I PARTITI A CONDUZIONE “FAMILIARE”

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Il familismo amorale attanaglia tutti i partiti. Il partito a conduzione familiare, “L”indomito guerriero” e il suo cerchio magico, risultano essere stati contagiati da tale fenomeno.

Il familismo amorale attanaglia artatamente tutti i partiti. Nessuno esce incolume dalla battaglia antropocentrica tra gli interessi di partito e gli interessi personali.

Il partito a conduzione familiare, “L’indomito guerriero” e il suo cerchio magico, come si è visto in questi giorni, risulta essere stato contagiato anch’esso da tale fenomeno, amplificato dalla personalizzazione dei partiti. Dove “i beni non sono governati da tecnocrazie, ma da classi politiche che circolano sulla scena del potere in base alle maggioranze elettorali che si susseguono”. In sostanza, una nuova forma di ciò che vent’ anni fa il sociologo israeliano Eisenstadt definì con il termine “neo-patrimonialismo”.

L’inchiesta di Reggio Calabria sul tesoriere della Lega Francesco Belsito (nella foto in alto) dimostrerebbe quella “interlocuzione” tra la ‘ndrangheta e il Carroccio di cui parlò – tra le polemiche – Roberto Saviano poco più di un anno fa, che è collegato a doppio filo alla questione neo-patrimonialista e familista.

"Un anno fa – ricorda Saviano – fui molto attaccato dalla Lega e da Maroni per aver usato una parola che descriveva il rapporto tra ‘ndrangheta e potere nel Nord Italia, cioè interloquire, una parola che aveva messo inquietudine e paura ai leghisti. Avevo detto che la ‘ndrangheta interloquiva con tutti i poteri del nord e quindi anche con la Lega. Maroni venne in trasmissione, ci fu una tempesta contro una descrizione che era inevitabile fare: il potere economico della ‘ndrangheta era così forte che non poteva sfuggire alle amministrazioni locali e al potere politico della Lega".

In questi giorni la Lega si è proclamata parte lesa e strumento a sua insaputa di una gigantesca truffa che avrebbe favorito gli affari oltre che del ex-tesoriere e di alcuni soci in affari come Stefano Bonet e Paolo Scala, anche dei clan della ‘ndrangheta (della cosca De Stefano). Circa i discutibili investimenti di Belsito in Tanzania e a Cipro. Dove la procura di Reggio Calabria scrive che questi trasferimenti sono avvenuti con complesse operazioni bancarie filtrate in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa. Investimenti favore e per conto del Carroccio e della ’ndrangheta.

Dunque in una società di familisti amorali, nessuno perseguirà l’interesse comune, salvo quando ne trarrà un vantaggio personale. Questa è la pericolosa tendenza che hanno assunto i partiti politici in italia ad oggi. Sorge dunque la domanda: Quali sono gli strumenti per poter eliminare questo fenomeno? E riportare ad una trasparenza democratica la gestione della cosa pubblica?
(Foto: Belsito, Rosi Mauro, Bossi e il figlio Renzo, detto “il trota”. Fonte: Rai, Giornale Radio)

LA RUBRICA «CRIMINOPOLI»

GITA SCOLASTICA: LA PRUDENZA NON É MAI TROPPA

Le scuole che organizzano le gite scolastiche hanno grosse responsabilità. In particolare, devono valutare i rischi che possono nascere durante la permanenza in albergo.

Una ragazza sedicenne, mentre si trovava in gita scolastica, scavalcava il parapetto in muratura del suo balcone al secondo piano e si inoltrava, in compagnia del suo compagno di classe, che le aveva fornito uno spinello poco prima del fatto, nella contigua terrazza a livello, non protetta da alcun parapetto o da spallette o da segnali di pericolo; non essendosi avvista della mancanza di protezione, la ragazza precipitò nel vuoto da un’altezza di circa 12 metri, riportando gravissime lesioni, tali da rimanere totalmente invalida.

La studentessa denunciò, quindi, per il risarcimento dei danni , il Ministero della pubblica istruzione, l’istituto scolastico, il responsabile dell’albergo.

La Corte valuta la posizione della società gestrice dell’albergo, alla stregua del seguente principio di diritto: ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia. Una tale responsabilità non è di per sé esclusa dal fatto volontario della vittima consistente nella fruizione del bene custodito, quando il suo uso è reso possibile dalla facile accessibilità alla cosa medesima.

Valuta, altresì, la posizione dei docenti affermando che la peculiare connotazione della camera della ragazza, avrebbe dovuto indurre il personale accompagnatore a rilevare, con un accesso alle camere stesse, il rischio della facile accessibilità al solaio di copertura, vale a dire al lastrico solare percepito come terrazza, per poi adottare misure in concreto idonee alle circostanze: potendo esse, a seconda di queste, fondarsi su di una valutazione di complessiva inaffidabilità della struttura: con rifiuto di alloggiarvi, ricerca di soluzioni alternative anche tramite l’organizzatore o, in caso estremo, rientro anticipato.

Un’altra misura avrebbe potuta essere quella effettuare un cambio di stanza (con richiesta di immediata sostituzione della medesima con altra priva di analoghe situazioni di pericolosità), ovvero potendosi limitare, in relazione alla capacità di discernimento del singolo ragazzo ivi ospitato, ad impartire adeguati e comprensibili moniti a non adottare specifiche condotte pericolose (come l’avvertimento a non impegnare il solaio di copertura – lastrico solare – terrazza, facilmente accessibile nonostante la sua pericolosità).

