OTTAVIANO. IL REVISIONISMO E LA LIBERTÁ DI PAROLA

Nell”ultimo Consiglio comunale si sarebbe dovuto parlare dell”eterno cantiere di via Cesare O. Augusto. Ben altri, invece, sono gli argomenti venuti fuori dalla discussione. Di Carmine Cimmino

Il verbale della seduta che il consiglio comunale di Ottaviano ha tenuto il 27 febbraio, a leggerlo come un racconto, pare uscito dalla penna di Thomas Pynchon: registra una seduta mossa, un ritmo vivace che non si sviluppa con banale linearità, ma si torce a spirale, baroccheggia: una polifonia, in cui si va dall’impennata enfatica alla smorzata lirica, dall’asprezza polemica alla malinconia memoriale, all’elegia del vogliamoci tutti bene. Molti gli argomenti trattati: storia politica e storia sociale, economia, pedagogia, perfino. E urbanistica: un poco. Forse si è parlato poco proprio del tema che aveva suggerito la convocazione del consiglio comunale, e cioè dei lavori, non si sa se in corso o se sospesi, di via Cesare Ottaviano Augusto.

Ma non fa niente: il cantiere resterà aperto a lungo: c’è tempo per altre sedute del consiglio comunale. Gli interventi dei consiglieri Esposito e Capasso, che stanno all’opposizione, chiamano alla replica due membri della maggioranza. Uno dei due, il sig. Ciniglio Francesco, dice a un certo punto, rivolgendosi a Luca Capasso (pag. 29 del verbale): “ …quegli anni non consentivano a persone come me e come te di venire in consiglio comunale e dire le cose che pensavano con la libertà che c’è ora. Quindi non facciamo i difensori con molta superficialità, perché quella è una parentesi della storia di Ottaviano che non è che ci ha giovato tanto. Allora su questo vi chiederei di non mettere in campo un po’ di revisionismo che oggi si usa molto…”.

Gli anni a cui, secondo il verbale, si riferisce il sig. Ciniglio Francesco sono quelli dell’Amministrazione guidata da Giovanni D’Ambrosio, che nel 1997 fu “sciolta“ , insieme con il consiglio comunale, da un decreto del Presidente della Repubblica. Il sig. Ciniglio Francesco si assume tutta la responsabilità di ciò ha detto (pag. 34), e ricorda ai presenti che il suo “mandato è fatto di limpidezza, trasparenza e onestà.“ ( p. 34). Mi pare una precisazione superflua. I mandati di tutti gli amministratori, dalle Alpi alla Sicilia, prevedono quei tre “accidenti“ (è un termine filosofico). A me interessano due concetti indicati nella dichiarazione tra virgolette: il revisionismo e la libertà di parola. Oggi trattiamo del primo. Gli atti dei politici che amministrano sono sottoposti a due giudizi, diciamo così, “esterni“: il giudizio dell’Opinione Pubblica; il giudizio dei magistrati.

Se l’Opinione Pubblica di una nazione intera può essere, in parte, orientata dai giornali e dalla televisione, l’O.P. delle piccole città non si lascia infinocchiare dalle chiacchiere che alla fine risultino solo chiacchiere, ma senza sosta, nelle piazze e nei circoli, fa circolare e confronta pensieri e notizie L’ O.P. di paese vede, nota, ricorda, costruisce la sua logica su un repertorio di immagini che si arricchisce e si rinnova giorno per giorno, e su un elastico impasto, tutto “italiano“, di moralismo e di cinismo, di “simpatie“ e di dissensi che sulle prime sembrano istintivi, ma poi risultano sempre ragionati. Il Giovanni D’Ambrosio di cui prima si parlava, tre anni fa, alla testa di liste civiche, sfidò il dott.Iervolino, sindaco uscente, sostenuto dal PD e da una folta squadra di civiche. La partita la vinse il dott. Iervolino. Ma Giovanni D’ Ambrosio se la giocò fino in fondo, e nelle sezioni di Ottaviano centro chiuse sul pareggio. L’ Opinione Pubblica fece “revisionismo“? E se lo fece, da che cosa fu indotta a farlo?

Nel 2006 partecipai, a Cimitile, a un convegno sul problema della monnezza e sulla discarica di Tufino. C’erano, tra i relatori, l’on. Paolo Russo, un magistrato del Tribunale di Nola, il Direttore Sanitario dell’ Ospedale di Nola. Vennero proiettate le immagini aerofotogrammetriche delle province di Caserta e di Napoli: una sola, smisurata macchia rossa, che qua e là, a Giugliano, ad Acerra, a Nola si scuriva in grumi viola: la fotografia di una sterminata, ininterrotta pattumiera di rifiuti e liquami di ogni genere ammassati sotto gli orti, sotto i pozzi, lungo le vene dell’ acqua. Non era una novità. Lo sapevo, lo sapevano tutti. Ma la forza espressiva di quell’immagine fu, nella sua chiara essenzialità, un urto violento. La mia mente la associò alla lastra di un tumore. Non so descrivere il disgusto che da allora sento per tutti coloro che hanno costruito questo immondo inferno e ancora se ne servono per montarci sopra le “macchine “ dei loro traffici e dei loro affari.

Nella scala della degradazione dell’uomo essi occupano il posto più basso. Alcuni studiosi del fenomeno della camorra hanno fermamente sostenuto, fino a qualche anno fa, che, con circoscritte eccezioni, la politica e la società civile sono “vittime“ della camorra, del “sistema“, come lo chiama qualcuno. L’affare della monnezza ha dimostrato che settori ben definiti della società civile, i “colletti bianchi“ della politica, della burocrazia, dell’impresa e della finanza, di quel “sistema“ sono il vertice. Non solo oggi: lo sono da sempre. Altro che revisionismo: per l’interpretazione di questa “Peste“, come l’ha chiamata Tommaso Sodano, e del “Sistema”, siamo ancora alla prima lettura.

