OTTAVIANO. LE OCCASIONI PERDUTE DI UN”AMMINISTRAZIONE CHE NON FA NULLA

Per le giornate F.A.I. di primavera, gli amministratori hanno brillato per incapacità organizzativa. È lungo e imbarazzante l”elenco delle occasioni perdute. Di Carmine Cimmino

Gli amministratori comunali sanno che l’economia di Ottaviano giace in uno stato comatoso. Trovano le cause del coma nella crisi italiana, e nella crisi specifica del Vesuviano. Si assolvono da ogni responsabilità, anche indiretta. Che possiamo farci, noi? È una canzone che cantano da anni, in coro, e da voci soliste. In verità, un qualcosa lo potrebbero fare. Sabato 24 e domenica 25 marzo sono state le Giornate del Fondo Ambiente Italia (F.A.I.) di Primavera: una festa della cultura, poiché la cultura, ha scritto il Presidente della Repubblica in un messaggio agli organizzatori, è fondamentale per il riscatto sociale e economico dell’Italia.

Anche le città vesuviane hanno aperto ai visitatori siti archeologici, santuari, ville e palazzi; anche Ottaviano ha aperto il Palazzo Medici. L’hanno visitato centinaia di persone, attratte dalla bellezza dell’edificio, e dalla sua fama “nera“: e mi pare che sia venuto il momento di metter punto, di incominciare a parlare del Palazzo per quello che è, e che si vuole che sia. L’anticamorra a buon prezzo, l’anticamorra delle chiacchiere, non è più credibile, l’anticamorra seria sa che i palazzi della camorra stanno anche altrove, dove meno te li aspetti. Non voglio dimenticare il passato: al contrario, cerco solo chiarezza, una chiarezza totale su “quegli“ anni: e su questi. Dunque era prevedibile che venissero centinaia di persone, in quei due giorni dedicati alla cultura.

Era un’occasione da non perdere. Ho pensato quello che hanno pensato molti Ottavianesi, ricordando che il signor sindaco, quando illustrò il programma della sua seconda Amministrazione, mise in testa alla lista degli obiettivi lo sviluppo del turismo culturale e naturalistico. Abbiamo osato pensare che l’assessorato alla cultura avrebbe accolto i visitatori con qualche tabella esplicativa, con qualche freccia di orientamento, con volantini e foglietti zeppi di notizie utili; ci pareva ovvio che l’assessorato comunicasse agli ospiti che Ottaviano, oltre al Palazzo, “offre“ i più bei sentieri della Montagna, un centro storico il cui splendore nemmeno lo stato di abbandono riesce a offuscare, un secondo centro storico, caratteristico per le case costruite con materiali eruttati dal vulcano, masserie, chiese del ‘600 e del ‘700, in cui c’è un patrimonio cospicuo di opere d’arte:

sculture in marmo e in legno, quadri attribuiti dagli studiosi a Guido Reni, a Carlo Cignani e a Paolo De Matteis, la “Deposizione“ che il Previtali attribuì a Francesco Curia, e giudicò un capolavoro assoluto della pittura napoletana del Cinquecento, l’ “Adorazione dei Magi“ di Andrea Boscoli, il ritratto di Giuseppe III Medici eseguito da Paolo di Majo, e alcune tele tra le migliori del Mozzillo. Non ci aspettavamo che gli amministratori comprassero spazi sui giornali per pubblicizzare i tesori della nostra città: eppure era lecito aspettarselo, considerati i programmi dell’Amministrazione.

Ci aspettavamo, almeno, che, preparando l’evento, l’assessorato alla cultura coinvolgesse nell’organizzazione i docenti e gli alunni delle Scuole ottavianesi, e i dirigenti, ovviamente: della cultura del prof. Michele Montella, dirigente della “D’ Aosta“, e del prof. Antonio Alvino, dirigente del Liceo “A. Diaz“, non mi permetto di parlare, perché peccherei di presunzione. Ma tutti sanno quanto sia vasta, e quanto profonda. Aggiungo solo che il loro sapere è impreziosito da una straordinaria sensibilità per il bello: e dunque è sapere vero. Insomma, volano alto. Se l’Amministrazione avesse fatto tutto questo per le giornate della cultura, sarebbe stato cosa normale. E invece l’Amministrazione ha voluto essere eccezionale: non ha fatto nulla.

Incomincia a diventar lungo l’elenco delle occasioni perdute: tra queste, ci metto anche le occasioni che non sappiamo creare. E per crearle non è che serva chi sa quale potenza inventiva: basta riflettere su ciò che si fa a Somma, o a Sant’ Anastasia, o a Lauro, su ciò che fanno, a Ottaviano, gli organizzatori di Vesuvinum. È così difficile firmare un accordo con le autorità religiose per garantire l’apertura delle Chiese ai visitatori in giorni e in orari definiti con un calendario ufficiale e pubblico? A proposito di protocolli. Il dott. Iervolino è sindaco da sette anni, ininterrottamente: non bastano sette anni per regolare, con l’Ente Parco, i termini di gestione del Palazzo, le norme d’uso della scuderia, l’accesso ai giardini e ai piani? Sono pochi sette anni?

Il Palazzo, Giuseppe III lo ristrutturò, dalle fondamenta ai piani alti, in meno di due anni. Perché non si firma questa intesa? Qual è l’impedimento? Dove sta l’ostacolo? Tornerò senza sosta su questo argomento, ne farò una nenia. Da settembre un gruppo di ottavianesi organizzerà, gratis, visite guidate e manifestazioni. Chiediamo che l’Amministrazione che leva in alto lo stendardo delle regole ci fornisca l’elenco delle regole e delle procedure che dovremo rispettare. Non è in discussione la disponibilità personale dei singoli: ma il signor sindaco sa che essa, come tutti gli atti dipendenti dalla volontà individuale, è contingente, è incerta e può generare equivoci. E gli equivoci fanno male al fegato, soprattutto in un tempo come questo, in cui perfino il popolo di Ottaviano, che la storia ha predisposto alle “maschere“ della dissimulazione, pare non avere più pazienza per i traccheggi della diplomazia.

