L’ASPETTO PIÙ DRAMMATICO DELLE SEPARAZIONI

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Quando la giustizia è fallace: la violazione degli obblighi di assistenza familiare. Di Simona Carandente

Capita sovente all’operatore della giustizia, sia esso avvocato o magistrato, di imbattersi in casi che rappresentano una sfida ed un traguardo dal punto di vista umano, prima che professionale od economico: si tratta, in genere, di tutte quelle situazioni volte a tutelare i soggetti deboli, specialmente minori vittime di violenze o di comportamenti vessatori in generale, nel tentativo di vedere applicata nei loro confronti quell’ideale di giustizia che, spesso e volentieri, è destinato a rimanere solamente tale.

Una grossa, grossissima fetta dei procedimenti penali afferenti alla sfera del diritto di famiglia concerne il reato di violazione degli obblighi di assistenza, sia dal punto di vista economico che affettivo, che mostra l’aspetto più drammatico delle separazioni, in quanto capace di ricadere sui figli minori e sul loro adeguato sviluppo psicofisico. Di norma, come è facilmente intuibile, la separazione non incide (o meglio, non dovrebbe) su quello che è il ruolo del genitore, madre o padre indifferentemente, il quale può decidere di porre fine al proprio legame matrimoniale ma mai agli obblighi connessi al proprio ruolo. Tale obbligo, di norma, non viene escluso da alcuna esimente, fatta salva l’impossibilità materiale ed assoluta di prestare attività lavorativa o interessarsi alla vita ed allo sviluppo dei piccoli.

Non osta al diritto al mantenimento del figlio minore, inoltre, neanche la circostanza del lavoro prestato dall’altro coniuge, specie se saltuario o comunque fatto per sbarcare il lunario, né incide in tal senso l’esistenza di un nuovo legame di coppia, specie se non legalizzato nelle forme del matrimonio.

Qualche tempo fa, R. si era rivolta al legale affinchè l’assistesse in un delicato procedimento penale: il suo ex compagno, infatti, non solo si era reso responsabile di taluni maltrattamenti, ma si era di fatto disinteressato all’educazione ed al mantenimento della loro figlia minore, venendo addirittura colpito in sede civile da un provvedimento ablativo della potestà genitoriale. Nel corso del dibattimento, la signora aveva lucidamente esposto i fatti, evidenziando tuttavia che, per un lungo periodo di tempo, il suo ex compagno era stato tratto in arresto e collocato presso varie case circondariali sparse sul territorio.

Rinunciando al proprio status di contumace, l’ex compagno di R. si presentava in giudizio a rendere dichiarazioni, ammettendo di essere appena uscito dal carcere, di aver vissuto con denaro saltuario provento di rapine e furti, di essere stato addirittura latitante per un lungo lasso temporale, ancorchè non coincidente con l’intero periodo di cui al capo di imputazione. Attraverso una pronuncia alquanto discutibile, il giudice di prime cure assolveva l’imputato dal reato di violazione degli obblighi, sulla scorta dell’oggettiva impossibilità (!) del soggetto detenuto ad adempiere al proprio ruolo di padre, così come espresso in tempi più o meno recenti da talune sentenze della Suprema Corte.

Un provvedimento del genere non può che lasciare interdetti: priva, di fatto, la vittima e la figlia minore ad un diritto al risarcimento del danno, legittimando non solo un’esistenza improntata a condotte illecite, ma giustificando senza alcun approfondimento probatorio il comportamento di un padre che decide di vivere di espedienti, dimenticandosi dell’esistenza della figlia minore e di qualsivoglia esigenza affettiva di quest’ultima. (mail: simonacara@libero.it)

LA RUBRICA 

CAMORRA NEI COMUNI: OGNI 100 VOTI COSTANO 200MILA EURO

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L”ennesima conferma che a governare i Comuni sia la camorra, rende retorico chiedersi come mai tutti i Comuni della Campania siano in così grave ritardo rispetto alle opportunità offerte dall’Europa. Sarebbe ora che i cittadini reagissero.

Ancora sette Comuni sciolti per condizionamenti del crimine organizzato di tipo mafioso. Due in Sicilia, Salemi e Racalmuto, il Comune di cui Sgarbi era Sindaco e il Comune di origine di Leonardo Sciascia; due in Calabria, Bova Marina e Platì; uno in Piemonte, Leini; due in Campania, Gragnano e Pagani. Attualmente sono 22 i Comuni che sono stati sciolti e nei quali al posto del Sindaco e del Consiglio comunale a governare c’è una commissione prefettizia. Finora sono 217 gli Enti locali sciolti per condizionamento mafioso, 213 Comuni e 4 ASL, a testimonianza di una pressione delle organizzazioni criminali sulle amministrazioni locali che si fa sempre più pressante anche grazie alla disponibilità dei politici a scendere a patti pur di assicurarsi l’elezione o la rielezione.

Il caso più clamoroso, tra gli ultimi scioglimenti, è sicuramente quello del Comune della provincia di Torino, Leini, sciolto per condizionamenti della ‘ndrangheta calabrese che, grazie alla complicità e alla connivenza degli amministratori locali, a partire dal Sindaco, controllava appalti, subappalti, forniture di servizi, del Comune con forte coinvolgimento delle imprese mafiose operanti sul territorio. Un modello che le realtà meridionali conoscono molto bene e che si è rivelato facilmente esportabile, come dimostrano anche i casi recenti di Ventimiglia e di Bordighera.