In ordine alla responsabilità del Ministero ed istituto scolastico, la Corte aggiunge che poiché l’iscrizione a scuola e l’ammissione ad una gita scolastica determinano l’instaurazione di un vincolo negoziale, dal quale sorge a carico dell’ istituto l’obbligazione di vigilare sulla sicurezza e l’incolumità dell’allievo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni, all’allievo compete la dimostrazione di aver subito un evento lesivo durante la gita, mentre incombe all’ istituto la prova liberatoria, consistente nella riconducibilità dell’evento lesivo ad una sequenza causale non evitabile e non prevedibile, neppure mediante l’adozione di ogni misura idonea, in relazione alle circostanza, a scongiurare il pericolo di lesioni derivanti dall’uso delle strutture prescelte per lo svolgimento della gita scolastica e tenuto conto delle loro oggettive caratteristiche .

La Corte la Cassazione con sentenza del 17 gennaio – 8 febbraio 2012, n. 1769 ritiene fondati le ragioni sostenute dalla ragazza.

LA RUBRICA
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=44

ECCO CHI HA FATTO CADERE LA LEGA (CHE HA RUBATO SOLDI PUBBLICI…

I leghisti si sono adeguati: a “Roma padrona” hanno risposto con “Lega ladrona”, usando i soldi pubblici per le spesucce, alla faccia di chi ha creduto in loro. Ma come possiamo liberarci di questa classe politica?

Altro che Nemesi. Bossi e la Lega li ha puniti Vesbio, il demone vendicatore del Vesuvio, che qualche papagno metaforico l’aveva già appioppato, di recente, al sig. Guido Bertolaso. Vesbio è un demone bastardo, dissimulatore come un fenicio, malizioso come un greco, beffardo come un osco, con la passione tutta vesuviana per le metafore. Si è comportato con Bossi come un gladiatore reziario. Prima ha impigliato e stretto l’Umberto in una rete di segni – ogni segno è il ricordo di una pietra scagliata su Napoli e sui Napoletani -, poi ha dato uno strattone, e l’Umberto è venuto giù.

Vesbio le aveva conservate tutte, le pietre: le aveva ammucchiate con pazienza pregustando il momento in cui avrebbe restituito il mucchio al mittente scaricandoglielo addosso in un solo scroscio demolitore. Il demone ha sfogato il suo sarcasmo anche sui nomi: il che, dicono gli studiosi del comico, non è corretto. Non si fa umorismo attraverso i nomi di persona. Vesbio lo sa, ma è così incazzato con i leghisti che si è concesso uno strappo alla regola. Il magistrato che ha osato violare il tempio della sede centrale della Lega è venuto da Napoli, e già questo è uno schiaffo a mano aperta. Il magistrato si chiama Woodcock, che in inglese significa beccaccia.

I Galli, da cui i signori Bossi, Calderoli, Maroni e compagni si vantano di discendere, consideravano la beccaccia un animale sacro: e la fama è durata tanto che nei calendari e negli almanacchi del mondo contadino francese si può trovare un’immagine straordinaria: ai piedi della Croce di Cristo si torce il diavolo- serpente, e una beccaccia gli fracassa la testa a colpi di becco. Il colore nero tinge il “cerchio magico“ stretto intorno al sig. Bossi. La signora che sta sempre accanto al Capo, e lo pilota portandolo per mano, è Vicepresidente del Senato e segretaria del sindacato della Lega, proviene dalla terra di Brindisi, e di nome fa Angela Rosa, che sono nomi di luce, ma la luce si smorza nel cognome, Mauro, parola del greco del Nuovo Testamento, che significa nero, oscuro, ed è variazione di amauròs, attributo omerico dei morti.

È lei la “nera“ di cui parla il cassiere sig. Belsito in una telefonata intercettata dagli inquirenti. Da queste parole greche deriva, forse, marrone, il colore di terra che esprime simbolicamente note di solidità, di sicurezza e di soddisfazione. La moglie del sig Bossi, che si chiama Marrone, ha molti motivi – è superfluo elencarli- per essere pienamente soddisfatta. La parola marrone indica altre e strane cose: è anche il nome di una castagna pregiata. La castagna è un frutto magico, e dunque c’è una corrispondenza tra il cognome della signora e l’interesse che la signora ha – così dicono le cronache – per la magia: mi auguro che non si senta in colpa per non essere riuscita a neutralizzare Vesbio.

Solo nei fumetti di Asterix i sortilegi dei Galli riescono a neutralizzare i demoni mediterranei. Tra tante tenebre rifulge la luce del sig. Belsito, il cassiere. Dici Belsito e immagini un giardino incantato, la terra delle Esperidi, il paese di Bengodi, gli orti della Cuccagna: fiumi di latte, di vino e di miele, una terra ferace che produce di tutto, e non c’è bisogno di coltivarla: i fortunati che vi abitano vivono solo giorni di sole e di ozio. Ci sono, in questo paradiso di prodigi, perfino piante che producono soldi: non appena stacchi dal ramo un foglio da mille euro, ne spunta subito un altro, e così per tutto l’anno, in ogni stagione. I fortunati prendono e spendono: e non ci sono registri di cassa né scontrini, e le fatture sono solo quelle delle fattucchiere.

