I PECCATI DELLA SANITÁ IN CAMPANIA

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È la vigilia della giornata mondiale del malato. Un”occasione utile per riflettere in che modo ci si presta di fronte alla sofferenza, ma anche per denunciare i peccati della sanità in Campania. Di Don Aniello Tortora

Anche quest’anno la Chiesa celebra l’annuale giornata mondiale del malato (11 febbraio). È sempre un’occasione privilegiata per riflettere sul problema della sofferenza, del dolore, dell’attenzione al malato, del prendersi cura, del funzionamento (o meno) della Sanità in Italia (e soprattutto in Campania).Il gesto del prendersi cura è una struttura antropologica fondamentale che accompagna l’uomo dalla vita intrauterina fin oltre la morte. In particolare, parlando di cura integrale all’uomo fragile, intendiamo non solo la cura di una specifica malattia o tipologia di ammalato, ma un percorso di presa in carico che includa i bisogni profondi della persona e sia attento alle necessità spirituali e morali del sofferente.

Alla base della cura integrale va posto un modello antropologico che guardi all’uomo nelle sue molteplici dimensioni: fisico-biologica, psichica, sociale, culturale e spirituale.Qualunque sia la condizione clinica e il livello di disabilità della persona, tutte le dimensioni suddette sono sempre presenti e chiedono di essere armonizzate per realizzare il bene concretamente possibile di quella persona e del suo contesto relazionale. Nel mondo della sanità, il primo passaggio che ogni operatore professionale deve compiere è quello di “ospitare” i malati, fermandosi, conoscendoli, interessandosi di ciascuno di loro. Può sembrare banale, ma la tentazione del “passare oltre” è sempre in agguato e si nutre di mille giustificazioni: impegni programmati o imprevisti, incontri di équipe, incombenze burocratiche, inderogabili esigenze personali.

Il “prendersi cura” dell’altro richiede un lavoro di squadra: è impossibile “farsi carico” integralmente e da soli di una persona sofferente. Lavorare “in rete” è un’esigenza di buon senso e insieme un requisito indispensabile per un’efficace organizzazione sanitaria ospedaliera e territoriale. Per curare la persona ammalata occorrono prestazioni sanitarie adeguate, ma la semplice erogazione di prestazioni (visite, analisi, radiografie, ricoveri) è insufficiente. La gestione del dolore fisico e psicologico, che assorbe l’energia del sofferente e lo deprime, o la solitudine, che è in se stessa causa di fragilità e aggiunge al problema in atto le ansie per il futuro, richiedono percorsi di presa in carico. È estremamente difficile rispondere a tutte queste necessità, senza integrare professionalità diverse e senza il ruolo della comunità e la forza delle motivazioni spirituali.

Non va mai dimenticato che il malato conserva sempre il suo valore di persona, anche nelle situazioni estreme, con la sua inviolabile dignità di essere umano e di figlio di Dio; senza questo ampio sguardo di considerazione, condivisione e amore, ogni gesto di cura risulta incompleto.
L’assistenza integrale è attenta alle peculiarità del singolo e alla particolare condizione di ogni uomo. Le malattie non sono tutte uguali e ognuno di noi, di fronte alla sofferenza, reagisce con modalità diverse. Inoltre, i concetti di malattia e di cura possono essere profondamente diversi nelle varie culture. L’accompagnamento del sofferente dovrà essere il più possibile personalizzato, così da entrare “in punta di piedi” in relazione con lui e con il suo contesto culturale e affettivo, per conoscerne le condizioni, i valori e le attese e adoperarsi nella ricerca di una risposta adeguata: conoscere l’altro per imparare ad amarlo.

Cosa significa “prendersi cura” del malato in Campania, sul nostro territorio, dove la Sanità è allo stremo e allo sbando? Basti pensare a come (non) funzionano alcuni ospedali, quali il Cardarelli, Nola, Loreto Mare,etc…. La civiltà di un popolo si suppone dall’attenzione alle fasce più deboli della società. Anche la stessa Chiesa può e deve fare di più in questo campo. Deve “denunciare” le “strutture di peccato” del mondo della sanità e dare il proprio fattivo contributo per stare più vicina ai malati. Meno convegni e documenti, meno riti e più visite nelle “case del dolore” da parte dei cristiani.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA 

IN CHE MODO E CHI DEVE FORMARE I NOSTRI GIOVANI

La società attuale rivolge ai giovani richieste sempre più elevate. Ad essere chiamata in causa è la scuola, innanzitutto. Di Annamaria Franzoni

La sfida per il cambiamento del sistema dell’istruzione si colloca in uno scenario di profondo mutamento indotto dalla trasformazione di una civiltà post-industriale, caratterizzata da una velocità di trasformazione talmente rapida da ispirare a Bauman la metafora  di “società liquida” all’interno della quale gli individui sono ridotti a molecole fluttuanti, incapaci di sostenere rapporti profondi e appaganti.

Nel contempo le richieste di tale  società, fluida, globalizzata e informatizzata, rivolte ai giovani divengono sempre più elevate e la scuola, insieme alle altre agenzie formative, è  chiamata in causa per raggiungere l’obiettivo di fornire quelle skills indispensabili e cruciali per affrontare in modo maturo e competitivo le sfide imposte dalla società e dall’ambiente economico di oggi e di domani.
In conseguenza di ciò la scuola ha dovuto sforzarsi di costituire sempre più e sempre meglio, in  linea con la richieste strategiche di Lisbona 2020, una formazione di qualità, e un’adeguata opportunità d’inclusione nella “società della conoscenza”: di qui la necessità di significative  revisioni ordinamentali foriere di risposte concrete rispondenti alle nuove esigenze e  ai bisogni formativi a livello locale, nazionale, europeo e mondiale.

Nel corso dell’ultimo decennio in particolare le riforme scolastiche ispirate alla legislazione di modifica del titolo V della Costituzione e dalla rivisitata conduzione e gestione della res pubblica evidenziata in particolare dalla L. 59/97, legge Bassanini, hanno prodotto cambiamenti epocali generando un’autonomia che con il trascorrere degli anni si sta rivelando sempre più rispondente in maniera responsabile, ad  un “vision” formativa condivisa, nell’ambito di un “mission” sostanzialmente rivolta alla realizzazione dei bisogni del territorio in modo chiaro, visibile, trasparente.