Corre voce che quest’ anno la processione della Madonna del Carmine si svolgerà il 15 luglio, domenica, e cioè il giorno che precede quello consacrato al nome della Madonna. Dicono che il 16 luglio, lunedì, giorno lavorativo, non è adatto per una processione di tale importanza; dicono che il 22 luglio, domenica, è data troppo lontana dal 16 luglio: dicono insomma che è meglio fare la processione un giorno prima del 16 luglio che sei giorni dopo. Ora, la cultura dei riti prevede e giustifica il “dopo“, ma non accetta in nessun modo il “prima“: e mi pare logico. Dice la sociologia che non solo gli “umili“, ma anche le élites non sopportano di ricevere gli auguri di buon compleanno e di buon onomastico prima della data ufficiale: il prima lo percepiscono come un malaugurio. E mi pare logico.

Mi pare logico sottoporre il problema all’attenzione del signor sindaco, perché il culto della Madonna del Carmine fa parte della storia civile di Ottaviano, è un pilastro della nostra identità civica. Lo sanno anche le autorità religiose, che recentemente, con un rito emozionante, hanno “eletto“ la Madonna del Carmine “Compatrona“ di Ottaviano. La logica dice che se si accetta una premessa, bisogna accettare tutte le conseguenze. Sono certo che, se la voce è fondata, il signor sindaco farà sentire anche la sua voce: a meno che non ritenga anche lui che quello della data non sia un problema serio, ma sia una quisquilia. Una pinzillacchera.
(Foto: Carlo Cignani, “Estasi di Santa Maria Egiziaca”, sec.XVII, Chiesa di San Michele Arcangelo in Ottaviano).

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DONNE AL SICURO – WOMEN FIRST

Ai nastri di partenza il corso “Donne al sicuro-Antiaggressione Femminile”. Parteciperanno studentesse delle scuole di Napoli. Di Annamaria Franzoni

Sono sempre più numerosi i Comuni della nostra Penisola che nel corso degli ultimi anni hanno sentito l’esigenza di realizzare progetti rivolti a costruire uno strumento preventivo alla sicurezza della donna e al suo benessere psico-fisico attraverso un concreto metodo di autodifesa dalle violenze che sempre più numerose colpiscono donne giovanissime, giovani e meno giovani.
Secondo i dati ISTAT i casi di violenze e molestie sulle donne sono altissimi: una donna su tre tra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica di vario genere e sappiamo che, in tale ambito, esiste un’omertà diffusa, per cui possiamo supporre che la realtà sia ben lontana dai dati numerici di cui siamo a conoscenza.

Tra le varie esperienze note a livello nazionale sono da segnalare a partire dal 1998 i Progetti “Difesa donna” che hanno approfondito in maniera specifica il tema della violenza sulla donna in modo globale: si è partiti infatti dalla presa di coscienza del problema e dalla consapevolezza delle reali motivazioni che spingono una donna ad affrontare un percorso di antiaggressione femminile che non consiste soltanto in un corso delle tecniche fisiche delle arti marziali, kickboxing o di generica difesa personale, bensì un corso teorico fondato su principi di diritto penale, di psicologia, informazione, prevenzione e assistenza ed un corso pratico su nozioni e principi di autodifesa studiati esclusivamente per le donne.

Sono note le esperienze che si sono realizzate a Milano, Roma, Busto Arstizio, Ghedi, Recanati e tanti comuni della nostra Penisola: in particolare nella città partenopea l’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Napoli in sinergia con l’associazione internazionale I.P.T.S. (International Police Training System) con la collaborazione delle 10 Municipalità cittadine e le Associazioni femminili hanno rivolto la propria attenzione a tale problematica, in sinergia promuovendo e finanziando il progetto pilota del corso "Donne al sicuro – Antiaggressione Femminile".

L’incontro si è svolto presso la sala Gemito mercoledì 7 marzo 2012, è stata una bella occasione per la presentazione ufficiale del progetto ed ha registrato una massiccia presenza di studentesse provenienti dall’Istituto Giustino Fortunato di Napoli con la partecipazione di ben 75 studentesse alle quali è stato rilasciato l’attestato di partecipazione dall’Assessore Giuseppina Tommasielli ed oltre 60 studentesse provenienti dagli altri istituti dove tale progetto avrà seguito tra cui l’Istituto Mario Pagano, il Liceo Mercalli, l’Istituto Villari e il Margherita di Savoia, accompagnate dai propri docenti che seguiranno le attività calendarizzate nelle singole scuole nei prossimi mesi.

Il corso, rivolto alle studentesse sarà rivolto alle giovani adolescenti presso le scuole e sarà tenuto dall’ Associazione I.P.T.S. composta da esperti istruttori delle Forze di Polizia in collaborazione con istruttori di arti marziali della Martial Arts Alliance (Csain), i quali si occuperanno del corso di Antiaggressione femminile che verterà su nozioni e principi di autodifesa studiati esclusivamente per le donne – studio delle tipologie di aggressioni e dei profili criminali – tecniche di comunicazione verbale e gestuale – training di gestione della paura e del controllo dello stress psicofisico; dalla Polizia Municipale di Napoli che fornirà le nozioni giuridiche in riferimento ai reati di violenza contro le donne con particolare accento allo Stalking (legge n. 38/2009) ed illustrerà gli interventi di Polizia effettuati sui casi di violenza sulle donne;

dalla Cooperativa ETICA Onlus presente sul territorio della municipalità ha come missione di lavorare per il benessere dei bambini, adolescenti e delle famiglie realizzando accoglienza ed educazione per minori, genitori,donne e famiglie in difficoltà. Nell’ambito del corso "Donne al Sicuro" verranno illustrate le attività di accoglienza e di assistenza delle minori in difficoltà o che hanno subito violenze.

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TEMPO AMARO. OVVERO EPOCA QUARESIMALE

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In giro l”umore non è buono. I politici sembrano cavalli impastoiati: di tanto in tanto nitriscono, ma niente di più. Ma forse è un bene che se ne stiano fermi e zitti. Di Giovanni Ariola

L’e-mail giunta dal prof. Piermario, che, come si ricorderà aveva chiesto in Istituto un periodo di aspettativa per recarsi in Libia a dare una mano ai suoi amici rivoluzionari di Bengasi, arreca molto piacere ai suoi colleghi che già da tempo sentivano la sua mancanza ed erano afflitti da una non confessata ma profonda nostalgia. Scrive che presto tornerà. Le cose in Libia non vanno come dovrebbero e come lui aveva sperato e secondo il progetto per il quale stava, anche con molti sacrifici, lavorando insieme con i vecchi e i nuovi amici a Bengasi.

