SE A SCUOLA C’É SORVEGLIANZA NON CI SARÁ RISARCIMENTO

In caso di urto accidentale tra compagni, in presenza di un”assidua ed attenta sorveglianza, è esclusa la responsabilità della scuola. Di tratta di caso fortuito.

Il caso
La corte d’appello di Salerno    ha rigettato l’appello proposto dai genitori di una bambina di scuola primaria,  che  avevano chiesto il risarcimento del danno subito dall’allieva, mentre si trovava all’interno della scuola elementare in Salerno.

La Corte di merito  riteneva :
-che si trattava di autolesione dell’allieva per urto accidentale con un compagno;
– che risultava accertato che il fatto si verificò mentre gli alunni si recavano in bagno e che in quel momento la sorveglianza era assidua ed attenta ed effettuata da un’insegnante in classe, una all’esterno insieme ad un bidello, per cui andava esclusa nella fattispecie la responsabilità contrattuale della  scuola, vertendosi in ipotesi di caso fortuito.
Avverso questa sentenza hanno proposto ricorso per cassazione i genitori

La Cassazione, con sentenza del 24 novembre 2011, n. 24835, ha ritenuto che l’istituto scolastico  con l’accoglimento della domanda di iscrizione e con la conseguente ammissione dell’allievo alla scuola, determina l’instaurazione di un vincolo negoziale, dal quale sorge l’obbligazione di vigilare sulla sicurezza e l’incolumità dell’allievo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni, anche al fine di evitare che l’allievo procuri danno a se stesso; e che tra insegnante e allievo si instaura, per contatto sociale, un rapporto giuridico nell’ambito del quale l’insegnante assume, nel quadro del complessivo obbligo di istruire ed educare, anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, onde evitare che l’allievo si procuri da solo un danno alla persona.

Ne deriva che, nelle controversie instaurate per il risarcimento del danno da autolesione nei confronti dell’istituto scolastico e dell’insegnante, è applicabile il regime probatorio desumibile dall’art. 1218 cod.civ. (cass. n. 24456/05). Ciò comporta che mentre  il genitore deve provare che il danno si è verificato nel corso dello svolgimento del rapporto, sulla scuola incombe l’onere di dimostrare che l’evento dannoso è stato determinato da causa non imputabile né alla scuola né all’insegnane (cfr. Cass. n. 24456/05; cass. 8067/07).

Nel caso prospettato la sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione di tale principio, rilevando che nella fattispecie risultava provato che il fatto si era realizzato per caso fortuito, in quanto la sorveglianza di ben due insegnanti e di un bidello nelle circostanze di causa era assidua ed oculata e che l’incidente si verificò per causa fortuita. Per questi motivi la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso.

LA RUBRICA

STORIA PERMANENTE DEL CINEMA AL PAN DI NAPOLI

Il secondo trimestre della Storia permanente del Cinema presenta un”offerta ancora più ricca della precedente. In tre mesi, le proiezioni propongono tematiche e registi che hanno segnato l”evoluzione del cinema.

Dal 17 gennaio al 12 aprile il Palazzo delle Arti di Napoli apre le porte alla Storia permanente del Cinema, il secondo trimestre di proiezioni cinematografiche che testimonia la voglia di creare, all’interno del PAN, uno spazio dedicato alla settima arte. Nonostante sia ancora ai primi passi, la Storia permanente ha già riscosso un discreto successo di critica e di pubblico, proponendosi come un fattore di spinta per future iniziative e rassegne intorno al mondo del cinema. Questo secondo semestre prevede la proiezione di circa 100 opere tra film e documentari.

Vengono riproposte le tre categorie principali della manifestazione. Marcello Sannino è il selezionatore dei “Capolavori, i grandi classici della settima arte”. Tanti gli appuntamenti impedibili: Hitchcock, Fellini, Bunuel, Bergman, Welles, Godard; senza seguire un particolare percorso tematico o cronologico, la sezione offre semplicemente l’opportunità di gustare i film di tanti geni della telecamera. La seconda categoria (“Temi. Ricorrenze e sincronie del cinema”, a cura della Scuola di cinema Pigrecoemme) segue, al contrario, alcuni filoni particolari. Il primo – Pan del diavolo, il cinema gotico – sarà dedicato ad opere e registi associati ad atmosfere angosciose ed inquietanti: si va da alcuni classici di Robert Fuest al capolavoro La notte del demonio di Tourneur. Metacinema è invece un viaggio nel cinema che parla di cinema.

Anche in questo caso i nomi illustri non mancano; tra i tanti possiamo ricordare il capolavoro di Fellini, 8 e ½ e le controverse Cinque variazioni di Lars Von Trier e Leth Joergen. L’ospite inatteso riunisce film molto diversi che hanno in comune l’avvento di un personaggio a scardinare lo scorrere regolare degli eventi (L’inquilino del terzo piano di Polanski, L’uomo che cadde sulla terra di Roeg, L’ospite inatteso di McCarthy, L’esorcista di Friedkin).

L’ultima sezione, “Storie del cinema. Cicli, percorsi, rarità” (a cura della Mediateca Santa Sofia), è la più ricca e complessa. Si articola principalmente in base ad alcune trilogie celebri: la trilogia della vita di Pasolini (Il Decameron, I Racconti di Canterbury, Il fiore delle mille e una notte), la trilogia della solitudine di Rossellini (Stromboli, Europa ’51, Viaggio in Italia), la trilogia della strada di Wenders (Alice nelle città, Falso movimento, Nel corso del tempo), la trilogia dei colori di Kieslowski (Film blu, Film bianco, Film rosso). All’interno della categoria sono presenti pure un omaggio a Vittorio De Seta, al 1960 (“anno memorabile del cinema italiano”, con la proiezione di La dolce vita, Rocco e i suoi fratelli, L’avventura) e ai “grandi vecchi” Ermanno Olmi, Manoel de Oliveira e Alain Resnais.

La sezione si chiude con l’interessante proiezione delle opere d’esordio di cinque grandi registi francesi: Tati (Giorno di festa), Malle (Ascensore per il patibolo), Rohmer (Il segno del leone), Godard (Fino all’ultimo respiro) e Bresson (La conversa di Belfort). Ma oltre alle tre sezioni già presenti nella precedente edizione, questo semestre offre la novità, ogni giovedì, di un nuovo spazio dedicato a tematiche o registi particolari (“Generi comparazioni autori”). Si parte con i capolavori dell’età dell’oro del noir americano (anni Quaranta), si continua con retrospettive dedicate ai registi Robert Bresson e John Cassavates e si finisce con una curiosa ricostruzione degli incroci tra musica pop/rock e cinema (Almost Famous, Tommy, Io non sono qui, The Wall, ecc.).