Le sentenze dei tribunali non le userei mai come strumento della polemica politica. Esse dipendono dalle carte, riflettono i tempi lunghi della giustizia, e sono come i colori: se intorno a un rosso vermiglio metto un celeste reale, il tono del vermiglio sfavilla; ma si ammoscia, se invece del celeste metto un verde terra. Le cronache di questi giorni dedicano spazi importanti a amministratori comunali e regionali di sinistra. che hanno fatto della legalità la loro bandiera, e agli schizzi di fango e alle macchie di cozze pelose che su quella bandiera della legalità i magistrati hanno trovato. La “disinvoltura” amministrativa della sinistra smorza clamori e stupori suscitati dalla “disinvoltura“ amministrativa della destra, e viceversa: il popolo sentenzia “sono tutti uguali“, il pessimismo cinico dei napoletani avverte: “ogni trave scocca“ e “nisciuno se po’ fa’ masto“.

E dunque un amministratore ha il diritto di essere orgoglioso se i magistrati gli dedicano solo sguardi sereni e chiari: ma il vanto è meglio che non si gonfi in superbia: la superbia attira l’invidia degli dei e del fato, e il fato è una brutta bestia. Nessuno sa cosa riserva il domani, in un Paese in cui i giornali fanno lo stesso chiasso per imbrogli di licenze edilizie, diciamo così, audaci (mi riferisco ai fatti di Milano, ovviamente), per mazzette liquide, per qualche posto barca intestato a mogli e a sorelle, per qualche chilo di pesce: in un Paese in cui la concussione e il concorso esterno nell’associazione mafiosa oggi sono reati, e domani chi sa.

LA RUBRICA 

CROCI E DELIZIE DELLA NOSTRA LINGUA

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Il prof. Giovanni Ariola risponde ai lettori. Un appello accorato di chi vuole leggere e capire: pubblicate un siglario, per rendere comprensibili le sigle che a decine incontriamo ogni giorno.

Leonardo Z. di Napoli scrive: “Mi è capitato di soffermarmi a riflettere sull’espressione “a sera tarda” e mi sono detto che in effetti le due parole significano la stessa cosa, essendo ‘sera’ derivata da serus –a – um, aggettivo latino che significa appunto ‘tardo’. Credo che sia avvenuto uno di quei curiosi guazzabugli linguistici molto frequenti nella fase di evoluzione del latino e della sua trasformazione in volgare.

Risposta – Proprio così. È il caso di dire che i figli dell’ignoranza sono tutti storpi e talvolta ridicoli. Molti sapranno che il lemma sera deriva dall’espressione hora(m) sera(m) (= ora tarda) come mattina – hora(m) matutina(m) (= ora mattutina), mattino-tempus matutinu(m) (=tempo mattutino), giorno- tempus diurnu(m) (=tempo diurno) e simili. È ben noto anche che nel periodo di decadenza dell’impero romano prima e dopo la sua caduta, riducendosi la cultura negli ambienti ecclesiastici e curiali, anche la lingua dotta fu parlata e usata da un numero sempre minore di persone, mentre la massa usava il sermo plebeius (= la lingua della plebe, del popolino), una sorta di dialetto per intenderci.

Non solo ma, seguendo una tendenza comune in tutti i parlanti nella vita quotidiana nell’intreccio relazionale familiare ed amicale, si apportarono continui cambiamenti alla lingua canonica tra cui elisioni, troncamenti e accorciamenti. Così si prese a sottintendere le parole hora e tempus. Curioso ed esilarante esempio è la vicenda evolutiva della parola fegato il cui etimo è stato individuato nell’espressione latina iecur ficatum: il primo termine = fegato e il secondo = ingrassato con i fichi. Ci si riferiva con tale locuzione all’abitudine dei Greci prima e dei Romani poi di ingrassare alcuni animali, maiali e soprattutto oche, con lauti pasti di fichi, di modo che il fegato si ingrossava e assumeva un sapore più gradevole.

Il primo termine col tempo e con l’aumento dell’ignoranza, scomparve e rimase solo il secondo a indicare il povero organo del corpo umano e animale il quale, per l’importanza che riveste, non meritava di essere così snaturato e perdere la sua identità linguistica.
Ciò detto, l’espressione “a sera tarda” oggi è, dal punto di vista lessicale, ineccepibile perché nessuno pensa più all’etimo latino della parola ‘sera’, ma la usa tranquillamente ed esclusivamente per indicare il periodo di tempo intermedio tra la fine del giorno appena dopo il tramonto e l’inizio della notte. A fianco a ‘sera’ comunque, con lo stesso significato si conservò nel volgare italiano la parola ‘vespero’ [dal lat. vesperu(m)], per intera o nella versione sincopata ‘vespro’. Il lemma sopravvisse fino agli inizi del Novecento soprattutto nel linguaggio dei poeti classicheggianti o negli scrittori che usavano una prosa aulica.

Basti pensare che “Vespro” fu intitolata la terza parte de “Il Giorno” del Parini, ma quasi contemporaneo il sonetto “Alla sera” del Foscolo. Il Carducci utilizza ambedue le parole: “sta il cacciator fischiando/ sull’uscio a rimirar/ stormi di uccelli neri/ com’esuli pensieri/ nel vespero migrar.”(Da “San Martino”), ma altrove “Le passere la sera intreccian voli”(da “Davanti San Guido”). Così anche il D’Annunzio: “In sul vespero, scendo alla radura/ prendo col laccio la puledra brada” (da “In sul vespero”) e “Fresche le mie parole nella sera”(da “La sera fiesolana”). Altrettanto il Pascoli: “M’era la casa avanti/ tacita al vespro puro” (da “Casa mia”) e “Nel giorno, che lampi che scoppi!/ che pace la sera!” (da “La mia sera”) .