Ma il sig. Belsito è stato il varco attraverso il quale il demone Vesbio è entrato nel cerchio magico. Credo che Vesbio abbia “infestato“ il cassiere quando questo signore venne a Napoli a conseguire, presso una scuola privata, un diploma di perito. Tornato nelle brume del Nord, il perito percorse al galoppo una carriera strepitosa: autista, cassiere della Lega, membro del Governo. Galoppava così velocemente che non ebbe il tempo di fermarsi a riflettere, a sospettare che gli dei lo sollevassero tanto in alto e tanto rapidamente solo per farlo precipitare con maggior danno e con più intenso fragore. Vesbio è stato micidiale.

Suggerì al cassiere gli investimenti in Tanzania e a Cipro, gli consigliò rischiose frequentazioni, poi l’ha spinto a narrare per telefono di come elargiva il danaro di cassa, così, a occhio e a orecchio: tu chiedi e io ti do. Infine, Vesbio l’umorista l’ha indotto a lasciare in giro una cartella, piena di conti e di liste di doni , su cui la mano del cassiere, guidata dalla volontà del demone, aveva scritto non “La Famiglia“, ma “The Family“: pare la stessa cosa, ma non lo è, perché la parola inglese evoca Mario Puzo, Il Padrino, e la saga dei Sopranos. Infine, avvicinandosi la catastrofe, Vesbio ha mandato al Belsito un ultimo prurito al naso. “Quando mi prude il naso, è in arrivo una disgrazia“ (La Repubblica, 6 aprile). E la disgrazia è arrivata.

Il prurito al naso è, a Napoli, un sintomo di guapperia – a chillo ‘e prore ‘o naso -: ma di una guapperia infelice e sfortunata, esposta all’azzardo di prove assai difficili, come insegna il testo della canzone ‘ E spingule frangese. Giovedì sera i salotti televisivi hanno avviato il processo di beatificazione del sig. Bossi: “non sapeva nulla“, “La Lega è parte lesa“, “metto la mano sul fuoco“, “lui solo si è dimesso, gli altri invece..“. I fedelissimi hanno creduto di trovare anche un Giuda, il sig. Maroni. Conviene forse ricordare che il signor Bossi si é dimesso perché il Belsito a telefono ha fatto l’elenco puntiglioso dei soldi passati, in un amen, dalla cassa della Lega alla cassa della “Family”.

E poi i sigg. Scajola e Rutelli, che non aspirano a diventar beati, possono dire: “non sapevo“. Ma il capo di un popolo – il popolo padano -, il fondatore di una nazione non può dire:” non mi ero accorto di nulla”. Non ci fa una bella figura.

Una domanda seria. Come possiamo liberarci di questa classe politica che ha ormai perso ogni percezione della realtà, del limite, delle regole, anche di quelle minime, del rispetto di sé e degli altri, del ridicolo, della vergogna, e che tuttavia si è blindata, perché ci impone i meccanismi del voto, perché si sottrae ai tribunali, perché autorizza se stessa a saccheggiare le casse dello Stato e a prendere in giro la sostanza della volontà popolare? Come stanare questa classe politica dal fortino in cui si è trincerata? Cosa rimane della democrazia? Cosa rimane alla democrazia?
(Foto: Vespasiano Bignami – In Brianza: la padrona delle chiavi (La resgiora)- 1874)

LA RUBRICA

CAMPANIA CONTEMPORANEA. CULTURA E COSTUMI DI UNA REGIONE CON TANTE IDEE E MILLE COLORI

La nuova rubrica prende le mosse dalla necessità di raccogliere gli eventi dell’affascinante e dannata Regione. Primo appuntamento ad Avellino, con la mostra di Fausto Palomba.

Sostenibile, avventurosa, colta, frivola oppure golosa. Anche (perchè no?) un pò impegnativa. Spirito di accoglienza, umana simpatia ed estro incontenibile. Troppi "colori"? Quando ad esser dipinta è una regione dalle mille sfumature non bastano sette monocromi: i giochi di luce sono infiniti, e se il resto del mondo cerca il monocromatico: pazienza. Ci sono cose che restano eternamente giovani: la Campania, la sua cultura, i suoi abitanti. “Campania Contemporanea”, la nuova rubrica de ilmediano.it, nasce per chi della bellezza della sua regione sa farne strumento, per chi sa che i colori dalle mille tonalità non sono per una cultura viva, non sono per tutti. Niente paura: non si tratta di osservare alcuna disciplina rigorosa e flessibile.

È bello, però, pensare che una sensibilità di questo tipo possa farsi strada anche in una Regione come la nostra. E gli strumenti sono innumerevoli: festival, kermesse, manifestazioni dedicate ad arte, musica, teatro, cinema ed enogastronomia svelano il carattere poliedrico dei diversi territori che abitano la Campania. E poi c’è qualcosa che mette sulla stessa linea di mira testa, occhio (soprattutto) e cuore: la fotografia. Ed è da quello che oggi intendiamo cominciare. La fotografia non mostra la realtà, mostra l’idea che se ne ha, e non esiste la fotografia artistica: come in tutte le cose, vi sono soltanto delle persone che sanno vedere, altre che non sanno nemmeno guardare. In teoria la fotografia riproduce all’infinito ciò che ha avuto luogo una sola volta: ripete meccanicamente ciò che non potrà mai più ripetersi esistenzialmente.

