In questo continuo dibattere sulla mancanza di crescita e opportunità, c”è di vero che il grande dramma è il lavoro precario. Altro che art. 18. Di Don Aniello Tortora
Sta destando molto scalpore nella pubblica opinione e soprattutto nel mondo del lavoro il problema dell’articolo 18. Variegate e contraddittorie le tantissime reazioni di lavoratori, sindacati, imprenditori, politici, gente comune. Per qualcuno c’è la volontà di annullare il contratto nazionale di lavoro e di cancellare lo Statuto dei lavoratori. Per qualche altro, in realtà, c’è un tentativo in atto di mantenere il lavoro senza tutela. Per i politici, divisi su questo delicato tema, è il parlamento a dover legiferare in materia.
Ma, cosa dice l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori? Se ne parla tantissimo, spesso senza entrare nel merito. Innanzitutto non è l’articolo 18 che stabilisce se il licenziamento è valido o meno, se c’è la famosa “giusta causa”. L’articolo 18 (dalla legge 300 approvata il 20 maggio 1970, conosciuta come “Statuto dei lavoratori”) si intitola “reintegrazione sul posto di lavoro” e disciplina la possibilità per il lavoratore di essere reintegrato in caso di licenziamento illegittimo. L’articolo 18 si applica:
1. Nelle unità produttive con più di 15 dipendenti (5 se agricole). 2. Nelle unità produttive che occupano meno di 15 dipendenti (5 nel caso di imprenditore agricolo) se l’azienda occupa nello stesso comune più di 15 dipendenti (5 se agricola). 3. In ogni caso se l’azienda occupa complessivamente più di 60 dipendenti. L’articolo 18 dispone che, in caso di licenziamento senza “giusta causa o giustificato motivo”, il lavoratore sia reintegrato nel posto di lavoro. In alternativa allo stesso lavoratore è concessa la facoltà di optare per il risarcimento del danno.
A me sembra, però, che il vero problema del mondo del lavoro non sia l’articolo 18. La mia esperienza pastorale quotidiana mi fa avvicinare tantissimi giovani che non entrano nel mercato del lavoro e, quando vi entrano, lo fanno in modo precario. È, questo, non un problema, ma il vero problema del mondo del lavoro, oggi. Insieme all’altro, che stiamo vivendo soprattutto a Pomigliano (vedi Fiat e Alenia), ma non solo qui, purtroppo: tanti papà e mamme, con figli a carico, che vengono espulsi dal ciclo produttivo o messi in cassa integrazione (quando c’è). Nell’ultima enciclica sociale XVI (Caritas in veritate) Papa Benedetto XVI indica chiaramente in cosa consista la “dignità” del lavoro e offre a tutti il decalogo per un lavoro “decente”:
“Significa un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna: un lavoro scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità; un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa”.
Per giungere al risultato di un “lavoro decente” nella società, deve “lavorare” a questo scopo tutta la società e particolarmente il governo “tecnico”, se vuole veramente riformare il mercato del lavoro. Non esiste lavoro senza dignità e senza “decenza”.