Vespro è poi termine liturgico tuttora in uso e indica la nona ora canonica dell’ufficio divino che precede l’ultima, la compieta [dal lat. medievale hora(m) completa(m)].
Ancora oggi, infine, si suole chiamare ‘vespero’ (anche ‘espero’ o ‘stella della sera’) il pianeta Venere quando appare al tramonto del sole.

Laura De Santis di Casalnuovo scrive: “Ieri, leggendo la commedia “Nu frungillo cecato” di Eduardo Scarpetta, mi sono imbattuta in questa frase: “Carmela – Lassateme stà pagliè, che stasera tengo na brutta cimma de scerocco”. Ho sentito questa espressione “cimma de scerocco” qualche altra volta pronunziata da persone anziane, ma non so cosa significa. Me la potrebbe tradurre?

Risposta – Ecco la traduzione “Lasciatemi stare, paglietta (avvocato), che stasera sono molto nervosa (o arrabbiata)”. Aggiungiamo qualche chiarimento e qualche considerazione. “Pagliè” è parola troncata per paglietta (= “cappello di paglia che si usava un tempo all’inizio della bella stagione; nel sec.XIX a Napoli cominciò ad essere considerata distintivo di categoria degli avvocati, per cui la voce è passata ad indicare per scherzo l’avvocato da strapazzo…” Così Francesco D’Ascoli nel suo “Nuovo vocabolario dialettale napoletano”. Diminutivo di paglietta è ‘pagliettiello’ che sempre il D’Ascoli definisce “avvocatuccio, avvocatucolo, avvocato di poco conto e scarsa abilità”.

Nel dizionario di A. Altamura troviamo registrato anche il diminutivo ‘pagliettella’). Quanto a “cimma de scerocco”, ‘cimma’ significa “cima, culmine” oltre a “pollone, virgulto, (di ortaggi soprattutto); broccolo” (D’Ascoli). ‘Scerocco’ invece è lo scirocco, il vento che soffia da sud (anche da sud-est), dall’Africa settentrionale e, sorvolando il Mediterraneo, si carica di umidità; arriva quindi sulla nostra penisola infuocato e appiccicoso, nel migliore dei casi rende nervosi, ma spesso, specie quando è al culmine della sua potenza, è capace di fiaccare anche gli organismi più resistenti con il suo caldo-umido soffocante. L’espressione scarpettiana è una metafora, che poi diventa una frase idiomatica nel nostro dialetto in cui abbondano le immagini colorite, per dire che la povera Carmela si sente nervosa e sul punto di esplodere come quando soffia lo scirocco al culmine della sua potenza.

Michela D. di Pomigliano D’Arco scrive: “Sono alquanto indignata per essere costretta a chiedere continuamente a uno dei miei figli il significato di parole straniere, quasi sempre inglesi, che incontro nella lettura del giornale, ma anche nelle operazioni della vita quotidiana. Per esempio, mi ero da poco rassegnata a digerire (ascoltare senza innervosirmi, perfino ad usare nel parlare) parole come mini e supermarket e outlet e ticket, quando, essendomi recata in stazione a comprare un biglietto per Milano, dopo una lunga attesa in fila, allo sportello all’impiegato mi è venuto spontanea rivolgere la domanda: perché non aprite uno sportello in più?. Mi sono sentita rispondere “Signora, se non vuole fare la fila, oggi si può fare il biglietto o al fast ticket oppure on-line con la modalità del ticketless”.

Per il fast ticket non ho avuto problemi di comprensione, perché sulla macchinetta che lo emette c’è l’espressione corrispondente in italiano, ossia “biglietto veloce”. Lo stesso non è stato per ticketless, parola che mi era del tutto ignota.
Perché allora, mi chiedo, questa modalità on-line si deve indicare solo con la parola straniera? A questo sconcio si aggiunge l’altra bella abitudine di parlare per sigle. Lo stesso impiegato delle Ferrovie mi chiede “Vuole il TAV o l’IC?”. Meno male che per pregresse esperienze sapevo di che si trattava e ho potuto rispondere senza fare la figura dell’ignorante e dell’imbranata.

Successivamente, dovendo fare lo stesso biglietto, ho chiesto a mio figlio di farmi questo ticketless e lui l’ha fatto in un momento e mi ha consegnato un foglio dicendomi che era il PNR da esibire al controllore…insomma alla fine sono stata informata che questo PNR significava Passenger Name Record ( le parole corrispondenti in italiano si capiscono, no?), ossia il codice di prenotazione…Tutto semplice, no?

Risposta – Purtroppo certi processi evolutivi legati al progresso scientifico e tecnologico ma anche interdipendenti o semplicemente interagenti con innovazioni e cambiamenti che continuamente si determinano nel campo economico e sociale, non si possono fermare. Tuttavia essi si possono gestire con intelligenza e nel rispetto delle esigenze di coloro che ricevono da certi cambiamenti non solo benefici ma anche disagi e perfino danni. Resta fermo tuttavia il fatto che oggi ogni individuo, nei limiti certo delle sue possibilità, dovrebbe provvedere a istruirsi continuamente per non essere tagliato fuori, a causa di questo analfabetismo funzionale, come è stato recentemente definito, da un sistema e da un tenore di vita più comodo e piacevole, perché facilitato, ma anche per certi versi reso più complesso dalle innovazioni scientifiche e tecniche.

