potenziale internazionale.

Nel 2000 a Berklee ha ricevuto il Down Beat’s Outstanding Performance Award e ha vinto il concorso Sisters In Jazz. Vincitrice del HMV Award for the Best Jazz Album nel 2004, nel 2005 è stata votata come Best New Artist dallo Swing Journal, pubblicazione giapponese sul jazz. Ha iniziato a studiare musica a quattro anni. Studia al Royal Academy of Music in Inghilterra per poi continuare a studiare al Berklee, ha suonato con alcuni dei maggiori jazz man, inclusi Clark Terry, Gary Burton, George Russell, Curtis Fuller, Ed Thigpen, Nancy Wilson, George Benson ed Herbie Hancock.

Ha suonato nei templi della musica dal Kennedy Center in Washington, New York’s Carnegie Hall, ma anche nel Vienna State Opera House, nel JVC Jazz Festival in New York, the Lionel Hampton Jazz Festival in Idaho, il Tokyo Jazz Festival e in Italia all’ Umbria Jazz Festival.
Il suo ultimo lavoro è Forever Begins, in tour in Europa da inizio febbraio, la tappa napoletana è stata l’occasione per conoscere la sua musica dal vivo. George Russell l’ha definita "una musicista molto dotata e creativa" ed il magazine giapponese Jazz Life l’ha descritta come "una dei più grandi talenti nel jazz degli ultimi decenni".

Per seguire i week end del Tinghel Tanghel: www.tinghel.org – info&prenotazioni: events@tinghel.org – Direzione Artistica: Tiziana Verdoscia.

SE IL DOCENTE NON FA L’APPELLO VA IN OMISSIONE DI VIGILANZA

Il drammatico caso di una minorenne suicida nel bagno della scuola, ha fatto emergere l”accusa di omissione di vigilanza nel caso il docente non rilevi presenze e assenze degli allievi in classe.

Caso
I genitori di M., alunna minorenne, di un istituto magistrale, hanno denunciato il Ministero della Pubblica Istruzione per ottenere il risarcimento dei danni sofferti in conseguenza della morte della figlia, verificatasi nell’istituto scolastico.

La mattina del 13 giugno del 1996, come di consueto, la figlia minore M. saluta la madre per recarsi nell’istituto magistrale che frequentava.
Intorno alle ore 9:00 circa, si consumava la tragedia: M. veniva rinvenuta impiccata all’interno di un bagno dell’istituto scolastico.
La mamma si chiedeva e si chiede come mai, pur essendo vuota la sedia del banco occupato dalla figlia M. dalle ore 8:10 , inizio delle lezioni, fino al momento dell’evento letale, l’insegnante presente nell’aula non ha annotato sul registro di classe le assenze degli studenti.

Il genitore ipotizza, quindi, che l’insegnante non era in classe e la figlia è andata nel bagno senza nessuna autorizzazione. Tale dubbio si insinua nella mente della mamma perché, a suo giudizio, se la figlia fosse andata in bagno autorizzata dall’insegnante, successivamente, il protrarsi dell’assenza dell’alunna avrebbe indotto la stessa insegnante a mandare le altre alunne o il personale ATA a controllare dove fosse o se si sentisse male. Neanche vale l’ipotesi contraria e cioè che l’alunna si sia recata direttamente nel bagno senza passare per la classe, perché resta un dato di fatto: le presenze quel giorno non sono state annotate sul registro di classe.

Decisione
In ogni caso, il comportamento minimo che ad un educatore viene richiesto è, quantomeno, quello del controllo circa la presenza dell’allievo all’interno dell’istituto scolastico ed un conseguente controllo circa i suoi spostamenti durante l’orario scolastico.
Detto controllo avrebbe, infatti, consentito di verificare se i normali poteri di vigilanza da parte degli insegnanti erano stati correttamente esercitati (monitorando la presenza dell’allieva M.) o se, invece, il comportamento della minore era stato tale da sottrarsi completamente al controllo di chiunque avesse potuto anche solo impedirle di procurarsi un qualunque danno.

In sostanza, non è stata data, da parte del Ministero, la prova di una seppur minima vigilanza sull’operato della minore M. dopo il suo ingresso all’interno dell’istituto scolastico. Né controllando se la minore fosse entrata o meno nell’istituto, né annotando le presenze degli allievi sul registro di classe, né, tantomeno, controllando gli spostamenti della minore dall’aula in qualunque altro punto dell’istituto.

Nel caso prospettato i dubbi della mamma vengono confermati da Tribunale che ritiene sussistere, dunque, la responsabilitĂ  del Ministero a causa dell’omissione, da parte dell’insegnante istituzionalmente preposto al controllo dell’allieva M. nella giornata del 13 giugno 1996 e nell’orario in cui è avvenuto il decesso, del controllo e della vigilanza alle quali era tenuto. (Tribunale di Catanzaro Sezione I civile Sentenza 18 maggio 2009)
 

LA RUBRICA

IL POPOLO MINUTO DI NAPOLI

Il modello della societĂ  napoletana è tutto rappresentato nelle bettole del popolo minuto: dietro ai bagliori dei colori caldi c”è spesso il disfacimento delle cose e degli animi. Di Carmine CimminoPer tutto l’Ottocento, nei documenti d’archivio, nelle memorie dei viaggiatori e nei racconti degli scrittori napoletani, e perfino nei quadri e nelle fotografie, il popolo minuto di Napoli vive la sua vita quotidiana in un solo modo: come in preda a una febbre, che esaspera i gesti, i movimenti e la voce. Rumori, clamori, flussi di folla, silenzi si stagliano netti in una luce che Dupaty definì inesorabile, e che arroventa con i suoi riflessi anche il buio dei vicoli e delle topaie, in cui si ricovera un’umanitĂ  estrema. Nelle donne del popolo minuto la tensione è spesso patetica e teatrale, perché quelle donne sono sempre madri e sorelle e amanti, e dunque si sentono in diritto di partecipare alle pene degli uomini, in nome di uno stato dell’anima che una studiosa ha classificato come privilegio della sofferenza.

La taverna è il luogo in cui questa febbre si manifesta nei gradi e nei toni più accesi. Non c’è posto per l’idillio nelle bettole del popolo minuto di Napoli, e nessuno ha descritto questa veritĂ  più realisticamente di Vincenzo Migliaro. Nel quadro Una taverna napoletana (a corredo del pezzo, ndr) l’uomo che sta tracannando l’ultimo sorso e la porta della taverna sono fatti della stessa materia, un legno vecchio, corroso, che si tiene ancora insieme, ma che da un momento all’altro può scompaginarsi. L’uomo è colto nell’attimo in cui le gambe si irrigidiscono in un estremo impulso, prima di piegarsi. Lo stanzone è un nero budello incastrato a colpi pieni di colore tra la crosta lucida del fondo e la luce del primo piano che è densa, ma non sfavillante: appare smorzata dal contatto con i muri sporchi, sbiaditi, con la superficie corrugata e irrequieta delle cose: quasi che anche le cose abbiano la febbre.