In verità molto è stato fatto, ma in tanti settori si deve cominciare da zero, cambiare ad esempio di sana pianta l’ordinamento scolastico e poi le istituzioni, il sistema burocratico, le leggi che regolano la vita civile. Tutto è difficile perché mancano le risorse materiali e il fervore nuovo, anzi l’entusiasmo che si respirava subito dopo la vittoria per la libertà riconquistata, va piuttosto scemando. “Ho collaborato – scrive il prof. Piermario – con un mio amico docente di storia, che faceva parte del team di 300 esperti che ha lavorato per cambiare i testi scolastici. È stato una corsa contro il tempo per poter terminare l’opera per stampare i testi e farli trovare a scuola per gennaio, ossia all’inizio del nuovo anno scolastico in ritardo già di quattro mesi.

Purtroppo il nuovo Stato stenta a decollare, per giunta tira una brutta aria di separatismo, la Cirenaica ha proclamato perfino l’indipendenza da Tripoli e ha eletto un suo leader nella persona di Ahmed al-Zubair Senussi, pronipote di re Idris, cacciato nel 1969 dal colonnello Gheddafi; insomma si sta chiedendo da più parti di creare uno Stato federale composto delle tre regioni storiche (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) che avrebbero una certa autonomia politica ed economica. Ho saputo che un illustre professore di Legge all’Università degli Studi di Bengasi, Abdelkader Radura, sta appunto elaborando un progetto di Stato federale che si ispira al modello di ordinamento regionale vigente in Italia. Speriamo bene. La mia paura è che, spentasi la poesia della fiammata rivoluzionaria e subentrata la prosa del lavoro di ricostruzione, risorgano le mire e gli interessi dei numerosi clan e che le forze rivoluzionarie finiscano per disgregarsi tanto da giungere anche ad una più perniciosa guerra civile.

Alla fine ho deciso di tornare. Anche se, lo confesso, per le notizie che mi giungono dall’Italia e in particolare da Napoli… «mme fa paura ’e ce turna’» per dirla con le parole della nostra bellissima canzone “Munasterio ’e Santa Chiara”.
– Mi meraviglia – osserva il prof. Geremia (Fantasia) – questo stato d’animo del nostro amico, lui sempre così battagliero e deciso…
– Quanto diverse – concorda il prof. Carlo – queste parole da quelle che mi mandò da Bengasi qualche mese fa nel pieno della guerra sferrata dalle forze ribelli contro Gheddafi. Ce l’ho ancora qui in tasca…Sentite… mi trascrive un passo dal libro di Federico Rampini Alla mia sinistra” (Sottotitolo: “Lettera aperta a tutti quelli che vogliono sognare insieme a me” – Ed. Mondadori, Milano,2011):

“Una cosa che mi è sempre piaciuta della sinistra, dei suoi grandi pensatori, da Marx a Gramsci, una ragione per cui mi ostino a definirmi di sinistra, è quell’idea ottimista della Storia.
La Storia siamo noi, nel senso che possiamo influire sul corso degli eventi. E riusciamo a farlo, se troviamo una «narrazione» comune che tenga insieme i bisogni e le aspirazioni non di una sola categoria, non di una sola nazione, ma dell’umanità intera. Essere di sinistra vuol dire inseguire un progetto che possa far bene all’Asia e all’Africa mentre fa bene a noi; perché un progetto simile deve esistere, altrimenti l’umanità è condannata a ripetere cicli di errori e di tragedie.” (p.79)

– Anche gli utopisti più incalliti – osserva il prof. Eligio – alla fine devono arrendersi di fronte alla cruda realtà…
– E la realtà che stiamo vivendo – ribatte il prof. Geremia – è davvero opprimente…
– Sapete – sorride il collega Carlo per interrompere sul nascere la prevedibile geremiade dei due proff – l’altro giorno mi è capitato di pensare che siamo diventati come il diavoletto di Cartesio. Con la pressione forte e incalzante (gli sportivi direbbero pressing) a cui siamo sottoposti soprattutto da parte della economia in crisi stiamo insaccando tanto di quell’umor nero che stiamo andando a fondo e rischiamo di rimanerci. Dovremmo deciderci ad espellere questa materia tossica in modo da risalire “a riveder le stelle”.

– Hai ragione – conviene il prof. Eligio – a volte un po’ mi vergogno di essere così pessimista…E dire che come cattolico dovrei avere più fiducia e pensare che dopo la ‘passione e morte’ c’è sempre una ‘resurrezione’…Ma come si fa a nutrire anche un filo di speranza con una situazione così tenebrosa…Siamo tutti come storditi dai provvedimenti drastici che il novello salvatore della patria (leggi: governo tecnico) sta adottando seraficamente e a spada tratta come si suol dire, ispirato e guidato dall’angelo nero della Necessità, mentre aumenta il numero di coloro che sono sull’orlo della disperazione (o ne sono già stati sopraffatti e sono perfino giunti ad atti estremi). Intanto i politici, sempre più inetti, stanno a guardare…

– Ormai i nostri politici – concorda rincarando la dose il prof. Geremia – mi fanno pensare a tanti cavalli impastoiati…nitriscono di tanto in tanto ma non possono muoversi più di tanto…quelli che si sono slegati spesso si muovono solo per gli interessi propri e del loro partito…
– Io penso – interviene il prof. Carlo alquanto divertito dalla calzante metafora del collega – che sia piuttosto un bene che stiano un po’ fermi e zitti; può darsi che riscoprano l’arte di pensare e, pensando sufficientemente, trovino la strada giusta per uscire da questo impasse.
Provvidenzialmente entra la dottoressa Raffaella che porta, con la sua grazia giovanile e il suo abbigliamento primaverile, una ventata d’aria fresca e un po’ di colore sui volti dei proff alquanto ingrigiti dalla inevitabile mummificazione causata sia dall’inverno sia dal clima fosco della nostra epoca.

– Sono arrivati – annuncia con un sorriso smagliante (chi non ama questo aggettivo perché è un francesismo e per giunta troppo abusato, può sostituirlo con brillante che fa pensare alla luce incantevole del berillo, lat.beryllu-m e quindi allo smeraldo e all’acquamarina) – due pacchi di libri, uno dalle Case Editrici per la biblioteca e un altro per voi da parte del prof. Piermario.
Dal pacco inviato dal Centro Distribuzione Editoriale vengono fuori alcune novità librarie ancora odorose di stampa.

