I leghisti si sono adeguati: a “Roma padrona” hanno risposto con “Lega ladrona”, usando i soldi pubblici per le spesucce, alla faccia di chi ha creduto in loro. Ma come possiamo liberarci di questa classe politica?
Altro che Nemesi. Bossi e la Lega li ha puniti Vesbio, il demone vendicatore del Vesuvio, che qualche papagno metaforico l’aveva già appioppato, di recente, al sig. Guido Bertolaso. Vesbio è un demone bastardo, dissimulatore come un fenicio, malizioso come un greco, beffardo come un osco, con la passione tutta vesuviana per le metafore. Si è comportato con Bossi come un gladiatore reziario. Prima ha impigliato e stretto l’Umberto in una rete di segni – ogni segno è il ricordo di una pietra scagliata su Napoli e sui Napoletani -, poi ha dato uno strattone, e l’Umberto è venuto giù.
Vesbio le aveva conservate tutte, le pietre: le aveva ammucchiate con pazienza pregustando il momento in cui avrebbe restituito il mucchio al mittente scaricandoglielo addosso in un solo scroscio demolitore. Il demone ha sfogato il suo sarcasmo anche sui nomi: il che, dicono gli studiosi del comico, non è corretto. Non si fa umorismo attraverso i nomi di persona. Vesbio lo sa, ma è così incazzato con i leghisti che si è concesso uno strappo alla regola. Il magistrato che ha osato violare il tempio della sede centrale della Lega è venuto da Napoli, e già questo è uno schiaffo a mano aperta. Il magistrato si chiama Woodcock, che in inglese significa beccaccia.
I Galli, da cui i signori Bossi, Calderoli, Maroni e compagni si vantano di discendere, consideravano la beccaccia un animale sacro: e la fama è durata tanto che nei calendari e negli almanacchi del mondo contadino francese si può trovare un’immagine straordinaria: ai piedi della Croce di Cristo si torce il diavolo- serpente, e una beccaccia gli fracassa la testa a colpi di becco. Il colore nero tinge il “cerchio magico“ stretto intorno al sig. Bossi. La signora che sta sempre accanto al Capo, e lo pilota portandolo per mano, è Vicepresidente del Senato e segretaria del sindacato della Lega, proviene dalla terra di Brindisi, e di nome fa Angela Rosa, che sono nomi di luce, ma la luce si smorza nel cognome, Mauro, parola del greco del Nuovo Testamento, che significa nero, oscuro, ed è variazione di amauròs, attributo omerico dei morti.
È lei la “nera“ di cui parla il cassiere sig. Belsito in una telefonata intercettata dagli inquirenti. Da queste parole greche deriva, forse, marrone, il colore di terra che esprime simbolicamente note di solidità, di sicurezza e di soddisfazione. La moglie del sig Bossi, che si chiama Marrone, ha molti motivi – è superfluo elencarli- per essere pienamente soddisfatta. La parola marrone indica altre e strane cose: è anche il nome di una castagna pregiata. La castagna è un frutto magico, e dunque c’è una corrispondenza tra il cognome della signora e l’interesse che la signora ha – così dicono le cronache – per la magia: mi auguro che non si senta in colpa per non essere riuscita a neutralizzare Vesbio.
Solo nei fumetti di Asterix i sortilegi dei Galli riescono a neutralizzare i demoni mediterranei. Tra tante tenebre rifulge la luce del sig. Belsito, il cassiere. Dici Belsito e immagini un giardino incantato, la terra delle Esperidi, il paese di Bengodi, gli orti della Cuccagna: fiumi di latte, di vino e di miele, una terra ferace che produce di tutto, e non c’è bisogno di coltivarla: i fortunati che vi abitano vivono solo giorni di sole e di ozio. Ci sono, in questo paradiso di prodigi, perfino piante che producono soldi: non appena stacchi dal ramo un foglio da mille euro, ne spunta subito un altro, e così per tutto l’anno, in ogni stagione. I fortunati prendono e spendono: e non ci sono registri di cassa né scontrini, e le fatture sono solo quelle delle fattucchiere.
Ma il sig. Belsito è stato il varco attraverso il quale il demone Vesbio è entrato nel cerchio magico. Credo che Vesbio abbia “infestato“ il cassiere quando questo signore venne a Napoli a conseguire, presso una scuola privata, un diploma di perito. Tornato nelle brume del Nord, il perito percorse al galoppo una carriera strepitosa: autista, cassiere della Lega, membro del Governo. Galoppava così velocemente che non ebbe il tempo di fermarsi a riflettere, a sospettare che gli dei lo sollevassero tanto in alto e tanto rapidamente solo per farlo precipitare con maggior danno e con più intenso fragore. Vesbio è stato micidiale.
Suggerì al cassiere gli investimenti in Tanzania e a Cipro, gli consigliò rischiose frequentazioni, poi l’ha spinto a narrare per telefono di come elargiva il danaro di cassa, così, a occhio e a orecchio: tu chiedi e io ti do. Infine, Vesbio l’umorista l’ha indotto a lasciare in giro una cartella, piena di conti e di liste di doni , su cui la mano del cassiere, guidata dalla volontà del demone, aveva scritto non “La Famiglia“, ma “The Family“: pare la stessa cosa, ma non lo è, perché la parola inglese evoca Mario Puzo, Il Padrino, e la saga dei Sopranos. Infine, avvicinandosi la catastrofe, Vesbio ha mandato al Belsito un ultimo prurito al naso. “Quando mi prude il naso, è in arrivo una disgrazia“ (La Repubblica, 6 aprile). E la disgrazia è arrivata.
Il prurito al naso è, a Napoli, un sintomo di guapperia – a chillo ‘e prore ‘o naso -: ma di una guapperia infelice e sfortunata, esposta all’azzardo di prove assai difficili, come insegna il testo della canzone ‘ E spingule frangese. Giovedì sera i salotti televisivi hanno avviato il processo di beatificazione del sig. Bossi: “non sapeva nulla“, “La Lega è parte lesa“, “metto la mano sul fuoco“, “lui solo si è dimesso, gli altri invece..“. I fedelissimi hanno creduto di trovare anche un Giuda, il sig. Maroni. Conviene forse ricordare che il signor Bossi si é dimesso perché il Belsito a telefono ha fatto l’elenco puntiglioso dei soldi passati, in un amen, dalla cassa della Lega alla cassa della “Family”.
E poi i sigg. Scajola e Rutelli, che non aspirano a diventar beati, possono dire: “non sapevo“. Ma il capo di un popolo – il popolo padano -, il fondatore di una nazione non può dire:” non mi ero accorto di nulla”. Non ci fa una bella figura.
Una domanda seria. Come possiamo liberarci di questa classe politica che ha ormai perso ogni percezione della realtà, del limite, delle regole, anche di quelle minime, del rispetto di sé e degli altri, del ridicolo, della vergogna, e che tuttavia si è blindata, perché ci impone i meccanismi del voto, perché si sottrae ai tribunali, perché autorizza se stessa a saccheggiare le casse dello Stato e a prendere in giro la sostanza della volontà popolare? Come stanare questa classe politica dal fortino in cui si è trincerata? Cosa rimane della democrazia? Cosa rimane alla democrazia?
(Foto: Vespasiano Bignami – In Brianza: la padrona delle chiavi (La resgiora)- 1874)
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