Nella Napoli del Seicento trova spazio, tra i grandi nomi di Giuseppe de Ribera, Salvator Rosa e Luca Giordano, Massimo Stanzione, colui che diede vita al “classicismo napoletano”.
La maggior parte delle notizie sull’artista si devono a Bernardo De Dominici, pittore e storico dell’arte napoletano, che di lui scrisse nella sua raccolta di Vite de’ pittori, scultori e architetti napoletani. Nato nel 1585 ad Orta d’Atella, o secondo alcuni a Frattamaggiore, lo Stanzione è stato, senza dubbio, uno dei grandi protagonisti del Barocco partenopeo. L’infanzia e l’adolescenza dell’artista furono certamente felici. Pare infatti, scrive il De Dominici, che appartenesse ad una famiglia agiata, forse aristocratica, e avesse vissuto a lungo nel “comodo della sua casa”, “suonando vari istrumenti con alcuni giovani suoi compagni e dilettandosi della musica” molto più che delle scienze umane, al cui studio i genitori lo avevano indirizzato.
Una svolta nella vita dello Stanzione si ebbe, stando sempre al De Dominici, quando a diciotto anni egli assistette al ritratto che un pittore fece di un suo parente defunto, pratica molto diffusa al tempo. Volle così “rivolgersi alla pittura” e scelse Fabrizio Santafede, celebre ritrattista, come suo maestro. Fu nell’ambiente manierista della bottega del Santafede, da molti definito “il Raffaello napoletano”, che il giovane artista imparò l’arte del dipingere e si appassionò al genere del ritratto, spesso sostituendo il maestro in varie commissioni.
Nel 1607 (o forse nel 1617) Massimo fu per un breve periodo a Roma ad imparar la “buona maniera” e a studiare i modelli antichi. Secondo il De Dominici, lo Stanzione fu spinto a partire da Artemisia Genitleschi, a quel tempo, scrive lo storico dell’arte, a Napoli. Si tratta evidentemente di un errore poiché il soggiorno napoletano di Artemisia ebbe inizio solo nel 1630 e durò, salvo un periodo a Londra, fino al 1653. L’amicizia tra il pittore napoletano e la pittrice romana è comunque ampiamente attestata e si deve pensare che essa sia maturata a Roma, nel periodo in cui lo Stanzione era in città .
Nella capitale, infatti, l’artista campano si avvicinò all’ambiente del classicismo bolognese di Annibale Carracci, Guido Reni e della stessa Artemisia Gentileschi. Fu in quegli anni che lo Stanzione mise a punto il suo stile. Memore degli insegnamenti raffaelleschi del Santafede, il pittore apprese velocemente l’arte classicistica e temperata della scuola carraccesca divenendone, tornato a Napoli, uno dei più importanti diffusori.
A Roma, inoltre, Massimo Stanzione non rimase indifferente alle novità che il Caravaggio stava diffondendo nell’arte dell’Urbe. In questo il pittore napoletano si lega ulteriormente alla figura di Artemisia Gentileschi e soprattutto a quella di Guido Reni, anch’essi per un periodo della loro carriera fortemente influenzati dalla pittura del Caravaggio. Il De Dominici vuole tuttavia che lo Stanzione, in realtà , si accostasse al caravaggismo giovanissimo, attraverso Battistello Caracciolo, altro discepolo di Fabrizio Santafede, il primo a coltivare a Napoli l’arte del maestro lombardo dopo che questi lasciò definitivamente il capoluogo campano nel 1610. In ogni caso resta evidente l’influsso del Merisi in buona parte della produzione artistica dello Stanzione.
Negli anni ’30 del Seicento l’artista fece sicuramente ritorno in patria. In città entrò trionfalmente, dopo aver ottenuto due cavalierati ed essere divenuto, ormai, un pittore famoso. Lo avevano preceduto o seguito a Napoli praticamente tutti i più grandi esponenti del classicismo bolognese. Oltre ad Annibale Carracci, arrivarono in città , uno dopo l’altro, Guido Reni, il Domenichino, il Lanfranco e Artemsia Gentileschi che a Pozzuoli, nel Duomo, iniziò una fruttuosa collaborazione proprio con lo Stanzione per la realizzazione delle tele con le Storie di San Gennaro.
Questi anni furono fondamentali non solo per il nostro artista, che ribadì l’impronta classicheggiante della sua arte, ma per tutto il panorama artistico partenopeo. Morì, sempre a Napoli, nel 1658 o, molto probabilmente, secondo alcuni, nella peste del 1656.
Se al Caracciolo si deve il consolidamento di una tradizione caravaggesca nell’arte napoletana, quel fortunato seguito che nel territorio partenopeo ebbe il classicismo del Carracci fu tutto merito di Massimo Stanzione. Suo il Suicidio di Cleopatra (foto), dove lo straordinario realismo della composizione incontra piacevolmente forme e temi classici.
Cleopatra tiene con la mano sinistra il serpente che addentandola al seno inocula il veleno. Distrutta dalla notizia del suicidio di Antonio e dell’avanzamento delle truppe di Ottaviano Augusto, la regina si lascia andare dolcemente al sonno della morte.
(Fonte foto: Rete Internet)