Per concludere, dal 20 al 22 marzo, saranno proiettate le sei puntate del programma ZAUM – Andare a parare, una raccolta di materiale d’archivio televisivo e non sul tema della catastrofe a cura di Enrico Ghezzi. Proprio Ghezzi e il gruppo di Fuori Orario saranno ospiti durante la proiezione del 22 marzo. Il programma – vasto e serrato – è disponibile per intero sul sito del Palazzo delle Arti. I giorni delle proiezioni sono il martedì, il mercoledì e il giovedì, con tre film per giornata a partire dalle 15.
(Fonte foto: Rete Internet

“I TENTATIVI NORMATIVI DELLA SCUOLA ITALIANA DEI PRIMI LUSTRI DEL TERZO MILLENNIO”

La nostra Scuola, attraverso interventi di riforme, si è sempre mossa nella prospettiva di integrazione con i diversi sistemi di istruzione europei. Di Annamaria Franzoni

Già dal finire del secolo scorso è stata imperante l’esigenza di adeguare il curricolo scolastico ed integrarlo al sistema del lavoro e della vita sociale secondo una prospettiva d’integrazione tra i diversi sistemi di istruzione europei. Tutto ciò ha richiesto un sistema di certificazione delle competenze valido a livello nazionale, la trasparenza delle certificazioni, il riconoscimento dei crediti che hanno aperto o stanno aprendo la strada a grandi cambiamenti. Tuttavia numerose sono le problematiche irrisolte.

La nostra nazione nonostante la preoccupante crisi economica, si è sforzata di imprimere un forte slancio al raggiungimento di tali obiettivi proprio attraverso la scuola e sviluppando partenariati tra mondo del lavoro e il settore istruzione/formazione.
A sostegno di ciò un’ampia e dettagliata normativa scolastica ha regolamentato e riformato la scuola e i percorsi di formazione e di istruzione tenendo conto della storia scolastica del nostro paese armonizzando e attualizzando quanto era stato svolto nel corso degli ultimi decenni.

Il sistema formativo italiano nel corso dell’ultimo ventennio è stato oggetto di un ampio processo di mutamento all’interno del quale hanno svolto un ruolo di notevole impulso il principio di sussidiarietà che ha determinato il decentramento amministrativo e ha portato all’autonomia didattica e organizzativa delle istituzioni scolastiche e la pressante richiesta dell’Europa di migliorare il livello formativo generale mediante l’innalzamento dei tassi di partecipazione alle attività di formazione nella prospettiva della life-long-learning.

Nel corso dell’ultimo decennio in particolare le riforme scolastiche ispirate alla legislazione di modifica del titolo V della Costituzione e dalla rivisitata conduzione e gestione della res pubblica evidenziata in particolare dalla L. 59/97, legge Bassanini, hanno prodotto cambiamenti epocali generando un’autonomia che, con il trascorrere degli anni, si sta rivelando sempre più funzionale al ruolo di “tessuto giuridico”dove innestare riforme innovazioni organizzativo – didattiche.
I punti di forza e di originalità che caratterizzarono la Riforma Moratti del 2003 ripercorrono in modo puntuale le peculiarità che già il D.P.R. 275/99 aveva evidenziato in materia di istruzione e formazione, nonché in riferimento alla politica gestionale dell’istituzione scolastica basata sul coinvolgimento e contributo degli stakeholders per lo sviluppo di una “cultura del cantiere-scuola”.

Pertanto, la Riforma dei cicli scolastici, introdotta dalla L. delega n. 53/2003, resa applicativa dal D. Leg. n° 59/2004, trova in quegli anni ragioni ed urgenza di applicazione nelle valutazioni sul sistema scolastico italiano, tenendo conto delle indicazioni della Comunità Europea sia per i parametri di qualità della formazione e sia per il riconoscimento dei crediti formativi ai giovani.
Gli aspetti di più immediata visibilità della Riforma, ovvero l’anticipo della frequenza scolastica, l’apprendimento generalizzato della lingua inglese e dell’informatica, rientrano nel quadro di una dimensione antropologica che vede l’allievo protagonista di processi d’integrazione a livello mondiale.

L’idea centrale di tale riforma può essere individuata nella reinterpretazione positiva di un obbligo scolastico che includa il principio del diritto/dovere alla formazione e che garantisca il raggiungimento di esiti/risultati non più basati soltanto sul concetto di eguaglianza, bensì su quello di equivalenza formativa: c’è quindi un richiamo a rendere praticabile l’individualizzazione/personalizzazione della formazione più volte teorizzata e auspicata fin dagli anni ’70.

Da qui l’ampliamento dell’offerta formativa, l’ammodernamento dei curricula, la prospettiva dell’integrazione tra i diversi sistemi di istruzione, formazione, lavoro e vita sociale, la definizione di un sistema di certificazione delle competenze valido a livello nazionale, la trasparenza di tutte le certificazioni, il riconoscimento dei crediti che hanno aperto o stanno aprendo la strada a grandi cambiamenti: tuttavia numerose sono le problematiche irrisolte che possono trovare, memori degli errori e forti dei successi gli strumenti per animare il dibattito e coinvolgere scuole, enti di formazione, mondo del lavoro, stakeholders e condividere scelte e decisioni miranti al raggiungimento dei sette traguardi-faro che l’Agenda Europa 2020 ha tracciato e che il pianeta scuola faticosamente si sta impegnando a percorrere.

LA RUBRICA 

LA “VIA DEL MERLUZZO” PORTA ANCORA A SOMMA VESUVIANA

Il Norwegian Seafood Council dice che l’Italia resta il primo mercato per le esportazioni di stoccafisso artico. A Somma il commercio è ancora fiorente, tra grossisti, “ammollitori” artigianali e le ricette di cuochi e ristoratori.

L’Italia resta il mercato più importante per le esportazioni di stoccafisso dalla Norvegia, e naturalmente il polo degli “ammollitori” di Somma Vesuviana è uno dei punti di approdo più importanti per questo fiorente commercio. Dalla fine dell’estate fino ad autunno inoltrato, schiere di Tir fanno la spola tra il lontano arcipelago delle Lofoten, oltre il Circolo polare artico, e i centri di lavorazione del merluzzo in Italia. Tra andata e ritorno, fanno ottomila chilometri e più, per collegare fino alle nostre tavole queste isole glaciali, baciate dalla calda corrente del Golfo.