L’attuazione di tale progettualità realizzata da un gestione autonoma, capace di attivare una partecipazione ampia e condivisa della comunità interna ed esterna alla scuola, richiede un’attenta pianificazione delle risorse e stimola nuove forme di collegialità agendo sugli atteggiamenti delle persone, sulla loro motivazione, sulle attese e quindi sui suoi concreti comportamenti.

A tale scopo una politica gestionale fondata sul coinvolgimento e contributo dei singoli, sarà in grado di valorizzare le risorse professionali presenti nella scuola, implementandone le competenze e producendo un miglioramento continuo dell’organizzazione caratterizzato da un clima relazionale positivo all’interno del quale la crescita e la formazione dei nostri giovani adolescenti  possa svilupparsi a pieno.

LA RUBRICA

FARE IMPRESA INSEGUENDO UN SOGNO: PIA E L’ARTE DI REALIZZARE GIOIELLI

Ha 24 anni ed è originaria di Terzigno la titolare dell”azienda PiaF: un laboratorio dove nascono monili in oro, argento e bigiotteria. Storia di una ragazza che ha dedicato la sua vita ad una passione.

Fare il lavoro per il quale hai studiato anni. Seguire la tua passione fino a cercare di farla diventare il tuo sostentamento. Un sogno di tanti. Un sogno sempre più difficile da realizzare ai nostri tempi, terribili soprattutto per i più giovani. Pia Festino, 24 anni, di Terzigno, insegue quel sogno. Ha un’azienda, la PiaF e vende gioielli. I suoi gioielli: è lei che li disegna ed è lei che li realizza. “Dando sfogo alla mia creatività, rivolgendomi ad una clientela giovane e raffinata che ha voglia di impreziosirsi senza spendere molto, ho messo su un piccolo laboratorio ed ho cominciato a realizzare gioielli in svariati materiali in oro, argento, cuoio bronzo, tessuto, pietre naturali preziose e semipreziose”.

Pia fin da piccola ha sempre avuto un’attrazione particolare per i gioielli. Lei ne parla con entusiasmo: “Le medine dei paesi africani zeppe di artigianato orafo locale mi facevano perdere la cognizione del tempo; le botteghe spagnole con i loro monili gitani mi affascinavano e mi facevano volare con la fantasia; la Grecia poi era uno strepitio di fuochi d’artificio, con lo scintillio di quei gioielli ricchi di pietre preziose. Infine, lo splendore dei gioielli francesi e la raffinatezza di quelli italiani, hanno fatto in modo che indirizzassi i miei studi verso quel settore”.

Dopo il liceo, Pia si iscrive alla scuola di artigianato orafo di Gianni Carità presso il Tarì di Caserta (un corso a numero chiuso e molto costoso, 20 posti l’anno). Successivamente la 24enne ha continuato un percorso di tirocinio, di vera gavetta, presso laboratori artigianali napoletani all’interno del Tarì. “Finalmente dopo tanti anni di sacrifici da parte dei miei genitori il primo colloquio di lavoro. Così sono stata assunta da una grande azienda, esperienza durata altri due anni. Poi decido che è tempo di cominciare a farmi conoscere direttamente per trarre maggiori soddisfazioni dal mio lavoro”. Nasce così la PiaF, che propone i cataloghi con le collezioni ( in oro,argento e bigiotteria) all’ingrosso direttamente ai negozianti (il sito è www.piafgioielli.it)

Di sé Pia Festino dice: “Sono una ragazza giovane e determinata ,il periodo di crisi e il contesto (il Sud, la Campania, il paese di provincia) non sono terreno fertile per poter germogliare,ma io sono certa di farcela. Non posso non farcela dopo tanti sacrifici, rinunce e privazioni. Ho investito tutti i miei risparmi in questo sogno, ho dovuto centellinare e tagliare ogni piccola spesa. Spero però di trasmettere tutto il mio entusiasmo, ottimismo e passione attraverso i miei gioielli, dando anche un messaggio importante: quello del made in Italy”. (gravetti@alice.it)

IL SUD CHE CAMMINA 

MASSIMO STANZIONE, IL GUIDO RENI DELLA PITTURA NAPOLETANA

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Nella Napoli del Seicento trova spazio, tra i grandi nomi di Giuseppe de Ribera, Salvator Rosa e Luca Giordano, Massimo Stanzione, colui che diede vita al “classicismo napoletano”.

La maggior parte delle notizie sull’artista si devono a Bernardo De Dominici, pittore e storico dell’arte napoletano, che di lui scrisse nella sua raccolta di Vite de’ pittori, scultori e architetti napoletani. Nato nel 1585 ad Orta d’Atella, o secondo alcuni a Frattamaggiore, lo Stanzione è stato, senza dubbio, uno dei grandi protagonisti del Barocco partenopeo. L’infanzia e l’adolescenza dell’artista furono certamente felici. Pare infatti, scrive il De Dominici, che appartenesse ad una famiglia agiata, forse aristocratica, e avesse vissuto a lungo nel “comodo della sua casa”, “suonando vari istrumenti con alcuni giovani suoi compagni e dilettandosi della musica” molto più che delle scienze umane, al cui studio i genitori lo avevano indirizzato.

Una svolta nella vita dello Stanzione si ebbe, stando sempre al De Dominici, quando a diciotto anni egli assistette al ritratto che un pittore fece di un suo parente defunto, pratica molto diffusa al tempo. Volle così “rivolgersi alla pittura” e scelse Fabrizio Santafede, celebre ritrattista, come suo maestro. Fu nell’ambiente manierista della bottega del Santafede, da molti definito “il Raffaello napoletano”, che il giovane artista imparò l’arte del dipingere e si appassionò al genere del ritratto, spesso sostituendo il maestro in varie commissioni.