L’invasione della ‘ndrangheta in Piemonte è stata portata alla luce dall’operazione Minotauro, coordinata dal procuratore capo Giancarlo Caselli, che ha portato in carcere 150 persone tra cui l’ex Sindaco ed ex capogruppo di maggioranza Nevio Coral padre dell’attuale Sindaco Ivano Coral e la cognata Caterina Ferrero ex assessore regionale alla sanità. È sempre la politica che fa da apripista al crimine mafioso: soldi e sostegno elettorale in cambio di appalti, licenze, autorizzazioni, fino alla consegna dell’amministrazione nelle mani dei mafiosi.

Gli scioglimenti dei Comuni di Gragnano e di Pagani meritano un particolare approfondimento perché presentano situazioni assolutamente particolari. Il Sindaco di Gragnano era Annarita Patriarca (nella foto tra Cosentino e Cesaro). Il marito Enrico Martinelli era invece Sindaco di S.Cipriano d’Aversa, arrestato nelle scorse settimane per associazione camorristica. L’accusa che pesa sul Sindaco di Gragnano è quella di aver patteggiato con il clan Di Martino, in cambio del sostegno elettorale, tutta una serie di favori, dalle assunzioni nei ruoli comunali ad appalti e subappalti per lavori stradali e manutenzione degli immobili comunali. Uno scambio molto oneroso: per 100 voti 200.000 euro.

Un controllo del voto esercitato, secondo le dichiarazioni dei collaboratori, anche con la violenza. Il boss Di Martino si vantava di aver "scolmato a sangue" una persona che faceva resistenza a coinvolgere tutta la vasta famiglia nel sostegno al Sindaco Patriarca. Va ricordato che a Gragnano anche il presidente del Consiglio comunale, Giuseppe Coticelli, è stato condannato a tre anni e due mesi di reclusione e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, per irregolarità nel voto.
A Pagani lo scioglimento è arrivato dopo che il Sindaco, Alberico Gambino, che è anche Consigliere regionale, è stato rinviato a giudizio per corruzione e voto di scambio.

Dal processo che è in corso emerge chiaramente che il sindaco pro-tempore durante la sospensione di Gambino, Salvatore Bottone, che è anche Consigliere provinciale, poteva opporsi agli appalti affidati a cooperative imposte da Gambino ma non l’ha fatto, pur avendo il potere di impedire al sistema politico-mafioso di avanzare come un cancro nell’amministrazione di Pagani. Bottone che è capofila di un gruppo di consiglieri comunali che si sono definiti "distinti e distanti", prima aveva avallato procedure irregolari, pur non approvandole, subendo con diversi livelli di consapevolezza pratiche illegali su esplicita disposizione del Sindaco Gambino.

Con Bottone è finita sotto inchiesta anche la segretaria comunale Ivana Perongini per tentata subornazione di testimone. Avrebbe provato, infatti, con minacce, sanzioni e provvedimenti disciplinari, ad ammorbidire le posizioni di alcuni funzionari comunali le cui testimonianze avevano confermato le ipotesi accusatorie nei confronti di Bottone e di Gambino. Un intreccio perverso che praticamente coinvolgeva sia i livelli politici che quelli amministrativi, con il Sindaco Gambino come cardine del sistema criminale paganese.

In queste condizioni, con il crimine organizzato che governa, attraverso i politici che riesce a fare eleggere, un numero così grande di amministrazioni comunali, chiedersi come mai tutti i Comuni della Campania siano in così grave ritardo rispetto alle opportunità offerte dall’Europa, e penso alle "smart city" e ai "piani strategici" di sviluppo, appare esercizio del tutto retorico. Ma sarebbe ora che i cittadini prendessero coscienza della situazione e reagissero con iniziative che almeno servano a produrre un ricambio del ceto politico che governa le nostre città.
(Fonte foto: Rete Internet)

CAMORRA E POLITICA

LE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI E L’ECOSOSTENIBILE

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I crimini ambientali vedono al primo posto la Campania con 3.849 illeciti, seguita da Calabria, Sicilia e Puglia, che insieme raccolgono circa il 45% dei reati. Gli intrighi e gli interessi che gravitano intorno alle energie rinnovabili.

Alle mafie non sfugge nessun business. Nemmeno quello promettente delle energie rinnovabili.
Le organizzazioni criminali hanno messo ormai da tempo gli occhi sul settore delle energie alternative: dal fotovoltaico agli impianti eolici. Grazie alla complicità del tessuto politico e amministrativo corrotto, che ne favorisce la penetrazione. Sappiamo che ci sono investimenti cospicui a favore delle energie sostenibili, dato l’ambizioso progetto, perseguito su territori martoriati dalla criminalità organizzata, dall’abusivismo edilizio, dai dissesti idrogeologici e chi più ne ha più ne metta.

Ma esistono ulteriori punti di forza che spingono le organizzazioni di tipo mafioso nel settore delle energie rinnovabili, tra cui la creazione di un “consensus” popolare tramite la un aumento del tasso occupazionale, muovendo l’economia e il suo tessuto attraverso il “business del vento” e del sole. Gli interessi che gravitano intorno alle energie rinnovabili, sono quindi molteplici e intrecciano intrighi economici, politici e criminali.