La donna indossa un abito e uno scialle di integro tessuto e di colore smaltato e compatto. Non appartiene a quel mondo di cose, pare in grado di resistere all’attrazione del buio budello, di questo Tartaro dell’ubriachezza. È venuta a prendersi l’uomo, a portarlo via: vuole accoglierlo nel cavo dello scialle proteso sul braccio destro, e l’invita con il moto del capo: non vediamo il suo sguardo, ma dalla particolare inclinazione della testa siamo autorizzati a pensare che sia un’occhiata severa e ironica, materna e innamorata.

Nel quadro dedicato alla Taverna dell’onda d’oro (VEDI) persone e cose hanno un solo colore, un giallo itterico, da malaria. Anche qui lo stanzone della bettola è un vacuo nero che divide luce da luce, anche qui la luce è una sostanza vischiosa, in cui stanno per sciogliersi le forme nere, il pergolato in fondo, i pali, e anche le figure in primo piano: l’ostessa che dorme o finge di dormire, il posteggiatore cieco, che indossa una deforme palandrana, la ragazza che lo sorregge e intanto all’occhiata ammiccante dell’oste, opaca sintetica macchia all’interno del buio della bettola, risponde con un’ occhiata che vorrebbe essere solo sdegnosa e invece appare anche interessata.

Nel quadro La pagliarella (VEDI) l’uomo, il capo chino su un piatto di spaghetti, è immerso nell’ombra stinta dello spazio coperto dalla pergola: è una sagoma nera tra le nere forme di pali, di tronchi sottili, di rami che si incrociano. Nel verde nero delle masse delle foglie filtrano macchie di luce gialla e rossa. La luce dell’ampio paesaggio che sta oltre la pagliarella si indebolisce in alcune gradazioni di celeste intorno al fumo delle ciminiere di Bagnoli e sull’acido giallo dei cespugli di ginestra. Tutto il primo piano è occupato da una splendida popolana, costruita con i colori della luce che filtra tra gli strati più alte delle foglie: il rosso del foulard e il cupo arancione della gonna ritornano fusi nel profilo del volto.

La donna, sostenendosi sul braccio teso, appoggia la mano destra sul pilastro del cancello, e porta la gamba destra verso di noi; ma guarda verso l’uomo che sta sotto il pergolato, e la natura del suo sguardo, che non vediamo, è tuttavia svelata dal braccio sinistro piegato sul fianco, e dall’anca che sopporta il peso del corpo. È una posa loquace: vuole dire rimprovero, sfida, fastidio, e attraverso la congiunzione con il nitido profilo del volto, anche disillusione e stanchezza. In questi tre quadri c’è una salda unitĂ  formale, costruita sulla sapiente coordinazione delle linee e delle masse.

E tuttavia vi è rappresentato un mondo sconnesso e disarticolato: il tartaro buio della locanda ne occupa il centro, proprio per impedire che gli sguardi si incontrino. Cose e persone parlano attraverso un verboso silenzio: ma nessuno ascolta, i piani si contrappongono attraverso paradossali accoppiamenti di forme scure e di forme chiare.

Le bettole del popolo minuto, a Napoli e in tutta la Campania Felice, riproducono il modello della societĂ  che sta fuori, nella luce: un aspro pessimismo, la disillusione, l’abitudine alla dissimulazione, la cultura della violenza che spesso si nasconde sotto le apparenze del sentimentalismo lacrimoso e patetico, nel dolce inganno della canzone napoletana. Della sua musica. I testi, a leggerli nudi, sottratti al fascino delle note, risultano spesso dettati da un’aspra disperazione. Perché poi tutto si celi nelle onde di una musica tonda e struggente, è uno dei misteri dello spirito napoletano. E ciò vale anche per la pittura.

Non ingannino i colori caldi di luce, il cromatismo del rosso arancio e dei bruni ardenti: in fondo a questi bagliori c’è spesso il disfacimento delle cose e degli animi. È probabile che ancora una volta il popolo napoletano possa, aggrappandosi alla sua storia e alle sue tradizioni, sottrarsi alla palude che aspetta di inghiottirlo: a patto che si riconosca che le tradizioni e la storia di Napoli sono uno splendido smalto su una trama fitta di ombre. Del resto, lo sfavillio della luce si percepisce solo se dietro c’è lo schermo del buio.
(Fonte foto: Quadri di Vincenzo Migliaro, Una taverna napoletana; Taverna dell’onda d’oro; La Pagliarella)

TAVERNA DELL’ONDA D’ORO

LA PAGLIARELLA

LA RUBRICA

IL FEDERALISMO O É SOLIDALE O NON É

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Il federalismo rischia di essere più una minaccia che una promessa. In particolare, se ai Municipi sarĂ  dato il potere di aumentare le tasse a livello locale. Di Don Aniello Tortora

La discussione sui decreti attuativi del federalismo fiscale, svoltasi in questi giorni in un clima politico convulso, ha lasciato i contenuti della riforma sullo sfondo a vantaggio di opposte strumentalizzazioni politiche.
Il tema in discussione è stato la potestĂ  fiscale dei Comuni. Al centro di una trattativa dell’esecutivo con l’associazione che riunisce i municipi italiani, conclusasi con un sostanziale accordo.

I Comuni si sono trovati in mano, a causa della situazione politica, un potere contrattuale sovradimensionato, e ne hanno fatto, dal loro punto di vista, buon uso. La potestĂ  fiscale dei municipi ne è risultata largamente accresciuta, i tetti previsti per le imposizioni sulle tasse comunali, a cominciare da quella sui servizi, sono stati elevati così come la possibilitĂ  di introdurre, perfino retroattivamente, addizionali locali sui tributi nazionali. Il rischio che si corre, se tutte queste imposizioni verranno messe in atto in modo generalizzato e simultaneo, è che il federalismo produca un aumento del carico fiscale invece della sua promessa graduale riduzione. Sul piano della percezione, è evidente che il federalismo tende a trasformarsi da una promessa in una minaccia (di «stangata»).

La Lega Nord, che al federalismo ha legato la sua fortuna politica, dovrebbe trarre argomento di riflessione da queste circostanze e rendersi conto che più dell’urgenza di portare a casa un provvedimento in fretta dovrebbe concentrarsi sulla sua effettiva efficacia e sul modo in cui essa verrĂ  accolta dalla popolazione. Naturalmente esiste anche l’altra faccia della medaglia. Le amministrazioni locali che disporranno di una più ampia possibilitĂ  di scelta sul reperimento delle entrate saranno anche più responsabili di fronte ai cittadini, che potranno misurare meglio il rapporto tra servizi erogati e contributi richiesti. Da questo punto di vista, l’ampliamento delle possibilitĂ  di autogoverno locale, finora soffocato dalla finanza derivata, potrebbe innescare un circolo virtuoso, che però non è certo garantito in partenza.

A proposito di federalismo ho letto ultimamente un’intervista al prof. Stefano Zamagni, economista, docente e presidente dell’Agenzia delle Onlus, il quale afferma che il federalismo, a partire dalla concezione di don Sturzo, è nel dna dei cattolici.