Qui infatti risiede il più pescoso giacimento di merluzzo al mondo. Come ci segnala il Norwegian Seafood Council, nel 2011 appena trascorso le esportazioni di stoccafisso hanno retto benissimo, nonostante la crisi, e il Belpaese resta il mercato principale per il merluzzo essiccato. Invece, per quanto riguarda la variante salata che dà vita al baccalà, gli imbattibili consumatori sono, e restano, i portoghesi, come sottolinea l’ente di promozione dei prodotti ittici norvegesi.

Seguendo la scia dello stoccafisso, a Somma notiamo all’opera una serie di famiglie tradizionalmente inserite nel settore. Dietro nomi che vorrebbero conferire al business una patina internazionale, troviamo famiglie come i D’Avino, i Di Mauro, i Fortunio. I capostipiti di queste attività familiari hanno iniziato nell’immediato dopoguerra, e oggi i loro discendenti si trovano a gestire realtà di tutto rispetto, capaci di dar lavoro a decine di persone. Senza contare il corollario dei ristoranti che hanno dato a stoccafisso e baccalà un’ulteriore notorietà e una spendibilità, perché no?, anche culturale: citiamo La Lanterna di Luigi Russo e la Casa a tre pizzi di Carmine Notaro, sperando di non fare torto agli altri appassionati preparatori di frittelle di baccalà, paccheri con stocco, baccalà in cassuola, e via dicendo.

D’altra parte a Somma non sono solo i grandi grossisti ad “ammollare lo stocco”, cioè a lavorare in ammollo lo stoccafisso secondo il classico metodo campano. Entrando nei portoni del Casamale, il centro storico medievale, è facile incontrare tenaci vecchiette dedite a questa pratica tradizionale. Una di queste è la zia Rafilina, molto conosciuta da queste parti, una settuagenaria che vive a via delle Botteghe, oltre uno di quei portoni fatti alla vecchia maniera, con una grande rosta di legno che fa da corona. La signora fa bottega nel cortile, lavorando il merluzzo artico in una fontana di pietra, con un metodo che più naturale non potrebbe essere.

A Somma Vesuviana, come molti sanno, ogni anno, ad ottobre, si tiene una “Festa dello stock” attivamente sostenuta dal Consolato norvegese. E da un anno e mezzo, a via Turati, c’è anche un negozio che vende esclusivamente prodotti scandinavi: qui è possibile comprare, tra le altre cose, salmone offerto in varie formule. Salmone affumicato («uno dei migliori al mondo», assicura Biagio Cimmino, il titolare), ma anche salmone a vapore («pepperlacks, in norvegese», ci informa Cimmino), oppure salmone fresco congelato a bordo dei pescherecci delle Lofoten. Poi c’è il merluzzo, ovviamente, nelle sue infinite varianti: ansioso di mostrarne un esemplare, Cimmino sparisce per un attimo nel retrobottega, per andare a prelevare un merluzzo “capobranco”, che esibisce orgoglioso (foto). Un cimelio un po’ sinistro, a esser franchi: sarebbe il degno trofeo di pesca di una galea vichinga.

Lunga è la lista dei prodotti offerti da questo emporio: c’è il merluzzo carbonaro, poi la trota salmonata, le aringhe affumicate, i gamberetti artici, lo sfuggente halibut ricco di omega-3. E ancora: i granchi norvegesi che «stanno sfondando sul mercato russo», ci confida Cimmino. Questi (i granchi, o kongekrabbe in lingua vichinga) vanno serviti con le linguine: «i russi li comprano a 125 euro al chilo, ma io li vendo a molto meno», gonfia il petto il negoziante. «Infatti l’azienda che li esporta dalla Norvegia è la nostra azienda di famiglia».

Figlio di “baccalauioli” vesuviani, per parte di madre, tempo fa questo commerciante si è infatti trasferito in Norvegia, seguendo Katharina, una donna norvegese che ha conosciuto (appunto) nel settore dei merluzzi. Nella terra dei fiordi ha trascorso dodici anni, ha messo su famiglia (due biondissimi figli), e soprattutto è entrato in società con il suocero, il proprietario della Lofoten Seafood Exp. Tecnicamente, il mestiere di famiglia è quello di “selezionatore”.

Alcune cifre sull’azienda di famiglia: 4mila tonnellate di salmone fresco esportate ogni anno, 250 tonnellate di stoccafisso e 150 di baccalà, per citare le categorie principali. Perché – gli chiediamo – ridiscendere dal tetto del mondo, per aprire bottega a Somma? «Un mio capriccio», confessa Cimmino. «Sono tornato al paese a testa alta, perché vengo da una famiglia umile e mi sono dato da fare all’estero». Così per il suo negozio sono iniziate le prime piccole recensioni sui giornali. A quanto (ci chiediamo) un percorso tematico, magari con un bel sito web, e una sana cooperazione tra tutti gli operatori interessati, con le associazioni e il Comune, per promuovere ancora più efficacemente la “via del merluzzo” che dalle lontanissime Lofoten conduce fino all’ombra del Vesuvio? (lu.mosca@gmail.com)

IL SUD CHE CAMMINA 

IL DETENUTO STRANIERO: INTEGRAZIONE O EMARGINAZIONE?

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Nel 70% dei casi, gli stranieri appena rimessi in libertà tornano a delinquere. Il problema dell”integrazione. Di Simona Carandente

Lungi dal potersi considerare come luogo di mero stallo di soggetti avulsi dal mondo reale, in attesa di riconciliarsi con quello che c’è all’esterno delle porte di reclusione, il carcere si conferma ancora una volta quale vero e proprio laboratorio antropologico di una vasta serie di fenomeni, alcuni dei quali vere e proprie cartine di tornasole della società civile.

In particolare, negli ultimi tempi si è assistito ad un massiccio incremento della popolazione penitenziaria ad opera di soggetti stranieri, sia clandestini che non, che allo stato attuale ammontano a ben venticinquemila unità, equamente divisi tra giudicabili e definitivi. Se pertanto consideriamo che una grossa fetta della popolazione carceraria è composta da stranieri, è facile intuire come tale dato influisca sia sul corretto trattamento penitenziario che sull’efficacia dell’attività di recupero, che come è noto rappresenta il fine primario della pena concretamente inflitta.

Questo esercito eterogeneo dà vita ad una vera e propria torre di Babele: si tratta, difatti, di soggetti che hanno difficoltà a comprendere la nostra lingua, che esercitano un proprio credo religioso, che richiedono anche la preparazione di cibi diversi, a causa di usi e costumi lontani dai nostri.
A parte i comprensibili problemi di adattamento, sia dei detenuti tra loro che nei confronti delle regole carcerarie, non si può trascurare il dato che vede molti di essi finire in cella senza alcun documento identificativo, con conseguenti problemi sia sul piano trattamentale che in relazione all’esecuzione delle misure alternative alla detenzione, quali la semilibertà o l’affidamento in prova al servizio sociale, destinate quasi sempre ad essere dichiarate inammissibili.