Per capire è giusto guardare qualche cifra: “Ad oggi, la Calabria possiede 19 parchi eolici per altrettante indagini della magistratura su maxitangenti e distrazioni, procedimenti che coinvolgono istituzioni regionali e piccoli comuni, multinazionali e società di sviluppo, adombrate dal fantasma della mafia locale”.

Insomma, che le energie rinnovabili rappresentino una grande occasione per lucrare dove il vento è più forte e il sole più caldo lo ha capito innanzitutto la criminalità organizzata.
Il Rapporto 2011 sulle Ecomafie a cura dell’Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente, parla chiaro e dice: al primo posto la Campania con 3.849 illeciti (12,5% del totale nazionale), 4.053 persone denunciate, 60 arresti e 1.216 sequestri. Seguono Calabria, Sicilia e Puglia, che insieme raccolgono circa il 45% dei reati ambientali; non manca un 12% di reati commessi nell’area del nord Italia, stante il forte incremento degli illeciti accertati in Lombardia.

Ma perché la mafia ha ritenuto così redditizia l’attività sulle rinnovabili tanto da specializzarsi in questo business?” l’antropologo Mauro Francesco Minervino, in “La Calabria brucia” tenta di chiarire il punto sostenendo:

“Ci sono meccanismi chiari che spiegano bene tutto questo interesse. Le sovvenzioni all’eolico in Italia sono le più alte e le più ricche d’Europa. Il prezzo dei certificati verdi è il più generoso del Continente. E così da noi, e in Calabria soprattutto, gli impianti eolici sono diventati un affare. Che attrae grandi aziende internazionali. Ma anche la criminalità che controlla i territori. Non è la prima volta che vanno a braccetto amministrazioni compiacenti e interessi malavitosi. Politica e interessi malavitosi si saldano specie quando il potere in Calabria si baratta con le risorse pubbliche, con i beni indisponibili dell’ambiente e della natura, con la terra di un demanio su cui dominano e spadroneggiano i prepotenti. Anche i privati proprietari dei suoli dove sono ubicate le turbine traggono dai mulini un reddito superiore a quello che ricaverebbero dai raccolti o dal pascolo”.

A questo punto resta da chiedersi quali possono essere gli scenari futuri legati a questi eventi.
E quindi quali dovranno essere i provvedimenti che le amministrazioni locali dovranno adottare per fugare ogni sospetto di “complicità” e collusione con le ecomafie operanti sul territorio.

LA RUBRICA

MACADAMIA NUT BRITTLE. SCONVOLGENTE, DIVERTENTE E DOLOROSO

A Galleria Toledo lo spettacolo del duo Ricci/Forte mette a nudo la paura di crescere di una generazione in preda alle serie televisive e ad una solitudine che non trova soluzione.

Li hanno definiti accattivanti, provocatori, incisivi, tragici, disturbanti, irriverenti, dolorosi. Ultima replica questa sera alle 18.00 per «Macadamia Nut Brittle» del duo Ricci / Forte, che ha letteralmente folgorato la scena italiana degli ultimi anni. Un teatro violento e iper-performativo, che sciocca lo spettatore, ne scuote la coscienza e l’immaginario. Richiesti ormai nei festival di tutta Europa, i due artisti sono tra l’altro sceneggiatori di successo di parecchie serie tv in Italia. Non è possibile dire la solitudine di una generazione dai sentimenti plastificati, le cui storie d’amore si consumano in chat, sms, sesso violento, vuoto, devastante. Tutto questo si porta in scena in uno spettacolo dai colori forti, in cui la violenza degli avvenimenti fa da contrappunto a testi struggenti. Dolorosi.

Che scavano nell’impossibilità di essere se stessi. Nella difficoltà di prendere forma tra le tante immagini televisive imposte. Uno spettacolo che non si può raccontare. Si può solo vedere. Uno spettacolo che sconvolge, sicuramente. A cui bisogna esser pronti. In scena quattro bravissimi attori, Anna Gualdo Giuseppe Sartori Andrea Pizzalis Fabio Gomiero.
Una estenuante quotidianità fatta di perdite, fallimenti e rinunce, nella quale la volontà di riempire il vuoto si manifesta con l’eccesso di un sesso che diventa corpo gettato, inconsapevole, violentato, teatro di infelicità sopite. E’ il gioco dell’identità perennemente in divenire, che fa caparbiamente aggrappare tre adolescenti trentenni al paracadute di un’infanzia che precipita verso la necessità di crescere.

Il ritmo è quello incalzante di un talent show, lacerato da monologhi di feroce intensità, porta il pubblico di spettatori-voyer a riflettere, senza sconti e senza concessioni, sul mondo dei foreveryoung, su un identità adulta sempre rimandata. La reiterazione di un gioco di bambini che si cristallizza in una volontà di non prendere coscienza del proprio stare al mondo. Un riferimento alla morte, alla perdita del genitore che priva dell’unica identità: essere figli. A fare da fondale una parata di magnifiche ossessioni, forse strenui tentativi di salvezza, è uno scarno quanto desolato paesaggio di macerie colorate e pop, agitato da una bulimia di consumi. Una tensione vigorosa e sanguinante, fra esplosioni di violenza, esercizi di ginnastica sessuale estrema ed esplorazione del corpo e dei suoi limiti, senza tabù.

