PARADISO AMARO

Alexander Payne ritorna con uno dei migliori film americani dell”anno. Alternando sorrisi e commozione, ci racconta la “ricostruzione” di una famiglia abbattuta da un grave lutto.

Matt King (George Clooney) non è la persona migliore di questo mondo. Nei rapporti con la moglie e con le figlie regna una certa freddezza. Ricco discendente di una famiglia hawaiana, sembra un atomo isolato, incapace di farsi coinvolgere dagli affetti e dalle relazioni interpersonali. Ma un incidente alla moglie cambierà lo scenario: Matt sarà costretto a riconsiderare il rapporto con la famiglia e a mettere in discussione equilibri che sembravano scontati.
Ispirandosi al romanzo Eredi di un mondo sbagliato di Kaui Hart Hemmings, Alexander Payne torna – 6 anni dopo l’acclamato Sideways – con un piccolo gioiello perfetto in tutte le sue componenti e candidato a 5 premi Oscar (con la vittoria nella categoria della migliore sceneggiatura non originale).

Il titolo italiano (l’originale è The Descendants) strizza subito l’occhio, forse anche troppo, all’ambientazione. Il paradiso scenografico è lo splendore delle Hawaii, che diventa anche un paradiso materiale fatto di lusso e ricchezza. La cornice borghese e benestante è una soluzione classica per i film che parlano del deteriorarsi delle relazioni umane sotto un’apparenza tranquilla, e Payne non si sottrae alla regola. Ma a differenza di altre opere simili, sceglie un linguaggio narrativo complesso, dove il dramma da camera si alterna ad un’ironia delicata che spiazza lo spettatore. In modo semplice, senza colpi ad effetto, il regista ci culla tra riso e amarezza, riuscendo soprattutto a delineare personaggi vividi e ben caratterizzati con i quali lo spettatore può facilmente identificarsi.

L’alternanza tra il dramma e la commedia è l’elemento stilistico più interessante. In alcuni casi gli inserti ironici nei momenti più emotivi possono sembrare anche forzati; tuttavia Payne è abilissimo nel non calcare la mano né in un senso né nell’altro, cosi da lasciare il campo a toni autunnali e delicati. L’ironia, il dolore, gli imprevisti, non cozzano tra di loro ma sono tutti inseriti in modo tenero e “naturale” nella narrazione. Così la piccola impresa del film diventa quella di riuscire a rendere realistici fatti e personaggi, a farci entrare in sintonia con loro, pur raccontandoci una storia in modo altalenante, quasi spiazzante per come affronta il tema del dolore.

Questo Paradiso Amaro ha anche i suoi difetti. Una spruzzata di buonismo, l’incastro non sempre ottimo tra il dramma privato e una sottotrama “politica” e un andamento discontinuo dopo la bellissima prima parte abbassano la valutazione generale. Tuttavia, nella sua dimensione di commedia agrodolce (più che di dramma vero e proprio) il film funziona quasi alla perfezione e ci regala almeno un paio di personaggi di alto spessore. In particolare spiccano il protagonista (un bravissimo George Clooney), colpito da eventi imprevisti nel corso di una vita monocorde e raggelata, e la piccola Alexandra (Shailene Woodley), figlia ribelle e problematica alle prese con i primi dolori.

Con questo film Alexander Payne si conferma un ottimo narratore, con uno stile classico e capace di rendere verosimile una storia che tocca corde molto diverse.

Regia: Alexander Payne, con George Clooney, Shailene Woodley, Beau Bridges, Robert Forster, Judy Greer
Durata: 110 minuti
Uscita nelle sale: 17 febbraio 2012
Voto: 6,5/10

LA RUBRICA

LA POLITICA HA BISOGNO DI RICAMBI GENERAZIONALI

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Il convegno nazionale sulla formazione socio-politica, promosso dalla Cei, offre lo spunto per evidenziare il disagio che la politica ha ingenerato tra la gente e tra i cattolici. Di Don Aniello Tortora

Ho partecipato al convegno nazionale dedicato alla “formazione socio-politica”. L’appuntamento, dal titolo “Educare alla cittadinanza responsabile”, è stato celebrato a Roma (2 e 3 marzo). L’iniziativa, promossa dall’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro e dal Servizio per il progetto culturale della Cei, era rivolta a formatori, direttori degli uffici diocesani di pastorale sociale e responsabili degli enti di formazione socio-politica. Una risorsa significativa, con una vivacità di esperienze e ricchezza di contenuti.

Sono le 96 scuole e iniziative di formazione all’impegno sociale e politico presenti sul territorio nazionale. Il titolo prendeva spunto dagli orientamenti pastorali per il decennio della Cei, laddove si richiama “la necessità di educare alla cittadinanza responsabile” di fronte a una società “segnata da una forte tendenza individualistica che svaluta la dimensione sociale”.

Le scuole di formazione socio-politica non hanno come scopo “la preparazione immediata di un personale politico”, ma sono chiamate a far crescere la “coscienza” della “responsabilità di ogni credente”. Lo ha affermato, introducendo i lavori, il segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata. “L’invenzione di queste scuole”, ha ricordato, ha fatto seguito a “una consapevolezza ormai raggiunta circa la necessità di dare forma organizzata e coerente alla preparazione a un impegno socio-politico adeguato ai tempi”.

E se il mutato contesto “fa ancora meglio vedere che il loro scopo non è la preparazione immediata di un personale politico pronto a spendersi – per così dire – sul mercato del confronto istituzionale e della dialettica partitica”, “tuttavia esse rappresentano un passaggio, che si può rivelare perfino insostituibile, là dove chi si sente chiamato a servire la collettività nella forma dell’impegno politico” prende coscienza “dell’esigenza di far maturare la propria vocazione in un percorso ecclesiale che, nel quadro ordinario della vita cristiana, fornisca elementi specifici di conoscenza scientifica e di giudizio illuminato dalla fede”.

Mons. Crociata ha sottolineato che l’impegno diretto in politica “può essere solo una chiamata personale, non certo un mandato ecclesiale”. Come pure, non va nascosta la “difficoltà” data “dalla distanza tra la formazione” offerta da una scuola socio-politica “e la pratica della gestione delle pubbliche amministrazioni e dell’azione politica”. D’altra parte, ha aggiunto, “il passaggio all’ideale di bene alla sua traduzione nella vita associata richiede la capacità di cercare di raccogliere, orientare, convincere, motivare, accordare libere coscienze verso un’unità di intenti o, almeno, di decisioni il più possibile largamente condivise”. Per questo “l’esigenza di una nuova generazione di credenti impegnati in politica presuppone e contiene un’esigenza più profonda e diffusa di carattere generale”.