Per cercare di contenere le difficoltà conseguenti all’integrazione ed al multiculturalismo, varie sono le misure adottate dalla case circondariali italiane: ad esempio nel circondario di Brescia, ove la presenza di detenuti stranieri è più che mai massiccia, si punta sulla formazione del personale penitenziario, avviando anche corsi sul multiculturalismo, diviso sia in moduli giuridici che pratici.
In altre case circondariali, invece, quali quella di Sollicciano, al primo ingresso in istituto viene consegnata al detenuto una guida ai diritti e doveri, redatta in varie lingue, dove sono indicate non solo le regole da seguire all’interno del carcere, ma anche la normativa di diritto interno e processuale.

Quello dell’integrazione con la popolazione restante, tuttavia, rimane il vero problema: nella maggior parte dei casi, senza documenti né un alloggio degno di questo nome, agli stranieri non resterà che tornare a delinquere una volta rimessi a libertà, registrandosi in tali casi un rischio di recidive che raggiunge addirittura il 70%. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: periferiamonews.it)

LA RUBRICA 

MUSICA E CAMORRA

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La cultura dell”illegalità può avere come sponda anche la musica. Il business della musica neomelodica delle famiglie malavitose e l”industria delle cerimonie in provincia di Napoli. Di Amato Lamberti

Della camorra si può parlare da molti punti di vista anche se non bisogna dimenticare che si tratta comunque di una organizzazione criminale di stampo mafioso, tesa cioè più al potere che al denaro, nel senso che vuole governare il territorio sul quale controlla tutte le attività economiche, da quelle criminali a quelle legali. E per controllare il territorio non può fare a meno di controllare le articolazioni dello Stato, a partire dalle Pubbliche Amministrazioni, ma anche la produzione dell’immaginario che sul piano simbolico ne legittima l’esistenza e il potere.

A voler discutere della produzione, attraverso le canzoni neomelodiche, dell’immaginario della camorra si deve comunque tenere conto che si tratta di un fenomeno complesso nel quale vanno tenuti distinti, a mio avviso, diversi livelli o meglio “funzioni”, in quanto articolano modelli di analisi e strategie di comprensione. Nel dettaglio, bisognerebbe distinguere:
una funzione “musicale”, o espressiva;
una funzione, per così dire, “contenutistica”, del “significato” anche e soprattutto “simbolico”;
una funzione “identitaria”, che potremmo anche definire come livello proiettivo;
una funzione “commerciale”, il livello del prodotto- merce;
una funzione “imprenditoriale” dell’immaginario, che si rappresenta nelle “grandi cerimonie”.

Come hanno rilevato Marco Santoro e Roberta Sassatelli, in "La voce del padrino", le modalità di funzionamento sociale o psicosociale della musica non sono ancora chiare, né si ha una visione nitida dei mille modi in cui essa viene utilizzata e sfruttata nella vita sociale. Ma è certo e documentato che la musica è una risorsa che viene strategicamente mobilitata per produrre le scene, le routine, le situazioni che costituiscono la vita sociale. La musica accompagna gli eventi più importanti che scandiscono le biografie individuali e quelle collettive. Non c’è cerimonia o rito che non sia accompagnato dal suono di una voce o di uno strumento. La musica è un potente fattore di costruzione delle comunità.

Questo è tanto più vero per la musica “popolare”, in tutte le sue accezioni, da quella folklorica di tradizione contadina a quella di protesta delle periferie urbane degradate. In entrambi i casi la musica costruisce delle arene comunicative che si aprono a spazi sociali pubblici per interazioni comunicative che sono necessarie alla condivisione di significati e alla costruzione di identità collettive. Nel caso della camorra potremmo anche parlare di strumenti multimediali di fascinazione criminale, perché la cultura dell’illegalità può avere come sponda anche la musica: basta pensare a canzoni come " ‘o latitante" e " ‘o capoclan".

Il primo autore di testi neomelodici fu, verso la fine degli anni ’80, Luigi Giuliano, detto "Lovigino", boss camorrista del quartiere Forcella. Fu lui che organizzò la diffusione del genere in tutta la città utilizzando il circuito delle radio e delle televisioni locali oltre a quello delle "bancarelle" ad ogni angolo di strada. Da allora la musica neomelodica è diventato un lucroso business per le famiglie malavitose da alimentare con ogni mezzo. Tra i compositori più amati dai fan della musica neomelodica c’è Rosario Armani, paroliere per eccellenza del filone musicale a cui si è affidato anche il regista Garrone per il film Gomorra; il suo vero nome è Rosario Buccino, da anni latitante per reati contro il patrimonio. Una delle agenzie di promozione più importanti della canzone neomelodica è "Bella Napoli" il cui titolare Carmine Sarno, detto "o topolino", è fratello di Ciro Sarno, detto " ‘o sindaco", capo del clan Sarno, oggi all’ergastolo.

Tra i cantanti si possono ricordare Tommy Riccio, Nello Amato, Fabrizio Ferri & Marianna, Leo Ferrucci, Nello Liberti. Per avere una idea del successo dei video su Youtube basti pensare che " ‘o latitante" ha finora avuto 171046 visualizzazioni; "Sta vita fa paura", 222259 visualizzazioni; " ‘o latitante" è stato censurato da Youtube, ma è ancora reperibile in rete, dopo aver superato i 500000 contatti. Non tutta la canzone neomelodica è collegata ad organizzazioni criminali ma i contenuti rimandano alla "cultura" camorrista, anche se per molti giovani delle oscene periferie di Napoli rappresentano un modo per riscattarsi, almeno simbolicamente, dalla propria condizione.

Espressione musicale e significato si saldano comunque nella canzone neomelodica. È l’uso che delle canzoni viene fatto a definirne il significato sociale; è ciò che di essi si crede e i contesti in cui essi vengono inseriti a condizionarne la forza simbolica, la capacità di attrazione e la presa sui soggetti.

Nei territori della camorra, che sono spazi territoriali, ma soprattutto sociali e simbolici, la musica, le canzoni dei neomelodici, assumono la funzione di collante culturale finalizzato a costruire identità individuale e collettiva. I simboli della camorra sono quindi elementi costitutivi dello stesso fenomeno, della sua identità, delle identità di chi lo incarna, lo rappresenta, lo rende socialmente vivo. Ma nello stesso tempo la canzone neomelodica riesce a far emergere passioni e può diventare un veicolo potente per dare visibilità ad una certa subcultura urbana, quella delle periferie degradate e angoscianti, spesso criminali, anche al di fuori del suo territorio.