“Lo Stato, ha affermato il Professore – deve sostenere cooperative e imprese sociali che possono lavorare nel mercato dei servizi alla persona oppure piccole imprese. Per esempio, completare la riforma del libro primo e titolo secondo del Codice civile che regolamenta l’impresa sociale. Una riforma giĂ  avviata e che poi si è arenata in Parlamento. E con l’istituzione di una borsa sociale per finanziare cooperative e imprese con capitali privati sganciandoli, in questa fase di tagli della spesa pubblica, dalle convenzioni con l’ente locale. Questi provvedimenti a sostegno di domanda e offerta, con pochi investimenti farebbero ripartire la crescita con occupazione. Le misure assistenzialistiche ai poveri sono invece poco efficaci”.

Anche sul quoziente familiare il Prof. Zamagni, ribadendo che bisogna chiedere di più, ha detto:. “Posso in parte condividere le critiche degli oppositori di questa rivoluzione fiscale. Vi sono soluzioni in teoria meno costose per l’erario per diminuire le tasse al soggetto produttore di reddito con figli a carico quali detrazioni fiscali e controlli rigidi. Ma questo in Italia non è sostenibile perché richiederebbe contribuenti molto onesti e nuove assunzioni di controllori, oggi impossibili. Allora applichiamo subito il quoziente familiare se vogliamo dare una prospettiva al Paese. Ma è condizione necessaria, non ancora sufficiente”.

Secondo il noto economista cattolico, poiché studi economici dimostrano che la natalitĂ  nel Belpaese cresce se si aumenta il reddito dei genitori con il quoziente e se si ripensano gli orari produttivi di madri e padri in base alle esigenze famigliari, sarĂ  necessariamente indispensabile fare scelte politiche in questo senso.

Circa poi l’UnitĂ  d’Italia, valore irrinunciabile per la riforma federale, il Prof. Zamagni crede molto che una nuova organizzazione dello Stato aiuterĂ  lo sviluppo. E così ha dichiarato:”Sono per il federalismo solidale, a patto che non diventi una scusa per frenare il federalismo. Noi cattolici siamo soci fondatori dello Stato unitario. Ma il federalismo è nel nostro dna, basta pensare a don Sturzo. Dovremmo trovare la forza di guidare la riforma federale con la solidarietĂ  e la sussidiarietĂ , che abbiamo introdotto soprattutto noi nella nuova Costituzione nel 2001. È questa l’unica speranza di sviluppo per il 33% degli italiani che vive nel Mezzogiorno”.

Tenendo presente quanto ci insegna il Prof. Zamagni su questa materia, a me pare proprio che il vero banco di prova del federalismo sarĂ  quando si giungerĂ  al prossimo capitolo: quello del federalismo regionale che include la materia della sanitĂ , con la relativa definizione dei livelli essenziali di assistenza.

È sempre bene ricordare a tutti, particolarmente a quelli della Lega, che il vero federalismo (sturziano) è un processo che parte dalle autonomie e cerca un patto (foedus) per l’unitĂ . Scopo del vero federalismo è la solidarietĂ  in vista dell’unitĂ  e non l’egoismo di qualche parte per ulteriori divisioni (ce ne sono giĂ  tantissime!) Nord-Sud.
La chiesa sarĂ  in Italia sentinella del vero federalismo sturziano, cioè solidale.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DI DON ANIELLO TORTORA

LA VIA D”USCITA PER NAPOLI CE LA INDICA SAN GENNARO

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Gli enormi problemi del capoluogo e del suo hinterland spesso fanno perdere di vista quanto di buono c”è e si propone. In vista, una mostra eccezionale sul “Tesoro di S.Gennaro”. Di Amato Lamberti

Sono mesi, se non anni, che parliamo solo di rifiuti, inquinamento, dissesto idrogeologico, percolato sversato in mare, depuratori che non funzionano, inceneritori che avvelenano l’atmosfera, organizzazioni criminali, politici incapaci e inefficienti, cittĂ  brutte e invivibili. La cronaca nera sembra aver occupato tutti gli spazi di ogni possibile riflessione. Ogni tanto ci ricordiamo anche dei problemi del lavoro che non c’è, della disoccupazione che avanza, delle fabbriche che chiudono, del turismo che langue, ma leghiamo sempre tutto alle situazioni di invivibilitĂ  del territorio, alla presenza ossessiva delle organizzazioni camorristiche, ad un ceto politico affaristico, clientelare e inefficiente.

Tutto vero, ma viene il dubbio che l’arte di piangerci addosso, storico appannaggio del Mezzogiorno, ci abbia preso la mano e ci impedisca di vedere quello che di buono pure si produce e, soprattutto, di immaginare possibili vie d’uscita da una situazione francamente insopportabile. L’occasione di questa riflessione me l’ha data una iniziativa finora passata sotto silenzio dai media locali e nazionali: la mostra “Le pietre della devozione. Le meraviglie del tesoro di S.Gennaro”, che si svolgerĂ  a Napoli, in diversi luoghi del Centro storico, dall’8 aprile al 12 giugno 2011.

Forse non tutti sanno che il “Tesoro di S.Gennaro”, peraltro famosissimo anche se poco conosciuto, si compone di 21.000 opere di grandissimo valore artistico ed economico, accumulatesi dal 1526 attraverso donazioni di regnanti, papi, principi della Chiesa, ambasciatori dei più lontani paesi, lasciti di famiglie nobiliari napoletane, ma anche artigiani, imprenditori , congregazioni religiose. Un tesoro di inestimabile valore e di eccezionale bellezza che testimonia anche le capacitĂ  creative di un artigianato orafo che a Napoli ha raggiunto livelli elevatissimi che lo portarono a primeggiare nel mondo. La particolaritĂ  di questa mostra è quella di utilizzare diversi contenitori sparsi sul territorio, in modo da costituire una sorta di museo diffuso che valorizza oltre alle opere esposte anche i contenitori storici che li contengono.

Oltre al Museo di S.Gennaro, nella apposita Cappella nel Duomo di Napoli, dove saranno esposti gli oggetti sacri d’oro e le più antiche pergamene, la mostra si articola nel Museo diocesano,dove saranno esposti i busti d’argento dei santi protettori di Napoli; nel Duomo, dove saranno esposti gli arredi sacri e i busti d’argento del Tesoro vecchio; nella sacrestia dei Girolamini, dove saranno esposti gli argenti e i candelabri; nel Pio Monte della Misericordia, dove saranno esposti antichi paramenti e la portantina con la quale si portava il santo in processione; nell’Archivio storico del Banco di Napoli, dove saranno esposti documenti ed atti del 500 e del 600 che testimoniano la devozione al Santo e le donazioni più importanti.