Quanto alle sigle, è vero, è molto difficile districarsi nella selva di questi mostriciattoli lessicali che ci scaraventano addosso sia i media sia enti pubblici e privati. L’altro giorno in una rivista ne ho contate quarantanove delle quali, lo confesso, conoscevo appena la metà. Allora ai giornali, alle riviste, alle associazioni, alle ditte commerciali, alle istituzioni un appello accorato: se volete che le vostre comunicazioni siano recepibili e fruibili, pubblicate un siglario in cui le sigle siano accompagnate dalle corrispondenti forme per esteso e rese così comprensibili. A nome mio e dei lettori che volenterosamente vogliono leggere e capire, grazie!

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XVII GIORNATA DELLA MEMORIA E DELL’IMPEGNO CONTRO LE MAFIE

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Quasi centomila le presenze previste. Oltre 500 familiari (italiani e stranieri) delle vittime delle mafie in rappresentanza di un coordinamento di oltre 5000 familiari.

“Genova Porta d’Europa ”. È lo slogan che accompagnerà la manifestazione iniziata ieri sabato 17 marzo. Il 21 marzo, primo giorno di primavera, celebra tutte le vittime delle mafie e rinnova l’impegno per contrastare la diffusione della criminalità organizzata, la quale quest’anno si terrà nel capoluogo ligure.

Alla XVII Giornata della Memoria e dell’Impegno contro le mafie quasi centomila le presenze previste. Oltre 500 familiari (italiani e stranieri) delle vittime delle mafie in rappresentanza di un coordinamento di oltre 5000 familiari. Ci saranno decine di eventi e quasi un centinaio di relatori, inaugurati venerdì pomeriggio dall’incontro tra i familiari delle vittime e la veglia di preghiera ecumenica per le vittime delle mafie.

“Per l’occasione Genova si trasformerà in un grande contenitore di memoria”. Quasi tutti i luoghi della città ospiteranno dibattiti e conferenze, che vanno dalla questione dei beni confiscati, allo sfruttamento dei minori, dall’ecomafia alle connivenze politiche, dal narcotraffico al gioco d’azzardo. A confermare l’allarme sulle mafie nella regione Liguria è un’indagine svolta recentemente dall’associazione Libera su un campione di 579 giovani: secondo il 70% di loro le mafie in Liguria gestiscono droga, lavoro nero e prostituzione. I ragazzi sostengono che le mafie potrebbero condizionare la loro vita presente o futura.
Inoltre solo a Genova si contano circa 40 beni confiscati tra immobili e aziende.

Dal 1996 ogni 21 marzo in una diversa cittadina italiana, si celebra la Giornata della Memoria e dell’Impegno per ricordare le vittime di tutte le mafie. Anche quest’anno sarà un momento significativo e di grande coesione sociale, Il quale serve a dimostrazione che le mafie non sono più solo del sud. La stigmatizzazione non funziona più, il fenomeno va studiato e affrontato su una scala di grandezza più vasta data la sua ormai internazionalizzazione e contaminazione.

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IMPERDIBILE DOPPIO APPUNTAMENTO PER LA SETTIMANA DI GALLERIA TOLEDO

Una settimana intensa che apre con il concerto di Arturo Annecchino martedi 20 marzo e continua con l”attesissimo spettacolo di Ricci / Forte dal 23 al 25.

Il teatro Galleria Toledo ci regala una settimana imperdibile. Tutto avrà inizio il 19 marzo ore 19.00 con un aperitivo al Penguin Cafè (Via Santa Lucia 88, Napoli), per incontrare e ascoltare Arturo Annecchino, autore delle colonne sonore di «La bellezza del somaro» di Sergio Castellitto, ha realizzato le musiche di «Romeo e Giulietta» con Scamarcio per la regia di Valerio Binasco. Attualmente anche consulente e stretto collaboratore per la colonna sonora del prossimo film di Castellitto attualmente in lavorazione.
Martedì 20 marzo ore 21.00 il teatro suonerà con Midpiano concert. A precederlo nel foyer l’entract di Alice Sforza (Eyes), un’installazione di valigie sonore, metafora del retaggio della memoria che infarcisce di suoni la nostra anima e costruisce il tappeto musicale del nostro presente.

Il pianoforte di Annecchino si arricchisce di un pacchetto di suoni ed effetti che l’autore si porta dietro anche nei live all’interno di una simbolica valigia: misterioso oggetto antico e romantico all’interno del quale custodire memorie e suoni che entrano in un gioco contrappuntistico con il pianoforte. Questo linguaggio classico contemporaneo, l’abilità nel regalare suggestioni, ha costruito negli anni la fortuna di Annecchino presso il mondo del teatro ed ora del cinema.
recitante/cantante.
L’ultima tappa della tre giorni dedicata ad Annecchino si terrà mercoledì 21 marzo, alle ore 16.00
con una Lezione-concerto all’Università degli Studi di Napoli Federico II – Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Musicologia e Storia della musica (via Marina 33) con il Prof. Enrico Careri.

Dal 23 marzo al 25 il teatro ospiterà lo spettacolo «Macadamia Nut Brittle» del duo Ricci / Forte, che ha letteralmente folgorato la scena italiana degli ultimi anni. Un teatro violento e iper-performativo. È un teatro che sciocca lo spettatore, ne scuote la coscienza e l’immaginario. Richiesti ormai nei festival di tutta Europa, i due artisti sono tra l’altro sceneggiatori di successo di parecchie serie tv in Italia.
Informazioni e prenotazioni
Galleria Toledo, teatro stabile d’innovazione
via Concezione a Montecalvario, 34 80134 Napoli
tel. 081 425037 – 081 5646162
galleria.toledo@iol.it
www.galleriatoledo.org

I CONGEDI DI PATERNITÁ E LE DISCRIMINAZIONI DI GENERE

I congedi di paternità, per malattia del figlio, spettano indipendentemente dal fatto che la madre sia casalinga, quest’ultima considerata come una vera e propria lavoratrice autonoma, non dipendente.