Ma la forma culturale della canzone ha un carattere che ben si presta alla mercificazione globale. Infatti, essa si giova di tecniche di produzione e distribuzione sempre più standardizzate che si possono anche saldare a business anche più estesi e articolati; possono diventare “impresa” e di un tipo tutto particolare, quello della “cerimonia totale”.

In tutta Italia è ormai invalsa l’abitudine a festeggiare anche con qualche lusso quelli che vengono considerati i momenti importanti della vita, la nascita, il matrimonio, primo fra tutti, ma anche altri momenti legati a liturgie religiose. Nel Mezzogiorno questa abitudine dà luogo a vere e proprie esibizioni di spreco economico finalizzate a rappresentare il potere della famiglia. In provincia di Napoli tali forme di ostentazione e di spreco raggiungono livelli spesso paradossali anche perché si è sviluppata una vera e propria "industria delle cerimonie" che permette, per così dire, di realizzare ogni sogno. Peccato che su questo business abbia allungato le mani la camorra.

Quello che impressiona della camorra è la sua capacità di trasformare in business ogni attività di cui si impadronisce. Entra nell’edilizia; non si limita a costruire strade, case, palazzi; si impadronisce del trasporto dei materiali, da quelli di costruzione a quelli di scavo; si impadronisce della produzione del cemento; si impadronisce di tutti i segmenti delle molteplici forniture necessarie alla realizzazione di ogni costruzione; diventa il dominus dell’intero comparto produttivo.

Il comparto produttivo delle cerimonie, dal battesimo al matrimonio, è un business che solo in Campania vale diverse centinaia di milioni di euro e alimenta una economia fatta di limousine a noleggio, di ristoranti e alberghi sontuosi, barocchi, monumentali, modello Sonrisa, di acconciatori, fotografi, cineoperatori, di catering pantagruelici, di orchestrine, di cantanti neomelodici. La cifra è sempre quella hollywoodiana anni trenta, il grande Gatsby ma anche Al Capone e il proibizionismo; basti pensare alle locations, all’arrivo in elicottero degli sposi, all’uso delle carrozze con cavalli per i bambini e le bambine.

La forza del modello è chiaramente simbolica. Una simbologia di potenza economica ma anche sociale e culturale. Dal punto di vista degli attori e dei partecipanti si copia il modello delle nozze “reali”, quelle che si vedono in televisione, nelle telenovelas come nelle “grandi cerimonie dei media”. Che la resa sia paradossale, di un kitsch esplosivo e onirico poco importa, riguarda noi che apparteniamo ad altra cultura, non loro che quell’evento l’hanno sognato e immaginato proprio a quel modo. Non parliamo quindi solo di cantanti e di canzoni o di un business che fattura centinaia di milioni l’anno ma anche della cultura che sta alla base di queste scelte e che si estende dal sottoproletariato fino al ceto medio di quell’hinterland “sfrantummato” che costituiscono i territori della camorra, intesa come organizzazione e come “spirito”, modo di vivere e di pensare anche i rapporti sociali oltre che la propria personale identità.

Se la musica è un mezzo per la costruzione della realtà sociale, il controllo sulla distribuzione delle risorse musicali diventa, a sua volta, una importante risorsa della istanza di potere della camorra sulle persone e sul territorio, anche perché si accompagna ad un business sempre più importante. Da notare che questo fenomeno locale è diventato globale grazie al proliferare dei social network: i videoclip amatoriali vengono diffusi soprattutto grazie a Youtube e di tutte le canzoni esistono molti video diversi.

Anche questa capacità della camorra di utilizzare le nuove tecnologie, le nuove mode soprattutto giovanili, è sorprendente e forse varrebbe la pena di approfondirne ragioni e caratteristiche.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO 

IL DEPRAVATO ESTETISMO DI HITLER E DEI GERARCHI

È stata da poco ricordata la Shoah, evento terribile messo in opera da chi credeva -follemente- di essere stato chiamato a separare la verità del bello dalla verità del bene. Di Carmine Cimmino

Adolfo Eichmann, il nazista che fu tra gli organizzatori della sterminio degli Ebrei, fuggì, come molti suoi colleghi, in Argentina, con un passaporto falso, che la Croce Rossa svizzera rilasciò accontentandosi della garanzia di un frate francescano. L’ironia del caso volle che il nuovo nome del boia fosse Riccardo Klement, Riccardo Clemente. Nel 1960 gli israeliani andarono a pescare il Clemente in Argentina, lo chiusero in un baule “diplomatico“, se lo portarono a Gerusalemme, e qui, l’anno dopo, lo processarono, e lo condannarono a morte.

Hannah Arendt, che seguiva il processo come corrispondente del New Yorker, raccolse i suoi articoli e le sue riflessioni in un libro, pubblicato in Italia con il titolo: “La banalità del male”. Banale le era apparso Eichmann: un grigio funzionario, “una mezza manica“, incapace di rendersi conto della misura dell’orrore di cui era direttamente responsabile. Molti anni prima Emilio Cecchi aveva scritto nell’ “Osteria del cattivo tempo“: Non è la forza delle passioni (rara, in fondo, come il genio) che conduce al male, quanto l’ottusità dell’intelligenza. Il male, prima di tutto, è questione di intelligenza.

Il “Corriere della Sera“ del 10 maggio 1938 pubblicò tre distinte corrispondenze di Orio Vergani sulla visita ufficiale di Adolf Hitler a Firenze. Sono “pezzi“ strepitosi, nati dall’incontro di tre elementi “unici“: il luogo, il personaggio, la penna di Vergani, che, pur comportandosi da penna di regime, passa agilmente dalla solennità lirica a quella epica, e sa anche raffreddare gli eccessi toccando il tono medio, come quando descrive i giovani nei costumi delle antiche “giostre“ toscane: la giostra del Saracino, il palio di Siena, il gioco del calcio fiorentino, il pisano gioco del ponte.

Questa abilissima penna disegna per i posteri un’immagine eccezionale: quella di Hitler che osserva incantato i quadri di Palazzo Pitti e degli Uffizi. A Palazzo Pitti, “nelle sale dorate“ che ospitano “l’eternità immota dell’arte senza tempo“, dove “si parla a voce bassa e si cammina lentamente come in un tempio“, Hitler “va spesso solo innanzi a tutti, quasi senza ascoltare il commento di chi l’accompagna. Egli si sente solo davanti ai geni dell’arte amata. E ogni tanto sembra che negli occhi e nel viso segnato dai solchi di una intensa attenzione, passi un palpito di emozione“.
Egli riconosce da lontano le opere amate da quando era un giovane studente di belle arti: “avanza allora in fretta, sceglie come chi ha lunga pratica di queste cose il miglior punto di vista, resta a lungo a guardare, con le mani che fan nodo con i guanti, socchiudendo le palpebre e mormorando sommesse parole di ammirazione”.