Macadamia Nut Brittle non è intrattenimento, ma elettroshock. Porta in scena le nude emozioni dello spettatore e vuole riattivare i meccanismi di un pensiero critico, vincendo il torpore televisivo. Si ride, si soffre, ci si eleva e ci si schianta senza un attimo di respiro. Senza catarsi.

Informazioni e prenotazioni : Galleria Toledo – teatro stabile d’innovazione
via Concezione a Montecalvario, 34 80134 Napoli
tel. 081 425037 – 081 5646162
galleria.toledo@iol.it
www.galleriatoledo.org

LE RESPONSABILITÁ DELLA SCUOLA:FINO A PROVA CONTRARIA

È la scuola che dovrà dimostrare, in caso di incidente all”alunno, che l’evento dannoso è stato determinato da causa non imputabile all”amministrazione scolastica.

È la scuola che dovrà dimostrare, in caso di incidente all’alunno, che l’evento dannoso è stato determinato da causa non imputabile all’amministrazione scolastica.

I genitori di un minore denunciavano l’Istituto tecnico Commerciale frequentato dal figlio e chiedevano la condanna al risarcimento dei danni subiti dal ragazzo, in conseguenza di un infortunio occorsogli durante lo svolgimento della lezione di educazione fisica.
La questione arriva in Cassazione, che con Sentenza 3 marzo 2010, n. 50672010, ritiene i motivi addotti dai genitori fondati, per le ragioni che seguono.

Quanto al tema della responsabilità, deve sottolinearsi che le Sezioni Unite , già con sentenza n. 9346 del 2002, ribadita poi da S.U. n. 26972 del 2008 – avevano affermato che nel caso di danno cagionato dall’alunno a se stesso, la responsabilità dell’istituto scolastico e dell’insegnante non ha natura extracontrattuale, bensì contrattuale. Fra allievo ed istituto scolastico – con l’accoglimento della domanda di iscrizione e con la conseguente ammissione dello stesso alla scuola – si instaura, infatti, un vincolo negoziale, dal quale sorge, a carico dell’istituto, l’obbligazione di vigilare sulla sua sicurezza ed incolumità nel periodo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni, anche al fine di evitare che l’allievo procuri danno a se stesso.

Quanto al docente, dipendente dell’istituto scolastico, tra insegnante ed allievo si instaura, per contatto sociale, un rapporto giuridico (che quindi può dare luogo ad una responsabilità di tipo contrattuale), nell’ambito del quale l’insegnante assume, nel quadro del complessivo obbligo di istruire ed educare, anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, al fine di evitare che l’allievo si procuri, da solo, un danno alla persona. La ricorrenza di un’ipotesi di responsabilità di tipo contrattuale comporta che il genitore dovrà soltanto provare, che il danno si è verificato mentre l’alunno era a scuola, diversamente la scuola dovrà dimostrare che l’evento dannoso è stato determinato da causa non imputabile alla stessa.

La Corte di merito ha puntualmente applicato questi principii. Ha, infatti, rilevato che, mentre è pacifico che l’incidente è avvenuto durante lo svolgimento delle lezioni scolastiche, le risultanze probatorie acquisite al processo non consentono di ritenere raggiunta la prova suindicata, e cioè che l’evento è stato determinato da fatto non imputabile all’amministrazione scolastica.
A tal fine, ha considerato che "Anzi dalle dichiarazioni dei testi emerge, come dedotto dagli attori fin dalla citazione introduttiva del giudizio, che gli allievi dell’istituto erano chiamati a svolgere la pratica sportiva prevista dal calendario delle lezioni scolastiche, su un campo, esterno all’edificio e non di proprietà della scuola, non munito di tutte le attrezzature idonee ad evitare danni e che, anzi, presentava il fondo sconnesso".

Concludendo che "Risulta perciò provata la violazione da parte dell’amministrazione scolastica dello specifico obbligo di vigilare sulla sicurezza e l’incolumità dell’allievo nel tempo in cui fruisce della prestazione scolastica, in tutte le sue espressioni, e l’infortunio oggetto di causa è ricollegabile a tale violazione".

LA RUBRICA

IL POTERE DEGLI INVISIBILI

Quando il politico viene preso con le mani nel sacco, è spettacolare la reazione, è una sfida al senso del ridicolo, all’intelligenza umana. Due casi che fanno scuola. Di Carmine Cimmino

Un tale mi dice: ti devo porre una domanda, ma prima recita, con un eccesso di enfasi, l’elogio dei miei articoli, sono tutti belli i tuoi articoli sul mediano.it, non me ne perdo uno. Infine, arriva al però: però, non ti pare che tratti troppi argomenti? Qual è il filo che li tiene insieme? Gli dico, fingendomi scosso e perplesso: hai ragione, non ci avevo pensato, ti ringrazio. Dovrei spiegargli che il filo c’è, e lo fornisce il tema a cui da quaranta anni dedico le mie letture e le mie riflessioni, quale che sia la consistenza di queste e di quelle: questo tema si può riassumere con il titolo di un libro di David Freedberg: Il potere delle immagini. Il mondo delle figure: reazioni e emozioni del pubblico.