Il fatto
Un collaboratore amministrativo ricorre al di Giudice del Lavoro per far accertare la natura discriminatoria della condotta datoriale consistita nella negazione del diritto a fruire dei riposi giornalieri e del congedo per malattia del figlio e per ottenere la condanna dell’ Amministrazione alla di rimozione degli effetti discriminatori di tale condotta.
II ricorso è stato accolto dal Tribunale di Venezia che con sentenza del 2 febbraio 2012 ha affermato quanto segue:

La normativa di riferimento è il D.Lvo 11.4.2006 n. 198 che disciplina ad hoc la tutela delle discriminazioni di genere.
Tale decreto, denominato "Codice delle pari opportunità tra uomo e donna", afferma che il in caso di malattia del figlio, entrambi i genitori, alternativamente, hanno diritto di astenersi dal lavoro per periodi corrispondenti alle malattie di ciascun figlio di età non superiore a tre anni. Il congedo spetta al genitore richiedente anche qualora l’altro genitore non ne abbia diritto.
Al padre della piccola affetta da handicap grave , i riposi e il congedo richiesti sono stati negati in ragione del fatto che la moglie, madre della medesima piccola non è lavoratrice autonoma, bensì casalinga.

Trattasi di diniego illegittimo alla luce del principio espresso nella sentenza del Cd.S. n. 4293 del 9.9.2008, sulla medesima problematica, il quale si pronuncia nel senso della piena assimilazione della lavoratrice casalinga alla lavoratrice non dipendente. Rileva, infatti, tale pronuncia che la nozione di lavoratore assume diversi significati nell’ordinamento, ed in particolare nelle materie privatistiche ed in quelle pubblicistiche, è a quest’ultimo che occorre fare riferimento, trattandosi di una norma rivolta a dare sostegno alla famiglia ed alla maternità, in attuazione delle finalità generali, di tipo promozionale, scolpite dall’art. 31 della Costituzione.

In tale prospettiva, essendo noto che numerosi settori dell’ordinamento considerano la figura della casalinga come lavoratrice non può che valorizzarsi la ratio della norma, volta a beneficiare il padre di permessi per la cura del figlio allorquando la madre non ne abbia diritto in quanto lavoratrice non dipendente e pur tuttavia impegnata in attività che la distolgano dalla cura del neonato. A sostegno, della condivisibilità di tale interpretazione, va richiamata la Cass. n. 20324 del 20.10.2005 che, esaminando la questione della risarcibilità del danno da perdita della capacità di lavoro, assimila l’attività domestica ad attività lavorativa e richiama i principi cui agli artt. 4, 36 e 37 della Costituzione.

Posta la spettanza al dipendente dei benefici richiesti, e dunque l’illegittimità del diniego opposto dall’ Amministrazione alla loro fruizione, va considerato che la relativa negazione ha comportato un’ evidente discriminazione a danno del medesimo rispetto alla generalità, dei lavoratori padri che si trovano nelle sue stesse condizioni.
Ai fini della rimozione di tale effetto discriminatorio l’Amministrazione convenuta va condannata a pagare al lavoratore discriminato un importo commisurato ai numeri di permessi e alle giornate di congedo negati.

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LA VITA NON É UN COLPO DI FORTUNA

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Il gioco coltiva illusioni devastanti a cui seguono infelicità e depressione. È importante un”opera che educhi a prendere coscienza di se stessi e valorizzi la pazienza dell”attesa. Senza pretendere tutto e subito. Di Don Aniello Tortora

Ho letto che in Italia ci sono un milione e ottocento mila giocatori a rischio, di cui ottocento mila sono da considerarsi “malati” perché giocatori patologici e compulsivi; e che nello scorso anno sono stati bruciati circa ottanta miliardi, quasi il doppio della manovra “salva Italia” del Governo Monti.
Il gioco d’azzardo– la terza industria in Italia dopo Eni e Fiat – si va diffondendo anche (soprattutto) tra i minorenni: un adolescente su dieci gioca d’azzardo per una spesa media mensile compresa tra 30 e 50 euro.

Nello scorso mese di gennaio 2012 da lotto, lotterie e altre attività di gioco sono arrivati nelle casse dello Stato circa un miliardo e duecentomila euro. I dati sono forniti da Agipronews che cita il ministero delle Finanze: il settore giochi, spiega – con un aumento del gettito pari al 12,8% rispetto allo stesso mese del 2011, ha inciso per il 3,2% sul totale. Tra le entrate relative ai giochi, il bollettino evidenzia «l’andamento positivo delle lotterie istantanee, in crescita di 125 milioni di euro (+106,8%)». Da tempo il gioco d’azzardo è presente anche nel nostro Paese come una piovra che allunga i suoi mortali tentacoli promettendo molto e sradicando moltissimo, non di rado tutto, per i ben noti motivi.

Questi pochi dati fanno comprendere che siamo di fronte ad una vera emergenza sociale. Quando si bruciano infatti le risorse, inseguendo il miraggio della vincita, resta solo la cenere e, per continuare a sbarcare l’inevitabile lunario, si cercano altre strade rovinose per sé e per i propri cari. Per questa ragione è necessario arginare la piaga del gioco d’azzardo, quale fuga disperata da una realtà ritenuta ingrata, o quale seducente sirena di vita facile, ma che si rivela come abbruttente dipendenza che deforma l’umano dell’uomo e sconquassa le famiglie. L’azzardo esasperato, mentre illude, si rivela essere un fattore non indifferente del malessere generale e di destabilizzazione sociale, creando dei circoli viziosi non solo per i singoli che entrano nel giro della dipendenza psicologica ed emotiva, ma anche per la collettività intera che viene a risentirne sul piano della solidità e della sicurezza.