”Si è fermato cento e cento volte, e tante volte è tornato sui propri passi, e ha chiamato a bassa voce o con un cenno i vicini a partecipare alla sua trepida gioia“. La notte più nera della storia dell’Europa nascerebbe, dunque, dalla convergenza di due assurdità: da una parte l’obbedienza muta, cieca e arida di tranquilli signori che si presentarono agli occhi dei giudici indossando “le mezze maniche“ dell’ impiegato (il tedesco senso del dovere, Hegel, la centralità delle leggi dello Stato) e, dall’altra, il depravato estetismo di Hitler e dei gerarchi, che, convinti di essere stati “chiamati“ dalla storia a costruire, su un nuovo ethos, un mondo nuovo, – possiamo agevolmente immaginare quali sarebbero stati, l’uno e l’altro -, credevano di essere autorizzati a separare la verità del bello dalla verità del bene.

È possibile che Eichmann abbia recitato, nel tribunale di Gerusalemme, la parte del funzionario banale, ma non si può credere che davanti ai capolavori fiorentini Hitler non sia stato veramente scosso dalla sindrome di Stendhal. Che abbia finto. La Madonna del Lippi, la Maddalena e le Veneri di Tiziano, le Madonne di Raffaello e del Murillo, la Madonna di Cima da Conegliano, i capolavori di Durer e di Cranach: quale emozione suscitarono in Hitler? Quale dialogo poté svilupparsi tra lui e la Madonna della Seggiola, tra i suoi occhi di allucinato e la divina malinconia che Raffaello ha dipinto nello sguardo della Madonna del Granduca?

Una spiegazione accettabile della natura del turbamento di Hitler l’ho trovata in una pagina dell‘ “Estetica dell’osceno“, in cui Guido Almansi descrive una oscenità particolare: quella del tiranno che proietta sé stesso – il suo io espanso in una gigantesca bolla d’aria – in tutte le forme della realtà, nelle persone e nelle cose, attraverso una mostruosa ipertrofia dei sensi, che dovrebbe consentirgli di percepirsi come il padrone assoluto di tutto.

Hitler va da solo a confrontarsi con le opere, scrive Vergani: tutti gli altri, i mediocri, fanno da pubblico. Devono accontentarsi del privilegio di vedere, da lontano, Hitler davanti a Cranach, Hitler davanti a Tiziano, di intuire che tra Hitler e i pittori si sta svolgendo, attraverso i quadri, un dialogo: che essi, i mediocri, la folla, non potrebbero capire. Lui, invece, è il fuhrer, lui è convinto di portare in sé una intensa scintilla del genio che ha illuminato la mente e mosso la mano di Raffaello e di Durer. I pittori che Hitler mostra di ammirare sono, non per caso, i Maestri dell’umanesimo rinascimentale, che hanno “visto“, negli uomini e nella natura, la perfezione dell’idea e hanno saputo descriverla agli altri attraverso l’armonia impassibile delle linee e dei colori, della luce e delle ombre. A Hitler non interessavano i quadri. Hitler invidiava i loro autori, che avevano arricchito il cosmo creando nuove forme.

Invidiava Durer, che nell’ Autoritratto con i guanti e nell’ Autoritratto con pelliccia aveva osato rappresentarsi come Cristo. Hitler condannò come “degenerati“ Cézanne, Van Gogh, Munch, Picasso, Matisse, Dix, gli espressionisti, espulse le loro opere dai musei, ne bruciò una parte in pubblico. Non a caso. I quadri dei “degenerati“ sono lo specchio in cui si riflette la realtà del Novecento, distorta, frantumata, sconvolta dal male che corrompe la vita quotidiana di uomini senza qualità, prima ancora di diventare il Male della prima e della seconda guerra mondiale, dei campi di sterminio, dei gulag, di Hiroshima. Hitler non gradiva specchi di quel genere, che risultavano, infine, tribunali della coscienza.

Non gli faceva piacere vedersi qual era in realtà, come l’aveva visto e raffigurato l’arte feroce di Otto Dix, nel quadro I sette vizi capitali: che è del 1933, l’anno in cui Hitler conquistò il potere: un piccolo uomo, grigio di un pallido giallo epatico, la chioma straniante di un bambino, gli occhi esorbitanti e divergenti, istupidito dal terrore in una sarabanda di mostri che in verità sono più ridicoli che minacciosi.
(Foto: Quadro di Otto Dix: “I sette vizi capitali”, 1933)

LA RUBRICA 

PER ORIENTARE GLI INCERTI PASSI VERSO LA FORMAZIONE UNIVERSITARIA

Il Consiglio Nazionale delle Ricerche “va a la scuola” e incontra gli studenti del Liceo Mercalli. Di Annamaria Franzoni

Le risorse messe in campo per guidare ad una scelta consapevole della facoltà e dell’università tutti coloro che desiderano intraprendere un percorso di studi universitari sono negli ultimi anni sempre più specializzati e variegati. Il 24 Gennaio scorso, presso il Liceo Mercalli, e nelle prossime settimane anche presso altri Istituti di II grado, l’ “Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo” ha offerto agli studenti delle IV e V classi il primo degli incontri in programma tra ricercatori e scuola. L’intervento del dott. Gianvincenzo Barba, primo Ricercatore presso l’Istituto di Scienze dell’alimentazione di Avellino, “Il Grande Fardello: il peso della pubblicità nelle scelte alimentari”, ha suscitato grande interesse tra i giovani presenti che hanno avuto modo di riflettere sui fattori che influiscono sull’alimentazione con particolare riferimento all’influenza dei mass media.

Altrettanta curiosità e partecipazione ha stimolato la dott. ssa Giuseppina Tommonaro, Ricercatore presso l’Istituto di chimica biomolecolare di Pozzuoli con il suo intervento intitolato La “Chat” dei batteri spiegando con estrema chiarezza che i batteri vivono in “comunità” e che usano linguaggi che consentono loro di avere una comunicazione chimica precisa e organizzata: il quorum sensing, un sistema complesso di comunicazione “cellula-cellula” con il quale i batteri sono in grado di comunicare fra loro.