“La visione cristiana della cosa pubblica – ha rimarcato – richiede responsabili nel pubblico motivati e attrezzati, ma anche credenti coerenti nello svolgimento della loro vita di cittadini. Il senso civico è parte integrante della coscienza morale del credente e presupposto di ogni progetto e iniziativa politica di credenti e di non credenti”. Di conseguenza “le scuole di formazione socio-politica sono chiamate” a “far crescere la coscienza della propria responsabilità di ogni credente nella vita sociale e la necessità dello sviluppo del senso civico”.

Oggi la politica si trova in uno stato talmente confusionale che la gente non riesce più a capire e c’è un diffuso disagio anche tra i cattolici.
E allora, compito della comunità cristiana è quello di accompagnare chi s’impegna sul territorio. Il mondo cattolico, infatti, ha viva coscienza della propria responsabilità verso il territorio e l’intero Paese. Questo, però, senza dividere la comunità, né renderla di parte, con il rischio di esporre la Chiesa a possibili e facili strumentalizzazioni. Ed è quanto stiamo vivendo, ogni lunedì, nella nostra scuola diocesana.

Docenti appassionati e molto competenti, studenti attenti e interessati (almeno cento per ogni lezione) stanno dando vita ad un vero “laboratorio della speranza”. Competenze, professionalità e impegno che, poi, ognuno, metterà a servizio del territorio. Solo così si creerà un ricambio generazionale in politica. Ce n’è davvero bisogno.

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IL TRIONFO DELL’ARTIGIANATO AUTENTICO: ZIARAFFI E LE BORSE INTERAMENTE FATTE A MANO

Dall”idea di due giovani, nasce a Terzigno un nuovo marchio. “Zero” è il nome del primo prodotto, chiamato così perchè per realizzarlo non sono stati usati macchinari ed è stato rispettato l”ambiente.

Ziaraffi fa le borse. E le fa a Terzigno: nella città che cerca di togliersi di dosso il marchio infamante della discarica ma anche quello della contraffazione (produzione tipica di un certo tipo di comunità proveniente dall’Estremo Oriente). Ziaraffi, dunque, produce all’ombra del Vesuvio: un triplo salto mortale carpiato, soprattutto in questi tempi così duri. Si tratta di un’impresa difficilissima, ma straordinariamente affascinante: realizzare prodotti interamente disegnati, tagliati e cuciti a mano. Il trionfo della qualità, insomma. L’idea è venuta a Raffaella Iuliano e Giovanni Balletta, che hanno registrato il marchio Ziaraffi e stanno lanciandosi nel mercato della sartoria italiana contemporanea. Il primo prodotto realizzato è, appunto, una borsa, “Zero”.

Si chiama così perché non ci si è avvalsi, durante l’intero arco di produzione, di nessuna macchina che tagliasse o fustellasse. Ma il nome “Zero” viene anche dal fatto che è pressoché vicino allo zero anche l’impatto ambientale, dal momento che si tratta di un oggetto fabbricato interamente con materiali recuperati. La borsa, peraltro, non passa per i negozi: viene spedita ai clienti dopo l’ordinazione via internet (www.ziaraffi.com) e questo consente un ulteriore risparmio, economico ed ambientale. Spiegano Raffaella e Giovanni sul sito: “Ziaraffi è molto più di un brand: è una filosofia di vita, un modus vivendi che si concretizza in una serie di atteggiamenti mirati alla valorizzazione di un patrimonio artigianale sempre più messo da parte. Da questa idea, da questo sogno e da questa essenza creativa nasce Zero”.

Raffaella e Giovanni coltivano il loro sogno da tempo, stanno muovendo i primi passi nel mondo dell’imprenditoria e della moda ma hanno le idee decisamente chiare: puntano all’artigianato che si fa arte, al recupero della sartoria autentica e alla qualità che passa per la purezza stilistica e contenutistica. Che abbiano deciso di realizzare tutto ciò al Sud e in particolare in provincia di Napoli, poi, è un vero atto di coraggio. E di amore per la propria terra.

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REATI DI TRUFFA E SOGGETTI IN CONDIZIONE DI MINORATA DIFESA: QUALE TUTELA?

C”è sempre gente pronta ad approfittare del disagio dei più deboli per ottenere soldi. Un comportamento odioso e non sempre facile da provare. Di Simona Carandente

Il forte e preoccupante momento di crisi economica che il nostro paese vive nei tempi recenti riesce a moltiplicare e fomentare, con dinamiche talvolta incontrollabili, condotte di natura truffaldina posti in essere da persone senza scrupoli, allettate dalla prospettiva di lauti e facili guadagni a fronte di sforzi minimi.

Tuttavia, tali comportamenti appaiono ancor più spregevoli se le “vittime” predesignate sono soggetti anziani o disabili, sia dal punto di vista fisico che intellettivo, facilmente raggirabili perché in condizioni di minorata difesa ed impossibilitati a tutelare i propri interessi. Purtroppo, occorre considerare come in mancanza di un provvedimento dell’autorità giudiziaria in materia di capacità di agire, gli atti compiuti da tali soggetti mantengono la loro piena validità, esplicando pienamente i propri effetti fino a prova contraria.

Nel caso concreto, la giovane S. si è rivolta al legale prospettando una questione apparentemente complessa: afflitta da un grave disturbo della personalità, già da tempo documentato, vive assieme all’anziana madre, riuscendo ad andare avanti solo grazie alla pensione minima di quest’ultima ed alla relativa indennità di accompagnamento.

Trovatasi in una condizione di estrema difficoltà, confida al legale qualcosa di incredibile: nell’ultimo anno ha dovuto subire le continue lamentele di una propria vicina di casa, trovatasi (a suo dire) in condizioni economiche di estremo disagio, tali da indurla addirittura a pensare all’atto estremo del suicidio. La signora, in lacrime, ha chiesto pressantemente l’aiuto economico di S., chiedendole denaro ogni mese, con la promessa di restituirlo a breve, una volta entrata in possesso di una grossa somma che lo Stato avrebbe dovuto corrisponderle.

La giovane S., da anni in cura per problemi di depressione, afflitta da gravi patologie mentali pur se in grado di interagire con il mondo esterno, si lascia convincere a prestare alla signora somme piccole, ma in misura costante: mese dopo mese, senza alcuna ricevuta scritta e senza alcuna prova dell’avvenuto pagamento, impietosita dalle sue lacrime riesce a prosciugare l’intero conto familiare.
Addirittura, pur di poter far fronte alle continue ed incessanti richieste della vicina, tralascia di pagare le bollette delle utenze e del fitto, giungendo addirittura ad impegnare oro ed oggetti preziosi pur di accontentare l’amica in (presunta) difficoltà.