Una mostra eccezionale, anche per il numero delle opere presentate, oltre che per la modalitĂ  di utilizzare location diverse, tutte prestigiose e meritevoli di particolare attenzione per il patrimonio posseduto. Una iniziativa importante, che ho piacere di promuovere, anche perché dimostra che per la valorizzazione della cittĂ  di Napoli si potrebbe, meglio dovrebbe, partire dall’immenso tesoro di opere d’arte accumulato nei musei, nelle chiese, nei castelli, nei palazzi nobiliari e che giace spesso nascosto, seppellito nella polvere degli scantinati. Molti ricorderanno le mostre eccezionali che negli ultimi trenta anni sono state proposte a Napoli, al Museo di Capodimonte, come a S.Martino, a Castel S.Elmo, alla Villa Floridiana, alla Villa Pignatelli. La mostra sul Seicento, la mostra sul Settecento, La mostra sugli argenti dei Borbone, e tante altre.

La mia proposta, purtroppo inascoltata, è sempre stata quella di rendere permanenti queste mostre, utilizzando come contenitori i tanti palazzi storici, a cominciare da Palazzo Reale, Il Maschio Angioino, Castel dell’Ovo, Castel S.Elmo, Castelcapuano, l’Albergo dei Poveri, ma anche tanti altri palazzi privati, come Palazzo Maddaloni, tanto per fare un esempio. Insieme con le Chiese monumentali e con i chiostri, come quelli di S.Maria la Nova e di S.Chiara, che sono un trionfo di opere d’arte tutte da ammirare, si sarebbe realizzato il più grande museo diffuso del mondo, anzi, la cittĂ  sarebbe diventata un enorme Museo nel quale ammirare i tesori d’arte che la cittĂ  ha accumulato nei secoli. Con una adeguata organizzazione e pubblicizzazione Napoli sarebbe potuta diventare una meta obbligata del turismo nazionale e internazionale, come Roma, Firenze, Venezia.

L’industria turistica, con alberghi, ristoranti, teatri e con una enorme ricaduta occupazionale, si sarebbe veramente sviluppata, favorendo anche la ripresa di quelle attivitĂ  artigianali, dell’oreficeria, dell’argenteria, dell’ebanisteria, della ceramica, che l’avevano resa famosa nel mondo. Lo sviluppo di una vera e propria industria del turismo avrebbe anche prodotto riqualificazione dei palazzi, delle strade e delle piazze, oltre all’eliminazione di gran parte della disoccupazione, della povertĂ , della criminalitĂ . Lo sviluppo ha sempre bisogno di un volano.

Per Napoli bastava, e basta ancor oggi, mettere in mostra e valorizzare i tesori d’arte spesso inaccessibili, nascosti, dimenticati e ricostruire, attorno ad essi, tutta la vita culturale e sociale della cittĂ . Il patrimonio di opere d’arte è enorme, ma è grandissimo anche il patrimonio culturale, basti pensare alla musica e al teatro. Mettere insieme in un unico tesoro da mostrare e far vivere a tutto il mondo è certamente una grande impresa, che però si può fare, e che può veramente far rinascere Napoli.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DI AMATO LAMBERTI

I BRIGANTI NAPOLETANI GODEVANO DI “BUONA STAMPA”

I documenti storici testimoniano una percezione doppia da parte delle truppe impegnate nella repressione del brigantaggio post-unitario. I briganti vesuviani erano considerati meno feroci di quelli dell”area nolana. Di Carmine Cimmino

Nel sec. XVIII i diari dei viaggiatori e il romanzo gotico (in particolare, quelli di Ann Radcliffe) costruirono un’immagine degli Italiani che era un tenace impasto di doppiezza, slealtĂ , malizia, lussuria, violenza, ferocia. E anche se sul finire del secolo l’Italia viene sostituita come palcoscenico di orrori agghiaccianti dalla Transilvania, patria di Dracula, e a Ginevra Mary Shelley fa nascere il dottor Frankenstein, l’Italiano continua a portarsi addosso, nella percezione degli europei e degli americani, – prima ancora che prenda forma, negli Stati Uniti, la fama sinistra di padrini e picciotti – l’odore della congiura e della violenza.

Nella Londra tetra di Sherlock Holmes e in quella di poco più luminosa di Hercules Poirot, un italiano compare talvolta nel ruolo dell’assassino prezzolato, e le sue armi sono il coltello e il veleno. All’interno di questa percezione si dispongono punti di vista diversi. Il Galanti e poi il De Renzi, i funzionari francesi degli anni di Murat e cronisti e viaggiatori inglesi e tedeschi fissano un modello in cui il camorrista e il brigante napoletani hanno tratti di gentilezza e di dignitĂ  talvolta anche nobile, mentre l’Irpinia da una parte e le prime balze del Cilento dall’altra sono le porte di un mondo a sé, che non ha nulla in comune con la civiltĂ  della pianura.

È un mondo di nere e interminabili foreste, di dirupi scoscesi, grotte, burroni minacciosi, in cui le donne dei contadini e dei pastori conoscono sortilegi e pratiche magiche, e i loro uomini hanno conformato aspetto e comportamenti a quelli degli animali selvatici. Edward Lear, che visita la Calabria nel 1847, così apre il suo diario: Il nome di Calabria in se stesso ha non poco di romantico…Appena il nome è pronunziato, un nuovo mondo si presenta alla nostra mente: torrenti, fortezze, cave, briganti e cappelli a punta, la signora Radcliffe e Salvator Rosa, costumi e caratteri, orrori e magnificenze senza fine.

La percezione dell’ orrore magnifico di un mondo in cui la natura è intatta e la storia è ferma ai primordi e dunque svela, a chi sa osservare, i suoi principi arcani, ispira nel secondo Ottocento le pagine non solo del lucano Petruccelli della Gattina, ma anche quelle del piemontese Tarchetti e del toscano Fucini, e tra il 1943 e il 1944 detta a Carlo Levi alcuni splendidi passi di Cristo si è fermato ad Eboli.
Testimonianze di questa percezione doppia si trovano anche nei documenti ufficiali delle truppe impegnate nella repressione del brigantaggio post-unitario.

Nelle relazioni la violenza dei briganti vesuviani non è mai descritta nei termini di una ferocia animalesca, e nelle schede degli arrestati si annotano, tutt’ al più, i segni che il vaiolo e le armi hanno lasciato sul loro corpo, e i buchi per gli orecchini. Di Luigi Auricchio, di Terzigno, uno dei più violenti compagni del brigante Pilone, i carabinieri scrivono che è povero, celibe, analfabeta, incensurato, ha capelli e occhi castagni, barba nascente, naso e mento regolari, orecchi bucati. Pilone, il suo luogotenente Ludovico Perugino, detto Piloncino, e Vincenzo Barone conquistano, con il loro fascino, la calda ammirazione delle figlie e delle mogli dei galantuomini.

Ma la musica cambia giĂ  quando entrano in ballo i briganti della banda La Gala, che semina il terrore tra Caserta, Nola e il Vallo di Lauro. Al di lĂ  dei dati oggettivi e delle diverse origini sociali, i membri di questa comitiva vengono descritti come belve sanguinarie prima dai verbali di carabinieri e soldati, che non escludono nemmeno il truce sospetto di cannibalismo, e poi dalle relazioni scientifiche (o pseudoscientifiche). Biagio Miraglia, antropologo e frenologo, giudica la testa di Domenico Papa, accolito di Della Gala, "più mostruosa di quella del Caraibo", modello di ferocia e di stupiditĂ  e anche di quella inclinazione a gustare la carne umana che veniva attribuita ai selvaggi delle foreste caraibiche e amazzoniche: una testa prossima alla forma del ributtante capo di iena e di coccodrillo.