Nel 1607 (o forse nel 1617) Massimo fu per un breve periodo a Roma ad imparar la “buona maniera” e a studiare i modelli antichi. Secondo il De Dominici, lo Stanzione fu spinto a partire da Artemisia Genitleschi, a quel tempo, scrive lo storico dell’arte, a Napoli. Si tratta evidentemente di un errore poiché il soggiorno napoletano di Artemisia ebbe inizio solo nel 1630 e durò, salvo un periodo a Londra, fino al 1653. L’amicizia tra il pittore napoletano e la pittrice romana è comunque ampiamente attestata e si deve pensare che essa sia maturata a Roma, nel periodo in cui lo Stanzione era in città.

Nella capitale, infatti, l’artista campano si avvicinò all’ambiente del classicismo bolognese di Annibale Carracci, Guido Reni e della stessa Artemisia Gentileschi. Fu in quegli anni che lo Stanzione mise a punto il suo stile. Memore degli insegnamenti raffaelleschi del Santafede, il pittore apprese velocemente l’arte classicistica e temperata della scuola carraccesca divenendone, tornato a Napoli, uno dei più importanti diffusori.

A Roma, inoltre, Massimo Stanzione non rimase indifferente alle novità che il Caravaggio stava diffondendo nell’arte dell’Urbe. In questo il pittore napoletano si lega ulteriormente alla figura di Artemisia Gentileschi e soprattutto a quella di Guido Reni, anch’essi per un periodo della loro carriera fortemente influenzati dalla pittura del Caravaggio. Il De Dominici vuole tuttavia che lo Stanzione, in realtà, si accostasse al caravaggismo giovanissimo, attraverso Battistello Caracciolo, altro discepolo di Fabrizio Santafede, il primo a coltivare a Napoli l’arte del maestro lombardo dopo che questi lasciò definitivamente il capoluogo campano nel 1610. In ogni caso resta evidente l’influsso del Merisi in buona parte della produzione artistica dello Stanzione.

Negli anni ’30 del Seicento l’artista fece sicuramente ritorno in patria. In città entrò trionfalmente, dopo aver ottenuto due cavalierati ed essere divenuto, ormai, un pittore famoso. Lo avevano preceduto o seguito a Napoli praticamente tutti i più grandi esponenti del classicismo bolognese. Oltre ad Annibale Carracci, arrivarono in città, uno dopo l’altro, Guido Reni, il Domenichino, il Lanfranco e Artemsia Gentileschi che a Pozzuoli, nel Duomo, iniziò una fruttuosa collaborazione proprio con lo Stanzione per la realizzazione delle tele con le Storie di San Gennaro.

Questi anni furono fondamentali non solo per il nostro artista, che ribadì l’impronta classicheggiante della sua arte, ma per tutto il panorama artistico partenopeo. Morì, sempre a Napoli, nel 1658 o, molto probabilmente, secondo alcuni, nella peste del 1656.

Se al Caracciolo si deve il consolidamento di una tradizione caravaggesca nell’arte napoletana, quel fortunato seguito che nel territorio partenopeo ebbe il classicismo del Carracci fu tutto merito di Massimo Stanzione. Suo il Suicidio di Cleopatra (foto), dove lo straordinario realismo della composizione incontra piacevolmente forme e temi classici.

Cleopatra tiene con la mano sinistra il serpente che addentandola al seno inocula il veleno. Distrutta dalla notizia del suicidio di Antonio e dell’avanzamento delle truppe di Ottaviano Augusto, la regina si lascia andare dolcemente al sonno della morte.
(Fonte foto: Rete Internet

LA RUBRICA

LE CONNESSIONI TRA NEOMELODICI E CAMORRA

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La canzone neomelodica si può dire che sia diventata una industria, sia pure culturale, usata dalla camorra come lavanderia di denaro ma anche come veicolo per messaggi camorristici. Di Amato Lamberti

Recenti operazioni antimafia hanno portato alla luce le connessioni tra business neomelodici e clan camorristici. Nel settore dei cantanti neomelodici il giro d’affari è tuttora molto elevato, con fatturati da milioni di euro tutti regolarmente in nero. Un sommerso calcolato dagli esperti in non meno di 200 milioni di euro l’anno e che parte dagli investimenti dei clan sui personaggi del gorgheggio attraverso etichette, radio e tv private di riferimento. Il giro di affari va avanti poi con matrimoni, battesimi e feste di piazza dove i cantanti vengono imposti dai clan agli organizzatori, con cachet da decine di migliaia di euro a serata.

Organizzatori come Tommaso Prestieri che posano a manager di spettacoli con una loro scuderia di cantanti, ma che sono organici a clan criminali e adottano modalità camorristiche per controllare il territorio e i loro affari. Come nel caso di una festa di piazza a Secondigliano, con protagonista Carmelo Zappulla, famoso cantante neomelodico, organizzata dal manager musicale Enrico Assante senza l’autorizzazione del Prestieri, visto che si trattava del suo territorio. Il risultato fu che venne dato incarico a Vincenzo Esposito, del clan Di Lauro, di dare una lezione all’impresario che aveva osato fare l’affronto al Prestieri.

La canzone neomelodica si può dire che sia diventata una industria, sia pure culturale, usata dalla camorra come lavanderia di denaro ma anche come veicolo per messaggi camorristici. A preoccupare è oggi il fatto che sempre più sono coinvolti giovanissimi, anche di 10 anni, per allargare l’area dei fruitori di certa musica e di certi messaggi.
Uno spaccato della situazione interna al mondo dei neomelodici l’ha offerta Gigi D’Alessio, cantante oggi di livello internazionale ma che nasce neomelodico, diventandone anzi l’icona più importante, in una intervista al mensile "Vanity Fair" nel novembre 2008. Molte delle vicende raccontate dal cantante erano già note in quanto erano emerse nel 2001, quando il cantante fu incriminato per concorso esterno in associazione camorristica. Accusa dalla quale venne poi prosciolto.

Ciò che colpisce, nella conversazione con la rivista "Vanity Fair", è la completezza del racconto e la precisione dei dettagli. "Se a Napoli vuoi fare il cantante e cominci a essere un po’ conosciuto, è inevitabile finire in quel giro: ma un conto è fare il proprio lavoro, un conto essere colluso", tiene a precisare D’Alessio, che aggiunge, "a certi banchetti ho incontrato anche colleghi come Renato Carosone o Riccardo Cocciante. Tutte le foto in cui mi si vede in compagnia dei boss sono state scattate durante quelle feste. Cosa potevo fare? Rifiutarmi di posare con loro?"

