Pianeta carcere e pari opportunità. Il ruolo delle operatrici penitenziarie è delicato e di particolare impatto personale e sociale. Di Simona Carandente
Quello della parità di condizioni tra uomo e donna nell’accesso a talune professioni, specie se ad appannaggio prettamente maschile, è un tema che torna prepotentemente ad affacciarsi alla ribalta, nell’evidente scopo di delimitare e poi colmare le difficoltà del sesso femminile nell’imporsi nel mondo del lavoro, a parità di condizioni e con i medesimi trattamenti dei colleghi dell’altro sesso.
Per quel che riguarda strettamente da vicino il mondo forense, il ruolo della donna comincia ad essere socialmente legittimato: sia in magistratura che nel mondo dell’avvocatura, infatti, le donne sono riuscite a farsi strada, in tempi recenti più che mai, giungendo a ricoprire ruoli di prestigio con risultati eccellenti, senza limitare il loro ruolo a collaboratrici di canuti colleghi o attività di mero segretariato.
Sicuramente delicato, oltre che di particolare impatto personale e sociale, è invece il ruolo delle operatrici penitenziarie, il cui numero tende ad aumentare progressivamente nelle carceri di tutta Europa, senza che ciò equivalga a ghettizzarne il ruolo o sminuirne di fatto le mansioni.
La categoria delle operatrici penitenziarie impone di fatto, più che ogni altra, un contatto diretto con la figura del detenuto, sia all’interno dell’Istituto che per quel che concerne l’attività di traduzione in udienza, con compiti di sorveglianza e di scorta continui. Tale dato, tuttavia, non costituisce un limite per la crescita esponenziale di personale femminile, tenuto altresì conto che l’aumento della popolazione straniera impone, di fatto, al personale penitenziario un atteggiamento di mediazione e di comunicazione, necessario per potere interloquire costantemente con tali "minoranze".
In Italia, conformemente ad altri paesi europei, la legge vuole che nelle carceri sia presente personale dello stesso sesso dei detenuti: questo per garantire agli stessi il rispetto della dignità personale e della propria intimità, così come si conviene ad un paese civile che intraveda nella pena detentiva grosse potenzialità rieducative. In Francia, invece, la presenza di personale femminile nelle carceri, pur se maschili, è contemplata e legittimata, pur se tale personale viene utilizzato soprattutto nell’ufficio matricola, nell’accoglienza dei visitatori e sorveglianza dei colloqui: del resto, com’è facile comprendere, la presenza femminile è soggetta a restrizioni in caso di interventi, quali doccia e perquisizione personale, in cui il soggetto di sesso maschile può mostrarsi nudo.
In Germania, il personale femminile penitenziario viene impiegato soprattutto in servizi specialistici in veste di educatrici, assistenti sociali, psicologhe. Particolare importanza, tuttavia, viene riconosciuta alla parità tra uomo e donna: si punta, difatti, all’indifferenziata acquisizione di competenze ed alla osservanza di identiche modalità di condotta.
Caso singolare è quello della civilissima Spagna che, con legge del 2007, ha istituzionalmente previsto la parità dei sessi all’interno del sistema penitenziario spagnolo, abolendo anche dal punto di vista legislativo le differenze nell’accesso alla professione, già vigenti nel precedente sistema, parificando di fatto la figura dell’operatrice penitenziaria a quella del collega maschio di pari ordine e grado. (mail: simonacara@libero.it)
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