Il progetto prevede una serie di interventi sull’identità culturale, sull’energia e trasporti, materiali e dispositivi e su altri temi legati al settore agroalimentare e alla scienza della vita: in tal modo i giovani avranno modo di conoscere le attività multidisciplinari del Consiglio Nazionale delle Ricerche e comprendere il rapporto tra scienza e territorio, orientando i loro incerti passi verso la formazione universitaria.

I ragazzi dell’ultimo anno non sempre hanno le idee chiare in merito al percorso di studi da compiere. Il ciclo di seminari nei licei e istituti tecnici offre agli studenti l’opportunità di comprendere quali percorsi hanno caratterizzato la storia dei ragazzi di ieri in una vasta gamma di settori e di evidenziare i sacrifici ma anche le soddisfazioni che hanno reso grande e competitivo il nostro paese e la nostra regione. Puntare sulla ricerca vuol dire puntare sul progresso e il successo di una nazione non può prescindere dal contributo dei giovani. Lo scopo principale di tali incontri è infatti ben sintetizzato nel messaggio che lo stesso Istituto di Studi del Mediterraneo ha espresso nel presentarsi alle generazioni che si avviano al duro e faticoso lavoro di formazione e di ricerca:

«Noi siamo il passato e il nostro compito ha senso solo se riusciamo a trasmettere fiducia e speranza alle nuove generazioni. Ogni epoca ha avuto la sua crisi e anche questa che stiamo vivendo passerà. Lo studio, l’impegno, l’entusiasmo dei ragazzi saranno fondamentali per la rinascita e la ripresa della nostra nazione. L’obiettivo di questi seminari è dunque quello di dare fiducia e “fare il tifo per lo studio e la ricerca” nei settori più disparati come l’elettronica, la fisica, la chimica, la genetica, l’economia, la storia, la filosofia. E questo approccio multidisciplinare è possibile proprio grazie alla formula sperimentata presso il maggiore ente di ricerca italiano quale il Consiglio Nazionale delle Ricerche».

Nel corso degli interventi i ricercatori, oltre ad una fase informativa sulla tematica affrontata, hanno illustrato il proprio percorso di studi e l’iter per l’inserimento nel mondo del lavoro, suscitando nei giovani liceali entusiasmo, interesse, fiducia e speranza.
(Fonte foto: Rete Internet)

OSSERVATORIO ADOLESCENTI 

LA <i>DISSIPAZIONE SCOLASTICA</i>

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Brutto mestiere, oggi, quello del docente e del preside. Eppure, mai come in questo momento così difficile, si rivela davvero utile e prezioso il ruolo della scuola. Di Ciro Raia

Troppe volte, negli ultimi tempi, mi sto trovando davanti a genitori, più rassegnati che disperati, convocati dalla scuola per giustificare lunghi periodi d’assenza dei propri figli o un loro insoddisfacente profitto. Alcuni promettono – non senza aver prima fatto ricorso a una casistica collaudata di pretesti giustificativi interni (il professore che è un mangiafuoco, la classe che emargina, le lezioni incomprensibili) o esterni (la nonna lontana, la salute zoppicante, la mancanza delle cedole librarie) – che presto il caso sarà risolto e non se ne parlerà più. Altri, invece, si arrendono e, quasi svestendosi di ogni autorità/responsabilità genitoriale, dichiarano la propria inanità a gestire la questione. Anzi, sono questi ultimi quelli che, deposte le armi tutoriali, spesso affidandosi totalmente alla scuola, chiedono un aiuto, un intervento deciso con un risultato più taumaturgico che didattico-educativo.

Quali che siano le motivazioni a monte (culturali, socio-ambientali, economiche), il fenomeno dell’insuccesso e della dispersione scolastica rivela una difficoltà (un macroinsuccesso) delle istituzioni (dello Stato più che delle singole scuole) a saper rispondere alle esigenze dei cittadini. Perché, in fondo, tutti quelli che sono spinti ad allontanarsi o si allontanano volontariamente dall’istruzione formale sono l’immagine della sconfitta di un intero paese e della sua crescita democratica.

L’Italia, tra i paesi più industrializzati del mondo, ha troppi giovani che abbandonano precocemente gli studi e che, loro malgrado, non risultano inseriti in alcun altra attività formativa (nel 2010 erano circa il 19%). La dispersione scolastica (che personalmente –e da anni- penso sia più corretto definire dissipazione scolastica [delle risorse, delle energie, delle capacità, delle intelligenze]) ha costi molto elevati anche in termini specificamente economici.
Nel 2007, l’allora ministro dell’Istruzione, Giuseppe Fioroni, presentò un Quaderno bianco con alcune cifre (i costi sostenuti dallo Stato e, quindi, dalla collettività), che avrebbero dovuto far riflettere, molto di più di quanto non avvenne veramente, tutti i maitres a penser, che gravitano nella galassia dell’educazione.

I numeri dicevano, in modo crudo e senza gli orpelli delle parole, che per ogni alunno di scuola media si investivano 7.238 euro; per un alunno delle superiori, invece, c’era bisogno di 7.666 euro di investimento individuale. Nell’anno scolastico 2007/2008 i bocciati ed i ritirati dalla scuola costarono circa 4 miliardi di euro! Troppi soldi (un vero lusso) per ritrovarsi, alla fine di un percorso educativo, con un pugno di mosche in mano o, tutto al più, per invocare una scuola più selettiva come unico antidoto alla riconosciuta ignoranza di una società attratta sempre più dalle apparenze.

Ad essere onesti, bisogna anche aggiungere che, spesso, i genitori degli alunni della scuola dell’obbligo (e molto di più delle superiori) confessavano (e confessano) di mandare i propri figli anche a lezione privata. Ragion per cui all’iniziale investimento statale pro capite era d’uopo addizionare quello familiare, pari a un altro miliardo di euro, per la spesa (tutto sommato sofferta e quasi inutile) dell’istruzione pubblica.

Dei ragazzi che frequentano normalmente le aule scolastiche, si sa, non si è mai troppo soddisfatti. Si dice che studiano poco, che raggiungono scarsi risultati, che escono – in numeri rilevanti – dalle aule scolastiche senza avere acquisito le competenze base richieste dall’attuale società. Eppure, già da alcuni anni, le scuole secondarie hanno un appuntamento fisso con l’indagine (annuale) dell’Invalsi, sulle competenze in Lettura e Matematica, e con quella (triennale) dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) su Lettura, Matematica e Scienze, il cosiddetto Pisa (Programme for International Assesment, programma di valutazione internazionale degli studenti). Ambedue le ricerche, purtroppo, presentano risultati poco lusinghieri per gli studenti italiani, che si piazzano, in una ipotetica classifica tra i paesi più industrializzati d’Europa, negli ultimi posti, utili al massimo per poter accedere ai play out.