Dopo circa un anno, complice lo stato di pressoché totale indigenza in cui aveva costretto a vivere se stessa e l’anziana madre, di fronte all’ennesimo tentativo di procrastinare il pagamento, S. si rivolge al legale, conferendole mandato per procedere in sede penale. Un simile comportamento, pur non configurando pienamente il reato di circonvenzione di incapace (art.643 c.p.), integra senza dubbio quello di truffa: mediante artifizi e raggiri, consistenti nel fingere un bisogno economico in realtà inesistente, prospettando una restituzione mai avvenuta, la signora ha abusato delle condizioni di deficienza psichica della ragazza e dell’anziana madre, giungendo ad appropriarsi di una somma di ben ventimila euro.

Difficoltà da non trascurare, tuttavia, quella relativa all’impossibilità di poter provare l’avvenuto pagamento, tenuto conto dell’assoluta buona fede della giovane nel versamento del denaro e della mancanza, salvo prova attraverso testi, di una prova scritta che attesti il regolare e continuo versamento delle somme. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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L’ARTE “EN ROSE”. BREVE STORIA DELLE PITTRICI NAPOLETANE

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In occasione della mostra che il Museo Nazionale di Capodimonte dedica alle donne dell”arte e in vista dell”8 marzo, ecco una breve storia della pittura napoletana tutta al femminile.

“Le donne sono state spesso umiliate, violate, derise; sono morte sul patibolo, avvelenate, in carcere, ma nessuno riconosce la parte decisiva che hanno avuto nelle vicende umane; anzi vengono quasi sempre relegate ad un ruolo marginale, subalterno, inutile” (Mario D’Amore). Che la storia fatichi a dare spazio alle donne è un dato di fatto. Maltrattate, segregate, sminuite, esse hanno molto sudato (e ancora sudano) per emanciparsi da quello scomodo ruolo che hanno a lungo ricoperto, nel corso dei secoli, nella società occidentale. Un ruolo che ha sempre proibito agli storici del passato di fare anche solo menzione del loro determinante contributo nell’edificazione della nostra società moderna. Un contributo divenuto, col tempo, silenzioso, implicito, taciuto.

Poche, e tuttavia numerose, le donne che, vincendo i forti stereotipi e i continui pregiudizi, hanno conquistato, per il loro carisma e per la loro determinazione, un posto nella storia. Piacevoli “eccezioni” che testimoniano il valore di un sesso, quello “debole”, che nonostante tutto si è sempre distinto con decisione e tenacia. Casi atipici, che proprio per la loro “rarità” acquistano valore e dimostrano la grandezza di quelle donne che, in ogni campo dello scibile umano, dalla politica alla religione, dalle scienze alla letteratura e alle arti, si sono contraddistinte per le loro doti specifiche e ancor più per il fatto stesso di essere donne.

Nella storia dell’arte, in cui (a eccezione dell’evo antico) pur rari sono i casi di artisti donna, pittrici e scultrici cominciano ad apparire, nei documenti e nelle fonti ufficiali, nel Rinascimento, sotto la spinta progressista dell’Umanesimo. Sono per lo più figlie d’arte, abituate al clima rude e maschile della bottega, abbondante di attrezzi da lavoro, martelli, trapani, colori e scalpelli, fino ad allora considerati strumenti inadatti alle fragili mani della donna-angelo medievale.

A Napoli, la prima artista che Bernardo de Dominici ricorda nelle sue Vite de’pittori, scultori e architetti napoletani, è Mariangiola Criscuolo, moglie di Giovanni Antonio D’Amato. Nata all’incirca nel 1548 dal pittore Giovan Filippo Criscuolo o da Giovan Angelo Criscuolo (forse lo zio), di lei sembra parli uno sconosciuto manoscritto, presunto di Massimo Stanzione, di cui fa menzione lo stesso de Dominici. La biografia di Mariangiola, scrive Andrea Zezza, “appare costruita su di una serie di topoi della letteratura biografica sulle artiste donne, dall’educazione artistica entro le mura domestiche, alla pratica della musica, all’eccellenza nel dipingere ritratti, al largo spazio speso per vantarne l’esemplare morigeratezza dei costumi, così che Mariangiola sembra dover sostenere le parti di Properzia de’Rossi, di Lavinia Fontana e di Sofonisba Anguissola insieme”. Questa incoerenza delle notizie biografiche complica ulteriormente l’attribuzione di opere all’artista napoletana. Fino ad oggi, infatti, nessun dipinto, da ricercare ovviamente tra quelli vicini ai modi di Giovan Filippo Criscuolo, può essere riferito con assoluta certezza alla pittrice, soprattutto perché, nei documenti a nostra disposizione, l’artista non è mai nominata.

Una sorte simile, sia per l’aspetto “romanzato” della biografia che per la difficile attribuzione di opere, è toccata anche alla sua presunta allieva, suor Luisa Capomazza che, nella prima metà del XVII secolo, come scrive il de Dominici, disprezzò ogni altro amore al di fuori di quello nutrito per l’arte. Nonostante la sua straordinaria bellezza essa si trascurava e si disinteressava dei “donneschi abbigliamenti”, essendo costantemente assorta nel dipingere. Pur di non cedere alle avances di molti gentiluomini, tra cui il pittore Fabrizio Santafede, preferì monacarsi, col consenso del padre, per dedicarsi appieno ai suoi quadri, lavorando in molte chiese di Napoli e per molti nobili napoletani.

Questo piccolo “romanzetto” anticipa di poco, nelle Vite del de Dominici, l’ugualmente arricchito racconto della vita dell’altrettanto bella e morigerata Diana de Rosa, detta Anella (Dianella) di Massimo Stanzione, suo maestro, presso il quale ella conobbe il suo futuro sposo, il pittore Agostino Beltrano. Poco si può estrapolare dalle notizie biografiche riportateci dal de Dominici, che narrano persino dell’ipotetico, ma non improbabile, omicidio della de Rosa a opera del marito, geloso dei rapporti che la moglie aveva instaurato con Massimo Stanzione. Si sa che Annella nacque a Napoli agli inizi del Seicento ed era in qualche modo imparentata con Pacecco de Rosa, verosimilmente lo zio o il fratello; fu fortemente influenzata, nella sua carriera, dal naturalismo classicista di Massimo Stanzione ma morì giovane, negli anni ’40 del secolo, per malattia o forse veramente per omicidio. Anche nel suo caso è azzardato attribuirle delle opere, difficilmente riconoscibili in quelle oggi riconducibili alla cerchia di Pacecco o a quella dello Stanzione.

