Il virus che aggredisce l”identità morale e civile dell”uomo e ne distrugge la virtus. Molti modesti amministratori, e la loro politica spicciola, dovrebbero imparare qualche cosa dai dialoghi del prof.
Giovanni AriolaIl prof. Carlo torna in Istituto dopo un lungo periodo di assenza dovuta ad una forma influenzale particolarmente violenta e pertinace che l’ha costretto a letto per più di una settimana. Un’influenza “di natura virale”, come diagnosticato dal suo medico, il quale è molto più bravo nella concettualizzazione teorica e indifferenziata della medicina che nella pratica di essa (= clinica = esame completo e studio accurato del singolo paziente, formulazione diagnostica e definizione di un intervento terapeutico adeguato).
Sostiene l’esimio seguace di Esculapio che oggigiorno, causa l’inquinamento multiplo che affligge il nostro pianeta, si sono sviluppate vere e proprie colonie di virus che attaccano l’uomo e diventano col passare del tempo sempre più capaci di resistere al contrattacco di farmaci con cui i medici cercano di debellarli. Insomma si passa dai veleni che l’uomo sta nei modi più svariati riversando nell’ecosistema ai virus ossia agli agenti patogeni che aggrediscono gli esseri viventi (non per niente, sentenzia il dotto…dottore, virus è parola latina che originariamente significava veleno). Il guaio è che tali colonie di virus non sono dello stesso tipo per cui è pressoché impossibile predisporre per tutte preventivamente sia un vaccino adeguato sia un farmaco efficace.
Tradotto in termini pratici questo discorso significa che i medici non conoscono la natura dei virus e quindi le malattie che essi provocano: ergo non possono (= non sanno) stabilire e prescrivere una terapia idonea. Vanno tentoni (il prof. preferisce l’avverbio semplice alla più comune e diffusa locuzione avverbiale a tentoni) e si limitano a curare alcuni effetti concomitanti della malattia principale.
Basta, il prof. Carlo nei giorni iniziali della sua influenza ha evitato di chiamare il medico, ha tenuto sotto controllo la febbre con un antipiretico e ha cercato di combattere le sofferenze varie con metodi tradizionali (pediluvi bollenti, suffumigi, ponce e simili) e con qualche aspirina di quelle che provocano abbondanti sudate (= estromissione di tossine). Ma, quando il mal di gola si è fatto lancinante, ha dovuto arrendersi e rivolgersi al medico che nel prescrivergli alcune medicine ha sentenziato “Proviamo con queste!”. Alla fine, per fortuna, gli è andata bene.
A considerare tuttavia questa vicenda a posteriori, il riposo coatto non è stato del tutto un male. Non ha potuto, è vero, il 23 febbraio scorso, alla Biblioteca Nazionale di Napoli, presenziare, cosa a cui teneva molto, alla presentazione del libro-autobiografia di Mario Pirani dal titolo intrigante con il suo suggestivo ossimoro, “Le ragionevoli illusioni”, (Mondadori, 2012), un libro che ripercorre cinquant’anni della vita d’un uomo che ha creduto in una idea (quella marxista) e ha dovuto subire una drammatica e cocente disillusione.
Dopo qualche giorno però di riposo assoluto, il prof. ha potuto più liberamente e senza vincoli di tempo dedicarsi a leggere o rileggere alcuni libri che fino ad allora non era riuscito neppure a prendere in mano. Sollecitato, ad esempio, dalla lettura di un articolo di Claudio Magris, comparso sul Corriere della Sera (23 febbraio), ha tirato fuori dalla sua libreria la raccolta di saggi che lo stesso studioso pubblicò qualche anno fa, e lo ha riletto con rinnovato interesse. Il tema del primo capitolo è la tolleranza che viene esaltata come un valore oggi indispensabile in una società multietnica e multiculturale. Nell’articolo Magris riprende il discorso e indica nel relativismo che oggi da più parti viene condannato indiscriminatamene, il fondamento della tolleranza:
“Il relativismo, correttamente inteso, non è la negazione della verità e men che meno del significato e della necessità della sua ricerca. Esso è un indispensabile sale, non una pietanza; è un correttivo irrinunciabile nella ricerca della verità, che impedisce di credersene possessori definitivi, pervenuti a una piena e indiscutibile conoscenza della verità e autorizzati a imporla agli altri. Questo relativismo – rivolto a tutti i dogmatismi, a tutte le parole d’ordine e a tutte le opinioni dominanti del momento, soprattutto alle proprie convinzioni – è la base della tolleranza e della libertà”.