Il gioco coltiva illusioni devastanti a cui seguono infelicità e depressione non solo dei singoli – soprattutto delle giovani generazioni – ma della società intera. Queste malattie sono frutto del mito della vita facile e gaudente, come se la disciplina, la fatica e l’impegno quotidiano fossero cose superate d’altri tempi, magari oggetto di irrisione. È importante anche da parte di tutti, specialmente della chiesa, un’opera educativa che aiuti ad una presa di coscienza serena e onesta di se stessi, delle proprie capacità, senza depressioni e senza presunzioni; alleni ad avere la misura delle cose, anche delle aspettative; solleciti alla fiducia e al coraggio nell’intraprendere, disposti al sacrificio e con la gioia nel cuore; ricordi la bellezza della costruzione lenta e metodica, la pazienza dell’attesa, senza pretendere di avere tutto e subito negli affetti, nel lavoro, nella vita.

Bisogna anche imparare a stare in piedi con forza quando le delusioni e gli insuccessi si fanno sentire e vorrebbero indurre allo scoraggiamento fino a fuggire dalla realtà. Bisogna dunque aiutare l’uomo a ritrovare se stesso, la sua verità e bellezza. La vita non è un colpo di fortuna. Oggi si vuol far credere che la sostanza del tempo risiede nel successo e nell’apparenza, nella quantità delle esperienze gratificanti; e che per ottenere questa patina luccicante sia inevitabile tentare la sorte e giocarsi le sostanze.

Nel momento storico che viviamo, nel quale il rischio del disorientamento è evidente anche se spesso viene interpretato come arricchimento, è necessario che la società nel suo complesso faccia un salto di responsabilità e di qualità: dalle istituzioni ai vari gruppi associati, dal grande e importante mondo della comunicazione al corpo legislativo, dall’economia alla finanza, dalla burocrazia al tempo libero…ognuno deve fare la sua parte in chiave di rigore e di coerenza, perché le giovani generazioni siano ammirate e contagiate da stili reali e virtuosi, da esempi che hanno qualcosa da dire di importante e di vero, per essere all’altezza non solo del nostro dovere di adulti, ma anche delle attese delle giovani generazioni. Non bastano, a mio avviso, che leggi opportune e puntuali siano poste in essere sia a livello locale che nazionale come è stato fatto in altri campi nefasti.

Sarà necessaria, soprattutto, una educazione nuova e vera: questa la prevenzione migliore per reagire positivamente non solo alla piaga del gioco d’azzardo, ma ad ogni altro devastante miraggio. E poi i nostri governanti devono fare di tutto per assicurare a tutti un lavoro sicuro e dignitoso. È con la sua “fatica” che l’uomo deve guadagnarsi il pane quotidiano, non con la fortuna. S. Paolo, nella lettera ai Colossesi, diceva che “chi non vuole lavorare, neppure mangi”. Camorristi e sfruttatori del lavoro altrui, udite!
(Fonte foto: Rete Internet)

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DIALOGO EDUCATIVO DOCENTE-ALLIEVO PER VALORIZZARE I TALENTI

La ricerca di strategie operative fondate sul dialogo educativo docente – allievo per la valorizzazione delle abilità e dei talenti. Come si muove oggi la scuola. Di Annamaria Franzoni

La crescita della scuola, quale risposta ai mutamenti sociali in essere, è un processo inarrestabile pur se difficile e complesso, promosso da numerosi docenti impegnati su terreni sconnessi, che, basandosi sulla loro esperienza e competenza, costruiscono o si sforzano di costruire un rapporto empatico con gli allievi impostando una nuova relazione didattica, scoprendo nuove soluzioni ai problemi dell’apprendimento, ricercando “buone pratiche”, inventando nuove attività e metodologie d’azione, organizzando laboratori….

Infatti, la sfida che la scuola deve affrontare e saper sostenere oggi, quale istituzione formale, consiste nella ricerca di strategie operative fondate sulla comunicazione e sulla sinergia delle risorse e nella diffusione capillare e pervasiva di nuove logiche di relazione tra allievi e docenti, fondate sul dialogo e sulla valorizzazione delle abilità e dei talenti personali. Le esperienze svolte nel corso della mia carriera mi hanno insegnato che la vera sfida che la scuola oggi deve affrontare è il conseguimento di un rapporto congruo tra efficacia di scelte educative ed efficienza della gestione scolastica, coerente con gli obiettivi dell’Unione Europea che ci chiede in modo chiaro e inequivocabile di diventare una società basata sulla “conoscenza più dinamica e competitiva del mondo”.

Per raggiungere tale obiettivo è indispensabile realizzare un modello favorevole di apprendimento attivo e consapevole attraverso il quale l’allievo possa sperimentare modalità di insegnamento-apprendimento ponendosi in veste di costruttore e protagonista del proprio processo di crescita e formazione. Particolare cura va, pertanto, rivolta all’ambiente di apprendimento, fondamentale per creare una condizione di “appetenza conoscitiva” che nasca da una situazione emozionale favorita dall’accoglienza, dalla protezione, dalla cura educativa, dall’interazione con l’altro, dalla condivisione e dalla cooperazione.

Rispetto all’insegnamento tradizionale, che predilige il metodo trasmissivo, che propone un rigido curriculum e che vede nell’insegnante l’unico depositario della trasmissione della conoscenza, l’allievo diviene attore, artefice e protagonista della propria conoscenza ed il docente animatore, facilitatore e promotore della conoscenza. Attuando, quindi , una didattica meta cognitiva si può offrire all’alunno l’opportunità di costruire le proprie conoscenze, competenze e capacità, conseguire un metodo di studio e di ricerca critico, imparare ad interpretare, organizzare le informazioni, ristrutturare le informazioni ricevute in classe e nell’ambiente di vita, sia naturale che sociale, praticare e interiorizzare la partecipazione, la collaborazione e la condivisione del lavoro, riflettere su questi processi, per diventare sempre più autonomi nell’affrontare situazioni nuove di apprendimento.