In ultimo, va ricordata Artemisia Gentileschi (foto), la più celebre pittrice italiana, che nella città partenopea passò buona parte della sua vita, fino alla morte, avvenuta, proprio a Napoli, nel 1653. Di lei si è detto molto, tanto che è l’unica donna ad aver conquistato, di diritto, un “posto fisso” nei libri di storia dell’arte italiana. Cresciuta a Roma nell’ambiente della bottega paterna, figlia dell’altrettanto celebre Orazio Gentileschi, Artemisia si avvicinò, come il padre, all’innovativo naturalismo del Caravaggio e ne divenne seguace. Notevole fu il contributo della pittrice nell’incredibile successo che quello stile ebbe poi a Napoli. Numerosi furono i maestri napoletani che si accostarono al caravaggismo proprio grazie alle opere della Gentileschi.

Benché molte si siano considerevolmente distinte nell’arte, nessuna donna, né a Napoli né altrove, ha mai dato vita ad una vera e propria scuola artistica, poiché esse erano sempre in qualche modo soggette alle scelte e agli obblighi di una bottega, di un marito, di un padre o di un maestro. Uscire dai dogmi di una società fortemente maschilista era ovviamente cosa difficile, anzi impossibile, soprattutto perché, di continuo, pendeva su di loro la minaccia di passare alla storia come donne procaci o, addirittura, come prostitute.

Negli ultimi cento anni, il numero di artiste donne è cresciuto insieme con la libertà e con i diritti conquistati dal genere femminile. Se ne annoverano tantissime, di tutte le età, come la piccola Aelita Andre, australiana, che a soli 4 anni, con un che di provocatorio, può essere considerata la più giovane donna della storia a divenire un artista di successo. 
 

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É POSSIBILE SCANSARE IL CARCERE. O EVITARE DI RITORNARCI

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La criminalità si previene soltanto operando sugli squilibri sociali che la determinano. Ma la nostra società è pessimista sul recupero degli ex carcerati, ecco perchè i criminali sono recidivi. Di Amato Lamberti

Il problema delle carceri è all’attenzione del Governo e dell’opinione pubblica. Il nodo da risolvere sembra essere quello del sovraffollamento; non si tiene conto che bisognerebbe cominciare a discutere della funzione della pena, che è profondamente mutata così come è cambiato il rapporto tra cittadino e società. Emerge sempre più chiaramente che non si può risolvere il problema delle carceri solo con la repressione: è la società e il suo modello di sviluppo che devono essere riformati. Il crimine non è opera del singolo, ma trova le sue condizioni, la sua stessa causa nelle situazioni sociali.

Riconoscere l’origine sociale della devianza e del crimine significa riconoscere una colpa collettiva da parte della società cui appartiene il singolo criminale, per cui diventa necessario che l’intera società si assuma la responsabilità del reato e che il deviante venga inserito all’interno di questa società attraverso un processo collettivo di rieducazione e riparazione del crimine.
Per un reale recupero sociale, in una società come quella italiana, che assegna al lavoro una funzione prevalente, il deviante dovrebbe essere associato alla comunità di lavoro in cui già si trova o in cui dovrebbe essere immesso secondo le sue abitudini e le sue capacità.

Stimolato da questa comunità (fabbrica, azienda, ufficio e scuola), garantitogli un salario, un tenore di vita uguale a quello dei suoi compagni di lavoro, egli dovrebbe reinserirsi nella società, rafforzare i suoi legami, cancellare l’eredità escludente che lo ha estraniato da essa ed eliminare in parte le cause della sua deviazione. Un trattamento nella comunità e con la comunità, quindi mettendo assieme il momento preventivo con quello rieducativo, porta a risultati sia individuali che sociali, e quindi a minori rischi di recidiva. Solo un coinvolgimento pieno della comunità nei problemi della persona può portare ad un’efficiente e valida prevenzione della devianza.

Solo in un carcere che garantisca spazi di socialità, che favorisca un processo di apertura all’esterno si può arrivare ad una sicurezza interna, autodeterminata dai comportamenti e dai modi di vita dei singoli detenuti.
Il carcere è produttore di violenza, depersonalizzazione, infantilizzazione, sub-cultura e concepire la risocializzazione mediante la pena detentiva, che è sinonimo di emarginazione, è una contraddizione se non vi è l’apertura del carcere alla comunità esterna, attuata non solo attraverso un processo di osmosi fra i due mondi, ma soprattutto attraverso il far diventare il carcere parte integrante della società, battendo la logica della separatezza. La dissociazione del carcere dalla società si combatte anche rompendo in qualche modo il tramezzo che separa i compiti rieducativi da quelli di custodia, attraverso una operatività interdisciplinare del personale penitenziario.

È necessario stabilire anche un collegamento tra quartiere e carcere, anche per fornire informazioni corrette all’esterno sul mondo carcerario dal quale si è separati soltanto da un muro di cinta. I risultati maggiori riguardo al reinserimento nel contesto sociale si ottengono non solo dando l’opportunità agli ex-detenuti di lavorare, ma anche intercalandoli nel quartiere e nei rapporti esterni all’ambiente di lavoro. Sarà possibile la rieducazione solo a condizione che esista questa permeabilità, questa osmosi tra la società, le strutture territoriali e la realtà carceraria. La misura alternativa, quindi, diviene il momento per avviare o cercare adeguate soluzioni, favorite dalla ripresa dei rapporti con l’esterno.

Occorre, quindi, che ci sia l’attivazione di consultori, il coinvolgimento dell’intera collettività, dei progetti mirati ad una reintegrazione globale delle persone, non solo al reinserimento lavorativo, insufficiente a garantire una qualità della vita accettabile. La pena non consente un reale risarcimento del danno provocato dal reato, risultato più facilmente ottenibile con altri mezzi, ma la criminalità si previene soltanto operando sugli squilibri sociali che la determinano.
Purtroppo la nostra società è profondamente pessimista per quanto riguarda il reinserimento del detenuto e dell’ex-detenuto. Ed è proprio da questo pessimismo che deriva il fenomeno del recidivismo criminale.

Se, come dice Foucault: “il carcerato,segnato fino alla fine dei suoi giorni costituisce ai margini del proletariato una popolazione marginale che deve servire d’esempio e che è esclusa anche in rapporto al proletariato, popolazione di cui ha bisogno la borghesia per assicurare il suo dominio”, allora è vano sperare di cambiare il carcere senza cambiare la società.
(Fonte foto: Rete Internet)

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RAGIONANDO ATTORNO A UNA PARTITA DI CALCIO

Gol fatti e non visti, schiaffoni agli avversari, calcio scommesse. Continuiamo a vedere le partite di calcio forse per il piacere di scoprire i trucchi. Di Carmine Cimmino


La bruttezza del presente ha valore retroattivo (Karl Kraus)

Una partita di calcio può essere un modello del sistema sociale, una spia del ruolo che vi giocano l’abilità, il caso, l’intelligenza e la fortuna. Diceva Brera che “nel prillare di una sfera padroneggiata dall’uomo qualcuno ha visto espressa l’armonia dei mondi“. L’armonia di questo nostro mondo non esclude che i calciatori, in quanto uomini, si facciano corrompere. L’ultimo scandalo del calcio italico è di tali proporzioni che uno dei magistrati impegnati nelle indagini ha proposto un’amnistia generale: tirare fuori dal cesto le mele che sono tutte marce, definitivamente marce, e preparare nuove regole. Non se ne farà nulla.

