Quando il politico viene preso con le mani nel sacco, è spettacolare la reazione, è una sfida al senso del ridicolo, all’intelligenza umana. Due casi che fanno scuola. Di Carmine Cimmino
Un tale mi dice: ti devo porre una domanda, ma prima recita, con un eccesso di enfasi, l’elogio dei miei articoli, sono tutti belli i tuoi articoli sul mediano.it, non me ne perdo uno. Infine, arriva al però: però, non ti pare che tratti troppi argomenti? Qual è il filo che li tiene insieme? Gli dico, fingendomi scosso e perplesso: hai ragione, non ci avevo pensato, ti ringrazio. Dovrei spiegargli che il filo c’è, e lo fornisce il tema a cui da quaranta anni dedico le mie letture e le mie riflessioni, quale che sia la consistenza di queste e di quelle: questo tema si può riassumere con il titolo di un libro di David Freedberg: Il potere delle immagini. Il mondo delle figure: reazioni e emozioni del pubblico.
Dagli anni del Liceo, da quando i miei professori mi parlarono dei sofisti, degli stoici, di Spinoza, ho studiato i meravigliosi e strani meccanismi con cui in ogni momento produciamo immagini e interpretiamo immagini: perché immagini sono, alla fine, i pensieri, le passioni, i sentimenti, le forme del gusto, i significati delle parole. Immagino che un giorno Claes Oldenburg abbia mangiato un hamburger al formaggio, non lo abbia digerito, e si sia vendicato degli spasimi allo stomaco plasmando con juta, gesso e smalto l’immagine di quel panino: ne venne fuori la scultura che correda questo articolo: pare, nel fasto dei suoi colori, una cosa leggera e digeribile , ma, in realtà, è grezza e indigesta.
Chi sa se Michele Emiliano, il sindaco di Bari, mangerà ancora pesce, dopo quello che gli è capitato. Uno scroscio di guai giudiziari si abbatte su una famiglia barese che controlla la più importante impresa di costruzioni dell’Italia meridionale. Grazie alle intercettazioni, pubblicate dai giornali, si viene a sapere, tra l’altro, che dalla famiglia inquisita il sindaco Emiliano ha ricevuto, a Natale, champagne, vini, ostriche imperiali, “quattro spigoloni“, 50 noci bianche – sono un mollusco in via di estinzione – due chili di seppioline di Molfetta, otto astici, e il ghiaccio per conservare il tutto (La Repubblica, 16 marzo). Non ci interessano gli aspetti politici e giudiziari della vicenda. Ci interessa vedere come Emiliano ha difeso l’immagine di sindaco onesto, cristallino, da sempre paladino della legalità: prima di fare il sindaco, faceva il magistrato.
Il sindaco ha intuito che il colpo più duro a quella immagine viene proprio dal lungo elenco di prelibatezze gastronomiche: in questi tempi di crisi l’opinione pubblica non perdona niente ai politici; ma se fosse costretta a perdonare, chiuderebbe un occhio più su un serio peccato edilizio che su un peccatuccio di gola. Emiliano non ha annacquato quello che non poteva negare, non ha fatto notare, per via di paradosso, che non è ancora reato accettare un regalo natalizio da un amico, tra l’altro compagno di partito ( ho letto da qualche parte che questi costruttori donatori di spigoloni avevano la saggia abitudine di inserire candidati di famiglia sia nelle liste del Pd che in quelle del Pdl, insomma non scontentavano nessuno).
Il sindaco di Bari ha scelto la strada del mea culpa mea culpa mea maxima culpa: ha deciso di parlare al cuore del popolo; direbbe Ernesto Grassi che ha tirato fino al limite la corda della commozione da confiteor: in genere la gente è portata a perdonare chi ammette pubblicamente le sue colpe. Ma durante la conferenza stampa, vinto dalla voluttà della confessione, il sindaco è andato oltre il limite. Almeno due volte. Egli “mostra ai giornalisti i regali ricevuti negli ultimi tempi invitandoli a portarseli via“. Con il gesto e con l’invito, entrambi teatrali, Emiliano trasmette questo messaggio ai giornalisti: io vi vedo come i sacerdoti dell’opinione pubblica: portando via i doni, porterete via il mio peccato di gola, e mi assolverete. E’ la vostra assoluzione che mi interessa, prima di ogni altra cosa.
Ma subito dopo egli si dà, da solo, il colpo di grazia: racconta che il pesce “era talmente tanto che mia moglie è stata costretta a metterlo anche nella vasca da bagno“ ( La Repubblica, 17 marzo). La combinazione di immagini tra le cozze pelose e la vasca da bagno piena di pesce fresco è micidiale: credo che abbia profondamente irritato l’opinione pubblica. Il resto l’hanno fatto i giornali, pubblicando nei titoli e nei riquadri frasi del sindaco che, estrapolate dal contesto, lo espongono alla battuta sarcastica: “Gli innocenti abbiano fiducia“;“Chiedo scusa a Bari che non può passare per la città del sindaco che si fa comprare con spigole e champagne.”. (La Repubblica, 16 e 17 marzo).
Indagando sull’appalto per il porto turistico di Imperia, i magistrati scoprono che la moglie e la sorella dell’on. Scajola, che è di Imperia, hanno comprato tre posti barca, mentre per un quarto il parlamentare avrebbe versato solo una “mera caparra“. Intervistato da Erika Dellacasa (Corriere della Sera, 18 marzo), l’on. Scajola segue con grande coerenza la linea adottata tempo fa, quando dichiarò di non aver mai saputo che la sua casa al Colosseo l’aveva pagata, in gran parte, l’imprenditore Anemone. L’onorevole va in trincea, si arrocca a difesa della sua verità: non gli importa di tener buona l’opinione pubblica, non è un banale demagogo, lui; e per dar risalto alla sua scelta, scava tra sé e la gente un solco largo e profondo. “Ho sempre voluto che Imperia avesse un porto turistico, è il mio sogno, e mi sono speso per questo“.
Come si è speso (il verbo è forte, e non era il caso di usarlo)? Nel 2005 l’onorevole ha presentato l’imprenditore Caltagirone Bellavista “agli imprenditori benemeriti“ che “si davano da fare per lo scalo. Di lì in poi se l’è vista il Comune“: non c’è stata gara pubblica, per appaltare i lavori: “quello è un porto privato“. Qualche giorno fa, l’imprenditore Caltagirone Bellavista è stato arrestato: i magistrati lo accusano di aver montato intorno al porto, che era il sogno dell’onorevole, “una truffa di proporzioni gigantesche“. E io che c’entro? Sono problemi del Comune. La verità dell’onorevole è diritta e tesa come il nervo di un arco. Come si fa a non capirla, a non vederla ? “Che Paese siamo diventati, sempre con il sospetto. .. Mi hanno fatto di tutto. Guardi: che mi ammazzino fisicamente. Non ci resta che quello. Mi vengono delle idee..”. Quali? Il “ci “ di “ci resta“ e i puntini sospensivi sono una finezza: dicono e non dicono.
È una finezza la malinconia pedagogica dell’ultima battuta: l’on. Scajola fu democristiano, e credo che sia cattolico praticante. “La morale è amara: meglio non assumere responsabilità, essere invisibili“. Ma in questa nostra Italia il potere reale non sta in mano agli “invisibili“?
(Foto: Claes Oldenburg, Two cheesburgers, 1962)




