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giovedì, Gennaio 27, 2022

FRANCESCO CANGIULLO: UN GENIO FUTURISTA A NAPOLI

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Poeta, scrittore, pittore, Cangiullo fu autore spregiudicato e irriverente umorista con la sua “Piedigrotta”. Protagonista di primo piano della stagione futurista al pari di Balla, Russolo, Altomare e Palazzeschi.

«Avevamo vegliato tutta la notte, i miei amici ed io, sotto lampade di moschea dalle cupole di ottone traforato, stellate come le nostre anime, perché come queste irradiate dal chiuso fulgore di un cuore elettrico».

20 febbraio 1909. Su Le Figaro, celebre quotidiano parigino, queste parole, velate da un alone quasi mistico, aprono il Manifesto del Futurismo: è l’atto di fondazione del movimento che fa capo al poeta e letterato Filippo Tommaso Marinetti (Alessandria d’Egitto, 21 dicembre 1876 – Bellagio, 2 dicembre 1944), intorno al quale ruoterà un nutrito gruppo di intellettuali ed artisti. Pittura, scultura, teatro, musica, fotografia, cinema, letteratura, architettura, le «sette sorelle» e non solo, sono i tanti campi in cui il Futurismo italiano scompagina la tradizione delle arti; una rivoluzione ardita nel nome del progresso che correva sul filo della tecnologia, della velocità dell’automobile, della celebrazione della modernità declinata nelle sue molteplici manifestazioni, in piena sintonia con il vitalismo degli anni della Belle Epoque.

Il Futurismo rappresenta una dura sterzata rispetto alla tradizione: la sua poetica è in netta contrapposizione con qualsiasi forma o valore arcaici, boicottati come passatisti, retaggio di un mondo al tramonto ma anche freni al progresso del nuovo incipiente. Parolibere (foto) è un dipinto che incarna quella fede propria dei futuristi; lo realizza Francesco Cangiullo, che fu pittore ma in primis poeta e scrittore prontamente convertitosi alla nuova grammatica marinettiana. Interessatissimo a tutte le forme artistiche e geniale nell’uso delle parole, Cangiullo era nato a Napoli il 27 gennaio del 1884. Insieme con il fratello Pasqualino avrebbe partecipato alla redazione di molti tra i manifesti futuristi.

Precoce e appassionata fu l’adesione al gruppo di Marinetti, dopo l’incontro illuminante con il poeta alessandrino avvenuto nel 1910 proprio a Napoli, al teatro Mercadante, dove Marinetti, Palazzeschi, Altomare, Boccioni, Carrà e Russolo avevano scandalizzato il pubblico con una «serata futurista» . Cangiullo era così abile con le parole che i suoi testi scritti avrebbero fatto il giro del mondo, consacrandolo come sottile umorista (con Hugo Ball e Tristan Tzara tra i suoi principali estimatori, tanto che alcuni testi dell’artista vennero così apprezzati da essere recitati dal gruppo Dada attivo al «Cabaret Voltaire» di Zurigo).

Nell’ambito della suggestione per l’azione e il sovvertimento di ogni regola precostituita, Marinetti aveva ideato le «tavole parolibere»: una nuova forma narrativa, al passo coi tempi, attraverso cui il poeta è chiamato a sintetizzare la propria espressione, a trovare nuove immagini per mezzo dell’accostamento incongruo o il raddoppio dei sostantivi, attraverso la soppressione degli aggettivi e con l’utilizzo di un verbo «rotondo e scorrevole come una ruota», rigorosamente all’infinito. Parolibere di Cangiullo è la testimonianza perfetta della rivoluzione letteraria in atto, con l’introduzione di una suggestione visiva per mezzo di una soluzione grafica allusiva e movimentata al pari degli eventi trattati dal testo scritto.

La visualizzazione delle «parole in libertà» sarebbe continuata nella seconda metà degli anni dieci e all’inizio dei venti, fra le pagine di «Lacerba» e quelle di «Vela latina» e de «L’ltalia futurista», e, soprattutto, con l’ aulica sfrontatezza di «Piedigrotta», datata settembre-ottobre 1913. Proprio i colori e la buona dose di sentimentalismo a buon mercato delle canzoni della famosa festa, dove la componente melanconica è spesso diluita da un’ ironia tutta partenopea, rappresentavano quel ciarpame arcaico della cultura ufficiale napoletana che l’irriverente Cangiullo era deciso a colpire attraverso il “suo” futurismo a tutto tondo.

Il poeta mette dunque in scena una Piedigrotta tutta personale, presso la galleria di Sprovieri a via dei Mille, «con declamazioni a più voci, corteo di scugnizzi, pianoforte, strumenti piedigrotteschi, fuochi d’artificio; tutto sul magico fondale di Balla…». Così Marinetti chiosava nella prefazione all’opera di Cangiullo: «Nella Tofa, grossa conchiglia, dalla quale gli scugnizzi traggono soffiando una melopea tragicomica turchino-scura, io ho scoperto una feroce satira della mitologia con tutte le sue sirene, i suoi tritoni e le sue conche marine, che popolano il golfo passatista di Napoli.
– Nel Putipù, chiamato anche caccavella o pernacchiatore, piccola scatola di stagno o di terracotta coperta di pelle nella quale è conficcato un giunco che rumoreggia buffonescamente se strofinato da una mano bagnata, è l’ironia violenta colla quale una razza sana e giovane corregge e combatte tutti i veleni nostalgici del Chiaro di luna.

– Lo Scetavaiasse, che ha per archetto una sega di legno, ricoperta di sonagli e di pezzi di stagno, è la parodia geniale del violino quale espressione della vita interna e dell’angoscia sentimentale. Ridicolizza spiritosamente il virtuosismo musicale, Paganini, Kubelik, gli angeli suonatori di viola di Benozzo Gozzoli, la musica classica, le sale del Conservatori, piene di noia e di tetraggine deprimente.
-Il Triccaballacche è una specie di lira di legno che ha per corde delle fini sottili aste di legno, terminate da martelli quadrati, pure di legno. suona come i piatti, aprendo e chiudendo le mani alzate che impugnano i due montanti. E’ la satira dei cortei sacerdotali greco-romani e dei ceteratori che fregiano le architetture passatiste». In poche righe, tutta la «trasgressione della tradizione» che si converte al nuovo futurista, con Napoli protagonista. 

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