Dagli anni del Liceo, da quando i miei professori mi parlarono dei sofisti, degli stoici, di Spinoza, ho studiato i meravigliosi e strani meccanismi con cui in ogni momento produciamo immagini e interpretiamo immagini: perché immagini sono, alla fine, i pensieri, le passioni, i sentimenti, le forme del gusto, i significati delle parole. Immagino che un giorno Claes Oldenburg abbia mangiato un hamburger al formaggio, non lo abbia digerito, e si sia vendicato degli spasimi allo stomaco plasmando con juta, gesso e smalto l’immagine di quel panino: ne venne fuori la scultura che correda questo articolo: pare, nel fasto dei suoi colori, una cosa leggera e digeribile , ma, in realtà, è grezza e indigesta.

Chi sa se Michele Emiliano, il sindaco di Bari, mangerà ancora pesce, dopo quello che gli è capitato. Uno scroscio di guai giudiziari si abbatte su una famiglia barese che controlla la più importante impresa di costruzioni dell’Italia meridionale. Grazie alle intercettazioni, pubblicate dai giornali, si viene a sapere, tra l’altro, che dalla famiglia inquisita il sindaco Emiliano ha ricevuto, a Natale, champagne, vini, ostriche imperiali, “quattro spigoloni“, 50 noci bianche – sono un mollusco in via di estinzione – due chili di seppioline di Molfetta, otto astici, e il ghiaccio per conservare il tutto (La Repubblica, 16 marzo). Non ci interessano gli aspetti politici e giudiziari della vicenda. Ci interessa vedere come Emiliano ha difeso l’immagine di sindaco onesto, cristallino, da sempre paladino della legalità: prima di fare il sindaco, faceva il magistrato.

Il sindaco ha intuito che il colpo più duro a quella immagine viene proprio dal lungo elenco di prelibatezze gastronomiche: in questi tempi di crisi l’opinione pubblica non perdona niente ai politici; ma se fosse costretta a perdonare, chiuderebbe un occhio più su un serio peccato edilizio che su un peccatuccio di gola. Emiliano non ha annacquato quello che non poteva negare, non ha fatto notare, per via di paradosso, che non è ancora reato accettare un regalo natalizio da un amico, tra l’altro compagno di partito ( ho letto da qualche parte che questi costruttori donatori di spigoloni avevano la saggia abitudine di inserire candidati di famiglia sia nelle liste del Pd che in quelle del Pdl, insomma non scontentavano nessuno).

Il sindaco di Bari ha scelto la strada del mea culpa mea culpa mea maxima culpa: ha deciso di parlare al cuore del popolo; direbbe Ernesto Grassi che ha tirato fino al limite la corda della commozione da confiteor: in genere la gente è portata a perdonare chi ammette pubblicamente le sue colpe. Ma durante la conferenza stampa, vinto dalla voluttà della confessione, il sindaco è andato oltre il limite. Almeno due volte. Egli “mostra ai giornalisti i regali ricevuti negli ultimi tempi invitandoli a portarseli via“. Con il gesto e con l’invito, entrambi teatrali, Emiliano trasmette questo messaggio ai giornalisti: io vi vedo come i sacerdoti dell’opinione pubblica: portando via i doni, porterete via il mio peccato di gola, e mi assolverete. E’ la vostra assoluzione che mi interessa, prima di ogni altra cosa.

Ma subito dopo egli si dà, da solo, il colpo di grazia: racconta che il pesce “era talmente tanto che mia moglie è stata costretta a metterlo anche nella vasca da bagno“ ( La Repubblica, 17 marzo). La combinazione di immagini tra le cozze pelose e la vasca da bagno piena di pesce fresco è micidiale: credo che abbia profondamente irritato l’opinione pubblica. Il resto l’hanno fatto i giornali, pubblicando nei titoli e nei riquadri frasi del sindaco che, estrapolate dal contesto, lo espongono alla battuta sarcastica: “Gli innocenti abbiano fiducia“;“Chiedo scusa a Bari che non può passare per la città del sindaco che si fa comprare con spigole e champagne.”. (La Repubblica, 16 e 17 marzo).

Indagando sull’appalto per il porto turistico di Imperia, i magistrati scoprono che la moglie e la sorella dell’on. Scajola, che è di Imperia, hanno comprato tre posti barca, mentre per un quarto il parlamentare avrebbe versato solo una “mera caparra“. Intervistato da Erika Dellacasa (Corriere della Sera, 18 marzo), l’on. Scajola segue con grande coerenza la linea adottata tempo fa, quando dichiarò di non aver mai saputo che la sua casa al Colosseo l’aveva pagata, in gran parte, l’imprenditore Anemone. L’onorevole va in trincea, si arrocca a difesa della sua verità: non gli importa di tener buona l’opinione pubblica, non è un banale demagogo, lui; e per dar risalto alla sua scelta, scava tra sé e la gente un solco largo e profondo. “Ho sempre voluto che Imperia avesse un porto turistico, è il mio sogno, e mi sono speso per questo“.