Per Papa non c’era speranza alcuna di redenzione; ma quasi peggio di lui stava Giona La Gala, che a dire dello studioso portava in faccia la ferocia e la vigliaccheria insieme, mentre Cipriano aveva una fisionomia più complessa del fratello: ha qualche cosa tra l’imbecille e il sospettoso. La negra e folta barba del mento in contrasto di una fronte schiacciata gli dĂ  la mostra della stupida superbia del rettile…Un segno di elevazione dell’organo della benevolenza in questo cranio è contraddetto dall’organo della distruzione: gli impeti di quest’ultimo avrebbero potuto essere temperati alquanto dalla benché lieve attivitĂ  di quello. E invero diceva Domenico Papa che Cipriano allontanavasi in quei momenti in cui Giona con freddo e truce animo mutilava e scannava vittime innocenti.

Tra quegli uomini, commenta con amarezza il Miraglia, anche chi aveva frequentato le scuole, come Giovanni D’Avanzo, diventava un animale feroce. È probabile che alla base di questi truci ritratti ci fossero, oltre che qualche dato oggettivo, anche il disprezzo e il risentimento di soldati e di carabinieri che la banda impegnò a lungo in cacce e scontri sanguinosi. Cipriano aveva iniziato la sua avventura con un’azione clamorosa. Il 16 luglio 1861 i briganti, travestiti da Guardie Nazionali, entrarono nel carcere criminale di Caserta col pretesto di dover consegnare i due malfattori che si trascinavano dietro: erano, ovviamente, due loro compagni, che, carichi di catene, recitavano con naturalezza la parte.

In un lampo, la comitiva si impadronì delle chiavi dei custodi e aprì le celle. Vennero così liberati 99 detenuti, e tra questi Giona e Romano, fratelli di Cipriano, la madre, la sorella, e Giovanni D’ Avanzo l’intellettuale.
Nella repressione del brigantaggio i comandi militari si servirono della fotografia per diffondere tra i galantuomini il rassicurante messaggio che i briganti erano solo dei brutali assassini, non erano in grado di credere in valori e principi, e dunque non meritavano rispetto né da vivi né da morti. I briganti uccisi venivano prima acconciati in posizioni umilianti e dissacranti, e poi esposti al pubblico e fotografati.

In quegli stessi anni, i tecnici delle truppe americane adottarono gli stessi criteri nel fotografare i corpi degli indiani uccisi. L’Esercito Italiano cercò di evitare in ogni modo che i briganti, vivi e morti, venissero ritratti dai disegnatori, e perciò ci fu qualche aspra polemica con i giornali inglesi che preferivano corredare gli articoli con disegni, spesso eseguiti da artisti di notevole livello, piuttosto che con fotografie. I disegnatori tendevano a idealizzare e a ingentilire: lo dimostra il ritratto a matita del brigante Gaetano Manzo, eseguito nel dicembre del 1865 dall’inglese Williams Moens, che da Manzo era stato sequestrato a Battipaglia, mentre tornava da una gita a Paestum.

La matita di Moens pulisce il profilo del brigante,– il naso aquilino, lo sguardo diritto, la dignitĂ  della barba -, e gli conferisce un’espressione vigorosa e nobile, che richiama sorprendentemente quella di Giuseppe Garibaldi nel ritratto che Eleuterio Pagliano eseguì nel 1866. L’ironia del caso e le follie dell’arte.


(Fonti: La foto con i cadaveri di Gaetano Tancredi detto Tranchella e di suoi due compagni, fucilati a Persano il 23 novembre 1864 è stata attribuita a George Sommer. Fa parte della Civica Raccolta delle Stampe “ Achille Bertarelli “. Questa foto e il disegno di Moens, in xilografia, sono stati più volte pubblicati, e tra gli altri, da Ugo di Pace nel libro Quattro mesi tra i briganti).

LA STORIA MAGRA

LE RADICI DELLA DIFFICOLTÁ DEL RISCATTO DI NAPOLI NEL ROMANZO DI STRIANO

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Incontro con Raffaele Messina, autore della prefazione del libro di Vincenzo Striano: Il resto di niente. Una lettura significativa per i giovani studenti. Di Annamaria Franzoni

L’ 8 Febbraio il suono della campanella delle 9.00, momento d’inizio dell’ora di Italiano nella classe II G del Liceo Mercalli, ha segnato l’inizio di una lezione vivacizzata dalla presenza di aula del prof. Raffaele Messina, che fino al quel momento aveva costituito per i miei alunni soltanto l’autore della prefazione e il curatore delle note dell’ultimo libro “mensile” letto e che tanto li aveva appassionati: “Il resto di niente” di Vincenzo Striano.

Infatti proprio dall’interesse mostrato dai ragazzi e dai numerosi quesiti nati nell’ambito della tavola rotonda sull’affascinante libro letto, mi è venuta l’idea di proporre al prof. Messina una lezione di italiano in codocenza sulle problematiche emerse dalla riflessione sul libro di Striano e dall’inevitabile parallelo con il romanzo manzoniano oggetto di studio di quest’anno.

Dopo una magistrale introduzione sull’argomento, si è immediatamente creata una condizione relazionale positiva tra il docente e i ragazzi la cui prima curiositĂ  è stata quella di sapere come fosse nato l’incontro con l’opera di Striano e se lo avesse conosciuto in vita.

Il prof. Messina ha dato un’ampia ed accurata risposta a questa e a numerose altre curiositĂ , raccontando di aver ricevuto dall’autore una copia autografa dell’opera e di non averla, in un primo momento, particolarmente apprezzata, così come in fondo era capitato alle case editrici che tra l’82, anno di conclusione dell’opera, e il 1986 non avevano mostrato alcun interesse o si erano limitate a differire una risposta definitiva.

Nel 1986 il capolavoro di Striano esce per l’editore scolastico Loffredo, con cui egli aveva giĂ  pubblicato alcune antologie innovative. Finalmente arriva il meritato successo di un libro che, in particolare per i napoletani, costituirĂ  un valido apporto nella ricostruzione di una identitĂ  complessa della cittĂ  partenopea, delle sue contraddizioni, delle sue passioni, del suo modo di non sapersi riscattare da un “dominio” che scende, in ogni epoca, a patto con i “lazzari”, mai debellati dalla nostra cittĂ .

Il piacere della lettura nasce quindi principalmente dall’individuazione in esso del nostro presente e gli interventi di Ciro, Gabriele, Vincenzo ed altri sono tutti orientati alla speranza che ci possa essere un cambiamento e che rispetto alla libertĂ  della sopraffazione, alla libertĂ  di violare la legge, possa affermarsi la “LibertĂ ” in nome della quale Eleonora Pimentel de Fonseca, Cuoco, Lomonaco, Cirillo, Pagano, Serra, Caracciolo, Ciaia, De Deo, Fasulo e tanti altri hanno sacrificato le proprie giovani vite.