In pratica, il cantante, si trovava in uno stato di soggezione, costretto a mettersi a disposizione e a rispondere all’appello ogni volta che i boss chiamavano. "Sono stato minacciato di morte -racconta il cantante-. Mi fermavano per strada dicendomi di tutto: se non vieni a cantare alla festa per il matrimonio di mio figlio, ti taglio la gola. Oppure: se non canti le tue cose al pranzo per il battesimo di mio nipote, ti spacco la testa. Ma c’era anche chi preferiva concentrarsi su altre parti del mio corpo: il naso, le gambe, la lingua, le mani. E io ci andavo, eccome se ci andavo. Sono arrivato a fare quindici feste al giorno, dall’ora di pranzo all’alba. Se in quegli anni avessi detto no a qualcuno e sì ad altri, avrei passato guai seri".

Anche le canzoni scritte a quattro mani con il boss di Forcella, Luigi Giuliano, rientrano nelle offerte che non si possono rifiutare, anche perché la camorra non si è mai limitata alle minacce verbali. Per chi non ascolta le minacce diventano aggressioni, ferimenti, sangue e morte.
Anche Nino D’Angelo fu costretto ad abbandonare Napoli, come racconta nella sua autobiografia "L’ignorante intelligente", dopo che i camorristi gli avevano frantumato a pistolettate le finestre di casa. La svolta per Gigi D’Alessio fu il grande concerto al San Paolo di Napoli, del 7 giugno 1997, con 38.000 spettatori che lo consacrò alla ribalta nazionale. Fece sapere subito che non avrebbe più cantato alle feste e va a vivere a Roma: da re dei neomelodici a divo del pop nazionale.

(È di ieri la notizia che un noto neomelodico è stato indagato per istigazione a delinquere. LEGGI)

CITTÀ AL SETACCIO 

IL GOVERNO DEGLI INTORPIDITI

Le parole di alcuni membri del Governo Monti (e quelle delle ultime ore del ministro Cancellieri), lasciano intendere che questi professori sono poco lucidi sulle difficoltà dei giovani e delle famiglie italiane. Di Carmine Cimmino

Il sig. Michel Martone, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, figlio di un padre che fu Avvocato Generale in Cassazione e fu molte altre cose ancora, chi lo ha spinto a fare quella battuta sugli sfigati, e a tirarsi addosso invettive, ingiurie e scheletri scavati da armadi in cui riposavano tranquillamente? Lo ha spinto la sua sfiga. Dunque il giovane viceministro ha detto che chi non si laurea prima dei 28 anni, è uno sfigato, uno che vive sine fica, che si capisce subito che cosa terribile e insopportabile significhi: è insomma uno sfortunato estremo, un impasto di malasorte. Potremmo anche essere d’accordo.

Se uno ha 28 anni e non si è laureato ancora, vuol dire, prima di tutto, che suo padre non è professore universitario. Se lo fosse, egli, il figlio, non sarebbe uno sfigato. A 28 anni sarebbe già almeno ricercatore. Sarebbe già entrato nel libro “Parentopoli. Quando l’ Università è affare di famiglia“, che il giornalista Nino De Luca ha pubblicato nel 2009, raccogliendo le segnalazioni inviate al Corriere.it. Vi si racconta, tra gli altri casi, quello della Facoltà di Economia dell’Università di Bari: roba da “Guinnes dei primati“: otto docenti con lo stesso cognome e della stessa famiglia. Si registra, nel libro, la dichiarazione del prof. Giuseppe Nicotina, il quale così spiega come il figlio Ludovico “ha vinto in solitaria un concorso per ricercatore“:

“I figli dei docenti sono più bravi perché hanno tutti una forma mentis che si crea nell’ambito familiare tipico di noi professori”. (Corriere della Sera, 14 marzo 2009). Il padre dello sfigato non solo non è professore universitario, ma nemmeno alto funzionario dello Stato, né membro di qualche loggia segreta, né lobbista, né onorevole. Insomma, uno sfigato così è l’incarnazione della jella. A tal punto che si prepara per l’esame, impara, ripete, capisce, assimila: ma incappa in una professoressa che ha vinto il concorso per certe sue virtù particolari, per certe sue doti naturali, che non dipendono dall’intelletto: sono le esaminatrici più terribili, si sbattono, fanno teatro, e per placare i rimorsi , prima di bocciare, gridano: ma che crede lei? io per occupare questo posto, mi sono fatta un culo così.

Ed è la verità : e mi pare giusto che non abbiano pietà per gli sfortunati cronici. È la legge della selezione naturale. Se uno è sfigato, non gli capiterà mai di diventare tesoriere di un partito che non c’è più ma c’è ancora, e di sfilare dalla cassa 13 milioni di euro, sotto gli occhi di dirigenti che non vedono, non sentono e non capiscono, e che tuttavia pretendono di amministrare l’Italia. A uno sfigato autentico non capiterà di comprare un palazzo per 22 milioni di euro e di rivenderlo due ore dopo per 40. E dunque di fatto ha ragione il sig. Martone. Ci sono sfigati che non riuscirebbero a liberarsi dalla jella nemmeno se ogni giorno si sottoponessero al rito napoletano dell’acqua di pesce, e consumassero, ogni giorno, un menù apotropaico: zuppa di fave, di aglio e di aceto, sangue di toro, braciole di carne di cavallo.

E tuttavia non c’è perdono per il sig. Martone. Che ha cercato di metterci una pezza a colori: non dovevo parlare a braccio, non sono stato sobrio. Non c’entra questa benedetta sobrietà, sig. Martone Michel: lei avrebbe dovuto solo tacere. La crisi già impedisce agli sfigati di gustare la bellezza e la profondità delle parole del prof. Monti sulla noia del posto fisso. È il vantaggio di avere come capo del governo un uomo colto. Monti ha letto Courteline: “L’impiegato e l’ufficio: quale dei due era il frutto naturale dell’altro, la sua naturale secrezione? Non si sarebbe potuto precisarlo. Il fatto è che si completavano a vicenda, che si facevano valere l’un l’altro, in reciprocità, entrambi allo stesso modo sordidi e miserabili “.