È nella fase della progettazione che ogni singola scuola può impegnarsi a favorire tale processo che diviene così un valore aggiunto finalizzato alla realizzazione di un progetto che coordini e coniughi il lavoro interno svolto dall’istituzione scolastica con quello che si svolge nel chiuso della casa in cui il nostro giovane vive e le richieste dell’attuale società in ordine al soddisfacimento del diritto allo studio.

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NELL’OFFICINA DOVE NASCONO LE TAMMORRE

Antonio Esposito, in arte Tonino ‘o Stocco, ci mostra il suo laboratorio artigianale, in una fattoria nei pressi di Mariglianella. “Da sempre fabbrico strumenti popolari per passione. Ma oggi ne ho fatto la mia attività principale”.

«Ci vogliono molti anni di esperienza per imparare a fabbricare una tammorra come si deve. Questo è un vero mestiere. Lo faccio da quarant’anni, e oggi è la mia attività principale, però non mi importa di guadagnare chissà cosa. Io voglio aiutare a conservare la nostra cultura, che rischiamo di perdere». E in effetti, entrare nel laboratorio di Antonio Esposito, in arte Tonino ‘o Stocco, è un po’ come entrare in un museo. Siamo in campagna, nei pressi di Mariglianella, tra i fiori gialli dei broccoli e rare fattorie. In una di queste, vive insieme alla moglie Raffaellina questo ex carpentiere 60enne, conosciuto e rispettato nell’ambiente della musica popolare (molti lo ricordano con ‘e Zezi, il noto gruppo operaio della vicina Pomigliano).

Tonino è un artigiano loquace, nulla a che vedere con la silenziosa operosità di molti suoi colleghi. È lui a mostrarci come nascono gli strumenti più conosciuti della tradizione popolare vesuviana: prima tappa, la rimessa del legname che sorge accanto alla fattoria. Qui arrivano i limoni della Sicilia, le acacie, i castagni e i noci del Vesuvio, i frassini irpini, i faggi della Sila e del Gran Sasso, o anche gli ulivi del Salento. Ognuna di queste specie è buona per fabbricare uno specifico strumento: può andar bene per un tamburo, una castagnetta, un tricchebballache, uno scetavajasse o un putipù.

E intanto, nel vicino essiccatoio, le pelli di capra sono stese su telai e tirate da chiodi. «Siamo noi a lavorarle», dice Tonino. «Ma lo facciamo in una struttura specializzata. Le pelli ricevono un trattamento naturale, poi le portiamo qui per l’essiccazione». Ma è nell’officina di mattoni di tufo, che si nasconde il cuore artigianale di questa fabbrica delle tammorre. Il legno è stato già tracciato a matita e tagliato, per ricavare i «foglietti» che serviranno da cornice per il tamburo. Ce ne sono di varie dimensioni, per le tammorre grandi o i tamburelli o anche per i pandeiros brasiliani, quelli che si usano nella samba (insomma, qualche concessione alle altre culture bisogna pur farla).

Si deve dunque piegare il legno, e applicare la pelle, ma in molti casi si fa anche di più. Nel telaio del tamburo vengono aperti dei vuoti, per piazzare i piccoli cimbali di latta, quei sonagli striduli che daranno al suono la caratteristica scia metallica. La cornice verrà decorata con motivi floreali, oppure con esoterici grecali o spirali, che siano intessuti o dipinti, oppure marchiati a fuoco. Con l’eventuale aggiunta, poi, di svolazzanti nastrini rossi.

A un certo numero di tammorre, Tonino fornisce poi dei tiranti di metallo, che consentono di accordare la sottile membrana. Così un tamburo popolare diventa uno strumento del tutto professionale, e non bisogna più consultare il barometro, per capire se il suono sarà rotondo e vibrante, oppure più morbido, forse finanche fiacco. «Quando il tempo è umido», ricorda Tonino, «la sonorità si ammoscia. Bisogna aspettare il vento secco, per avere una membrana tesa al punto giusto. Con i tiranti fabbricati da noi, l’accordatura viene invece fatta a mano. Questo tipo di tamburo è ancora un esperimento. La sfida è rendere la cornice leggera, perché i tiranti sono pesanti, e allora possono rendere la tammorra poco maneggevole. Se funzionano, potrei vendere questi strumenti anche attraverso internet».

Però la tecnologia non basta, se non continua a scorrere la passione dei musicisti. Per ora, il fuoco sacro non è sopito, se sono autentiche quelle macchie che Tonino ci mostra, sulle membrane di alcune delle sue tammorre preferite. «È il sangue dei musicisti», allude. E sembra di intuire un mondo di sfide arcaiche tra i protagonisti delle tammurriate: chi picchia più forte (sugli strumenti), chi ruota più vorticosamente, chi gorgheggia nel modo più ardito. Un metodo antico, e sapiente, per regolare (e forse scogliere) le tensioni sociali.  

LE PROSPETTIVE PER I DETENUTI ITALIANI

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Oggi il convegno della Camera Penale di Napoli sulle prospettive dei detenuti italiani. Di Simona Carandente

Oggi 15 marzo si terrà presso la sede della Camera Penale di Napoli, sita all’interno del Nuovo Palazzo di Giustizia, una conferenza stampa tendente a fare il punto ancora una volta sulle condizioni della popolazione carceraria negli istituti di pena e sulle prospettive della popolazione penitenziaria in Italia e sul territorio campano. Vero e proprio leitmotiv dell’evento, la delicata questione delle morti all’interno delle strutture carcerarie e l’elevatissimo tasso di suicidi: si calcola che, a far data dall’inizio del 2012 ve ne siano già 13 casi, su un numero totale di 34 morti accertate. Dati allarmanti, specie se confrontati con i numeri degli anni scorsi, ove le morti suicide ammontano quasi al 40 per cento del totale (66 su 186 nel solo anno 2011).