In teoria, la sfida consiste nel creare attraverso di essa quella combinazione tra verità e bellezza che tutti chiamiamo arte. Eppure, alcuni scatti vanno ben oltre: restituiscono mondi lontani, forse poco conosciuti, ma inconfondibilmente legati al nostro. É il caso delle fotografie di Fausto Palomba (foto), in mostra dal 31 marzo presso il foyer del Teatro Comunale "Carlo Gesualdo" di Avellino, con il Patrocinio morale della Provincia e del Comune di Avellino. "Lagrimas de oro" racconta l’estenuante lavoro nelle miniere aurifere (abusive) sorte negli ultimi anni della Selva Amazzonica del Madre de Dios, in Perù, catturando la miseria degli accampamenti e delle cittadine, ma soprattutto gli sguardi tristi di chi è costretto a prostituirsi, oltre ai volti stanchi degli operai.

Ciò che sorprende di più, è che nel quadro di una realtà sociale ed economica complessa, si fa tuttavia strada un ritratto di un’umanità tutta da scoprire, dove condizioni di vita precarie lasciano ancora spazio ai giochi dei bambini, non spengono i sorrisi di chi lavora immerso nel fango ed in sostanze tossiche, non cancella le speranze. Personaggi forti, insomma. Temperamenti d’acciaio che mascherano le debolezze senza perdere mai il decoro.

E stavolta non parliamo della Filumena Marturano di Eduardo, nè di Antigone o Medea. Ma di milioni di persone umiliate ed offese che ancora ci sono, che ancora riescono a reiventarsi dal nulla un’identità.
(Fonte foto: Rete Internet)

QUASI AMICI

François Cluzet e Omar Sy sono i due straordinari protagonisti di un racconto (tratto da una storia vera) sull”amicizia tra un uomo facoltoso costretto alla sedia a rotelle e il suo esuberante assistente.

Philippe, paraplegico per un incidente in parapendio, assume quasi per sfida il senegalese Driss come assistente personale. I due, diversi per condizione sociale e storia personale, instaurano un rapporto di amicizia profondo che cambierà la vita ad entrambi.
Toledano e Nakache prendono una storia vera e l’affidano all’estro di due attori in gran forma. Non è eccessivo sostenere che il film si regge quasi completamente sulle loro spalle. I personaggi di contorno e la trama sono al servizio delle loro interazioni, spesso divertenti, a volte drammatiche.
L’argomento delicato costituisce il primo ostacolo in film di questo tipo. Da qualsiasi prospettiva si parta, raccontare una malattia porta con sé il rischio di uno sguardo troppo pietoso o accondiscendente, con il risultato di scivolare sul buonismo e sui luoghi comuni.

Quasi amici vince questa prima sfida in scioltezza e lo fa nel modo più semplice. Accantona i toni drammatici ed evita punti di rottura nella trama che scorre via liscia senza troppi sussulti. Il rapporto tra Philippe e Driss procede in modo naturale, nonostante le premesse particolari. Non si spinge troppo sull’emotività, non ci sono scene madri; l’amicizia tra i due avanza con la sensazione che i registi abbiano voluto semplicemente narrarne la genesi, senza insistere sull’handicap di Philippe o sull’estrazione sociale/etnica di Driss.

D’altra parte, la storia di un personaggio di origini umili e carattere esuberante, che si inserisce in un contesto ingessato e porta il caos, è parecchio diffusa nella letteratura e al cinema. Quasi amici non si allontana troppo dal canovaccio. La quasi totalità delle scene, declinate per lo più sul registro ironico, si gioca sullo scontro tra due mondi all’apparenza opposti. Driss ci prova spudoratamente con la segretaria di Philippe, terrorizza il fidanzatino della figlia, sconvolge un’ordinaria festa di compleanno trasformandola in un party danzereccio. Si ride a denti stretti, perché gli attori (e la regia) sono abili nel mostrarci l’evoluzione di un’amicizia improbabile attraverso piccoli dettagli. Il ricordo della moglie da parte di Philippe e le difficili condizioni sociali e familiari di Driss sono le uniche concessioni al dramma.

La carica di Driss dona nuova linfa a Philippe e lo porta a riassaporare sensazioni dimenticate. Ma l’assistente-amico non è importante solo per la sua vitalità. Driss è l’unico a trattare Philippe “da pari”. Scherza con la sua malattia, lo prende di petto. La forza di Driss è impulsiva, quasi ingenua, come quando si dedica alla pittura dopo aver visto i prezzi ai quali vengono vendute le opere contemporanee. Philippe vive in una bomboniera, circondato da persone che provvedono a lui e gli vogliono bene, ma nelle quali troppo spesso legge un velo di pietà. Driss, dal canto suo, ha una vita complicata. “Ceduto” da ragazzino dalla madre alla zia, vive con questa e i figli nella sterminata periferia parigina, tra un periodo di soggiorno in prigione e una litigata che gli fa passare le notti fuori casa. Queste due solitudini, così diverse, si incontrano quasi per caso e portano ad un legame unico.