Il giro delle scommesse è un vortice che sposta in rapido volo, da un angolo all’altro del pianeta, milioni di euro, i conti in rosso espongono i club “al ricatto e alla pressione della criminalità organizzata“ (Tito Boeri, La Repubblica, 4 giugno 2011), il potere del danaro é tale che l’organizzazione dei mondiali del 2022 è stata assegnata al Quatar. Lo scandalo del calcio italico ha suscitato un’indignazione da teatro: abbiamo tentato di esprimere stupore e avvilimento, ma non ci siamo riusciti. Abbiamo detto tutti: si sapeva già. Pare che solo i presidenti delle società e i dirigenti federali non si fossero accorti di nulla. Del resto, se ci fossimo meravigliati di meraviglia vera, avremmo dimostrato di essere degli incompetenti e degli ingenui. È difficile liberare noi Italiani dall’idea che non c’è partita – negli stadi e fuori dagli stadi – che non si possa truccare: e se si può truccare, è già truccata.

Ma continuiamo a vedere le partite di calcio: forse per il piacere di scoprire i trucchi. Massimo Cacciari ha scritto (La Repubblica, 28 febbraio) un luminoso commento sulla baraonda che si è scatenata intorno alla partita Milan – Juve, a causa del gol che era gol, ma non è stato gol, perché l’arbitro e il guardialinee non hanno visto la palla superare la linea bianca della porta. “È stata una tragedia“: così ha sentenziato un giocatore del Milan: lo stesso che nella partita contro il Napoli aveva mollato, di soppiatto, un papagno ad Aronica, rendendosi protagonista di una delle scene più disgustose che mi sia toccato di vedere negli ultimi anni: si è nascosto dietro il compagno, ha finto di toccargli la spalla, e facendo il distratto ha rifilato lo schiaffo all’avversario.

Non mi pare che la società, l’allenatore e i compagni l’abbiano rimproverato per la plateale slealtà: è uno che fa i gol, che vince da solo le partite, e la ragion di stato viene prima di ogni altra cosa. Ai geni si perdona tutto: si sa che sono eccentrici. Scrive Cacciari che le decisioni di un arbitro di calcio, prese in 2 decimi di secondo, dipendono, prima ancora che dal capire, dal vedere. “Seguo un’azione. Ma nello stesso momento attori della stessa partita si cazzottano lontano dal mio sguardo”. I comportamenti dei giocatori “sono tutti tesi a ingannarmi, ad occultare le loro intenzioni. Fa parte del gioco il farsi gioco di me.”. L’ Arbitro non è al di sopra della mischia: vi è tutto dentro, e l’imparzialità è garantita dal fatto che le due squadre gli sono ostili nella stessa misura, poiché nella stessa misura vogliono farsi gioco di lui.

Se la partita di calcio fosse solo la metafora del duello tra intelligenza e fortuna, tra abilità e caso, sarebbe un modello veramente banale del sistema sociale. Essa è prima di tutto il paradigma di una visione del mondo in cui un Principio Assoluto e Onnipotente traccia senza sosta il limite tra essere e non essere. Nota Cacciari che arbitro e arbitrio hanno la stessa radice: se l’arbitro vede la palla entrare, anche se non è entrata, è gol; se non la vede, non è gol. Anche se la palla ha superato nettamente e chiaramente la linea. L’arbitro è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono: avrebbe detto Protagora.

La baraonda durerà per qualche giorno ancora: ancora per qualche giorno qualcuno chiederà l’aiuto dell’elettronica, proporrà l’installazione di un Occhio meccanico a spiare la linea bianca che separa il non essere gol dall’essere gol. Ma sono certo che alla fine prevarranno le ragioni del buon senso e della filosofia. L’Occhio meccanico può dirci se il pallone ha superato del tutto il confine fatale, ma non può capire se dietro quel gol c’è una giocata leale o una sporca combine: non c’è macchina che possa svelare le intenzioni degli uomini. Per fortuna. L’Occhio meccanico non smaschererà gli imbroglioni che truccano le partite, e nello stesso tempo ci toglierà lo sfizio di far filosofia intorno a un gol non visto dall’arbitro, e di dar ragione, con stizza, a Platone e ai filosofi idealisti, per cui nulla è più falso e ingannevole di ciò che i nostri sensi, e soprattutto i nostri occhi, percepiscono.

Sono anni che viviamo in un teatro in cui illusionisti più o meno bravi cercano di sfilarci la verità da sotto agli occhi, di persuaderci che ciò che non è invece è, e viceversa. Noi assistiamo ai giochi di prestigio con il sorriso di superiorità di chi è convinto di capire ogni trucco, di essere immune dall’inganno. E invece il prestigiatore ci trascina a poco a poco dentro i suoi numeri, ci abitua all’idea che tutto si possa manipolare, e capita così che questo gioco dell’ingannare e dell’ingannarci sulla verità delle cose, dei pensieri e dei sentimenti contamini e corrompa la nostra interiorità e la nostra capacità di provare passioni, e ci renda inautentici.

Se anche piazzassero sulla linea bianca un infallibile Occhio meccanico, saremmo pronti a credere, soprattutto noi che facciamo il tifo per le squadre minori, che un Grande Vecchio, un Comitato Segreto e l’ Ordine del Banco Magistrale possano, quando e come vogliono, truccare anche l’ Occhio meccanico, e far sì che la linea bianca della porta sia come la crisi economica: c’è. Per quasi tutti. Per altri, pochi e fortunati, non c’è.