– Questo l’ho sfogliato qualche giorno fa in libreria – dice il prof. Carlo prendendo tra le mani e mostrando la recente fatica di Sergio Rizzo e Giannantonio StellaCosì parlò il cavaliere” (BUR,Milano, 2011). I due autori hanno spulciato forse centinaia di giornali, riviste, trasmissioni televisive e siti web di questi diciassette anni di regime berlusconiano e hanno raccolto frasi, barzellette, gag, gaffe, brani di discorsi del cavaliere, riuscendo a darci attraverso il suo linguaggio un profilo abbastanza chiaro del suo stile di vita pubblica e privata. Mi sono divertito a leggere qua e là… Per esempio, procedendo a caso…sentite:

“Il ‘cucù’ – dichiarò Berlusconi nel giugno del 2009 a Sky Tg24 – non è un’invenzione mia, è un’invenzione di Putin. Una volta …ci dovevamo incontrare in un salone dove c’erano dei pilastri, io andavo da una parte…Lui si è nascosto dietro un pilastro e mi ha fatto proprio così: ‘Cucù!’. E io ho ripetuto questa cosa …quando la Merkel si stava avviando in direzione opposta a quella in cui stavo io”.

– Io invece ho comprato giorni fa – ribatte il prof. Eligio – questo “Ciliegie o ciliegie? – e altri 2406 dubbi della lingua italiana” di Valeria Della Valle e Giuseppe Patota (Ed. Sperling & Kupfer, 2012) e l’ho scorso con piacere. Si tratta di un manualetto pratico, una sorta di vademecum per turisti stranieri o extracomunitari ma anche per gli italiani alfabetizzati che però sono di tanto in tanto dubbiosi sull’ortografia di singole parole o di intere frasi.
Dal pacco proveniente da Bengasi fuoriescono invece quattro libri:
Robert Graves,I Miti Greci”, Longanesi (XXIV Edizione), Milano, 2011.
Miguel Gotor,Il Memoriale della Repubblica – Gli scritti di Aldo moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano”, Einaudi, Torino, 2011.
W. H. Auden, “Grazie, Nebbia”, Adelphi, Milano, 2011.
Giovanni F. Bignami, “Cosa resta da scoprire” (“Un affascinante viaggio alla ricerca delle prossime scoperte che cambieranno il mondo” – Margherita Hack), Mondadori, Milano, 2011.

– C’è – riprende la gentile dottoressa – con i libri un biglietto…c’è scritto…”Ai miei colleghi ed amici Carlo, Eligio e Geremia e a un eventuale collega che non conosco. Unicuique suum (= regalo a ciascuno il suo sott. libro).Cari saluti. A presto. Piermario”.
E ciascuno dei tre proff. allunga la mano e prende il suo libro (quello che crede destinato a sé). Resta il libro del Bignami.
– E questo – dice il prof. Carlo porgendolo alla giovane – tocca a te, come è giusto, trattandosi di un viaggio meraviglioso nel futuro che noi forse non vedremo. Piermario è straordinario; anche non conoscendoti, senza neppure sapere della tua esistenza, ha scelto il libro adatto a te.

– Sono emozionata e lieta – dice la donna prendendo il libro –… ma c’è nel biglietto che ho appena letto un poscritto: “Se tra loro c’è vera fratellanza/ gli uomini non cantano all’unisono:/ cantano in armonia.” (W. H. Auden, “Grazie, nebbia”, p.47).
Buona Resurrezione a tutti!

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AL CAM DI CASORIA LA TERZA EDIZIONE DI “CAMMOVIE”

Presentata ieri al CAM la terza edizione di “Videoart PlatforM” a cura di Antonio Manfredi. Arte e cronaca in un nuovo evento, mentre la collezione permanente del museo resta coperta in segno di protesta.

Il Cam di Casoria continua la sua programmazione anche durante la protesta che ha visto lo stesso direttore bruciare una sua opera, esposta alla 56° biennale di Venezia il 2 marzo scorso. Le opere della collezione permanente restano ancora coperte e sostituite da fotocopie per protesta contro l’indifferenza da parte delle istituzioni. Il nuovo ed incisivo evento all’insegna dell’internazionalità artistica e dell’arte/cronaca contrasta con il bianco del museo da cui sono «cancellate» le opere. CAMMOVIE_Videoart Platform, a cura di Antonio Manfredi, presentato ieri 31 marzo, sarà visitabile fino al 31 maggio, giunto alla terza edizione, il contenitore digitale offre spunti di riflessione e di confronti attraverso gli sguardi degli artisti e le immagini del mondo virtuale per un insieme di informazioni che spaziano dall’attualità dei drammi umani alla bellezza dell’arte digitale.

Anche quest’anno CAMMOVIE ospita quattro sezioni: GOD-MEN, sulle figure dei dittatori e sugli effetti del loro potere; PROMISE LAND_From Lampedusa to Domitiana, che mostra i percorsi dei viaggi della speranza e il degrado in cui si evolvono; STATE MAFIA_The performances of politics, sui rapporti tra gli organi di governo e le organizzazioni criminali; MAGMART VII ed., festival internazionale di videoarte. La sezione dedicata ai dittatori che attualmente governano nel mondo, GOD-MEN, ne metaforizza il potere assolutistico attraverso le immagini delle parate militari e delle repressioni armate. L’opposizione che osa rivelarsi viene brutalmente cancellata dagli oppressori, dagli uomini-Dio (God-men), attraverso l’intervento armato. Sullo sfondo di queste visioni appare la famosa scena de Il grande dittatore: Charlie Chaplin che danza abbracciando un mappamondo e le sue velleità di grandezza, simile ai tiranni che la civiltà accetta e che non combatte.

STATE MAFIA_The performances of politics, focalizza l’attenzione sulla difficile realtà italiana dei rapporti tra le mafie e lo Stato. La rete web diventa fonte d’informazione reale da cui attingere per trasformare la cronaca in video arte. Le immagini, le intercettazioni, le testimonianze si susseguono in un excursus drammatico che enfatizza gli episodi di concussione tra il potere politico, economico e quello della criminalità organizzata. Compito di un’arte che si fa sociale è indignarsi per i meccanismi di potere che condizionano la società civile attraverso la loro messa in scena in video. PROMISE LAND, la terra promessa dei sogni degli immigrati si trasforma negli incubi dei barconi che appaiono a Lampedusa, nei volti sofferenti, nelle fughe disperate e negli oggetti che segnano il passaggio del dolore nelle foto scattate da Alessia Capasso durante la sua permanenza sull’isola.

