SAN GIORGIO, “SQUARCI MECCANICI – SETTE VITE COME I GATTI”

Vernissage della mostra personale di pittura di Pautiero, sabato 14 aprile alle 19 a Villa Bruno.

La mostra di pittura personale Giuseppe Autiero (Pautiero) è organizzata nel settecentesco Piano Nobile della storica Villa Bruno, col Patrocinio morale del comune di San Giorgio a Cremano, Egida dell’Istituzione Premio Massimo Troisi. Curata dalla dott.ssa Rosaria Pannico e presentata da Virginia Maresca responsabile della rivista Dream-magazine, si terrà sabato 14 aprile 2012 alle ore 19:00; con ingresso gratuito.

L’esposizione dei quadri di Pautiero fino al giorno 28 aprile ove si concluderà con finissage.
La mostra sarà aperta dalla performance live di Antonio Imparato & Collettivo 7 che presenterà il 3° clippening dello spettacolo "Sette Vite Come I Gatti".

Giuseppe Autiero Nasce a Napoli nel 1975 e fin da piccolo subito capisce che il disegno è il suo mezzo per comunicare tutto ciò che non riesce ad esprimere attraverso la parola fu dunque proprio la sua voglia si disegnare a dare inizio ai suoi studi: diplomatosi con il massimo dei voti presso l’istituto d’Arte frequenta il corso di Scenografia presso L’ Università Suor Orsola Benincasa ove si laurea conseguendo 110 e lode con un a tesi in storia dell’arte contemporanea nei paesi extraeuropei dal titolo “Arte e Cartoon”.Negli anni sperimenta tecniche diverse fino a giungere alla serie “Squarci Meccanici” dove circuiti elettrici di riciclo vengono combinati tra loco con colori ad olio giornali ed oggetti che appartengono ai suoi ricordi.

A partire dagli anni ‘90 inizia una nuova ricerca dal titolo “Sovrapposizioni” servendosi di tecniche tradizionali con le quali da vita ad uno stile contaminato dal fumetto che sfrutta la superficie bidimensionale della tela affollandola di sagome e forme che attingono a simboli e segni della comunicazione. Nel 2009 vince il concorso di scultura per il ministero delle infrastrutture. Inizia nel 2011 una collaborazione artistica col musicista Antonio Imparato dando vita all’idea multimediale “vite come i gatti”. Patrocinata e promossa dallo spazio “Il giardino segreto del marchese” di Cava dei tirreni (SA). Sette tele inedite realizzate sui brani di Antonio imparato ideatore ed autore del progetto. Una nuova idea di fare arte: un progetto in cui discipline artistiche diverse tra loro riescono a dare vita ad un’opera d’arte unitaria che comunichi in maniera semplice e diretta con il pubblico attraverso dei clippening (parola nata dalla fusione di clip e happening) che fruttano l’immediatezza della musica e la forza delle immagini. 

IMMIGRATI. DALL’ASSIMILAZIONE ALL’INTEGRAZIONE: IL RUOLO FONDAMENTALE DELLA SCUOLA

La realtà che ci circonda non consente dubbi: la scuola può costituire il motore di trasformazione che possa designare modalità vincenti in cui le culture si mescolino e si rinnovino. Di Annamaria Franzoni

Gli attuali scenari nei quali si sviluppa la relazione all’interno e all’esterno del “pianeta scuola” e quindi dell’attuale società sono contraddistinti da un sistema in cui convivono diverse etnie che determinano una società multiculturale derivante da un antico ma crescente e ben più complesso fenomeno di migrazione internazionale ed intercontinentale. Ne derivano variegate problematiche che vanno dalla convivenza tra minoranza e maggioranza, all’accoglienza, alla comunicazione tra culture che presentano “vocabolari” diversi sotto svariati profili, alla difficoltà di comprendere e condividere diversi linguaggi.

La scuola costituisce lo spazio vitale in cui si può misurare sia a livello normativo che operativo l’operazione di inclusione degli immigrati come portatore di aspetto arricchente a livello culturale e socio – relazionale. La natura processuale dei rapporti tra stranieri e società ospitante nel nostro Paese è andata, infatti, in linea di massima orientandosi, almeno nella teoria pedagogica e non sempre nella realtà fattuale, verso un concetto di integrazione interculturale, piuttosto che verso processi assimilativi che finirebbero per snaturare la cultura del popolo migrante.