E tuttavia, subito dopo Magris avverte ed ammonisce:”Ma c’è un altro relativismo che oggi detta legge come un dogma pacchiano…ponendo tutte le scelte morali sullo stesso piano, come in un menu in cui ognuno sceglie secondo i suoi gusti e le reazioni delle sue papille gustative…”
Ribadisce cioè un concetto che già nel libro citato sopra aveva stigmatizzato: “I nostri anni potrebbero forse venir definiti…l’era dell’optional. Religioni, filosofie, sistemi di valori, concezioni politiche si allineano in bell’ordine sui banchi di un supermarket e ciascuno – a seconda del bisogno o della voglia del momento – prende da un ripiano o dall’altro gli articoli che gli pare, due confezioni di cristianesimo, tre di buddismo zen, un paio di etti di liberismo ultrà, una zolletta di socialismo, e li mescola a piacere in un suo cocktail privato”. (pag. 19)
Queste considerazioni commentano opportunamente, a giudizio del prof. Carlo, la situazione qui nel nostro Paese. È proprio vero, come è stato recentemente denunciato dal Presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, il 16 febbraio scorso, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario , ci troviamo, vent’anni dopo Mani Pulite, di fronte ad “un dilagare della corruzione e del malaffare”, dovuto soprattutto ad un relativismo culturale e in modo particolare etico/religioso che ha minato alle fondamenta tutto il sistema axiologico della società. Ecco, tale relativismo è come un virus che aggredisce l’animo dell’uomo e ne distrugge appunto ogni identità morale e civile, quella che gli antichi chiamavano virtus e che i nostri padri appena pochi decenni fa, più genericamente forse ma più significativamente, definivano l’onore della persona.
Sorride il prof Carlo pensando che una così terribile situazione si può rappresentare come un’operazione di tipo enigmistico, ossia come il passaggio da una parola ad un’altra mediante la sottrazione o meglio lo scarto di una consonante (da virtus a virus) e considerando pure che, sempre enigmisticamente, si potrebbe con la stessa facilità passare da virus a virtus mediante l’aggiunta di una semplice consonante.
Magari la rigenerazione della società potesse attuarsi agendo sulle sole parole!
Non si è accorto il prof. che è entrata Raffaella, la neodottoressa in Scienze dell’educazione e temporaneamente in servizio volontario e gratuito presso l’Istituto.
– È arrivata una e-mail – annuncia la ragazza con un’aria alquanto perplessa – del prof. Eligio che dice “Colicato…coricato…tacitato (Ann., XV, 62 e sgg.). Per intervalla morbi. S.d.”. Io non ci ho capito niente. Sembra un messaggio in codice.
– Lo è – sorride divertito il prof. – Te lo traduco subito. Colicato vuol dire che il nostro povero amico è sofferente per una colica…è colpito infatti di tanto in tanto da coliche renali a causa di un calcoletto malandrino…Quindi è costretto a stare a letto coricato…
– e tacitato? – chiede la ragazza, anch’essa ora sorridente.
– Tacitato ha un doppio significato. Poiché per il dolore forte si lamentava, è stato curato sicuramente con un antispastico che, sedato il dolore, lo ha messo in condizione di non doversi più lamentare…Ma con quelle abbreviature e con quei numeretti tra parentesi tacitato significa anche, in base ad un codice linguistico da noi inventato, che sta leggendo, anzi si sta curando il morale piuttosto basso rileggendo Tacito e precisamente i capitoli 62 e seguenti del libro XV degli Annali… e questo per intervalla morbi (che, come saprai, riecheggia per intervalla insaniae di lucreziana memoria), ossia nei momenti di pausa della malattia. Non credo di doverti spiegare il s(alutem) d(icit) finale. Ma aspetta…deve esserci in questo scaffale l’opera di Tacito in questione…rileggiamo insieme il passo che ci segnala il nostro amico…
– Ora ricordo – quasi esclama la ragazza – Si tratta della famosa pagina della morte di Seneca…
– Esatto…”Ille interritus poscit testamenti tabulas…Quegli, imperturbabile, chiede che gli si portino le tavolette del testamento: e poiché il centurione gliele ricusa, voltosi agli amici dichiara che, essendogli negato il mezzo di ricompensare i loro meriti, lasciava loro in eredità l’unica cosa rimastagli, ch’era però la più bella: l’immagine della propria vita. Se non l’avessero dimenticata, avrebbero avuto, in premio di una così costante amicizia, la gloria di una esistenza immacolata.
…Com’ebbe detto tali cose e altre simili, rivolto a tutti i presenti, abbracciò la moglie, e inteneritosi alquanto, in contrasto con la forza d’animo fino allora dimostrata, la pregò e scongiurò che moderasse la sua angoscia e non vi si abbandonasse per sempre ma cercasse degno conforto al rimpianto del marito ripensandone la vita virtuosamente trascorsa (“in contemplatione vitae per virtutem actae”)….”
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