La difficoltà vera è che la società è cambiata e la scuola non è riuscita a mettersi al passo. Anzi, la scuola, luogo di insegnamento (scopo intenzionale) e di apprendimento (modifica di comportamento), non ha saputo (voluto? potuto?) dettare i passi del cambiamento. In altre parole, la scuola è rimasta ancorata a un tempo in cui era necessario saper leggere, scrivere e far di conto. L’attuale società richiede, invece, l’acquisizione di competenze, di livello superiore, utili a trasformare gli alunni (con la vocazione alla sudditanza) in cittadini (con vocazione all’autonoma responsabilità) consapevoli delle proprie potenzialità e protagonisti della società. Perché ciò avvenga, necessita uno svecchiamento della didattica (che non è svecchiamento del corpo docente). Necessita un superamento della fase nozionistica dell’insegnamento ed un contemporaneo potenziamento di una didattica della problematizzazione, dello sviluppo dei nessi logici, dei processi metacognitivi.

Ecco il senso de Gli inopportuni semplicismi che presidiano la scuola (16/1/2012).
Brutto mestiere, oggi, quello dell’insegnante; ancora più brutto quello del preside. C’è una strada in salita; c’è una delegittimazione (voluta, perseguita) della cultura (a che serve?, non ha dato mai da mangiare a nessuno, è un lusso inutile); c’è, perciò, una difficoltà a riprendere il bandolo della matassa. Mai come in questo momento, che il paese sta vivendo, si rivela davvero utile e prezioso il ruolo della scuola e quello dei suoi operatori. Ben sapendo che tutto quanto di buono si è fatto negli ultimi anni, in assenza di risorse e di programmi appositamente dedicati, da parte della Politica, è stato solo frutto dell’abnegazione dei docenti. Non potrà esserci cambiamento alcuno, non potrà esserci alcuna resurrezione se la propulsione, la spinta non si avvia, con convinzione, dalla base della scuola.

Un sindaco di una grande città, che quando fu eletto, nel lontano 1975, fu salutato più come taumaturgo che come rappresentante istituzionale, e perciò in grado di eliminare i mali endemici vissuti dai suoi cittadini (traffico, cortei di disoccupati, costruzioni abusive ed altro ancora), appena dopo pochi mesi della sua avventura amministrativa, fu subito tacciato di un quasi fallimento. A chi, in modo garbato, gli chiese, perciò, se avesse mai pensato di demordere, di andarsene a casa, egli rispose che, certo, era consapevole di quel minimo cambiamento verificatosi a cui lui aveva contribuito solo in minima parte. Però, proprio perché consapevole di avervi comunque contribuito, tanto lo legittimava ad andare avanti!

Agli sfiduciati, ai denigrati, ai criticati ma comunque entusiasti della possibilità di essere educatori di giovani, valga l’esempio di quel sindaco. Grandi sforzi, piccoli passi in avanti.
Se si è buoni maestri e si riesce, in un qualche modo, a incidere nella formazione di una persona, a modificare il suo comportamento, a lasciare un seme (anche se solo di speranza), tanto vale continuare a perseguire un cammino connotato dalla limitatezza delle conoscenze, dalla didattica della problematizzazione, dall’insegnamento della complessità e del dubbio.

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LA LOBBY DEGLI AUTOTRASPORTI E IL RUOLO DELLE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

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Della lobby degli autotrasporti ne hanno tutti paura. Essa costituisce uno dei punti nevralgici del paese. Per Amato Lamberti l”‘autotrasporto è la vera ricchezza delle organizzazioni criminali.

Da anni si afferma che le organizzazioni criminali di stampo mafioso sono diventate silenziose e invisibili. Eppure si sentono ancora le affermazioni di presunte, possibili infiltrazioni nel movimento siciliano dei forconi, o che lo sciopero organizzato in Campania, è infiltrato da elementi vicini alla camorra.

Il prof. Amato Lamberti ex direttore dell’Osservatorio sulla camorra, ha recentemente riaffermato: “Sono anni che pongo l’attenzione sul fatto che il settore dell’autotrasporto è la vera ricchezza delle organizzazioni criminali”. Della lobby degli autotrasporti ne hanno tutti paura. Essa costituisce uno dei punti nevralgici del paese. Basti pensare ad alcune cifre:

– che sono 114mila le imprese di trasporti su gomma secondo il C.N.A. ( Confederazione Nazionale dell’Artigianato);
– e secondo Confetra gli autocarri circolanti sono circa 3,9 milioni, con cui il 90% delle merci si muove in tutta la nazione.
Dunque anche con il blocco di una sola giornata della circolazione degli autocarri per tutta una nazione la riuscirebbe a mandare in tilt.

Contiua Lamberti dicendo: ”credo sia il tentativo di delegittimazione di tutti i livelli istituzionali, politici e amministrativi, chiaramente finalizzato a forzare i termini dell’autonomia siciliana garantita peraltro dallo statuto speciale regionale, da dover tenere in considerazione.
Infatti il movimento dei forconi rivendica la piena attuazione dello statuto speciale della regione Sicilia che prevede forti autonomie in settori nevralgici come:
– quello degli idrocarburi;
– delle autorizzazioni edilizie;
– e delle licenze d’impresa”.
Dove le organizzazioni criminali di stampo mafioso hanno messo le mani ormai da anni e a cui fa molta gola.

Infatti in una dichiarazione di Paolo Uggè, il leader della Fai-conftrasporto che rappresenta il 90% delle associazioni, afferma che: ”sono altri i poteri che soffiano sul fuoco della protesta e strumentalizzano il disagio dei camionisti”.

La quasi totalità degli autotrasporti appartiene alle organizzazioni criminali, le quali li utilizzano per il miglior controllo dei settori in cui operano.
Infatti conclude Lamberti elencandone alcuni tra essi:

“- Il controllo dell’edilizia lo si fa con i camion;
– il controllo delle forniture di cemento passa attraverso i camion;
– tutto il movimento terra, ma anche quello del trasporto rifiuti urbani e industriali, passa attraverso i camion;
– anche la droga ha bisogno di trasporti”.

Quindi qualsiasi attività lecita o illecita passa attraverso i camion.
Una protesta che possa sembrare tanto spontanea in fin dei conti dopo quanto detto pone un interrogativo: le istituzioni in questa situazione che fine hanno fatto? perché non rispondono?
È quali sarebbero le risposte dei manifestanti nel caso si arrivasse ad una apertura da parte delle istituzioni ad un tavolo concertativo?

LA RUBRICA
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=52