Pertanto, un bambino o un adolescente che accede alla formazione scolastica italiana ha necessità di tempi molto lunghi per interiorizzare gradualmente i modelli comportamentali e gli orientamenti valoriali della nostra società e pertanto in una prima fase, talvolta non misurabile, ha bisogno di sentirsi accolto con la sua storia, con la sua cultura, con il suo stile di vita, con il suo “mondo” e solo gradualmente potrà pervenire affrontando e superando una serie di conflittualità, ad accettare ed essere accettato nella nuova realtà.

In particolare la scuola costituisce il luogo maggiormente favorevole affinché tale processo si realizzi e dal momento che l’assimilazione comporta un sostanziale abbandono della cultura d’origine – come prescritto dal modello americano del melting pot -, è attraverso l’integrazione che si può si può provare ad accettare e a valorizzare il pluralismo culturale nello spazio vitale della crescita dell’individuo. La flessibilità e la disponibilità verso il nuovo e il diverso, l’ambiguità di significato che circonda l’uso dei concetti di assimilazione e di integrazione ha indotto di frequente a differenti espressioni ed interpretazioni sulle quali è ormai tempo di far luce senza fraintendimenti.

La realtà che ci circonda non consente dubbi e perplessità e la scuola può costituire il motore di trasformazione che possa designare modalità vincenti in cui le culture si mescolino, si rinnovino, si rigenerino a pieno vantaggio del “novello cittadino del mondo”.

ARTICOLO CORRELATO 

OSPEDALE SAN GENNARO. GIOCHICCHIANO SULLA PELLE DEI MALATI

Il manager del “S.Gennaro”, nonchè sindaco di Ottaviano, ha denunciato i rischi e i pericoli gravi di quell”ospedale. È stato rimosso, ma si è salvato. Di Carmine Cimmino

La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai militari (D.Lloyd George, forse)

La polemica non è un’arte facile. Vuole una buona dose di logica, vuole frecce appuntite, vuole, soprattutto, un uso almeno accettabile della parola e della penna. Pretende il rispetto di chi ci sta di fronte. Una polemica che voglia essere seria deve saper dare ragione all’avversario, quando l’avversario ha ragione. Lo impone la logica, lo impone la tattica.

Il dott. Mario Iervolino, sindaco di Ottaviano, è stato, quando era giovinetto, allievo di una grande università della politica, la Democrazia Cristiana, e di una facoltà storica, il doroteismo. Oggi chi rimpiange la D.C. riconosce che quel partito, pur responsabile e corresponsabile dei guasti più gravi del sistema italiano, tuttavia pretendeva che i politici e gli amministratori, a qualsiasi livello, rispettassero, in pubblico, le regole della “sacrestia“: decoro, misura, silenzio totale sul privato. Tra l’altro, tutte le correnti della D.C. adottarono la norma dorotea del “far gavetta“ (che era una norma della Chiesa, ed era una norma del P.C.I): il primo mandato elettorale serviva da apprendistato; il secondo incominciava ad aprire qualche porta secondaria del palazzo del potere; il terzo consentiva di essere ambiziosi.

Non riesco ad immaginare un ministro dell’interno democristiano o comunista che si presenta su un palco impugnando e agitando una scopa, come ha fatto il sig. Maroni, qualche giorno fa. Spero che l’abbiano visto quelli del PD che lo considerano il capo di un’altra Lega, diversa dalla Lega dei Bossi. Per fortuna nostra, la Lega è una sola.

Dunque, il 3 gennaio 2012 il commissario straordinario dell’azienda sanitaria, il generale Maurizio Scoppa, nomina il dott. Iervolino direttore sanitario dell’ Ospedale San Gennaro, quello dell’ascensore precipitato, e di Striscia la notizia. Poiché anch’io sono stato democristiano ( ma non doroteo), e poiché so, dalle cronache, come è ridotto l’ospedale, dico: questa nomina è una trappola, vediamo come ne esce il dott. Iervolino. Il dott. Iervolino ne esce da doroteo. Quel doroteismo che ha indotto Iervolino sindaco a compiere alcuni seri errori, di scelta, di valutazione e di indirizzo, consente a Iervolino direttore sanitario di uscire dalla trappola correndo il rischio, necessario e calcolato, di una rimozione che le combinazioni del futuro potrebbero trasformare in un successo.