Nella stessa sezione il lampedusano Giacomo Sferlazzo mostra un video dal poetico dialogo senza parole con le imbarcazioni degli immigrati arenate sulla spiaggia dell’isola siciliana e presenta l’installazione «Barchette», per chiedere l’apertura di un corridoio umanitario che eviti le migliaia di morti durante i viaggi tra l’Africa e l’Europa (15.760 decessi dal 1988). Le aspirazioni degli stranieri arrivati in Italia deluse dalle condizioni della difficile realtà campana in cui si trovano da emarginati e irregolari, facili prede della criminalità organizzata. Così la «terra promessa» offre solo una vita di degrado e in continua precarietà come testimoniano le immagini in bianco e nero di Giovanni Izzo. I suoi ritratti della «Domiziana» la desolazione in cui gli immigrati vivono: accampamenti, rifugi improvvisati, lo squallore di vite dimenticate dal mondo. È in questo scenario che aspettano gli autobus che li portano a lavorare sottopagati nei campi o a popolare le strade della prostituzione.

Con l’ultima sezione, il museo di Casoria conferma, per il settimo anno consecutivo, il suo partenariato con il noto festival internazionale MAGMART_video under volcano diretto da Enrico Tomaselli. Questa edizione ha visto il coinvolgimento di circa 700 video inviati da 70 nazioni differenti confermando il sempre maggiore successo del festival e il coinvolgimento per questa forma d’arte. La giuria composta da Agata Chiusano, Giuseppe De Marco, Sotiris Iliadis, Luca Magnoni, Antonio Manfredi, Enrico Tomaselli, Jose Vieira, vota e seleziona i video online. I 30 vincitori entrano a far parte della collezione permanente del CAM, visibili in occasione di CAMMOVIE presso le postazioni video del museo di Casoria.
(Fonte Foto:Rete Internet)

Il difficile dialogo tra le generazioni

In quest’articolo prendiamo in considerazione la città di Atene, come simbolo delle relazioni intergenerazionali. I giovani non sono tessere di un puzzle, ma le città odierne ne hanno paura. Di Michele Montella

Nell’Accademia platonica le giovani generazioni godevano il privilegio di passeggiare con Platone o con Filone e con tanti filosofi del dialogo, intorno ai giardini estesi e fioriti della campagna ateniese. Guardando, avremmo visto acuti studenti elaborare concetti, ricercare i segreti dell’esperienza sensibile, rivestire l’invisibile di parole e l’inesprimibile di emozioni, come la promessa impaziente di una novità. Anche nella scuola aristotelica del IV secolo, accanto al tempietto sacro ad Apollo Liceo altri giovani peripatetici, in altri giardini, costeggiando vialetti e spazi erbosi, analizzavano la natura con spirito analitico e l’inquieta curiosità scientifica si sposava alla tranquilla sapienza del Maestro.

Giovani e adulti, scolari e maestri s’incontravano: attente ed inesauste menti di chi architettava il bene comune, senza nemmeno farci caso, con la spontanea gioia della reciprocità di pensiero.
Sotto i portici, al calar del sole, si veniva costruendo una città dello scambio intergenerazionale, che misurava con la passione per la cultura, le altezze dei progetti e le profondità del lavoro intellettuale, da cui germoglia la gioiosa creazione umana. Cosa rimane di questa eredità, oggi? Quale Atene può dar luce alle nostre vecchie storie di esclusione giovanile e di impacciati rapporti paternalistici?

Il dialogo fra le generazioni si dipana per lo più sull’asse dell’economia, resta imbrigliato nel mondo della complessità dei linguaggi, viene affogato nella melma dei modelli imitativi: non ci sono più salti, né distinzioni, ma solo un reciproco e vano rincorrersi. La stessa questione del lavoro, problema sociale tra i più spinosi, viene definito come un meccanismo obbligato e alternato, secondo cui, sulla base di un certo numero di risorse, si eleva l’orrendo mostro della Spartizione tra giovani e vecchi. La questione assume così le forme di un mercato che stritola allo stesso modo chi sembra non avere più il diritto di uscire serenamente dal meccanismo produttivo e chi trova solo porte chiuse e vie sbarrate al legittimo desiderio di correre speditamente verso la propria realizzazione umana.

Il dramma di un lavoro mancato o non adeguato, non è rappresentato solo da una dimensione contabile e finanziaria, ma si definisce a partire dalla mancanza di un dialogo sulla generosità e sulla difficoltà di aprire i meccanismi sociali all’esperienza dello scambio di sapienze e di strumenti operativi. Non mi sembra che i giovani siano tesserine di un puzzle che va componendosi gradualmente e proporzionalmente allo svuotamento di posti occupati da altri. Nessuno mai ricorda che i giovani sono strumenti di cui il mondo storico umano ha bisogno per acquisire un senso e sono i semi che la natura utilizza per rinnovare se stessa. Tale fatale disattenzione cancella dalla nostra autocoscienza l’origine della loro dignità, che in realtà è enorme e sovrana.

Il diritto alla partecipazione e al lavoro dei giovani si fonda sull’insopprimibilità del valore stesso della loro esistenza e non solo meschinamente nel considerarli portatori di esigenze da monetizzare.
La città di Atene li ammirava e gustava, grazie a loro, il continuo evolversi delle categorie culturali, dei progetti sociali, delle tecnologie.
Le città odierne ne hanno paura e li incatenano alle oscuri prigioni del profitto.
(Fonte foto: Rete Internet)

LE CITTÀ INVISIBILI

SE IL PRESIDE PRENDE A MALE PAROLE UN DOCENTE

Condannato per ingiurie un capo d”istituto, colpevole di aver calpestato l”onore e il decoro del docente.

Il caso
Nel corso di una riunione del consiglio di istituto di una scuola professionale, il preside aveva rivolto al docente la frase “lei dice solo stronzate”. Il docente ritenutosi offeso nell’onore e nel decoro, perché la frase era stata pronunciata dinnanzi ad altri colleghi, denuncia il preside per ingiuria. Nella prima fase del giudizio il preside veniva assolto dall’imputazione del reato di ingiuria.

Le conclusione assolutoria era assunta osservando che l’avverbio "solo" anteposto alla parola volgare non compariva nel verbale della riunione e non compariva nello stesso racconto del docente, e che di conseguenza la frase ne risultava indirizzata non al modo di essere di quest’ultima ma a quanto la stessa aveva argomentato nella specifica circostanza.
Il docente contesta tale assunto osservando che il termine “stronzate”, pur se privo dell’avverbio peraltro non escluso dallo stesso preside, mantiene un significato offensivo soprattutto in quanto pronunciato in un consesso di educatori, e in quanto rivolto in presenza dei colleghi si riverbera necessariamente sul pensiero e quindi sul modo di essere della parte offesa, rivelando l’intenzione di umiliarla.