È l’amarissimo insegnamento di una partita di calcio: non serve fare gol, se il Giudice Arbitro non dichiara che è gol. Il risultato della partita è quello che l’arbitro scrive nel suo referto. La verità del referto annulla la verità dei fatti realmente accaduti sul campo, sotto migliaia di occhi vigili. La legalità delle carte, anche quando è fittizia, produce la sola verità ufficiale. A proposito di legalità. Mentre scrivo, mi dicono che durante l’ultima seduta del Consiglio Comunale di Ottaviano è stata tenuta una lezione magistrale, a due voci, sulla legalità. Aspetto con ansia la pubblicazione del verbale. Serve una rinfrescata alle mie conoscenze su tanto tema.
(Quadro di Carlo Carrà, “Sintesi di una partita di calcio”)

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VIRUS E VIRTUS (LEZIONE PER AMMINISTRATORI MODESTI)

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Il virus che aggredisce l”identità morale e civile dell”uomo e ne distrugge la virtus. Molti modesti amministratori, e la loro politica spicciola, dovrebbero imparare qualche cosa dai dialoghi del prof. Giovanni Ariola

Il prof. Carlo torna in Istituto dopo un lungo periodo di assenza dovuta ad una forma influenzale particolarmente violenta e pertinace che l’ha costretto a letto per più di una settimana. Un’influenza “di natura virale”, come diagnosticato dal suo medico, il quale è molto più bravo nella concettualizzazione teorica e indifferenziata della medicina che nella pratica di essa (= clinica = esame completo e studio accurato del singolo paziente, formulazione diagnostica e definizione di un intervento terapeutico adeguato).

Sostiene l’esimio seguace di Esculapio che oggigiorno, causa l’inquinamento multiplo che affligge il nostro pianeta, si sono sviluppate vere e proprie colonie di virus che attaccano l’uomo e diventano col passare del tempo sempre più capaci di resistere al contrattacco di farmaci con cui i medici cercano di debellarli. Insomma si passa dai veleni che l’uomo sta nei modi più svariati riversando nell’ecosistema ai virus ossia agli agenti patogeni che aggrediscono gli esseri viventi (non per niente, sentenzia il dotto…dottore, virus è parola latina che originariamente significava veleno). Il guaio è che tali colonie di virus non sono dello stesso tipo per cui è pressoché impossibile predisporre per tutte preventivamente sia un vaccino adeguato sia un farmaco efficace.

Tradotto in termini pratici questo discorso significa che i medici non conoscono la natura dei virus e quindi le malattie che essi provocano: ergo non possono (= non sanno) stabilire e prescrivere una terapia idonea. Vanno tentoni (il prof. preferisce l’avverbio semplice alla più comune e diffusa locuzione avverbiale a tentoni) e si limitano a curare alcuni effetti concomitanti della malattia principale.

Basta, il prof. Carlo nei giorni iniziali della sua influenza ha evitato di chiamare il medico, ha tenuto sotto controllo la febbre con un antipiretico e ha cercato di combattere le sofferenze varie con metodi tradizionali (pediluvi bollenti, suffumigi, ponce e simili) e con qualche aspirina di quelle che provocano abbondanti sudate (= estromissione di tossine). Ma, quando il mal di gola si è fatto lancinante, ha dovuto arrendersi e rivolgersi al medico che nel prescrivergli alcune medicine ha sentenziato “Proviamo con queste!”. Alla fine, per fortuna, gli è andata bene.

A considerare tuttavia questa vicenda a posteriori, il riposo coatto non è stato del tutto un male. Non ha potuto, è vero, il 23 febbraio scorso, alla Biblioteca Nazionale di Napoli, presenziare, cosa a cui teneva molto, alla presentazione del libro-autobiografia di Mario Pirani dal titolo intrigante con il suo suggestivo ossimoro, “Le ragionevoli illusioni”, (Mondadori, 2012), un libro che ripercorre cinquant’anni della vita d’un uomo che ha creduto in una idea (quella marxista) e ha dovuto subire una drammatica e cocente disillusione.

Dopo qualche giorno però di riposo assoluto, il prof. ha potuto più liberamente e senza vincoli di tempo dedicarsi a leggere o rileggere alcuni libri che fino ad allora non era riuscito neppure a prendere in mano. Sollecitato, ad esempio, dalla lettura di un articolo di Claudio Magris, comparso sul Corriere della Sera (23 febbraio), ha tirato fuori dalla sua libreria la raccolta di saggi che lo stesso studioso pubblicò qualche anno fa, e lo ha riletto con rinnovato interesse. Il tema del primo capitolo è la tolleranza che viene esaltata come un valore oggi indispensabile in una società multietnica e multiculturale. Nell’articolo Magris riprende il discorso e indica nel relativismo che oggi da più parti viene condannato indiscriminatamene, il fondamento della tolleranza:

“Il relativismo, correttamente inteso, non è la negazione della verità e men che meno del significato e della necessità della sua ricerca. Esso è un indispensabile sale, non una pietanza; è un correttivo irrinunciabile nella ricerca della verità, che impedisce di credersene possessori definitivi, pervenuti a una piena e indiscutibile conoscenza della verità e autorizzati a imporla agli altri. Questo relativismo – rivolto a tutti i dogmatismi, a tutte le parole d’ordine e a tutte le opinioni dominanti del momento, soprattutto alle proprie convinzioni – è la base della tolleranza e della libertà”.
E tuttavia, subito dopo Magris avverte ed ammonisce:”Ma c’è un altro relativismo che oggi detta legge come un dogma pacchiano…ponendo tutte le scelte morali sullo stesso piano, come in un menu in cui ognuno sceglie secondo i suoi gusti e le reazioni delle sue papille gustative…”

Ribadisce cioè un concetto che già nel libro citato sopra aveva stigmatizzato: “I nostri anni potrebbero forse venir definiti…l’era dell’optional. Religioni, filosofie, sistemi di valori, concezioni politiche si allineano in bell’ordine sui banchi di un supermarket e ciascuno – a seconda del bisogno o della voglia del momento – prende da un ripiano o dall’altro gli articoli che gli pare, due confezioni di cristianesimo, tre di buddismo zen, un paio di etti di liberismo ultrà, una zolletta di socialismo, e li mescola a piacere in un suo cocktail privato”. (pag. 19)

Queste considerazioni commentano opportunamente, a giudizio del prof. Carlo, la situazione qui nel nostro Paese. È proprio vero, come è stato recentemente denunciato dal Presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, il 16 febbraio scorso, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario , ci troviamo, vent’anni dopo Mani Pulite, di fronte ad “un dilagare della corruzione e del malaffare”, dovuto soprattutto ad un relativismo culturale e in modo particolare etico/religioso che ha minato alle fondamenta tutto il sistema axiologico della società. Ecco, tale relativismo è come un virus che aggredisce l’animo dell’uomo e ne distrugge appunto ogni identità morale e civile, quella che gli antichi chiamavano virtus e che i nostri padri appena pochi decenni fa, più genericamente forse ma più significativamente, definivano l’onore della persona.