Il direttore sanitario dott. Iervolino descrive al commissario straordinario le condizioni dell’ospedale: gli ascensori crollano al suolo o fanno le bizze fermandosi all’improvviso e “creando problemi per il trasporto al blocco operatorio, ma anche per pazienti oncologici e ematologici in day – hospital“ ( La Repubblica, 7 aprile ); non c’è personale in reparti fondamentali; funziona una sola sala operatoria, su cui ruotano sei unità operative; il materiale chirurgico viene sterilizzato all’esterno; disastrose risultano le condizioni di igiene dei locali“ dove sono stoccati gli alimenti per la nutrizione artificiale domiciliare.”.

Il commissario straordinario risponde con un contrattacco: se il dott. Iervolino scrive cose esatte, al San Gennaro serve un direttore che garantisca quella “costante presenza“ che un sindaco non può garantire: e dunque lo mando a dirigere un presidio sanitario polifunzionale. “Dispongo“ scrive il generale commissario: e La Repubblica parla di manager rimosso, altri, a seconda dei gusti, di manager silurato, o affondato. Dico che il dott. Iervolino doveva fare quello che ha fatto, in nome dell’etica, poiché non c’è nulla di più ributtante che il tatticismo sulla pelle dei malati. Dico che egli è uscito da una trappola, in cui, se fossi maligno, ma non lo sono, potrei sospettare che qualcuno l’abbia tirato con la speranza che facesse da capro espiatorio. Il commissario straordinario, che è un generale, non credo che non sapesse, quando l’ha nominato direttore, che il dott. Iervolino è anche sindaco di Ottaviano.

Non credo che ignorasse lo stato dell’ ospedale, e la gravità dell’emergenza sociale nei quartieri che fanno da territorio all’ospedale. Il dott. Iervolino si è scientemente salvato da probabili guai giudiziari e ha accettato la rimozione nella speranza che domani, se e quando sui palazzi della Regione sventoleranno altre bandiere, il sacrificio di oggi venga generosamente ricompensato, e alla vittima di oggi si riconosca il diritto al risarcimento. Un risultato già lo ha messo in cassa, il dottor Iervolino: i sindacati di categoria e i sindacati provinciali sono tutti con lui, e Angela Cortese, del PD, ha strepitato contro i decreti del generale commissario. Da cittadino, noto con amarezza che siti e giornali si sono interessati dei protagonisti, piuttosto che della gravità della situazione che il dott. Iervolino ha descritto.

Della sanità e della povertà non si dovrebbe mai parlare in termini di percentuali e di categorie generali: il dramma di un solo malato, di un solo povero toglie senso e valore a tutti i discorsi sui tagli e sulle razionalizzazioni della spesa, in un Paese in cui i partiti, tutti i partiti, fingono di non capire che la gente pretende non la gestione trasparente dei rimborsi elettorali, ma la cancellazione totale e tombale di questo sperpero osceno del danaro pubblico.

Una breve nota sulle ultime polemiche politiche di Ottaviano:
Il direttore del mediano.it ha pubblicato un documento con cui il prof. Guastaferro Crescenzo, segretario del Partito del Popolo Campano, che sostenne nelle ultime elezioni comunali il dott. Iervolino, ne chiede le dimissioni, perché non ha assegnato alla lista l’assessorato pattuito. Mi raccontano che il dott. Iervolino propose l’assessorato al sig. Sciesa, primo eletto della lista, e che il sig. Sciesa rifiutò: dunque, l’onore del sindaco dovrebbe essere salvo. Spero che il direttore del giornale abbia controllato l’autenticità del documento, perché il testo è, diciamo così, contratto, spastico, sussultorio, anomalo e, qua e là, criptico, enigmatico, oscuro.

L’agitazione di chi scrive è così intensa, così alluvionale, che sembrerebbe un artificio, se non trovasse una plausibile spiegazione in un fatto grave: un assessorato promesso e, secondo il professore, mai concesso. Ma mi permetto di dire al prof. Guastaferro Crescenzo che la politica non merita tanto sconquasso, e che le sorti di Ottaviano sono una misera goccia nel grande mare del destino del popolo campano, a cui il partito del professore riserva, per definizione, la sua prima attenzione. Non credo che il prof. Guastaferro abbia frequentato la scuola dei dorotei.