Con la Sentenza 13 luglio – 17 ottobre 2011, n. 37380 la Cassazione ritiene il ricorso del docente fondato. La Suprema Corte afferma che dei beni che costituiscono l’oggetto giuridico del reato in discussione, l’onore attiene alle qualità che concorrono a determinare il valore di un individuo, mentre il decoro concerne il rispetto o il riguardo di cui ciascun essere umano è comunque degno (Sez. 5, n. 34599 del 4.7.2008, imp. Camozzi, Rv. 241346); il giudizio sulla lesione effettiva di detti beni non può pertanto prescindere dal considerare se, rispetto all’ambiente nel quale una determinata espressione è profferita, la stessa si limiti alla pur aspra critica di un’opinione non condivisa ovvero trasmodi nello squalificare la persona destinataria rispetto ai profili appena indicati.

Nel caso in esame, la collocazione dell’episodio in una riunione di docenti di un istituto scolastico, lo svolgimento dello stesso in presenza di colleghi quotidianamente impegnati in un’attività professionale comune a quella del soggetto passivo e la provenienza dell’espressione contestata da un immediato superiore di quest’ultimo sono elementi sicuramente rilevanti nel definire l’incidenza lesiva della condotta, e la cui portata deve, pertanto, essere esaminata ai fini di un compiuto giudizio sull’esistenza o meno di un pregiudizio per l’onore e il decoro della parte offesa nel proprio ambiente lavorativo ed umano.

LA RUBRICA

UN VESUVIANO IN MAREMMA

In Maremma l” acquacotta era il segno della povertà, oggi viene cucinata in versione “borghese”. Il nostro panecuotto invece, nasce da un”altra storia e un”altra povertà.

Avrei voluto scrivere un pezzo sulle molte trasmissioni televisive in cui si cucina, e si parla di cucina: ma non ce la faccio a guardare queste noiose sceneggiate di astrusi manicaretti, di cuochi che parlano come vati ispirati da Dioniso, e di presentatrici che si rivolgono a un’Italia parziale, già sazia, o smemorata. I piatti in diretta mi ricordano Peter Schlemil, il personaggio di Von Chamisso, che vende la sua ombra: e l’ombra di un piatto è la memoria che dovrebbe accompagnarlo: memoria di luoghi, della storia degli ingredienti, dei sapori e degli odori che il cuoco vuole costruire.

Trovo tra le mie carte l’articolo che nell’agosto del 2011 Pietro Citati scrisse per il Corriere della Sera su una pietanza maremmana, una minestra della povertà dal nome straordinario: l’acquacotta. Si soffriggevano in un tegame olio, acqua salata, cipolla, sedano, radicchio di campo, pomodoro: il tutto veniva poi riversato sulle fette di pane raffermo, su cui già era stato dischiuso un uovo: un solo uovo per sei persone. Pietro Citati colora la descrizione di questa minestra con il ricordo delle estati trascorse in Maremma dopo il 1955:

“non avevo mai conosciuto un paesaggio simile. Non ero abituato alle grandi proporzioni, e da principio esse mi fecero quasi terrore. Qui c’era un enorme spazio; i maremmani costruirono poco, agirono poco, comprendendo che la massima qualità dell’uomo, mentre si affaccia al mondo, deve essere la discrezione. Non agire: lasciare che qualcosa accada, perché, comunque, accadrà“.

Nei primi anni ’70 ho vissuto molti e lunghi mesi in Maremma, tra Follonica e Massa Marittima. Il vasto spazio vuoto di uomini e di rumori era, in realtà – la realtà che vedevano i miei occhi di vesuviano sbalzato dal vortice quotidiano del chiasso in quel quadrato silenzio – era una rete di spazi delimitati da file di cipressi, da collinette, da case di campagna tutte uguali, e da stormi di uccelli che intrecciavano sempre le stesse traiettorie. Il tutto in una luce nitida, appena riscaldata dai colori ocra e terra che velavano perfino il verde delle foglie e l’azzurro del mare. Insomma, la Toscana a misura d’uomo: ma certe misure d’uomo possono essere anche soffocanti, per un vesuviano. Massa Marittima è un incanto di pietre stretto intorno alla piazza, e la piazza è, nella sua intatta perfezione, una forma del primo Quattrocento.

La corriera che collegava i comuni del territorio non osava entrare in quella piazza, si fermava in un angolo in fondo; nel bar della Loggia si giocavano interminabili partite a scopone scientifico e si parlava di cani da cinghiale e di caccia al cinghiale. Tu lo sai come si fa il cane da cinghiale? No. Non lo so. Si prende un cane qualsiasi, un bastardo, e lo si lancia dietro l’animale: se resiste alla sua puzza e ai suoi attacchi , se non arretra nemmeno quando le zanne gli aprono la pancia, allora è un cane da cinghiale. Ascoltavo perplesso, vigile, in difesa: sapevo che la Maremma è terra di burle. Però i maremmani rispettano i napoletani. Grazie anche a Renato Fucini, che era di Monterotondo di Massa Marittima, e che nel 1878 pubblicò i luminosi taccuini del suo viaggio attraverso Napoli e la Campania: un viaggio nello stupore.

Il maremmano era convinto di vedere Napoli a occhio nudo: da maremmano, appunto: sguardi diritti all’essenza delle cose. E invece quante volte al giorno dovette stropicciarseli, gli occhi, per controllare se era sveglio, o se viaggiava in un sogno…. Fucini morì nel 1921, ma non mi sarei meravigliato se nel 1972 l’avessi incontrato in un angolo di tempo fermo: alla Niccioleta, o al lago dell’Accesa, o in quella trattoria di Gavorrano dove, con tre colleghi napoletani, assaggiai per la prima volta l’acquacotta. Al posto del radicchio c’erano funghi, e le uova erano quattro, un uovo a testa, e il pane non era un pane da fame, ma un pane casereccio artistico, preparato proprio per quella minestra. E c’erano copiose cucchiaiate di un pecorino grattugiato che “chiamava“ il possente Morellino di Scanzano, un vino di fama ancora locale, allora.