Monti ammira gli americani, il loro “spirito irrequieto“ (Tocqueville), il mito non ancora logoro della “nuova frontiera“, lo spirito del pioniere (Simon Schama). Cose tutte belle: ma qui, in Italia, il popolo degli sfigati è inutile che si metta in moto: il presente e il futuro già sono stati occupati dalle caste di padri e di figli e di nipoti. Non c’è più spazio libero nemmeno sotto i ponti, nel caso che uno voglia vivere da barbone; e davanti alle chiese e ai cimiteri sono già stati assegnati i posti di mendicante e di guardiamacchine abusivo, e anche nelle piazze di spaccio non servono più “pali“. Il dott. Martone Michel avrebbe fatto meglio a tacere. È anche lui uno sfigato, e non lo sa. Potrei dire che è sfigato perché su michelmartone.org ha scritto di sé: madrelingua francese, il mio habitat è l’Università, sono un grafomane che sfoga le proprie inquietudini scrivendo sui giornali.

Uno così cosa sa degli odori della vita vera, quella che scorre per le strade? Uno così è un pesciolino d’acquario che si permette di dare lezioni sulle vie dell’oceano. Siamo due nazioni: la nazione di quelli che stanno nel castello, e la nazione di quelli che stanno fuori. Il merito c’entra molto poco. Se anche il sig. Martone, carico di titoli accademici e di medaglie, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, non vede questa realtà, siamo messi proprio male. Se questo è un tecnico… Potrei dire che egli è sfigato anche per la sua capigliatura. Capelli artisticamente scompigliati, capelli da intellettuale che vorrebbe risultare inquieto, ma rischia di apparire solo incompiuto.

Egli è sfigato soprattutto e prima di tutto perché ha un nome francese, Michel, che si pronuncia Miscèl. A uno come me che in quanto ottajanese sta sotto l’alto patronato di San Michele pare incredibile che da qualche parte l’Arcangelo vincitore di Belzebù venga chiamato Miscèl: un suono che sconcia la sua immagine di guerriero. Uno che si chiama miscelmartone o, peggio, martonemiscèl – un urto allappante di toni e di timbri, una strusciata del gesso sulla lavagna – uno che ha quei capelli – e, a pensarci bene, non potrebbe avere capelli diversi -, farebbe bene a non provocare gli sfigati. I quali nei tempi tristi e grami sono facili all’ira: è come se, avendo dichiarato: non abbiamo un tozzo di pane per sfamarci, si sentissero rispondere: se vi manca il pane, mangiate ostriche e caviale.
(Foto: Quadro di W. Gropper, “Seduta del Senato”, 1935)

LA RUBRICA

MESSAGGI DAL PASSATO E DAL PRESENTE

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Lo sapevate che esiste anche una Grammatica della Fede? Ce lo svelano i personaggi dei dialoghi del prof. Giovanni Ariola, che non mancano di rimarcare l”attualità del pensiero di Giustino Fortunato.

Il prof. Carlo sta ammirando il giardino di fronte tutto bianco di galaverna che lo fa apparire un luogo incantato fuori del tempo, quando il tonfo di un oggetto sul pavimento lo riscuote dalla contemplazione di quello spettacolo malioso della natura. In effetti è entrato il prof Eligio e, avendo le mani intirizzite dal freddo di questa gelida mattina di gennaio, ha lasciato cadere il libro che reggeva insieme con la cartella e il giornale.

– È la seconda volta – dice alquanto contrariato e stizzito – che mi cade, ho le mani così gelate che quasi non me le sento. Mi sono deciso – continua mostrando il libro raccolto da terra – a comprare la nuova pubblicazione del nostro Presidente Napolitano, dato che qui in Istituto s’è deciso di escluderlo dall’elenco dei libri da acquistare per la biblioteca a causa della ormai famigerata storia della dieta coatta delle nostre finanze…
– È diventato un odioso ritornello ma è la realtà – concorda il prof. Carlo.

– …ho dovuto procurarmelo – continua il prof. Eligio – perché sono stato invitato come relatore ad una conferenza sull’opera dei tre ultimi Presidenti della nostra Repubblica, in particolare sul ruolo svolto dal Presidente Scalfaro nel delicato passaggio dalla Prima alla cosiddetta Seconda Repubblica, per cui è stato definito, con una parola piuttosto brutta, traghettatore…Ben altri sono i meriti del vecchio leone democristiano, come viene alquanto iperbolicamente chiamato: mi auguro che nella conferenza vengano bene evidenziati insieme naturalmente ai limiti che non mancano.

– A proposito del libro del presidente attuale “Una e indivisibile” – ribatte il collega – l’ho letto e una delle cose più pregevoli mi è sembrata il riferimento a Giustino Fortunato, del quale si dice che “il suo pensiero e la sua battaglia politica, quali si espressero in decenni di partecipazione appassionata all’attività parlamentare e alla vita pubblica, restano ancor oggi un punto di riferimento illuminante.”( Giorgio Napolitano, “Una e indivisibile – Riflessioni sui 150 anni della nostra Italia”, Rizzoli, Milano, 2011, p.13). Guarda caso, proprio qualche giorno fa mi è capitato tra le mani un libretto che mi è molto caro, del famoso meridionalista, intitolato “Corrispondenze napoletane” (ECIG, Genova, 1993). Ce l’ho qui, voglio leggerti questa pagina:

”Una sera della scorsa estate, in una delle vie più battute del vecchio Napoli (sic) un noto confidente di questura, il Borrelli, cadeva ferito mortalmente, per mano di un giovane operaio, certo Esposito, che era in fama di camorrista. Il giorno appresso, mentre l’omicida arrestato veniva scortato da un drappello di soldati, una turba di popolani lo acclamava freneticamente e lo seguiva fino al carcere di Castel Captano, e intanto il cadavere dell’ucciso, menato al camposanto era di pieno giorno assalito nella cella mortuaria, e contaminato nel modo più sconcio e disonesto…Nell’ora stessa, in cui nel cimitero si consumava lo sfregio alla salma dell’ucciso, poco lungi di là, nella Taverna delle Brecce, alcuni amici dell’Esposito….festeggiavano, con una bella tavoliata a bocca e borsa, il profugo assassino…alla cui salute si tozzarono allegramente i colmi bicchieri.”(pp. 45 e 56-57)