Se l’avesse frequentata, avrebbe condotto in altro modo le trattative col dott. Iervolino. Prof. Guastaferro, quando il sig. Sciesa è entrato a far parte della sua lista? Prima o dopo che lei si è abboccato con il dottore? Dopo: mi ci gioco il distintivo di tifoso della Fiorentina. Ho indovinato?

ARTICOLO CORRELATO 

PICCOLE BUGIE TRA AMICI

Guillaume Canet riunisce alcuni dei migliori attori francesi in circolazione per un classico ritratto generazionale di un gruppetto di amici quarantenni, immaturi e bugiardi, alle prese con i problemi della vita.

Un gruppo di amici si incontra annualmente per le vacanze in una località sulle coste dell’Atlantico. Come nella migliore tradizione del genere, ognuno prova a nascondere i propri turbamenti. Dietro l’amico sorridente si agitano segreti e malumori. Nonostante uno del gruppo – Ludo – abbia subito un grave incidente in moto, gli altri decidono di partire. Ma l’incidente dà il via ad una rimpatriata dove le novità, in negativo, non mancano; c’è chi sta per divorziare dalla moglie e si è innamorato del suo migliore amico, chi vive il sesso come unica scintilla di una vita piatta, chi si avvolge nella nostalgia di un vecchio amore perduto e così via. Tra una rivelazione e l’altra, le bombe verranno a galla. Il clima di relax vacanziero diventa un ricordo, sostituito da tensioni dalle tinte molto emotive.

Il riferimento del genere, scontato, è quel Grande Freddo di Kasdan del 1983, con la sua generazione di ex-sessantottini (e il cast straordinario) trasformati dalla vita in un gruppetto di adulti disillusi e nevrotici. Il film di Canet riprende dal celebre modello americano l’impostazione corale, mettendo da parte eccessive finezze alla regia e lasciando il palcoscenico al suo gruppo di attori e alla reciproche interazioni.
Come quel film cult, anche Piccoli segreti tra amici ha il suo punto di forza nella debolezza dei caratteri. A parte alcune eccezioni, i personaggi sono tutti dipinti come immaturi e impreparati, nonostante l’età.

Tutti nascondono qualcosa e solo a fatica riescono ad uscire allo scoperto. Quando la verità emerge nessuno sembra preparato a gestirla, da qui isterie, cattiverie e scenate di vario tipo.
Il pubblico si gode la consolazione che deriva da questa debolezza altrui. In ogni caso, un merito di Canet è la capacità di lasciare che il film si articoli su toni diversi. Il dramma lascia spesso spazio ai sorrisi amari, fatto non scontato vista la carica emotiva dei temi presentati.

Ovviamente non mancano le “scene madri”, dove rabbia, urla e lacrime occupano il palco. Ed è forse in questi momenti che il film esagera. Il catalogo di sventure è impressionante: omofobia, tradimento, indolenza, fallimenti e tanto altro ancora. L’umanità di Canet è desolante quanto ad incapacità di gestire in modo maturo gli eventi che si presentano. Come da tradizione, la figura che prende il sopravvento è quella del quarantenne con evidenti problemi di crescita, a mollo tra le responsabilità dell’età e dello status sociale e una debolezza che sembra strutturale e inevitabile.
In questi passaggi manca qualcosa.

Il film carica a testa bassa i momenti drammatici. Il lavoro discreto di costruzione dei personaggi si perde sul più bello, cioè quando nei protagonisti sembra prodursi qualcosa che li porta al cambiamento. La sensazione è che Canet abbia preferito giocare di furbizia e sfruttare lo straordinario cast a sua disposizione; così i vari Cluzet, Cotillard, Lellouche, Dujardin – tutti in straordinaria forma – si prendono gradualmente la scena, esibendosi sulla base di un copione non sempre all’altezza.

Tuttavia, qui sta la furbizia, il film prende. Lo spettatore viene colpito allo stomaco da qualcosa che ha sperimentato almeno una volta nella sua vita – dato il ventaglio enorme di debolezze umane che Canet imbastisce – e viene portato quasi inconsciamente a completare da sé quelle lacune di scrittura che saltano fuori.
Così il film scivola via in modo commerciale, nel senso di opera che cerca di ammiccare alla fetta più ampia possibile di spettatori. I meriti del cast superano col passare dei minuti quelli del regista, al quale va comunque dato atto di un’ottima direzione e di una discreta abilità nel gestire i toni diversi.