I loro “eredi mai nati” trovano in questi giovani la speranza di una fattiva risposta alla Napoli che si oppone alla violenza e al trionfo del libertinaggio sulla democrazia, e quindi la concreta possibilitĂ  di realizzare la legalitĂ , la giustizia e la democrazia, in modo attivo, consapevole e partecipato.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

LA BOCCA E LA FACCIA DA CAFFÉ

Quanti ricordi, e quanta poesia, sgorgano grazie al ritrovamento di un vecchio arnese, l” abbrustulaturo, per tostare il caffè. Per Domenico Rea esistono “una bocca e una faccia da caffè”. Di Carmine CimminoScavando tra i vecchi arnesi ammassati in cantina – pare che sia una moda-, ho trovato, nascosti dietro una macchina per cucire Singer, un braciere di ottone, il maestoso, intatto asciuttapanni e, nero nell’angolo più buio, l’ abbrustulaturo. Molti anni fa il caffè crudo costava meno di quello giĂ  tostato. La tostatura era un esercizio domestico. I chicchi venivano messi nel cilindro che una manovella mossa da mano esperta faceva ruotare sulla griglia cosparsa di viva brace; di tanto in tanto si apriva la finestrella di quello strumento di tortura, e si controllava il colore dei chicchi: ad ogni apertura, l’aroma inebriante irrompeva in dense volute per la cucina, e si diffondeva all’esterno attraverso la finestra.

L’operazione terminava solo quando il colore dei chicchi si faceva manto di monaco, e cioè un misto di bruno Van Dick e di terra di Siena bruciata. A quel punto, gli acini neri e ancora di fuoco venivano sparsi su un cartone, e separati l’uno dall’altro con una bacchetta giĂ  impregnata dell’odore di cento altre tostature. Si raffreddavano a poco a poco, e prima che si spegnesse l’ultima traccia di calore, sprigionavano un estremo guizzo di profumo assai intenso: come i cigni, di cui si raccontava che solo in punto di morte riuscissero a cantare con voce melodiosa. Freddi, i chicchi erano pronti per la tortura del macinino, che li stritolava rumorosamente in una polvere densa e varia al tatto, e colma di segreti segni, che l’acqua della fontana e la macchinetta napoletana avrebbero tentato di sciogliere.

C’è chi crede che nei fondi di caffè siano scritte notizie sul futuro. L’ultima volta che vidi celebrare in casa mia il rito dell’abbrustulatura fu intorno al 1965, quando arrivò dall’ Argentina – l’Argentina era allora tra i Paesi più ricchi del mondo – un fratello di mio padre, con un carico di cose buone per noi, che portavamo ancora negli occhi non dico il ricordo della fame, ma certamente l’irrequietezza di chi troppo a lungo si è accontentato del poco. Dalle valigie uscirono molti chili di caffè crudo, una scorta di carne in scatola – sui barattoli galoppava l’immagine di un gaucho – , caramelle, biscotti, e perfino un aggeggio che serviva a succhiare l’infuso della yerba maté. E poi crudeli fotografie dei parenti lontani, tutti intenti non a pensare a noi, ma a contemplare vitelli interi trapassati da spiedi enormi e sospesi su tappeti di braci in bianco e nero.

Non mi permetterò di fare l’elogio del caffé napoletano, su cui è giĂ  stato detto e scritto tutto, o quasi: il caffè non si è fatto mancare niente: locali, salotti, giornali, canzoni, racconti, romanzi, film, e anche crimini: buona parte della storia nera d’Italia sta scritta nei fondi dei caffè che furono fatali a Gaspare Pisciotta, l’assassino del bandito Salvatore Giuliano, e a Michele Sindona: sapevano troppo, e un caffè corretto al veleno li ridusse al silenzio eterno.
Parlerò di Domenico Rea, e della sua memorabile tesi, che esistono “una bocca e una faccia da caffè.”.

Aveva, l’una e l’altra, Edoardo Scarfoglio, il fondatore del Mattino, il volubile marito della Serao: Edoardo Scarfoglio – scrisse Don Mimì Rea – aveva finito per prendere la forma fisica del caffè. Aveva la così detta bocca da caffè: le labbra schifate del prossimo, gli occhi di una intelligenza spogliatrice, una maniera di star seduti come se fosse sempre sul punto di scivolare. E forse per questo, Francesco Cangiullo, geniale intellettuale napoletano, poeta e artista futurista, insaziabile consumatore di caffè, inventò una sedia particolare, contorta e convulsa e come scossa da scariche elettriche, e la chiamò sedia nevrastenica. ( E a questa sedia non si può non dedicare un articolo).

Continua don Mimì: Questa, della faccia da caffè, che sembra un’iperbole non si può credere fino a quale punto sia una realtĂ . Il prof. Renato Caccioppoli, il grande matematico napoletano compagno di studi di Enrico Fermi, era la quintessenza della forma del caffè. Magro come uno stecco, la giacca inglese gli scivolava dalle spalle; il calzone era sempre sul punto di cadergli; la voce, nativamente aristocratica, gli usciva cupamente dialettale e ironica. Qualunque meraviglia al mondo veniva normalizzata. Rientrava nell’universo razionalizzante del caffé. Del caffè rigorosamente amaro.

Egli, figlio di Sofia Bakunina, figlia del rivoluzionario russo Michele Bakunin, non avrebbe condiviso per intero l’aforisma che Kaminsky attribuì proprio a suo nonno, e che forse era stato forgiato da Talleyrand: Il caffè, per essere buono, deve essere nero come la notte, caldo come l’inferno e dolce come l’amore. Il genio di Caccioppoli, rischiarò con la sua luce intensa l’ultima Napoli, quella dei primi quaranta anni del Novecento: una cittĂ  ancora vitale, madre inquieta e vanitosa di figli grandissimi. Caccioppoli si uccise l’8 maggio del 1959: ma giĂ  da tempo l’alcol aveva offuscato la luciditĂ  portentosa del suo intelletto. Si dichiarava non italiano, ma napoletano; non gli piaceva mangiare: diceva che l’uomo che mangia è un animale intento solo a riempirsi il buco dello stomaco.

Ma gustava assai la pizza, perché gli sembrava di mangiare un quadro, fatto di colori vitali, un’immagine perfetta della natura. Conclude Domenico Rea: Così come gli spaghetti filiformi e sfuggenti riproducono in pieno la mobilitĂ  degli scugnizzi e la forma della pizza rassomiglia alla rotonditĂ  del golfo di Napoli (con la mozzarella, che simboleggia le vele bianche, il basilico, le alghe, il pomodoro, il rosso degli scafi dei velieri e il cornicione, il rupestre delle scogliere), il caffé allude a quel filo estroso e schizoide che ha sempre distinto i napoletani da tutti gli altri.