Come si è speso (il verbo è forte, e non era il caso di usarlo)? Nel 2005 l’onorevole ha presentato l’imprenditore Caltagirone Bellavista “agli imprenditori benemeriti“ che “si davano da fare per lo scalo. Di lì in poi se l’è vista il Comune“: non c’è stata gara pubblica, per appaltare i lavori: “quello è un porto privato“. Qualche giorno fa, l’imprenditore Caltagirone Bellavista è stato arrestato: i magistrati lo accusano di aver montato intorno al porto, che era il sogno dell’onorevole, “una truffa di proporzioni gigantesche“. E io che c’entro? Sono problemi del Comune. La verità dell’onorevole è diritta e tesa come il nervo di un arco. Come si fa a non capirla, a non vederla ? “Che Paese siamo diventati, sempre con il sospetto. .. Mi hanno fatto di tutto. Guardi: che mi ammazzino fisicamente. Non ci resta che quello. Mi vengono delle idee..”. Quali? Il “ci “ di “ci resta“ e i puntini sospensivi sono una finezza: dicono e non dicono.

È una finezza la malinconia pedagogica dell’ultima battuta: l’on. Scajola fu democristiano, e credo che sia cattolico praticante. “La morale è amara: meglio non assumere responsabilità, essere invisibili“. Ma in questa nostra Italia il potere reale non sta in mano agli “invisibili“?
(Foto: Claes Oldenburg, Two cheesburgers, 1962)

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LA CHIESA É CONTRO I LICENZIAMENTI

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La riforma del mercato del lavoro, decisa dal governo Monti, ipotizza il licenziamento per motivi economici sul quale neanche il giudice può intervenire. È un”eventualità sciagurata. Di Don Aniello Tortora

La Chiesa, fin dalla prima Enciclica sociale (Rerum Novarum – 1891) ha avuto un’attenzione particolare per il mondo del lavoro, esaltandone la sua dignità. Negli ultimi giorni ci sono stati due pronunciamenti importanti da parte dalle Conferenza Episcopale italiana.

"La situazione del mondo del lavoro costituisce un assillo costante dei Vescovi. La dignità della persona passa per il lavoro riconosciuto nella sua valenza sociale. La Conferenza Episcopale Italiana segue con attenzione le trattative in corso, confidando nel contributo responsabile di tutte le parti in campo, al fine di raggiungere una soluzione, la più ampiamente condivisa". Così si è espresso in una dichiarazione il portavoce della CEI, mons. Domenico Pompili.

Il lavoratore non è una merce. È quanto ha sottolineato monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Bojano e presidente della Commissione lavoro, giustizia e pace della Conferenza episcopale italiana, commentando l’attuale progetto di riforma del mercato del lavoro. "Bisogna chiedersi – ha detto il vescovo in un’intervista al settimanale Famiglia cristiana – davanti alla questione dei licenziamenti, chiamati elegantemente, con un eufemismo, ‘flessibilità in uscita’, se il lavoratore è persona o merce. È la grande istanza dell’enciclica sociale Rerum Novarum".

"La questione di fondo: il lavoratore non è una merce. Non lo si può trattare – ha detto Bregantini – come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio, perchè resta invenduto in magazzino. Leone XIII lo scrisse nella pietra miliare del cattolicesimo sociale, emanata nel 1891, più di un secolo fa. È un po’ come nella questione della domenica derubricata a giorno lavorativo. In politica ormai l’aspetto tecnico sta diventando prevalente sull’aspetto etico".

"La tematica di fondo dell’articolo 18 – ha rilevato ancora monsignor Bregantini – dovrebbe coprire tutti i lavoratori, non solo quelli con più di 15 dipendenti, già garantiti. Va estesa come valori di dignità e difesa come normativa". "Ma più in generale, come sollecita il Capo dello Stato – ha detto ancora il vescovo Bregantini – riflettendo sulla riforma decisa dal governo nel suo complesso mi chiedo: diminuirà o aumenterà il precariato dei nostri ragazzi? Riusciremo ad attrarre capitali ed investimenti dall’estero solo perché è più facile licenziare? Sarà snellita la burocrazia? Daremo con questa riforma più vigore all’esperienza imprenditoriale? Ma non vorremmo nemmeno che la cosa fosse schiacciata su questi temi, perchè ripeto, al centro di tutto ci deve essere la dignità dell’uomo e della famiglia".

Vi sono però anche valutazioni positive: "Siamo contenti che i licenziamenti discriminatori vengano contemplati per tutti, anche nelle aziende con meno di 15 dipendenti. Questo è un discorso molto positivo. Anche la triplice distinzione dei licenziamenti in discriminatori, economici e disciplinari è molto saggia". "È preziosa la distinzione, ho detto. Ma la modalità – dice Bregantini – con cui è ipotizzato il licenziamento economico potrebbe rivelarsi infausta. Ho letto che nemmeno il giudice può intervenire. Siccome siamo in una fase di paura generalizzata è facilissimo che si arrivi a questo in tutto il Paese".

A me sembra proprio che queste dichiarazioni, senza “invadere” il campo delle soluzioni tecniche (che non toccano alla chiesa) dicano quale sia la posizione della chiesa e, soprattutto, con chi sta.
(Fonte foto: Rete Internet)

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L’ARTE COME RISCATTO DEL MERIDIONE: L’ESPERIENZA DEI FRATELLI EMBLEMA

Prosecutori dell”opera del padre Salvatore, i designer Francesco e Giuseppe curano un opificio e un museo a Terzigno. E il 31 marzo arriva “Eight to Eight”, mostra dedicata all”americano Peter Lodato.