Non era più l’ acquacotta della povertà: ma l’uovo, la cipolla, il pane, l’acqua intrisa della sostanza del pomodoro, e la scodella di terraglia, e la spontaneità calibrata dell’oste, che per i tratti del volto, per lo sguardo volpino e per la pancia possente, pareva uscito da un banchetto etrusco, fecero sì che la minestra risultasse, anche in quella versione “borghese“, il segno di un modo di vivere e di vedere le cose che obbediva a due criteri: l’ essenzialità e la semplicità: la simplicitas, che è l’esatto contrario della superficialità, poiché mira alla verità dei fatti e delle cose, e ha in odio le parole non necessarie. Cresciuto con abbondanti porzioni di pane bagnato nei fagioli e condito con un filo d’olio pugliese, mi domandai perché quella minestra l’avevano chiamata acquacotta, e non pane cotto.

Perché il pane non domina, ma subisce, pensai: era, all’inizio, non un pane nobile, ma un pane da fame, fatto di chi sa quali farine: perciò i contadini maremmani, figli di una terra di stagni e di paludi e di febbri, concentravano la loro attenzione sull’ acqua, rara, preziosa, purgata, nel fervore della padella, dagli umori delle erbe. Il nostro pane cuotto nasce da un’altra storia, e da un’altra povertà. Negli anni della seconda guerra mondiale, e nel dopoguerra, i vesuviani mettevano sul pane cuotto l’erba di muro e le cime delle ortiche. L’ortica occupa un posto importante nella storia dell’alimentazione vesuviana, e non solo nelle stagioni della fame. Alla prossima.
(Foto: Quadro di Cristiano Banti, “contadine toscane”, 1861)

L’OFFICINA DEI SENSI 

COSA PIOVE DAL CIELO?

“Un cuento chino” è la storia bizzarra di un uomo solitario, la cui vita viene stravolta dall”incontro casuale con un ragazzo cinese.

Roberto è un uomo solitario e scorbutico. Nel suo negozio di ferramenta passa le giornate a servire controvoglia i clienti e a spazientirsi per le truffe dei fornitori; poi torna a casa, ritaglia articoli di giornali con notizie assurde, si prende cura del mobiletto-santuario con la foto della madre morta e spegne la luce per dormire nell’istante preciso in cui l’orologio segna le 23.00. Il rituale si ripete inesorabile, tutti i giorni. Finché, quasi dal nulla, un cinese che non conosce una parola di spagnolo viene buttato fuori da un taxi in corsa davanti ai suoi occhi e gli cambia la routine.

Il burbero Roberto, tra un improperio e l’altro, decide di aiutare lo sventurato nella ricerca dello zio. Con lo svolgersi della storia viene chiarita l’origine della tragicomica sequenza che apre il film (una mucca piove dall’alto su una barca, uccidendo una giovane cinese e lasciando di sasso il ragazzo che le stava chiedendo di sposarlo).

Il cuore del film sta nel ruolo del caso, degli eventi assurdi ed imprevedibili nel condizionare la vita degli uomini. La collezione di notizie strampalate di Roberto parte proprio dalla sua storia, da una lontana foto che lo immortalava, soldato, durante la guerra delle Malvinas e che aveva provocato la morte del padre. Questo diario di follie sembra cozzare tremendamente con la vita monotona di Roberto, ma in realtà è proprio quel primo evento lontano, casuale e drammatico, ad averlo trasformato nella persona che è. Un’altra bizzarria, un cinese sbucato dal nulla, segna una nuova svolta. Perché – questa pare la conclusione del regista – il caso, imprevedibile quanto si vuole, pone sempre l’uomo nella condizione di scegliere cosa fare degli eventi che gli piombano (letteralmente) addosso.

Borensztein costruisce una favoletta ironica velata appena da un tocco di malinconia e riflessione. Il film è occupato in larga parte dai divertenti battibecchi tra Roberto e il suo ospite cinese. Il livello di scrittura non è tra i più sofisticati; le gag si giocano sull’incomunicabilità e su poco altro. In mancanza di una sceneggiatura brillante, l’ironia si basa soprattutto sulle situazioni e sul loro ripetersi. Le colazioni mute tra i due personaggi sono uno spasso, grazie alla faccia straordinaria dei due interpreti (in particolare Darín, conosciuto dal grande pubblico per il film premiato agli Oscar Il segreto dei suoi occhi) e così tutte le altre “scenette” in cui si articola l’opera. I primi 20 minuti, in particolare, sono un piccolo gioiello per come tratteggiano tra il comico e il malinconico la figura di un uomo solo attraverso piccole trovate.

Ma in presenza di un plot non troppo sottile o articolato, il film si trascina lentamente col passare dei minuti. L’ironia è a tinta unica e, dopo un po’, i limiti nella caratterizzazione dei personaggi e nello sviluppo della storia emergono. La risoluzione della trama arriva quando allo spettatore quasi non importa più, perché poco è stato fatto durante il film per rendere più interessante il racconto.
Così rimangono soprattutto alcune trovate divertenti, una buona rappresentazione iniziale della solitudine e poco altro. L’ambizione del film di raccontare con tocco leggero in che modo il caso cambi la monotonia di una vita rimane legata ad un paio di immagini efficaci.

Un cuento chino è uno strano ibrido, troppo monotono e lineare per essere un racconto grottesco, troppo superficiale e prevedibile per sondare le profondità di un personaggio malinconico. Restano alcune buone idee, sospese nella leggerezza di un sorriso amaro. Ma senza una struttura narrativa forte e una rappresentazione più originale si dissolvono senza lasciare traccia.

Voto: 6/10
Regia: Sebastián Borensztein, con Ricardo Darín, Huang Sheng Huang, Muriel Santa Ana
Titolo originale: Un cuento chino
Durata: 95 minuti
Uscita nelle sale: 23 marzo 2012  

DARE A TUTTI LA POSSIBILITÁ DI LAVORARE

La crisi non accenna a diminuire, bisogna avviare la ripresa con investimenti in grado di creare lavoro, che è la priorità assoluta. Di Don Aniello Tortora

“Azionare tutti gli strumenti e investire tutte le risorse a disposizione – dello Stato, dell’imprenditoria, del credito, della società civile – per dare agli italiani, a cominciare dai giovani, la possibilità di lavorare: non solo per sopravvivere, ma per la loro dignità". È uno dei passaggi più importanti della prolusione che il cardinale Angelo Bagnasco ha letto in apertura dei lavoro del Consiglio permanente della Cei (lunedì 26 marzo).