– È impressionante la somiglianza con certi fatti di oggi… – esclama il prof. Eligio.
– Pensa…è uno scritto del 10 gennaio 1878…Ascolta ancora… “Non c’è, non ci può essere chi neghi qui la esistenza della camorra…non può quindi esser questione se non de’ mezzi per domarla, ora che siamo in tempo, anzi che destarci quando sarà stretta in associazione e salita più su e penetrata ne’ comizi e negli uffici…
– Tragica profezia…

– “Il problema è molto più difficile che non sembri a prima vista. Sollevare il concetto della dignità in una plebe a mezzo avvilita, spensierata, facile a essere soggiogata, e perseguire i prepotenti senza chiasso ma senza tregua, mese per mese, anno per anno, senza illegalità ma senza debolezze: rendere meno disagiata la esistenza degli uni, e combattere gli altri nell’intimo della vita sociale, sui mercati non solo, ma nei pubblici incanti, nelle agenzie di pegno, alle barriere…nell’esercizio de’ mestieri, da per tutto: ecco la guerra che bisogna muovere alla camorra. Sapranno, vorranno le autorità e le classi dirigenti dichiararla e proseguirla con animo deliberato? ”(pp.47-49)
– Se per un momento l’autore di queste parole – osserva il prof. Eligio – potesse risuscitare, nel constatare come non solo il problema non è stato risolto ma che la situazione è di molto peggiorata, anzi si è incancrenita, inorridirebbe e s’affretterebbe a tornarsene nella tomba.

A interrompere la conversazione intrisa di triste amarezza dei due prof., la comparsa di Raffaella, una neodottoressa in Scienze dell’Educazione, che in attesa di lavoro, nella scuola o altrove, ha chiesto e ottenuto di avere un incarico di collaboratrice …volontaria a costo zero nell’Istituto. Ha portato e sottopone alla visione dei docenti le bozze del glossarietto di parole significative e più frequentemente comparse sui media nell’ultimo mese di gennaio.
Eccone alcune.

A – Tripla A – Indica il massimo dei voti, in termini di affidabilità e quindi di sicurezza di un titolo sul mercato, assegnato da Associazioni o Agenzie di rating (valutazione) internazionali come Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch Rating.
Un paese cui è attribuita la Tripla A è giudicato non a rischio di downgrade (cambiamento negativo nella valutazione) o addirittura di default (insolvenza e quindi fallimento).
D – Dreamliner – Che bel nome! Significa letteralmente “aereo di linea da sogno
È il Boeing 787, primo aereo di linea realizzato dai Giapponesi per il 50 % con fibra di carbonio che lo rende più leggero e di conseguenza fa risparmiare il 20 % di gasolio. Vanta 42 posti in business class e 142 in economy, un menu con portate di alta qualità, videogiochi, (per i manager) sedili che si trasformano in letti e, top dei servizi, una toilette …con il bidet. Si assicurano prezzi convenienti. Mah!

G – Grammatica – La grammatica, si sa, nonostante le tenaci resistenze sue e dei suoi insegnanti, subisce continui cambiamenti, a volte impercettibili, altre volte più vistosi, indotti dall’insorgere di nuove istanze nel sistema di comunicazione in generale e in quello letterario in particolare. Risale a qualche giorno fa la proposta in Francia, sottoscritta da circa quattromila donne le quali chiedono che venga attuata la parità di genere appunto nella grammatica. Infatti, come è noto, la regola della concordanza di un attributo e/o di un nome del predicato comporta, nel caso in cui i sostantivi cui si riferiscono siano uno maschile e uno femminile, o anche uno maschile e più di uno femminile, la prevalenza del maschile. Le donne firmatarie della proposta chiedono “un cambio dei manuali nel quale sia prevista la possibilità di accordare aggettivi e participi secondo il genere del nome più vicino.

Ad esempio: «Un cappello e una giacca nere». Oppure : «Laura. Giacomo e Paola sono simpatiche». Femminismo a parte, una grammatica meno schiacciata sul maschile, offrirebbe più libertà nella costruzione delle frasi e sarebbe esteticamente più elegante.”( La Repubblica, 24 gennaio 2012, p. 35). Penso che non tutti sappiano che esiste anche una grammatica della fede. L’espressione è comparsa in un articolo dell’Osservatore Romano il 18 gennaio scorso. Il significato dell’espressione si evince chiaramente dal contesto di questo passo. “Ora l’invito del Papa si concretizza nella nuova evangelizzazione…in questo tempo si deve realizzare in nuovi scenari, specialmente in quelli più secolarizzati dove si è persa «la grammatica delle fede», e perciò quella della natura umana, perché si è dimenticato, quando non rifiutato, Dio”.

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INSEGNARE NON É UNA MISSIONE. É UNA PROFESSIONE

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A cosa serve la Scuola? Chissà se se lo è mai chiesto chi in questi anni ha tagliato fondi e ore di lezione, e deciso di mandare in pensione i docenti a 67 anni. Di Ciro Raia

Se ne è andato già il primo quadrimestre. In tutte le scuole si stanno tenendo i consigli per la valutazione degli alunni, che, al di là dei voti da assegnare, rappresentano anche un momento di riflessione sul triste momento attraversato dalla scuola italiana, sullo sperpero delle energie professionali, sulle occasioni formative offerte, su quelle mancate, sulla percezione (negativa, scadente, minimale) che in genere si ha dell’insegnamento di Stato.

Sono questi i momenti in cui, senza mai essere nemmeno solo sfiorati dall’idea di una regionalizzazione dell’istruzione, si è rinvigoriti nel pensiero di doversi battere per una scuola che si attrezzi ad essere una vera risorsa per (e del) territorio, con la conseguente valorizzazione (e concertazione) di tutte le istituzioni, che progettano modelli di intervento adatti a “quel territorio”. E con la consapevolezza che una scuola -agente di cambiamento- può essere tale solo se valorizza le risorse interne (docenti e discenti), che non devono e non possono fare i conti con i progetti delle politiche autarchiche.