Sorride il prof Carlo pensando che una così terribile situazione si può rappresentare come un’operazione di tipo enigmistico, ossia come il passaggio da una parola ad un’altra mediante la sottrazione o meglio lo scarto di una consonante (da virtus a virus) e considerando pure che, sempre enigmisticamente, si potrebbe con la stessa facilità passare da virus a virtus mediante l’aggiunta di una semplice consonante.
Magari la rigenerazione della società potesse attuarsi agendo sulle sole parole!
Non si è accorto il prof. che è entrata Raffaella, la neodottoressa in Scienze dell’educazione e temporaneamente in servizio volontario e gratuito presso l’Istituto.

– È arrivata una e-mail – annuncia la ragazza con un’aria alquanto perplessa – del prof. Eligio che dice “Colicato…coricato…tacitato (Ann., XV, 62 e sgg.). Per intervalla morbi. S.d.”. Io non ci ho capito niente. Sembra un messaggio in codice.
– Lo è – sorride divertito il prof. – Te lo traduco subito. Colicato vuol dire che il nostro povero amico è sofferente per una colica…è colpito infatti di tanto in tanto da coliche renali a causa di un calcoletto malandrino…Quindi è costretto a stare a letto coricato
– e tacitato? – chiede la ragazza, anch’essa ora sorridente.

Tacitato ha un doppio significato. Poiché per il dolore forte si lamentava, è stato curato sicuramente con un antispastico che, sedato il dolore, lo ha messo in condizione di non doversi più lamentare…Ma con quelle abbreviature e con quei numeretti tra parentesi tacitato significa anche, in base ad un codice linguistico da noi inventato, che sta leggendo, anzi si sta curando il morale piuttosto basso rileggendo Tacito e precisamente i capitoli 62 e seguenti del libro XV degli Annali… e questo per intervalla morbi (che, come saprai, riecheggia per intervalla insaniae di lucreziana memoria), ossia nei momenti di pausa della malattia. Non credo di doverti spiegare il s(alutem) d(icit) finale. Ma aspetta…deve esserci in questo scaffale l’opera di Tacito in questione…rileggiamo insieme il passo che ci segnala il nostro amico…

– Ora ricordo – quasi esclama la ragazza – Si tratta della famosa pagina della morte di Seneca…
– Esatto…”Ille interritus poscit testamenti tabulas…Quegli, imperturbabile, chiede che gli si portino le tavolette del testamento: e poiché il centurione gliele ricusa, voltosi agli amici dichiara che, essendogli negato il mezzo di ricompensare i loro meriti, lasciava loro in eredità l’unica cosa rimastagli, ch’era però la più bella: l’immagine della propria vita. Se non l’avessero dimenticata, avrebbero avuto, in premio di una così costante amicizia, la gloria di una esistenza immacolata.

…Com’ebbe detto tali cose e altre simili, rivolto a tutti i presenti, abbracciò la moglie, e inteneritosi alquanto, in contrasto con la forza d’animo fino allora dimostrata, la pregò e scongiurò che moderasse la sua angoscia e non vi si abbandonasse per sempre ma cercasse degno conforto al rimpianto del marito ripensandone la vita virtuosamente trascorsa (“in contemplatione vitae per virtutem actae”)….

LA RUBRICA 

É TEMPO DI GITE SCOLASTICHE (EHM:VIAGGI DI ISTRUZIONE)!

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In questi periodi di magra, organizzare “visite d”istruzione” è un”impresa. Ma una scuola che vi rinuncia rischia di perdere “clienti”. Di Ciro Raia

Arriva la primavera e con il miglioramento climatico arriva anche il tempo dei viaggi di istruzione per gli alunni delle ultime classi di studio. Si sa, viaggio di istruzione è un eufemismo per dire gita scolastica! La differenza non è solo nell’espressione (viaggio di istruzione/gita) ma nella sostanza. Il viaggio, infatti, costituisce un arricchimento dell’offerta formativa (la proposta educativa ignorata quasi sempre; invocata, invece, quando servono le pezze d’appoggio nella didattica e nell’organizzazione); la gita, invece, ha il sapore dell’escursione, del divertimento e, perché no?, della trasgressione.

Chiaro che un viaggio di istruzione presuppone una programmazione lunga, una declinazione di obiettivi da raggiungere (un apprendimento fuori dall’aula), un rafforzamento dei rapporti interpersonali, affettivi ed emozionali. E, poi, vista la presenza dei docenti, il viaggio rappresenta anche un momento importante di riflessione sulle conoscenze acquisite e sui cambiamenti generati negli alunni (apprendimento come verifica costante del comportamento). La scuola, però, è un mondo ricco di contraddizioni.

Solitamente molte sono le famiglie, che sollecitano l’organizzazione della gita scolastica (non viaggio), pensando a una sorta di battesimo per i propri figli, che scandisca le tappe della vita (la prima volta lontani da casa, insieme ad estranei); un battesimo che abiliti, in altre parole, i minori ad una sorta di passaggio nel mondo degli adulti (gestione delle responsabilità, autonomia).
Solitamente gli alunni vivono con trepidante attesa l’evento della gita scolastica (non viaggio). Sognano due o tre giorni (e due o tre notti) in piena libertà, senza le regole della comunità familiare (lavati i denti, svegliati presto, spegni la televisione), senza l’ossessivo carico della vita scolastica (le interrogazioni, i compiti, i patti di corresponsabilità), con l’assoluta certezza di un divertimento assicurato (le zingarate, le discoteche, gli struggimenti immancabili dei primi amori).

Solitamente la scuola -che organizza il viaggio di istruzione ma non lesina di buttare un occhio alla gita- vive con fibrillazione e comportamenti non univoci la fase preparatoria dell’evento. Infatti, l’organizzazione di un viaggio di istruzione richiede quanto meno: 1) l’esercizio di competenze e responsabilità da parte degli organi collegiali (delibere Collegio, Consiglio d’Istituto, Consiglio di classe); 2) le procedure necessarie nella scelta dell’agenzia di trasporto (bando di gara, capitolato ed oneri, verifica requisiti richiesti, assicurazione, efficienza dei mezzi); 3) la pianificazione del viaggio (adesioni, autorizzazioni, accompagnatori, tappe); 4) la mediazione contrattuale con gli accompagnatori (indennità di missione? E da dove si prendono i soldi!; recupero nelle giornate lavorative? E come si sostituiscono gli assenti!).