Ma l’immagine della faccia da caffé l’ aveva modellata, molto prima di Domenico Rea, un altro protagonista di quel primo trentennio del ‘900: Gaetano Miranda, giornalista, scrittore, traduttore di Zola, segretario, per alcuni anni, di Eduardo Scarpetta. In uno dei molti articoli da lui dedicati alla Napoli notturna dei café chantant e dei locali dove la folla variopinta dei frequentatori di ippodromi e di allibratori, di teatri e di ballerine e di fascinose cantanti, tentava di nascondere e di dimenticare le ansie del giorno, Gaetano Miranda scrisse che gli capitava spesso di sorbire il caffé con tutto il corpo, indirizzando su un punto nero gli occhi e le labbra e perfino il corrugamento della fronte. Faceva, insomma, la faccia da caffé.
(Foto: Particolare del quadro di Amerigo Bartoli (1930), Gli amici al caffè)

L’OFFICINA DEI SENSI

LA “CATTIVA” SALUTE DELL’OSPEDALE DI NOLA

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La Giornata Mondiale del Malato ci dĂ  l”occasione per parlare dell”ospedale di Nola, una struttura in crisi, dove mancano addirittura i ferri del mestiere. Di Don Aniello Tortora

Ogni anno, nella ricorrenza della memoria della Beata Vergine di Lourdes, che si celebra l’11 febbraio, la Chiesa propone la Giornata Mondiale del Malato. Tale circostanza è un’occasione propizia per riflettere sul mistero della sofferenza e, soprattutto, per rendere più sensibili le nostre comunitĂ  e la societĂ  civile verso i fratelli e le sorelle malati. Se ogni uomo è nostro fratello, tanto più il debole, il sofferente e il bisognoso di cura devono essere al centro della nostra attenzione, perché nessuno di loro si senta dimenticato o emarginato.

Il Papa, nel suo messaggio , ha ribadito che “la misura dell´umanitĂ  si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la societĂ . Una societĂ  che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una societĂ  crudele e disumana”.

Benedetto XVI ha invitato, in questa Giornata Mondiale del malato, “anche le AutoritĂ  affinché investano sempre più energie in strutture sanitarie che siano di aiuto e di sostegno ai sofferenti, soprattutto i più poveri e bisognosi”.
Voglio cogliere questa occasione per riflettere sullo stato di “salute” della SanitĂ  sul nostro territorio e particolarmente dell’Ospedale di Nola.

In questa crisi economica sono stati fatti dei tagli, che hanno colpito i più deboli. Rischiano di chiudere diversi ospedali e tanti, giĂ  mal-funzionanti, sono in continua emergenza.
Tra questi l’ospedale di Nola. CriticitĂ  organizzative e strutturali affliggono attualmente il complesso ospedaliero. Dopo la chiusura dell’Ospedale di Pollena, il nosocomio di Nola è diventata l’unica struttura di riferimento zonale. Il piano ospedaliero ha riconosciuto a Nola 186 posti letto ed invece ce ne sono soltanto 131. 500mila sono gli utenti dell’area e settantamila gli accessi annuali al pronto soccorso, dove mancano persino i ferri del mestiere.

Il reparto chirurgia è a rischio chiusura. Ultimamente, per i troppi ricoveri dovuti anche alle malattie invernali, addirittura i pazienti hanno passato qualche notte intera adagiati sulle scrivanie. Assurdo, ma vero. Come chiesa spesso siamo intervenuti sull’argomento negli anni scorsi, ma la situazione oggi sta davvero precipitando.
Agli inizi del prossimo mese di marzo, con la presenza del vescovo, ci sarĂ  un incontro di riflessione con tutte le Istituzioni, per rilanciare l’ospedale e garantire alla popolazione la migliore assistenza possibile, specie ai pazienti in condizioni critiche.

Mi auguro che il dibattito sul federalismo tenga conto delle condizioni del Sud, rispetto a quelle del Nord, e che l’egoismo delle regioni più ricche si “sciolga, a favore di quelle più deboli, nel settore della SanitĂ , come in altri settori. La salute è un bene e un diritto di tutti e di ciascuno. Non possono esistere, in questo campo, cittadini di serie A o di serie B. In Italia sembra che solo chi ha i soldi o “amici” medici, può permettersi certe cure ed essere curato bene.

La chiesa continuerĂ  a denunciare le “strutture di peccato” che uccidono l’uomo. Anche nella SanitĂ , come nel mondo del lavoro, la persona umana non può essere ridotta a merce o a numero.
È la cosa più grande della terra, perché creata “ad immagine e somiglianza di Dio”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA SETTIMANALE

L’OPINIONE DI GIUSEPPE CAPASSO SUL “PROGETTO VESUVIO”

Dopo aver ascoltato gli esperti torniamo a parlare con le istituzioni e proseguiamo nel nostro viaggio nella “CittĂ  Vesuviana”. Chi meglio del Presidente della ComunitĂ  del Parco Nazionale del Vesuvio può illustrarci il punto di vista della politica?

Nelle precedenti interviste sono emerse critiche sostanziali verso il piano d’evacuazione della protezione civile e un interesse verso la logica del decongestionamento dell’area vesuviana, qual è la sua opinione?
«I problemi sono molti, c’è quello del piano d’emergenza dell’area vesuviana, la cui gestione è in capo al dipartimento della protezione civile. I poteri locali sono assolutamente residuali. Noi abbiamo chiesto all’epoca e abbiamo ottenuto un confronto rispetto a una prima versione che ci sembrava decisamente insufficiente. Basti immaginare che era previsto che gli alunni delle scuole, una volta che si fosse verificato l’evento, andavano da soli a raggiungere le destinazioni assegnate, poi dopo le mamme si sarebbero ricongiunte a loro.

È chiaro che, quella che sembrava essere una scelta tecnica inoppugnabile, ci è sembrata veramente discutibile. Si è passati così a una seconda versione, poi al Mesimex l’esercitazione, pure molto criticata, ma pur sempre un esercitazione, dove siamo passati dal modello teorico, a una cultura applicata!»

Non le sembra però che questo una tantum sia troppo poco?
«Beh! Certo, poco come il campione che vi ha partecipato ma vorrei dire che il dipartimento della Protezione debba tenersi in strettissimo contatto con le autoritĂ  locali, le prefetture etc. e sviluppare un ragionamento che possa portarci alla definizione di un piano accettato dalla popolazione. La seconda versione del piano ci convince di più, quella dell’ospitalitĂ  presso alcune regioni amiche, con un’ottica quindi di gemellaggio, più credibile perché non è pensabile che circa settecentomila persone possano essere gestite, in un momento d’emergenza dalla sola protezione civile».

San Sebastiano andrĂ  in Molise ma sappiamo dove?
«Non ancora perché il piano si è fermato, bisogna per questo esigere un gesto di responsabilitĂ  da parte delle amministrazioni locali, da chi è predisposto alla critica ed esigere dalla protezione civile che elabori finanche i dettagli di una forma partecipata con gli attori del territorio, dopodiché accettare quel piano. D’altro canto, la parte più pregnante del ragionamento attuale, quella della decompressione come la chiamava, l’allora assessore regionale, Di Lello, c’è tutta una gamma di interventi su cui riflettere. Certamente “Vesuvia” non ha avuto incertezze ma è semplicemente fallita!