"La vera pittura è nella Natura". Pare amasse ripeterlo Salvatore Emblema, uno dei maestri storici dell’arte contemporanea, terzignese doc. anzi, vesuviano doc. Nato nel 1929, Salvatore Emblema iniziò la sua sperimentazione artistica nel 1948, quando eseguì una serie di collages usando foglie disseccate e costruendo ritratti attraverso le modulazioni cromatiche. Seguirono le ricerche materiche con l’impiego di pietre e minerali raccolti alle falde del Vesuvio e precisamente a Terzigno, la città dove ha sempre vissuto, che lo hanno reso noto in tutto il mondo. Emblema è morto nel febbraio del 2006, a 77 anni ma, nel frattempo, aveva già fondato il museo che porta il suo nome e che oggi è un punto di riferimento per l’arte contemporanea italiana.

È un’impresa, quella dell’opificio Emblema e dell’omonimo museo: un percorso culturale ma anche un modo di fare dell’arte uno strumento di riscatto sociale ed economico dell’intero Sud, oltre che dell’area vesuviana. L’opificio Emblema è un laboratorio che, in accordo con l’antica passione del maestro, si dedica alla produzione di vari manufatti con i materiali più disparati. La gamma dei prodotti è vastissima: pavimenti, mosaici, lastre di rivestimento, camini, scale, tavoli, vassoi, gioielli, maniglie. A ripercorrere le orme di Salvatore ci sono Giuseppe e Francesco, figli del grande artista e degni prosecutori della tradizione paterna: “Sia il museo che l’opificio Emblema sono da considerare luoghi aperti, spazi di sperimentazioni continue”, dicono.

A dare loro un aiuto c’è Emanuele Leone Emblema, nipote di Salvatore e ultimo rampollo di una generazione di artisti. I tre si inventano iniziative, accolgono artisti, producono idee. Sabato 31 marzo, per esempio, presso il museo Emblema si inaugura “Eight to Eighty”. Si tratta di una mostra dedicata espressamente all’opera scultorea di Peter Lodato ed alla sua recente collaborazione con i due designer Francesco e Giuseppe e che vedrà per la prima volta assoluta la presentazione al pubblico di una Sculpture House in versione ambientale, nelle dimensioni originali con cui fu ideata dall’artista alla fine degli Anni ’70.

Peter Lodato alla fine degli anni Sessanta ha mosso i primi passi nell’alveo di un movimento denominato “Light and space”, giungendo negli anni a maturare una propria personale sintesi pittorica che lo ha avvicinato ad accenti minimalisti ed ad un interesse specifico per la resa pittorica dello spazio architettonico. Un americano all’ombra del Vesuvio, dunque. Grazie al coraggio culturale dei fratelli Emblema.

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LA DONNA CHE LAVORA NELLA POLIZIA PENITENZIARIA

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Pianeta carcere e pari opportunità. Il ruolo delle operatrici penitenziarie è delicato e di particolare impatto personale e sociale. Di Simona Carandente

Quello della parità di condizioni tra uomo e donna nell’accesso a talune professioni, specie se ad appannaggio prettamente maschile, è un tema che torna prepotentemente ad affacciarsi alla ribalta, nell’evidente scopo di delimitare e poi colmare le difficoltà del sesso femminile nell’imporsi nel mondo del lavoro, a parità di condizioni e con i medesimi trattamenti dei colleghi dell’altro sesso.
Per quel che riguarda strettamente da vicino il mondo forense, il ruolo della donna comincia ad essere socialmente legittimato: sia in magistratura che nel mondo dell’avvocatura, infatti, le donne sono riuscite a farsi strada, in tempi recenti più che mai, giungendo a ricoprire ruoli di prestigio con risultati eccellenti, senza limitare il loro ruolo a collaboratrici di canuti colleghi o attività di mero segretariato.

Sicuramente delicato, oltre che di particolare impatto personale e sociale, è invece il ruolo delle operatrici penitenziarie, il cui numero tende ad aumentare progressivamente nelle carceri di tutta Europa, senza che ciò equivalga a ghettizzarne il ruolo o sminuirne di fatto le mansioni.
La categoria delle operatrici penitenziarie impone di fatto, più che ogni altra, un contatto diretto con la figura del detenuto, sia all’interno dell’Istituto che per quel che concerne l’attività di traduzione in udienza, con compiti di sorveglianza e di scorta continui. Tale dato, tuttavia, non costituisce un limite per la crescita esponenziale di personale femminile, tenuto altresì conto che l’aumento della popolazione straniera impone, di fatto, al personale penitenziario un atteggiamento di mediazione e di comunicazione, necessario per potere interloquire costantemente con tali "minoranze".

In Italia, conformemente ad altri paesi europei, la legge vuole che nelle carceri sia presente personale dello stesso sesso dei detenuti: questo per garantire agli stessi il rispetto della dignità personale e della propria intimità, così come si conviene ad un paese civile che intraveda nella pena detentiva grosse potenzialità rieducative. In Francia, invece, la presenza di personale femminile nelle carceri, pur se maschili, è contemplata e legittimata, pur se tale personale viene utilizzato soprattutto nell’ufficio matricola, nell’accoglienza dei visitatori e sorveglianza dei colloqui: del resto, com’è facile comprendere, la presenza femminile è soggetta a restrizioni in caso di interventi, quali doccia e perquisizione personale, in cui il soggetto di sesso maschile può mostrarsi nudo.

