È la vigilia della giornata mondiale del malato. Un”occasione utile per riflettere in che modo ci si presta di fronte alla sofferenza, ma anche per denunciare i peccati della sanità in Campania. Di Don Aniello Tortora
Anche quest’anno la Chiesa celebra l’annuale giornata mondiale del malato (11 febbraio). È sempre un’occasione privilegiata per riflettere sul problema della sofferenza, del dolore, dell’attenzione al malato, del prendersi cura, del funzionamento (o meno) della Sanità in Italia (e soprattutto in Campania).Il gesto del prendersi cura è una struttura antropologica fondamentale che accompagna l’uomo dalla vita intrauterina fin oltre la morte. In particolare, parlando di cura integrale all’uomo fragile, intendiamo non solo la cura di una specifica malattia o tipologia di ammalato, ma un percorso di presa in carico che includa i bisogni profondi della persona e sia attento alle necessità spirituali e morali del sofferente.
Alla base della cura integrale va posto un modello antropologico che guardi all’uomo nelle sue molteplici dimensioni: fisico-biologica, psichica, sociale, culturale e spirituale.Qualunque sia la condizione clinica e il livello di disabilità della persona, tutte le dimensioni suddette sono sempre presenti e chiedono di essere armonizzate per realizzare il bene concretamente possibile di quella persona e del suo contesto relazionale. Nel mondo della sanità, il primo passaggio che ogni operatore professionale deve compiere è quello di “ospitare” i malati, fermandosi, conoscendoli, interessandosi di ciascuno di loro. Può sembrare banale, ma la tentazione del “passare oltre” è sempre in agguato e si nutre di mille giustificazioni: impegni programmati o imprevisti, incontri di équipe, incombenze burocratiche, inderogabili esigenze personali.
Il “prendersi cura” dell’altro richiede un lavoro di squadra: è impossibile “farsi carico” integralmente e da soli di una persona sofferente. Lavorare “in rete” è un’esigenza di buon senso e insieme un requisito indispensabile per un’efficace organizzazione sanitaria ospedaliera e territoriale. Per curare la persona ammalata occorrono prestazioni sanitarie adeguate, ma la semplice erogazione di prestazioni (visite, analisi, radiografie, ricoveri) è insufficiente. La gestione del dolore fisico e psicologico, che assorbe l’energia del sofferente e lo deprime, o la solitudine, che è in se stessa causa di fragilità e aggiunge al problema in atto le ansie per il futuro, richiedono percorsi di presa in carico. È estremamente difficile rispondere a tutte queste necessità, senza integrare professionalità diverse e senza il ruolo della comunità e la forza delle motivazioni spirituali.
Non va mai dimenticato che il malato conserva sempre il suo valore di persona, anche nelle situazioni estreme, con la sua inviolabile dignità di essere umano e di figlio di Dio; senza questo ampio sguardo di considerazione, condivisione e amore, ogni gesto di cura risulta incompleto.
L’assistenza integrale è attenta alle peculiarità del singolo e alla particolare condizione di ogni uomo. Le malattie non sono tutte uguali e ognuno di noi, di fronte alla sofferenza, reagisce con modalità diverse. Inoltre, i concetti di malattia e di cura possono essere profondamente diversi nelle varie culture. L’accompagnamento del sofferente dovrà essere il più possibile personalizzato, così da entrare “in punta di piedi” in relazione con lui e con il suo contesto culturale e affettivo, per conoscerne le condizioni, i valori e le attese e adoperarsi nella ricerca di una risposta adeguata: conoscere l’altro per imparare ad amarlo.
Cosa significa “prendersi cura” del malato in Campania, sul nostro territorio, dove la Sanità è allo stremo e allo sbando? Basti pensare a come (non) funzionano alcuni ospedali, quali il Cardarelli, Nola, Loreto Mare,etc…. La civiltà di un popolo si suppone dall’attenzione alle fasce più deboli della società. Anche la stessa Chiesa può e deve fare di più in questo campo. Deve “denunciare” le “strutture di peccato” del mondo della sanità e dare il proprio fattivo contributo per stare più vicina ai malati. Meno convegni e documenti, meno riti e più visite nelle “case del dolore” da parte dei cristiani.
(Fonte foto: Rete Internet)