Attraverso piccoli episodi, con uno sguardo più ironico che drammatico, i due registi confezionano un film delicato e divertente sulla forza che può legare due individui posti, per motivi diversi, ai margini della società. Tra una folle corsa per le strade notturne di Parigi e un volo in parapendio, Quasi Amici trasmette il suo messaggio ottimista sul valore dell’amicizia, una forza primordiale in grado di superare gli ostacoli naturali e sociali.

Voto: 6.5/10
Regia: di Olivier Nakache ed Eric Toledano, con François Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny, Audrey Fleurot
Titolo originale: Intouchables
Durata: 115 minuti
Uscita nelle sale: 24 febbraio 2012 

LA RABBIA DEI PIÙ DEBOLI DELLA SOCIETÁ

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La crisi economica che ha reso precario il presente e incerto il futuro, è qualcosa di più serio di un semplice ciclo negativo. Essa è nata perchè manca giustizia, onestà, sobrietà, solidarietà. Di Don Aniello Tortora

Viviamo ancora in un clima di inquietudini e di crisi, non solo economica. Il nostro Paese è costretto a misurarsi ogni giorno con sacche estese e impensate di precarietà e di ristrettezze. Sono caduti i miti dello sviluppo economico all’infinito, le utopie dei consumi e del benessere. Un senso di smarrimento e di confusione pervade le coscienze individuali e collettive. Continuamente ci chiediamo: Dove stiamo andando? Quali prospettive per i nostri figli? Che ne sarà dei giovani? Il peggio è passato o deve ancora venire?

La crisi economica ci penetra dentro, ci rende precario il presente, incerto il futuro. C’è tanta rabbia in giro, soprattutto da parte dei più deboli della società, come sempre i più colpiti. Tutto questo ci impone una immensa riflessione: il pensiero – o anche solo il dubbio – che non sia questione soltanto di crolli di produzione e di poteri d’acquisto ma, ben più in profondità, di crisi di modelli, costumi e stili di vita. La convinzione, di conseguenza, che la soluzione non può venire solo da un ri-aggiustamento del welfare e dal rilancio del circolo produzione-salari-consumi; o dall’ “accomodo” dell’ art. 18. C’è bisogno assoluto di una riforma in radice d’ordine morale e spirituale dei comportamenti e dei pensieri che li generano. Una riforma morale: c’è bisogno di giustizia, di onestà, di sobrietà, di solidarietà.

Bisogno di giustizia nel rapporto società-istituzioni: la prima costituita da cittadini, le seconde rappresentate da politici e amministratori. Giustizia contributiva da parte dei primi. Sarà necessario, soprattutto da parte di chi ha di più, non sottrarsi ai propri tributi per contribuire fattivamente al bene della polis. Giustizia distributiva da parte dei secondi, volta ad arginare e contrastare la massa di corruzione e perversione della politica e riaccreditarla come arte del bene comune. Bisogno di onestà, volto al riconoscimento e al rispetto della verità e del bene morale, nonostante la perdita o il non-conseguimento di risultati e obiettivi allettanti e vantaggiosi. Bisogno di sobrietà nell’acquisizione e fruizione dei beni, da usare con moderazione e a vantaggio di tutti. Bisogno di solidarietà nella vicinanza e nella condivisione con chi non ha o ha meno o è rimasto indietro.

E c’è bisogno assoluto, in questa situazione , di contrastare una mentalità e una prassi di sopruso, cupidigia e avarizia con una cultura della bontà, probità e gratuità. Ma per osare questo – per anteporre la rettitudine al tornaconto, per convertirsi al primato del bene morale sul bene utile e piacevole – occorrono grandi motivazioni spirituali, conversione vera delle coscienze. Occorre tornare alla “sapientia cordis” di cui parlava Giovanni XXIII.

Ecco, allora, la Pasqua. La vittoria piena della vita, dell’amore, della speranza. La Pasqua ci coinvolge con tutte le nostre miserie, i nostri disagi, le crisi che ci tocca attraversare, per non lasciarci schiacciare, ma per rialzarci da ogni caduta. Bisogna sempre accendere la stella della speranza, in ogni situazione. La vita vince ininterrottamente sulla morte, il bene è sempre più forte del male. Di questa speranza abbiamo un vitale bisogno tra le angustie e le contraddizioni del presente, per affrontare e non soccombere, e preferire l’onestà alla furbizia, la giustizia al tornaconto, la fedeltà e la gratuità alla doppiezza e all’opportunismo.

Di tutto questo debbono essere particolarmente testimoni i credenti. Diceva don Tonino Bello: “I cristiani dovrebbero essere i «cantori dell’arcobaleno», capaci di passare dalla cultura del lamento al culto della speranza. È tempo di migrare! Occorrono delle transumanze: dall’interesse alla gratuità, dal privato al planetario, dalla solidarietà orizzontale a quella verticale, dalla mentalità del dare allo scambio, dalla carità dossologica a quella politica”.
E, ancora:” Accendere un fiammifero vale infinitamente di più che maledire l’oscurità”.
(Operai sui tetti di una fabbrica. Fonte Internet)

LA RUBRICA 

L’INTERCULTURA NEL PIANETA SCUOLA

La scuola, grazie all”autonomia, è capace di offrire occasioni e strumenti per favorire l”integrazione culturale ed elevare la qualità degli apprendimenti. Di Annamaria Franzoni

Nel corso di questo articolo e per diverse settimane si intende dedicare un ampio spazio di riflessione alla tematica interculturale che nell’attuale società e quindi nella scuola costituisce sempre più evento ordinario ed è sempre meno gestibile nella logica dell’urgenza.
Rispetto alla tradizionale impostazione del problema il pianeta scuola può, attraverso le singole autonomie funzionali delle istituzioni scolastiche, offrire strumenti ed occasioni per integrare concretamente la diversità culturale nel sistema scuola e allo stesso tempo incrementare la qualità degli apprendimenti di tutti e di ciascuno.