In Germania, il personale femminile penitenziario viene impiegato soprattutto in servizi specialistici in veste di educatrici, assistenti sociali, psicologhe. Particolare importanza, tuttavia, viene riconosciuta alla parità tra uomo e donna: si punta, difatti, all’indifferenziata acquisizione di competenze ed alla osservanza di identiche modalità di condotta.
Caso singolare è quello della civilissima Spagna che, con legge del 2007, ha istituzionalmente previsto la parità dei sessi all’interno del sistema penitenziario spagnolo, abolendo anche dal punto di vista legislativo le differenze nell’accesso alla professione, già vigenti nel precedente sistema, parificando di fatto la figura dell’operatrice penitenziaria a quella del collega maschio di pari ordine e grado. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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BATTISTELLO CARACCIOLO, IL PRIMO “FAN” DI CARAVAGGIO IN CAMPANIA

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Dopo la partenza del Merisi da Napoli, Giovanni Battista Caracciolo, detto Battistello, ne divenne uno dei più fedeli seguaci. È a lui che si deve la nascita del grande Caravaggismo campano.

Più volte è accaduto nella storia dell’arte che dopo un periodo di grande splendore artistico sia succeduta una “breve” ma profonda crisi intellettuale. Accadde, ad esempio, nel Cinquecento, quando, dopo la meravigliosa stagione del Rinascimento, molti artisti sembrarono ormai disorientati e confusi. Il sogno umanistico-rinascimentale di raggiungere e superare la magnificenza delle opere classiche era stato realizzato ed era ora possibile solo eguagliare la straordinaria bellezza dei capolavori dei grandi artisti del primo Cinquecento. Michelangelo, Raffaello, Leonardo, il Correggio, Tiziano, e più tardi il Veronese, divennero, nella seconda metà del secolo, saldi punti di riferimento a cui guardare con meticolosa attenzione.

Dipingere alla loro “maniera”, combinando a volte elementi di uno con elementi di un altro, parve essere, per tutti, la soluzione migliore e per circa cinquant’anni nessuno riuscì a smuovere minimamente le acque già immobili dell’arte. Vi riuscirono, agli inizi del secolo successivo, per strade diverse eppure simili, Annibale Carracci e Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, che cambiarono per sempre la pittura occidentale, ispirando, con le loro opere, quel movimento artistico-culturale poi conosciuto come Barocco.

D’altronde, non bisogna considerare il Manierismo esclusivamente come un periodo di crisi intellettuale ma piuttosto bisogna vederlo, nell’insieme, come un momento di riflessione e ricerca che gradualmente diede vita ad un’altra grande stagione artistica. In quel difficile periodo di transizione, sul finire del Cinquecento, che viene definito tardo-manierismo, a Napoli, come in gran parte d’Italia, tuttavia, non era accaduto niente di veramente rilevante e la maggior parte delle scuole artistiche locali erano impegnate a rafforzare gli stili tradizionali.

Per questo motivo, quando, nel 1606, Caravaggio giunse a Napoli, scrive Bernardo de Dominici, “fu accolto con segni di grandissima stima da’ professori e da’ dilettanti”, com’era da aspettarsi.
La stessa accoglienza, d’altro canto, toccò anche ad Annibale Carracci e ai suoi seguaci che, nella prima metà del XVII secolo, giunsero a poco a poco, uno dopo l’altro, a Napoli. In breve tempo Caravaggio prima e i bolognesi poi, trasformarono la città partenopea in uno dei centri più attivi ed importanti del panorama artistico internazionale barocco.

Il primo artista napoletano, o quanto meno uno dei primi artisti napoletani, a rimanere profondamente colpito dalla nuova maniera caravaggesca, fu certamente Battistello Caracciolo che, come scrive ancora il de Dominici, “lasciate in abbandono tutte quelle da lui per l’innanzi seguitate maniere, a questa tutto si volse, ed assolutamente si propose seguitarla”. Egli fu, in Campania, il primo ammiratore, il primo “fan” del Caravaggio, tanto che c’è chi pensa che Caracciolo frequentasse di persona lo studio napoletano del Merisi.

Che sia vero o no (è celebre che Caravaggio non ebbe mai discepoli) resta inspiegabile la straordinaria somiglianza tra le opere del Caracciolo e quelle del maestro lombardo. Per molti anni gli stessi artisti partenopei guardarono alle opere di Battistello Caracciolo, prima ancora che a quelle del Merisi (che a Napoli eseguì alcuni dei suoi dipinti migliori), per apprendere i segreti di quello stile straordinario, che rinnovò il naturalismo occidentale e che, proprio a Napoli, ebbe un successo incredibilmente duraturo.

Solo negli ultimi anni di vita, dopo il suo ritorno da Roma, Battistello preferì abbandonare il caravaggismo per avvicinarsi allo stile classicista della scuola bolognese, molto di moda nella prima metà del Seicento. Tuttavia, egli è e sarà sempre ricordato come il primo caravaggista napoletano, colui che insegnò ai napoletani ad apprezzare Caravaggio e colui che si avvicinò più di tutti i suoi compatrioti alla maniera del lombardo.

Lo si vede chiaramente nel suo Salomè con la testa di San Giovanni Battista (foto), dove la luce, investendo i corpi e le vesti dei personaggi, fa emergere le parti chiare e lucide dei volti, delle membra e dei panni da uno sfondo buio e tetro, che è poi la caratteristica principale dello stesso Caravaggio.
(Fonte foto: Rete Internet)

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