Forse una decina di contributi erogati, a fronte di migrazioni virtuali, perché quegli immobili sono stati rioccupati a scopi sempre residenziali, senza mutare la destinazione d’uso di questi. Certo è che se il fine è nobile lo strumento s’è rivelato inefficace. Adesso sento dire che la regione starebbe immaginando meccanismi ancora più contorti, come quello di consentire una sostituzione di volume con una premialitĂ , nel caso in cui, l’attivitĂ  residenziale, per metĂ  diventi di tipo ricettivo o commerciale. Io credo che sia un rimedio peggiore del male!».

Ce lo spiega meglio?
«È la modifica al piano casa, che tanta speranza ha suscitato in quanti hanno a cuore la cultura del mattone, per continuare a costruire nell’area vesuviana. Un errore della regione a cui bisogna porre rimedio anche sul piano formale, perché sul piano sostanziale quella decisione non produce alcun effetto, nel senso che non è possibile edificare alcunché ma passa un messaggio, come quando c’è l’annuncio di un condono edilizio e poi magari non si fa ma finisce in pasto a quei malintenzionati che si danno da fare. Quindi con chiarezza la regione deve dire che non si può fare più nulla! Se non in quelle attivitĂ  di tipo pubblico o sociale, che servono a tener unita una comunitĂ .

Attrezzature di aggregazione sociale come scuole o luoghi adibiti allo sport, attrezzature per garantire una maggiore qualitĂ  della vita. Faccio un esempio, se fosse possibile realizzare un campo da golf dalle nostre parti, con il binomio Vesuvio, discipline sportive, io non vedrei di cattivo occhio un’iniziativa di questo genere. Questo perché? Perché accrescere la qualitĂ  della vita, accrescere paradossalmente il valore immobiliare delle nostre case, consente di rendere l’area vesuviana un’area esclusiva. Così facendo si innesca un circolo virtuoso che spinge i proprietari a un’autotutela del proprio territorio. Un po’ come è accaduto nel Parco del Cilento, dove ci sono stati alcuni comuni che hanno investito sul mattone e hanno visto depauperare il proprio patrimonio immobiliare e chi invece, saggiamente, come il compianto Angelo Vassallo, ha investito nella tutela del territorio, nella riqualificazione, sul piano della qualitĂ  della vita.

Va detto questo, chi ritiene impropriamente che l’edilizia faccia girare l’economia di un luogo è in errore, in buona fede, nel migliore dei casi e in malafede quando poi non è che il rappresentante di una categoria che ormai da tempo ha compreso che insistere sulle aree vincolate del territorio nazionale è un modo per sottrarsi a quella logica di riconversione imprenditoriale e professionale, ormai da tempo in atto in quella categoria. Ciò vuol dire che chi non sa fare altro pensa solo all’edificazione, chi sa fare altro pensa al restauro, pensa alla riqualificazione, al recupero e alla valorizzazione. La risposta tout court è quella quindi di rendere sempre più esclusiva l’area vesuviana».

Vorrei capire bene una cosa, riguardo al piano casa, lei sostiene che sia una sorta di specchietto per le allodole ma in base ad alcune sue affermazioni, pubblicate anche sulla stampa locale, mi è sembrato che comunque lei fosse a favore di una sorta di piano di edilizia …
«Quando io ho avanzato la proposta della realizzazione dei sottotetti, non accatastabili, non abitabili a condizione che si recuperasse la staticitĂ  dei fabbricati, lo facevo perché immaginavo una via concreta».

Nella serie di interviste che abbiamo giĂ  attuato è evidente la carenza del piano d’emergenza e necessario il decongestionamento del vesuviano. C’è chi, come il professor Vajatica, immagina una CittĂ  vesuviana nel Casertano, chi nel Sannio e in Irpinia, come Ugo Leone e chi a un blocco del turn-over, come Giuseppe Luongo. Lei da politico come la vede?
«Io vorrei una CittĂ  Vesuviana sul Vesuvio! Riducendo il carico antropico e dunque il rischio».

E come?
«Con il modello “Vesuvia” che è rimasto incompleto perché si è pensato a mandar via senza occuparsi dell’immobile lasciato libero, che non deve assolutamente essere demolito perché si produrrebbe un abbandono del territorio, deve essere perciò riconvertito. L’immobile che viene liberato viene liberato per fare attivitĂ  ricettiva. Noi abbiamo un disperato bisogno di posti letto. Questo tipo di antropizzazione non viene considerata un rischio perché è un tipo di presenza occasionale. Quindi il turn-over si attua non demolendo l’immobile o impedendone l’uso ma riqualificandolo per funzioni non abitative. Potrebbe essere attuato anche qualche mirato abbattimento ma solo lĂ  dove fosse strettamente necessario».

Nel concreto cosa si sta facendo?
«Noi stiamo andando avanti nel nostro piccolo, con un programma di riduzione fisiologica che ci sta dando risultati apprezzabili, con un blocco dell’edilizia …».

Sì, però si farĂ  la chiesa!
«Ma io quando parlavo di attrezzature al servizio del territorio mi riferivo anche a questo e ti sembrerĂ  strano ma dobbiamo fare anche un’altra piscina! C’è una tale domanda da renderla necessaria!».

Mi sembra però strano …
«È una legge di mercato, siccome altrove non le puoi realizzare, perché hanno costruito solo case, le attrezzature per lo svago, per lo sport, per la qualitĂ  di vita, le facciamo noi! Questo dĂ  anche un’identitĂ  al territorio».

Sì, però, a San Sebastiano, il rapporto popolazione/strutture sportive, mi sembra alquanto sproporzionato, ce ne sono tante! Finché sono quelle storiche, quelle di vecchia data, va bene, ma perché farne altre, quando giĂ  sai che dovrai affidarle ai privati?
«Le faccio un esempio, la piscina ci costa 180 milioni di vecchie lire e ne prendiamo 200! Siamo perciò in saldo attivo. Abbiamo inventato una formula innovativa di leasing, noi realizziamo l’opera, la diamo in affidamento, paghi di più di quanto costa al comune il leasing e poi dopo dodici, quattordici anni l’immobile diventa tuo. Mi si dirĂ  che in questo modo si privatizza l’attivitĂ  sul territorio, in questo modo abbiamo però una gestione attenta e oculata, la struttura è ben tenuta, le rette tra le più accettabili del territorio e un’alta domanda. Certo non ne facciamo una regola, abbiamo una gamma di interventi, abbiamo per esempio l’Astronauti Sporting Club che non ci da niente, poi abbiamo altri immobili che condividiamo con la scuola, etc.».

Ma qual è il vantaggio del pubblico di una seconda piscina?
«Il vantaggio è che San Sebastiano diventa una cittĂ  dello svago, attualmente è una cittĂ  dormitorio, il commercio langue, l’edilizia non si può fare, vogliamo darci una vocazione? Diamoci quella di sviluppare nei fine settimana un turismo endogeno, una movida sostenibile».