La tematica interculturale è divenuta sempre più un evento ordinario che ha inevitabilmente spostato il baricentro dell’obiettivo educativo che la scuola fino a qualche decennio fa si era posto, affrontando in modo sempre più consapevole gli aspetti plurali di una società ipercomplessa e sempre più caratterizzata da un “localizzazione globale” (Bellofiore 2001) e da una “globalizzazione locale” (P. Le Galès 2006). La complessità, infatti, se da una parte indica un’ampliata ricchezza di opportunità e di sviluppo nelle più svariate direzioni, richiama anche all’idea di instabilità e difficoltà a dominare gli eventi: certamente, come suggerisce Morin, la complessità è una parola – problema, e non una parola – soluzione.

Pertanto il ruolo che una scuola avveduta deve assumere è quello di collocare, nel quadro e nel rispetto della normativa vigente, la garanzia dei diritti di cittadinanza di cui sono portatori nella scuola tutti i minori che le vengono affidati, avvalendosi dell’autonomia attribuita alla scuola proprio per garantire un pluralismo territoriale e culturale del sistema di istruzione e formazione.
In qualità di soggetto autonomo la scuola, lasciandosi alle spalle il suo ruolo di garante ed erogatore del servizio assume per effetto degli strumenti legislativi che glielo consentono e chiedono, quello di interfaccia del sistema scolastico a livello territoriale, nell’ottica, manifestamente sostenuta nel D.P.R. n. 275/1999, secondo cui l’autonomia scolastica funziona bene quando il rapporto con le autonomie locali e con gli stakeholders territoriali risultano in piena sintonia.

In particolare, al fine di una concreta integrazione il sistema scuola dovrà impegnarsi al massimo per incrementare la qualità degli apprendimenti di tutti e di ciascuno, richiedendo uno sforzo da parte dei diversi attori che in essa interagiscono o che comunque intorno ad essa gravitano in un’ottica di un’innovazione costante che produca miglioramento: il decentramento costituisce, quindi, lo strumento che, potenziando la motivazione e la partecipazione dei soggetti interessati al processo di inclusione, possa riorganizzare le forme di partecipazione e di esercizio democratico attraverso un’offerta formativa che, nel rispetto della tradizione locale, si apra al confronto con un mondo che eventi storici di ampia portata, fenomeni culturali e il rapido processo tecnologico hanno avvicinato.

LA RUBRICA 

LA LAVORAZIONE DELLA CERA A LIVERI: QUANDO L’ECONOMIA PUNTA SULLA TRADIZIONE

Sono 14 le cererie operanti nella piccola cittadina del comprensorio nolano, tutte ubicate nell”area Pip. Dalle botteghe artigianali alle fabbriche di oggi: storia di imprese che crescono nel tempo.

“Impariamo dal tempo…” è il titolo di un progetto che raccoglie sette “piccoli” comuni dell’Area Nolana (con una popolazione al di sotto dei 5.000 abitanti), i Forum Comunali dei Giovani già attivi nei diversi territori e l’Agenzia Locale di Sviluppo dei Comuni dell’Area Nolana. Il soggetto capofila è il Comune di
Liveri, oggi amministrato da Raffaele Coppola. Ed è da questo progetto editoriale, patrocinata dall’Anci, che apprendiamo notizie su una tradizione economica e produttiva che caratterizza Liveri da decenni, quella della lavorazione della cera. Si racconta che in una puntata della trasmissione “Lascia o raddoppia”, Mike Buongiorno fece una domanda al concorrente: “Sa dire dove è che si consuma molto la cera?”.

Lui non seppe rispondere ed il conduttore diede la risposta esatta dicendo: “Liveri”. E’ un esempio che indica quanto sia forte il legame tra la piccola cittadina e la cera, vero motore dell’economia locale. Esistenti fin dalla seconda metà dell’Ottocento come botteghe artigianali, le cererie operanti oggi a Liveri sono 14, la maggior parte delle quali ubicate nella zona Pip (Piano Insediamento Produttivo). La qualità e la varietà dei loro prodotti sono davvero notevoli: riescono ad immettere sul mercato locale e nazionale ceri votivi e candele ornamentali di ogni forma e fragranza, profumo e dimensione, capaci di incontrare
tutte le esigenze del consumatore.