Solitamente i docenti accompagnatori, che, spesso, sono anche quelli propositori della gita (non del viaggio di istruzione) sono i più difficili da gestire. Teoricamente l’itinerario di un viaggio potrebbe essere sempre lo stesso, visto che gli alunni cambiano ogni anno! E, invece, per alcuni anni non è lecito tornare alle stesse località, perché gli accompagnatori hanno necessità (giusta) di conoscere posti diversi. Intanto, però, se la scuola intende davvero programmare il viaggio di istruzione, quei docenti disponibili ad essere accompagnatori se li deve coccolare. Sono moltissimi, infatti, gli insegnanti, che hanno scelto e scelgono di non accompagnare più gli studenti, per sottolineare il disagio profondo vissuto da una categoria sempre presa di mira dalle devastanti politiche scolastiche degli ultimi governi (di ogni colore politico), i cui risultati sono: miliardi di euro di tagli sulle spese per l’istruzione, oltre 180 mila posti di lavoro in meno, stipendi congelati e delegittimazione continua della professionalità.

Un non trascurabile problema sorge, poi, dalla richiesta di selezionare gli alunni fruitori dell’evento. Il più delle volte, infatti, il viaggio di istruzione (gita) è programmato come un premio da assegnare ai più meritevoli e, di conseguenza, come una naturale punizione per i più discoli (eufemismo), da lasciare decisamente a casa. Tanto per rafforzare l’arguto detto di Totò “fateci caso, muoiono sempre gli stessi!, piuttosto che affermare la garanzia di un’offerta formativa!
Difficoltà non minori, visti i tempi di magra, si riscontrano, quindi, da parte delle famiglie meno abbienti, che non sono in grado di sopportare un carico di spesa extra e chiedono alla scuola di non mortificare gli alunni in difficoltà economiche.

E, allora, che può succedere, cos’è auspicabile? Che, magari, la scuola prenda atto del difficile momento vissuto dal Paese e, per qualche anno, in attesa della ripresa, sospenda i viaggi di istruzione (eufemismo di gite), limitando anche alcuni preoccupanti episodi di vandalismo e di bullismo. Soluzione perseguibile, condivisibile? Affatto! Dal coro di quelli che, per mestiere, parlano di scuola (cioè tutti ad eccezione degli addetti ai lavori, che dovrebbero avere diritto e competenza) si levano voci dissonanti:
– Senza viaggi è la scuola intera che perde occasioni di alto livello culturale!
– Gli studenti, in questo modo, sono privati di qualificanti esperienze didattiche nonché socializzanti!
– Con queste scelte si rischia di tagliare la crescita economica del Paese!

È l’ultima, la voce più fuorviante. Perché alla scuola si delega, paradosso dei paradossi, la responsabilità di essere uno snodo cruciale nell’economia nazionale. E, così, con la riduzione dei viaggi di istruzione oltre 30 mila lavoratori del turismo perderanno il posto di lavoro. Le maestranze dei piccoli hotel, quelli aperti nei soliti tre mesi fuori stagione e solo per accogliere gli studenti in gita, andranno in disoccupazione. Gli autisti dei pullman, le guide turistiche, i venditori di souvenirs, i ristoratori dovranno riciclarsi… E allora? Niente da fare. Anche per quest’anno conviene che tutto resti uguale.

Si organizzeranno solo viaggi di istruzione, al bando le gite! Le famiglie potranno stare tranquille, i docenti accompagnatori anche: una soluzione si troverà; sarà cura del preside, in collaborazione col segretario amministrativo, doversi inventare mediazioni con le parti (personale della scuola, utenza, agenzie di viaggio); altrimenti si dirà, in tempi di sovraesposizione dell’immagine, che in quella determinata scuola non si organizza il viaggio di istruzione per gli alunni dell’ultimo anno e, di conseguenza, si abbassa il punteggio di gradimento sul territorio! E non vale la pena.

E gli studenti? Beh, per loro non cambia niente. Continueranno ad essere come “passeggeri, cioè viaggiatori che si fanno viaggiare”, come diceva Lucio Dalla, in tour con De Gregori, introducendo la canzone “Gran turismo”.

DIARIO DI UN PRESIDE 

CONTRO LE MAFIE COMUNICA, DENUNCIA ,PARTECIPA: RIPARTE RADIO SIANI

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Riparte la radio della legalità, Radio Siani, il network che combatte per un possibile cambiamento, per provare a creare una coscienza nelle persone, per costruire un futuro migliore.

Comunica, denuncia, partecipa, questo è il motto di Radio Siani, intitolato alla memoria del giovane cronista napoletano Giancarlo Siani, ucciso sotto casa all’età di 26 anni il 23 settembre 1985.
Ha sede in un bene confiscato alla camorra nella città di Ercolano e raggiunge via web un cospicuo numero di ascoltatori, non solo provenienti dall’Italia, ma da varie parti dell’Europa e dell’America.

Giuseppe Scognamiglio coordinatore di radio Siani ci racconta: “Dopo aver inaugurato la terza stagione del palinsesto il 21 novembre 2011 al Maschio Angioino di Napoli, nell’anniversario della nascita ufficiale della radio, ed aver iniziato le trasmissioni immediatamente dopo, nel periodo natalizio abbiamo approfittato delle festività per riorganizzare e rinnovare la struttura, creando una vera e propria regia radiofonica con sala speaker e sala regia”.

Aggiunge Scognamiglio “Nel frattempo abbiamo anche rinnovato il sito che è stato in manutenzione nello stesso periodo dei lavori strutturali. Purtroppo i lavori si sono dilungati incredibilmente per varie complicazioni e solo venerdì 2 marzo siamo riusciti a rimettere il sito online riprendendo le attività con la presentazione di un libro in diretta radiofonica dalla sala conferenze della radio in presenza di un pubblico che ha interagito in diretta”.

Come impegno prioritario nell’immediato futuro, afferma il coordinatore, ci poniamo la ripresa delle trasmissioni del palinsesto settimanale e la diretta del processo a carico di esponenti dei clan della nostra città, che per anni hanno tenuto sotto scacco i commercianti della zona ercolanese con richieste estorsive.

“Il nostro scopo resta sempre quello di dar voce a tutte le realtà simili alla nostra che ogni giorno, mettendoci faccia e passione, si impegnano per diffondere una sana cultura dell’antimafia e della legalità ponendoci come principale network di riferimento per la creazione di una rete interattiva in costante espansione. Per un futuro più lontano, inoltre, il nostro progetto radiofonico ha sempre avuto ben focalizzato l’obiettivo di raggiungere l’etere e il digitale e speriamo davvero che possa concretizzarsi al più presto”.

Conclude il coordinatore della radio: “Provare ad arrivare alle tante persone oneste di questo paese, a dare un esempio vero, concreto per un possibile cambiamento, provare a creare una coscienza nelle persone sarà sempre il nostro impegno, comunica, denuncia, partecipa, il nostro motto.
E se don Ciotti dice che la forza delle mafie è fuori dalle mafie, io dico che la debolezza e i limiti dell’antimafia sono nell’antimafia stessa e questo è un problema che non può essere sorvolato se davvero si vuole costruire un futuro migliore”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=52