"Il modello economico perseguito lungo i decenni dal nostro Paese – ha detto Bagnasco – è stato ed è una prodigiosa combinazione tra famiglia, impresa, credito e comunità. È l’insieme che va reinterpretato e rilanciato, recuperando stima nelle imprese familiari e locali, a cominciare da quelle agricole e artigianali. Nella realtà odierna nessuno può pensare di preservare automaticamente delle rendite di posizione. Bisogna sapersi misurare con le mutazioni incalzanti che costringono ad un pensare nuovo. Bene sommo è la persona, e la persona che lavora; per questo vanno create le condizioni perché le opportunità di impiego non sfumino, e con esse le abilità manageriali e i capitali necessari all’impresa".

"L’altra sfida" richiamata dal presidente della Cei "è riconsegnare un profilo forte alla nostra comunità, quella nazionale, e che si rifrange nei mille territori. Parlo di “profilo”, perché come ogni persona ha il proprio volto e questo la caratterizza, così la società intera deve resistere alla tentazione di smarrire i propri connotati caratteristici. L’individualismo, infatti, quando diventa cultura diffusa, induce a schiacciare il profilo e il diritto sul versante soggettivo, quasi che l’identità collettiva potesse essere la somma aritmetica del benessere individuale".

Sull’ attuale momento critico ha detto che “mentre la crisi perdura, chiediamo che sollecitamente si avvii la sospirata fase di ripresa e degli investimenti in grado di creare lavoro, che è la priorità assoluta. L’approccio finanziario, infatti, senza concreti e massicci piani industriali, sarebbe di ben corto respiro. Solamente ciò che porta con sé lavoro, e perciò coinvolge testa e braccia del Paese reale, ridà sicurezza per il presente e apre al futuro. Perché questo accada, è necessario che lo Stato e gli enti locali siano solventi e lungimiranti e gli istituti bancari non si chiudano in modo indiscriminato alle richieste di piccoli e medi imprenditori: non ogni ristrutturazione va valutata con diffidenza; è necessario considerare, caso per caso, situazioni e persone, l’onestà insieme all’affidabilità, e alla quota di controllabile rischio senza il quale non può darsi alcun salto nella crescita.

C’è bisogno – e questo è il momento – che la gente ritrovi l’entusiasmo per le relazioni e si rimetta assieme in modo creativo per far girare il ciclo del lavoro”. Un altro passaggio interessantissimo è stato quello sui giovani. Così si è espresso: ”Siamo profondamente persuasi che i giovani di oggi siano in grado di dare una spinta decisiva al cambio di passo del nostro Paese. La conoscenza che abbiamo di loro e del loro entusiasmo, la consuetudine con i loro ragionamenti, la partecipazione alle loro mortificazioni, l’ascolto della loro rabbia, ci inducono a ricordare che non si possono tradire: sono indispensabili oggi, non solo domani”.

Guardando, poi, alla situazione dell’Italia, Bagnasco ha ribadito che è necessario “dare una nuova forma ai nostri stili di vita: uscire dall’immobilismo; cominciare a fare manutenzione ordinaria del territorio; continuare nella lotta all’evasione fiscale; semplificare realmente alcuni snodi della pubblica amministrazione; dotarsi di strumenti pervasivi e stringenti nel contrasto alla corruzione e al latrocinio della cosa pubblica”.

Una “stoccata” micidiale, poi, nel suo discorso, è stata per i partiti. Ha sostenuto che questo è il momento opportuno “per rinnovare i partiti, tutti i partiti: non hanno alternativa se vogliono tornare – com’è fisiologico – ad essere via ordinaria della politica ed essere pronti – quando sarà – a riassumere direttamente nelle loro mani la guida del Paese. Per intanto dal Governo sono attese soluzioni sospirate per anni. Come Vescovi chiediamo di tenere insieme equità e rigore”. Come sempre il Presidente della CEI è stato attento e puntuale nelle sue analisi, nelle sue denunce e nelle sue proposte. Ci auguriamo proprio che questo “grido” della Chiesa non rimanga, ancora una volta, inascoltato dal mondo della politica.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA 

IMMIGRAZIONE, UCRAINI AL PRIMO POSTO IN CAMPANIA

Pubblicati i nuovi dati Istat sui “cittadini non comunitari” presenti nelle regioni italiane. Le donne che vengono dal Paese dell’Est Europa formano la comunità più numerosa dalle nostre parti.

Tra gli immigrati extracomunitari presenti in Campania, gli ucraini sono i più numerosi, secondo gli ultimi dati rilasciati dall’Istat. Le statistiche, diffuse dall’istituto pochi giorni fa, si riferiscono agli stranieri con i documenti in regola al primo gennaio del 2011. Ci sono circa 130mila “cittadini non comunitari” in Campania che hanno regolare permesso, secondo il rapporto pubblicato dall’Istat: di questi, circa 40mila ucraini, seguiti dai marocchini (15mila), dagli srilankesi (10mila), dai cinesi (9mila) e dagli albanesi (7mila).

In questa particolare graduatoria, seguono gli Stati Uniti, i cui cittadini sono presenti in 6mila circa in Campania (e sono anch’essi extracomunitari, anche se li associamo a un’immigrazione di tipo diverso). Altre comunità molto presenti, quella indiana (3600 membri), che precede russi (3400 immigrati), filippini (3300), algerini (2900) e bangladesi (2800).

Il documento dell’Istat mette a fuoco, in particolare, il dato sulla presenza ucraina in Campania. All’inizio del 2011 risultavano registrate 31mila ucraine e 9mila ucraini: una cospicua maggioranza di donne, dunque, spesso impiegate come assistenti domestiche o badanti. Molte di queste donne dell’Est hanno un permesso di soggiorno a tempo indeterminato, e infatti la nostra regione è la prima in Italia, per numero di ucraini stabilizzati. Segno, questo, di una buona integrazione, fa notare l’Istat, perché per accedere a un permesso a vita bisogna dimostrare di avere un reddito e un alloggio adeguati, oltre che una buona conoscenza dell’italiano.

Al di là del dato sulle ucraine in Campania, però, il Mezzogiorno fa registrare numeri abbastanza bassi per quanto riguarda l’immigrazione regolare. Risiede nelle regioni del Sud, infatti, solo il 13 percento dei cittadini non comunitari che soggiornano regolarmente nel nostro Paese. «Il Mezzogiorno», fa notare l’istituto di statistica, «è terra di passaggio». Infatti, se la quota di immigrati che risiedono nel Meridione è bassa, più alta è invece «l’incidenza dei nuovi permessi». In altre parole, molti stranieri si regolarizzano al Sud per poi spostarsi altrove. «Il Mezzogiorno», ricorda l’Istat, «è porta d’ingresso verso il nostro Paese».
(Fonte foto: Rete Internet

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