Qui è costante e sempre in crescita la produzione, la lavorazione e il confezionamento di tutti i prodotti per la cera ed in particolare di lumini, ceroni, candele di ogni tipo e specie e di tutti i derivati connessi alla lavorazione della paraffina, sia in polvere che liquida. E ancora torce a vento, fiaccole, padelle romane, candele steariche, tortiglioni, candele galleggianti, croci, candele alla citronella. Un lungo elenco di prodotti tutti “Made in Liveri”. Tutte le cererie in passato erano collocate nel centro della città fino a quando il numero è aumentato e con esso i rischi ambientali che tale produzione porta con sé. Fu questo uno dei motivi che spinse l’amministrazione del tempo a realizzare un’area circoscritta del territorio cittadino dove confinare tutte le cererie, così da offrire loro uno spazio più idoneo in cui operare e garantire ai cittadini una maggiore sicurezza. Oggi la lavorazione della paraffina, dalla quale si ottiene la cera, non è più legata a sistemi tradizionali ma a macchinari tecnologicamente all’avanguardia.
(Fonte foto: Rete Internet

GLI “INDIGNATI” DELLA POLIZIA PENITENZIARIA IN PROTESTA

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Le condizioni dei detenuti e una poco efficace organizzazione del lavoro, le ragioni del sit-in a Roma. Il mondo delle carceri è la cartina di tornasole di una cattiva gestione politica. Di Simona Carandente

Tra le numerose categorie di lavoratori, dipendenti e non, spinti in piazza da moti di ribellione per la gestione governativa del nostro paese, non poteva mancare la Polizia Penitenziaria: chiamato a raccolta da ogni parte della penisola, attraverso il proprio sindacato di categoria (cd. Sappe) l’organismo ha messo in atto lo scorso 3 aprile un vero e proprio sit in di protesta, innanzi alla sede del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria in Roma, contando su una massiccia adesione di iscritti e non.

Le ragioni della protesta attengono non solo alla disciplina ed organizzazione del lavoro interno, ma soprattutto alle sempre più drammatiche condizioni dei detenuti nelle carceri italiane, rese ancora più evidenti dall’eterna mancanza di uomini e mezzi. Dalle parole di Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria, traspare non solo grande preoccupazione per l’attuale stato di cose, ma soprattutto sostanziale disaccordo sulle manovre politiche recenti che, come espresso dal Capo dell’Amministrazione Penitenziaria Giovanni Tamburino, vorrebbero far fronte al problema del sovraffollamento con l’edificazione di nuove strutture carcerarie.

Secondo Capece, una scelta legislativa di tal genere non risolverebbe il problema dell’organico della penitenziaria, attualmente sotto di settemila unità operative, tenuto peraltro conto che in un anno solare, nonostante i vari tentativi di riforma (legge cd. “Svuotacarceri”), la popolazione detenuta è rimasta sostanzialmente invariata, passando da 67.600 a 66.400 unità. Al centro della protesta, anche la proposta di aumento dell’età pensionabile fino a 70 anni di età, la formazione professionale di fatto inesistente, i mancati pagamenti delle missioni e degli avanzamenti di grado, la politica degli innumerevoli sprechi.

Tale ultimo aspetto, in particolare, impone una riflessione sull’utilizzo delle risorse economiche da parte dell’amministrazione: in molti istituti manca addirittura la carta per stampare, mentre si spendono cifre faraoniche per dispositivi quali il braccialetto elettronico, di fatto inutilizzato nella pratica, ad esclusivo vantaggio dell’azienda che lo offre in concessione; gli stessi mezzi per la traduzione dei detenuti in udienza cadono quasi a pezzi, con enorme rischio per la sicurezza del personale e dei reclusi stessi, mentre somme ingenti vengono destinate alla miglioria estetica delle sede del Dipartimento.

Non si può, di fatto, continuare a chiudere gli occhi su quel che accade nel pianeta carcere: non un mondo a sé, ma sempre più cartina di tornasole della malagestione e della criticità del “mondo reale”, quello dei buoni e dei normali, improntato a logiche incomprensibili ai comuni mortali. (mail: simonacara@libero.it)

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IL GOTICO A NAPOLI, UN TOCCO D”EUROPA SULLE COSTE DEL MEDITERRANEO

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Dopo l”anno 1000 una nuova spinta economico-culturale proietta l”Europa verso il Rinascimento. Napoli, con l”avvento degli Angiò, si prepara a vivere uno dei periodi più felici della sua storia.

Il gotico ha ufficialmente origine nell’Ile-de-France nella prima metà del XII secolo, esattamente nel 1144, anno in cui fu completato il deambulatorio della Basilica di Saint Denis, una delle più importanti cattedrali di Francia. Per più di duecento anni, fino alla sua cosiddetta fase “internazionale”, lo stile gotico si diffuse a macchia d’olio in tutta Europa e coinvolse, oltre ovviamente all’architettura, anche tutti gli altri settori dell’arte, dalla pittura alla miniatura, dalla scultura all’oreficeria.

In senso lato, il gotico può essere considerato, alla pari del Barocco, uno stile “capriccioso”, in cui i virtuosismi tecnici e l’abbondare delle decorazioni, spesso preziose, sono le caratteristiche dominanti. In architettura, ad esempio, il “capriccio” è evidente nella tendenza generale degli architetti gotici ad abolire le masse murarie a favore di elementi portanti e allo stesso tempo decorativi, come colonne, archi, finestre, pilastri e rosoni, spesso arricchiti da elementi plastici, come statue, guglie e pinnacoli, che ornano ulteriormente i colossali edifici gotici.