Le restrizioni, infatti, mal si sposano con la fiducia! E il fai da te, i continui ricorsi al volontariato, i reiterati richiami a una professione-missione non sono più congrui ad una società da terzo millennio, cablata, multietnica, connotata da criteri di scientificità eccezionali, proiettata alla formazione di una identità transitoria ma pur sempre dai forti radicamenti nella terra di provenienza di ciascuno. E il diritto allo studio? No, non può continuare ad essere una dichiarazione di nobili intenzioni. Al di là di una revisione degli interventi didattici, è opportuno agire in modo globale in tutte le realtà territoriali. Ognuno per la sua parte deve concorrere a rendere percorribile il diritto ad avere pari opportunità educative.

Ciò significa superare anche le contraddizioni che impongono agli enti locali di esigere balzelli sui servizi a domanda (mense e trasporti), che non consentono di erogare (quanto meno in tempo utile) libri gratuiti per la scuola dell’obbligo, che educano a pensare alla cultura come a qualcosa di effimero e fortemente voluttuario. Per non parlare, poi, del dramma dell’edilizia scolastica. Quanti sono i locali che ancora sono adattati a scuola insieme a quelli maltenuti e a quelli incoscientemente resi agibili? Quanti fitti scolastici si pagano ancora ad associazioni malavitose? E quanti scheletri di cemento chiedono da tempo di essere trasformati in aule? Avere la scuola è un diritto del cittadino; andare a scuola è un dovere del cittadino. Bisogna, però, creare le condizioni perché venga assolto il dovere.

Passando al versante della didattica bisogna avere il coraggio (e l’intelligenza) di rivisitare i programmi, sforzarsi di far capire che i segmenti di saperi non costituiscono il sapere. In altri termini, non si può pretendere che la scuola sia un enciclopedia di saperi; ma che sia un luogo, un’occasione, una risorsa sulla strada di tutti, perché ciascuno sia educato a governare, gestire, analizzare, selezionare gli infiniti files provenienti dalle nanoparticelle delle acquisizioni cognitivo-informtive, questo sì che lo si deve pretendere!

E, poi, sempre nel campo della didattica, è necessario rivedere le superate abitudini di un insegnamento in funzione unicamente eurocentrico, aprendo lo studio della storia come della letteratura, delle scienze come dell’antropologia ad una ricostruzione della vicenda umana a 360 gradi. I comportamenti multirazziali e multietnici hanno bisogno di stile, di azione, di modi di pensare, di modelli flessibili. Ed anche l’editoria scolastica deve essere revisionata, diversamente pensata e costruita. Altrimenti diventerà impresa ardua (se non impossibile) tentare di integrare borghesi e proletari (lo so, è un termine in disuso), cinesi ed albanesi, rom e drop out.

La formazione permanente è la condizione necessaria perché tutto quanto solo accennato possa veramente verificarsi. Ma è una condizione che non può passare solo attraverso la logica dei premi ai più bravi (con criteri di selezione rigidamente ispirati a una politica servile e clientelare) o di una progressione stipendiale, annunciata a ogni cambio di governo e di ministro e mai veramente attuata. Forse, la formazione permanente è l’unica condizione utile per produrre qualità, per poter rendere la scuola competitiva (cum petere = cercare insieme) nella soluzione di problemi complessi. Sarà possibile, forse, così poter rispondere alle sfide totali della società, educare ai grandi modelli, superare i muri delle conflittualità pseudo etniche, dei circuiti poveri e delle arroganze localistiche. E, forse, sarà anche possibile non morire più di sud e di nord; come, forse, sarà auspicabile non morire ancora di scuola (di mal di scuola e di male che la scuola procura).

Sarebbe come far scoccare un nuovo tempo: un tempo di speranza; un tempo in cui i diritti e i doveri non sono più enunciazioni di principi ma volani di civiltà.
Pensieri in libertà, elucubrazioni mentali, condizionamenti professionali dettati dalla suggestione del momento; anche tra le macerie (dell’istruzione) in cui ci stiamo aggirando, la valutazione resta l’atto più importante della scuola. È una resa dei conti, ma mai con finalità punitive. Chi ha sbagliato non deve essere eliminato, deve essere aiutato a riprendersi, a risollevarsi, a rimettersi in carreggiata. Chi utilizza la valutazione (e, per la verità, sono ancora tanti) in termini negativi si allinea al modello che certi ministri degli ultimi governi hanno voluto dare alla scuola di Stato: quello aziendale.

Fino all’ultimo respiro bisognerà lottare, per affermare il principio che la scuola non è un’azienda, gli studenti non sono materiali da modellare, gli operatori scolastici (presidi, docenti, amministrativi e collaboratori) non occupano un posto in una catena di montaggio finalizzata a una produzione industriale. Le scocche sono una cosa, le persone sono altro; le cerniere degli sportelli d’auto sono diversi dai gangli dei sentimenti umani; i materiali di risulta mandati al macero non sono equiparabili a cittadini a cui -per mezzo di una mancata istruzione- è negato il futuro.

Quanti guasti ha procurato e sta procurando la politica cialtrona degli ultimi anni. E quanti guasti ha procurato e sta procurando l’indifferenza degli addetti ai lavori, degli stessi fruitori dei servizi, di una società votata all’egoismo (non sono fatti che mi riguardano; non posso certo io, da solo, cambiare il mondo; la vita è breve, voglio godermela senza troppi pensieri, in fondo la scuola a cosa serve?).

Tra quindici/vent’anni, chi sopravvivrà, potrà veramente capire cosa avrà prodotto la politica dei tagli alla scuola, senza più essere tacciato di appartenenze ideologiche ormai superate. Avrà, chi sopravvivrà, la possibilità di verificare se i soldi risparmiati per la scuola saranno stati un investimento, se i docenti mandati in pensione a 67 anni avranno avuto la forza e l’entusiasmo necessario per affrontare una generazione distante anni luce dalla propria, se gli alunni italiani avranno acquisito competenze – oltre quelle richieste da standard europei e internazionali- spendibili in contesti fortemente tecnologizzati, transnazionali, poliglotti.