Nell’occasione verranno proiettate due preziose video-testimonianze, al centro già nei giorni scorsi di accesi dibattiti della cronaca : si tratta di un video prodotto da Radio Radicale, dall’emblematico titolo "Giustamente", e di una video inchiesta del Corriere della sera, a firma di Antonio Crispino.
Documenti che fanno riflettere, prodotto dell’ingresso delle telecamere all’interno delle strutture penitenziarie e non solo all’interno delle celle. Detenuti, psicologi, cappellani, personale penitenziario: a tutti viene data la possibilità di poter dire la loro, mostrando l’altra faccia di una realtà che rimane nascosta, confinata tra le mura dei penitenziari, della quale si parla spesso ma senza guardarla troppo da vicino.

A dir poco sconcertante, poi, la video inchiesta del Corriere della Sera, che si introduce all’interno delle celle mostrando una realtà incredibile: celle minuscole con dodici persone, costrette a fare i propri bisogni pubblicamente, nello stesso limitato spazio in cui vivono e cucinano, senza alcuna dignità e senza alcuna prospettiva di cambiamento nel breve periodo.

L’ingresso delle troupe televisive all’interno dei penitenziari appare piuttosto significativo: è sintomatico di una rinnovata sensibilità dell’opinione pubblica rispetto al problema carcere, e getta le basi per la diffusione di un’informazione di massa sulla vita dei detenuti, con modalità inaccessibili anche ai cosiddetti "addetti ai lavori". Primi veri, concreti passi verso una risoluzione della questione penitenziaria, che più di ogni altra deve passare attraverso le singole coscienze prima che nelle alte sfere. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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QUANDO IL MUSEO “APRE LE PORTE AL PUBBLICO”: L’ESEMPIO DEL MADRE

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Con una serie di percorsi e attività didattiche dove imparare diventa piacere, il Madre adotta la politica di molti musei contemporanei attraverso una linea educativa capace di appassionare il pubblico di tutte le età.

Da luogo della memoria a espressione di un intero sistema socio-istituzionale, da Olimpo dell’arte a “spazio rifiutato” dalle avanguardie: la storia del museo ha certamente segnato in maniera decisiva l’universo artistico, spesso divenendo il motivo scatenante di un necessario rinnovamento della pittura. Contro la “casa dell’arte” si è scagliato il vortice rivoluzionario delle avanguardie , in un crescendo che, passando dal fenomeno Dada fino agli anni settanta del Novecento, ha esposto il museo ai riflettori di una critica e di un ripensamento decisivo del suo ruolo istituzionalizzante.

Le cose si sono complicate con l’imperversare della società dei consumi: la commercializzazione imperante non ha risparmiato il settore della cultura, costretto così ad adeguarsi alle rigide regole del mercato, e la spietata concorrenza ha spinto anche il museo a scendere a patti con la sua natura di promotore culturale; come ha scritto Franco Purini, architetto e saggista di fama internazionale: “Il museo preferisce oggi esibire prima di tutto se stesso, […] entra in qualche modo in competizione diretta con l’opera d’arte, facendosi opera d’arte esso stesso”.

Ristoranti, coffee shops, negozi di souvenir, aree ristoro proliferano per attirare lo spettatore-consumatore: un’ipertrofia di servizi accessori a discapito della cultura. Come uscire da una situazione iperconsumistica che ha completamente compromesso il volto del “luogo sacro alle muse”, troppo spesso trasformandolo (ancora una volta è il modello americano ha imprimersi su scala globale) nell’alter ego di lusso di un qualsiasi volgare centro commerciale? Una possibile risposta sembra essere quella di riavvicinarlo al visitatore, in un senso stimolante e intellettualmente appagante, s’intenda.

E in quanto spazio pubblico, il museo deve servire il pubblico, in una dimensione inclusiva e partecipativa; e allora gli esperimenti educativi di molti musei (soprattutto d’arte contemporanea, considerata la “materia” più ostica),vanno in questa direzione e si rivolgono all’utenza più variegata, puntando soprattutto sul mondo dei giovani. Esemplare il caso del Madre; il museo partenopeo ha pensato ad una serie di iniziative ludiche e creative insieme da destinare ai bambini e ai ragazzi delle scuole campane.

Bandendo ogni elitarismo residuo nell’istituzione, il museo propone un percorso didattico attraverso un approccio alternativo. Tra i possibili itinerari che si posso affrontare ci sono “Dimmi di che di..segno sei” in cui gli studenti delle scuole primarie sperimentano le varie tecniche sull’esempio degli artisti presenti nella collezione permanente, “Architetti”, progetto destinato ad un utenza scolastica di secondo grado in cui i partecipanti hanno la possibilità di improvvisarsi architetti costruendo, dipingendo ed arredando palazzi di diverse dimensioni, e “Sofonisba e le sue sorelle”, percorso rivolto anche a studenti universitari dove partendo dalla più celebre artista rinascimentale, Sofonisba Anguissola, si arriva alle più importanti artiste della scena contemporanea.

Il Madre sceglie, in questo modo, una linea educativa nuova e interessante: sostenere la necessità dell’esperienza diretta dell’arte, favorirne la conoscenza “pratica” affinché il mondo dei non addetti ai lavori si avvicini alla particolare sensibilità contemporanea, offrendo gli adeguati strumenti di supporto perché l’apprendimento possa diventare piacevole, rilassante, istruttivo e, perché no, divertente. Il processo di “democratizzazione” dell’arte dei giorni nostri, necessario in una società dove l’eccesso e l’egocentrismo sono padroni incontrastati, è così innescato. E tutti sono chiamati a parteciparvi.
(Fonte foto: Rete Internet)

STORIE D’ARTE