Proprio la monumentalità delle costruzioni gotiche, altra caratteristica fondamentale di questo stile, dovuta appunto all’abbondante uso di archi, pilastri e colonne, che alleggeriscono la struttura dell’edificio, ha inoltre portato molti studiosi a sostenere che il gotico nascesse dal desiderio, mai spento, dell’uomo di raggiungere Dio; desiderio metaforicamente espresso attraverso le alte e slanciate chiese gotiche, le cui navate spesso si innalzano a decine di metri dal suolo, soprattutto grazie all’impiego smisurato di archi ogivali, o a sesto acuto, già più volte utilizzati in epoca romanica, la cui forma permetteva di guadagnare nuovi metri in altezza.

In Italia, dove la tradizione romanica era fortemente radicata, il gotico giunse relativamente tardi, sul finire del XII secolo, ad opera soprattutto dei monaci cistercensi che, in Francia, avevano quasi subito “riadattato” lo stile secondo la propria regola, eliminando dalle loro chiese ogni forma di eccesso. Questa versione “sobria e moderata” di gotico ben si adattava al clima artistico italiano dove la tecnica dell’affresco, ereditata dagli antichi romani, era rimasta la forma più diffusa di decorazione architettonica.

Era naturale, dunque, che il principio gotico di abolizione delle masse murarie negli edifici ecclesiastici non potesse proliferare in Italia. Per questo motivo la versione cistercense, in cui ampio spazio era lasciato alle semplici mura, sembrò la più idonea a soddisfare le esigenze degli architetti italiani. Nonostante l’enorme diffusione di architetture prettamente gotiche, questo stile trovò ampio seguito, tanto da costringere i moderni storici dell’arte a coniare appositamente l’espressione gotico italiano.

Particolarissimo è il caso di Napoli dove, sotto il dominio francese degli Angiò, il gotico si affermò in una versione ancora più spettacolare. Dal 1266 gli Angioini governavano sulla città e una rete di scambi commerciali e culturali legava la città alla Provenza, territorio di origine della casata. Per più di un secolo artisti e architetti francesi lavorarono fianco a fianco con artisti e architetti napoletani. Il risultato fu la formazione di uno stile ibrido, a cavallo tra quello francese e quello italiano, tuttora visibile nei due più importanti cantieri ecclesiastici angioini: la Basilica di San Lorenzo Maggiore e il Complesso monastico di Santa Chiara.

La Basilica di San Lorenzo Maggiore (foto), eretta a partire dal 1270 da Carlo I d’Angiò, è una delle più antiche chiese di Napoli. Sebbene la facciata sia stata ricostruita in epoca barocca da Ferdinando Sanfelice, la chiesa conserva al suo interno gran parte della struttura originale. L’edificio è caratterizzato da un ampia navata centrale, separata dalle più basse navate laterali da una serie di archi ogivali poggiati su pilastri a fascio. Grandi finestroni, anch’essi ogivali, innalzano ulteriormente le mura circostanti, evidentemente progettate dalle maestranze italiane. L’abside, invece, considerato uno dei più rari esempi “classici” di gotico francese, appare completamente traforato da archi e finestre a sesto acuto, secondo la più radicale tradizione nordeuropea.

La Chiesa e il Monastero di Santa Chiara, edificati da Roberto d’Angiò e dalla moglie Sancha d’Aragona tra il 1310 e il 1340, presentano ancora numerose caratteristiche gotiche nonostante i copiosi rifacimenti barocchi e il quasi completo restauro dell’edificio ecclesiastico, che era andato in gran parte distrutto in seguito a un incendio scoppiato a causa di un bombardamento nella Seconda Guerra Mondiale. Originariamente la Basilica di Santa Chiara doveva apparire molto simile a quella di San Lorenzo Maggiore, ma, a differenza di quest’ultima, essa presenta molti più elementi derivati dalla tradizione architettonica italiana.

Lo dimostra la completa inesistenza dell’abside, al cui posto pochi elementi decorativi, un finestrone e tre oculi, lasciano emergere ampi spazi di muro che ospitavano, come tutto il resto della superficie muraria della chiesa e delle sue cappelle, la perduta decorazione ad affresco di Giotto, di cui oggi restano solo alcuni frammenti, tra cui parte di un Compianto sul Cristo morto nel Coro delle Monache.

Entrambe appartenenti all’ordine francescano, queste due chiese sono certamente tra le più importanti di Napoli. Pare infatti che, in San Lorenzo, Boccaccio incontrasse per la prima volta la sua Fiammetta e che, nell’annesso convento, Petrarca dimorasse. Nella stessa basilica, inoltre, fu consacrato sacerdote San Ludovico da Tolosa, il santo erede rinunciatario del trono angioino. In Santa Chiara, invece, oltre alle tombe dei sovrani Angioini, è presente il sepolcreto ufficiale dei Borbone e la tomba di Salvo D’Acquisto.

Tutto ciò concorre a circondare di fascino due delle più belle chiese della città. Esse sono il ricordo di una Napoli capitale, moderna ed “europea”, di un’epoca lontana eppur determinante in quel lento processo che ha reso la città partenopea uno dei luoghi più affascinanti del mondo.
(Fonte foto: Rete Internet)

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