Facendo un rapido calcolo, un bambino che ha iniziato a frequentare la scuola in questo tempo (modello Gelmini) studierà (a termine di un percorso di studio di 13 anni) circa 1.287 ore in meno rispetto a un suo coetaneo dell’epoca pre-Gelmini. Saranno le famiglie (la maggioranza delle quali è in grave difficoltà finanziarie) o sarà la società (con la continua perdita dei posti di lavoro, la recessione, l’inoccupazione) a compensare le ore in meno offerte dalla scuola?

Domande oziose. In fondo, l’Italia, popolo di poeti, santi e navigatori, troverà sempre il modo per affidarsi a giullari di corte, a santi di cartone e a capitani di ventura senza macchia (!) e senza paura.
E, per questo, mica serve la scuola!

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IL TRIPLICE ATTACCO DELLE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

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Le holding del sommerso levano un triplice attacco al fisco, all”economia legale ma soprattutto verso la salute pubblica.

Da una parte c’è il sommerso dei precari, dei disoccupati, di quelli che non fanno già da tempo la “vita monotona”. E c’è il sud del mercato parallelo illegale delle griffe contraffatte che si avvalgono dei maggiori porti del paese.
Messi insieme queste sono le voci che erodono miliardi di euro e minano lo sviluppo del territorio nazionale. Dove un giovane su due è disoccupato e un laureato su dieci deve migrare per trovare lavoro.

Uno studio del Censis del 2011 quantifica il peso della contraffazione nel nostro paese in termini di mancato gettito di oltre cinque miliardi di euro.
L’industria del falso ha fatto un salto in avanti negli ultimi anni di dimensioni esponenziali.
Come enuncia il generale Giuseppe Grassi Comandante Provinciale di Napoli della Guardia di Finanza: “ nel 2011 sono stati sequestrati 105 milioni di articoli contraffatti rispetto ai 34 milioni del 2003” un aumento a dir poco spaventoso se valutiamo poi la moneta sottratta al circuito legale che ad esso non ritorna.

Gli elementi che danno corpo al sistema sono:
– Piccoli eserciti fiduciari di provenienza cinese;
– Copertura dei clan storicamente radicati nel business del falso;
– Controllo delle darsene, con una buona base di complicità delle dogane.

L’intera filiera del falso origina in una sperduta regione cinese dello “Fejan” dove la giustizia italiana è arrivata in cerca di collaborazione ed ha trovato le porte sbarrate.
Nell’inchiesta “Katana” i cinesi napoletani si parlano tramite telefono anche più di 300 volte al giorno per l’arrivo dei carichi e dei prezzi da stabilire.

A capo di tale piramide troviamo i faccendieri e gli imprenditori collegati a personaggi di spicco della camorra. Queste holding del sommerso levano un triplice attacco al fisco, all’economia legale ma soprattutto verso la salute pubblica: con l’utilizzo di sostanze altamente nocive per il corpo umano come il collante utilizzato per elaborare i falsi delle Hogan, Nike e Gucci che è costituito da un’ alta percentuale di cromo esavalente, sostanza altamente cancerogena.

Anche i Giocattoli e i farmaci rientrano nel settore triadico-camorristico del business della contraffazione, come risulta da alcuni sequestri avvenuti fin oggi. Il fenomeno della contraffazione ha assunto dimensioni internazionali, estendendosi oggi praticamente ad ogni settore produttivo.

La contraffazione danneggia non solo le imprese, che subiscono riduzioni di fatturato e possibili pregiudizi di immagine, ma anche i consumatori, quando ritengono di acquistare come originali prodotti che non lo sono e per gli eventuali rischi alla salute connessi, ed i lavoratori, che vedono ridursi le offerte "regolari" di lavoro.

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http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=52

NON COLPEVOLE”. COSI IL CAIVANOARTE RICORDA L’OLOCAUSTO

A qualche giorno dalla celebrazione del giorno della memoria, il Caivanoarte propone lo spettacolo “Non colpevole” (Processo ad un Nazista modello) in scena il giorno 8 febbraio alle ore 10.30.

Il male e la sua banalità, la semplice scelta di «obbedire» sono al centro dello spettacolo che ripercorre il processo ad Eichmann. Lo spettacolo di Angelo Callipo sarà l’occasione per ricordare e riflettere sui temi dell’olocausto a pochi giorni dalla celebrazione della giornata della memoria.
La Shoa diventa l’esempio del trionfo della «banalità del male», che si ripropone identica a se stessa in tutti gli stermini, in tutte le guerre, nella semplice indifferenza e intolleranza dell’altro.
L’11 Aprile del 1961 viene processato davanti al tribunale di Gerusalemme Otto Adolf Eichmann.
Il criminale nazista nega ogni responsabilità personale di fronte ai quindici capi d’imputazione che gli vengono contestati, asserendo di aver obbedito solo ad ordini superiori.

Così, con quella sua aria all’apparenza mite, con quel suo mostrarsi come un uomo tranquillo, “Normale” , Eichmann incarna perfettamente l’immagine spaventosa di un grigio, efficiente burocrate al servizio del male, un impiegato modello insomma specializzato nello sterminio scientifico degli esseri umani.
Lo spettacolo ripercorre, con inserti filmati originali, le fasi di questo processo, che, se non lascia alcun dubbio sul verdetto finale di colpevolezza, apre però una serie di riflessioni su come la grande macchina hitleriana della soluzione finale si possa essere servita, oltre che di belve feroci del calibro di Himmler o Goebbels, anche di mille altri esecutori fedeli e ciechi degli ordini ricevuti.
L’Olocausto è stato certo opera di menti diaboliche ma anche di freddi e precisi tecnici che nella loro normalità si somigliano tutti e soprattutto ci somigliano.

Il caso Eichmann dimostra che quanto più il male può apparire banale tanto più bisogna temerlo.
Un’occasione per riflettere su quanto sia facile decidere di non scegliere, abdicare alla propria coscienza, obbedire e dimenticare di essere umani.

Biglietto d’ingresso (trasporto incluso) € 10,00 per le scuole medie – superiori (€ 8,00 solo biglietto). Si possono concordare con il teatro ulteriori date per i singoli spettacoli.

Info e prenotazioni:
Cinema Teatro Auditorium Caivano Arte
www.auditoriumcaivano.it
e-mail: caivanoarte@libero.it
tel/fax 081 8363280
(Fonte Foto:Rete Internet)