Si ride e ci si emoziona – obiettivi non da poco – ma ad un livello superficiale. Il risultato è un film trascurabile, lacunoso nella sua smania di parlare a tutti, sovrabbondante, carico di emozioni e sentimenti contrastanti. Tante, troppe cose, per costruire un ritratto profondo e sincero.

Voto: 5,5/10
Regia di Guillaume Canet, con François Cluzet, Marion Cotillard, Gilles Lellouche, Jean Dujardin, Benoit Magimel
Titolo originale: Les petits mouchoirs
Durata: 155 minuti
Uscita nelle sale: 6 aprile 2012

LA RUBRICA 

LE RIPROVEVOLI VICENDE DEI DURI E PURI DELLA LEGA NORD

0
Il partito antiromano, antimeridionalista, xenofobo, che ha varato leggi durissime contro i clandestini, ha usati i soldi degli italiani per le spese personali di Bossi e family. È tempo di voltare pagina, finalmente. Di Don Aniello Tortora

La vicenda che vede la Lega Nord, a suo tempo partito dei “duri e puri”, al centro di un’inchiesta coordinata da tre Procure della Repubblica, pone delle serie domande, con risvolti che sembrano tratti dalla più grottesca delle commedie all’italiana. Noi meridionali, attaccati continuamente dai leghisti, possiamo anche tentare di ridere per non piangere. È assurdo, ma vero, constatare che alcuni fondi pubblici destinati al partito di Bossi siano stati distratti per far fronte alle spese scolastiche del figlio Renzo, “il Trota” (foto) o per comprare macchine di lusso all’altro figlio, o anche per pagare le spese di un intervento di chirurgia estetica al figlio più piccolo di Bossi, che si è rifatto il naso.

Il quadro tratteggiato dalle tre Procure (Reggio Calabria, Napoli e Milano) ha davvero dell’incredibile. I magistrati indagano su riciclaggio e reimpiego di capitali di provenienza illecita, oltre che su appropriazione indebita e truffa aggravata ai danni dello Stato. I fondi pubblici destinati al partito sarebbero stati utilizzati anche per “esigenze personali di familiari di leader della Lega Nord”. Le indagini degli inquirenti parlano di un vortice di spese: auto, pranzi, cene, spese scolastiche per il "delfino", ristrutturazioni. Tutto per le “piccole” spese della famiglia del capo. Un gigantesco bancomat tribale a fondo perduto, finanziato con le tasse degli italiani, mai contabilizzato, come impone invece la legge. Vicende del genere sono sempre riprovevoli.

Ma se i fatti contestati si rivelassero veri, il solo pensiero che un partito antimeridionalista, antiromano e xenofobo, che ha varato leggi durissime contro i clandestini e si è battuto contro gli sbarchi degli immigrati africani, avesse al suo interno dirigenti di questa specie, tutto questo produce una sensazione di particolare ribrezzo. I cittadini, ancora una volta, sono storditi da inchieste, illegalità, malaffare dei partiti. C’è bisogno urgente di risposte immediate che salvino un sistema politico sull’orlo del baratro. Occorre l’obbligo di dare segnali forti su una nuova legge sul finanziamento, le spese, le regole dei partiti. I partiti, sale della democrazia, vanno gestiti e governati; ma senza rubare e senza imbrogliare.

Sarà necessario che i conti dei partiti siano controllabili dall’ opinione pubblica, che le spese siano pertinenti allo scopo che anima un organismo politico, che vi sia un protagonismo sempre maggiore da parte dei cittadini nell’ attribuzione del finanziamento. Il finanziamento pubblico deve restare perché, come ha detto qualche politico, “se non ci fosse, il rischio sarebbe una deriva populista affidata a miliardari che suonano il piffero”. Per questo è urgente cambiare, mantenendo forme di finanziamento che affranchino i partiti dalla spasmodica necessità di trovare soldi, ma anche introducendo sanzioni e controlli che scoraggino l’ abuso di quei soldi. Ma bisognerà trovare anche le forme tecniche migliori perché i cittadini siano più protagonisti nell’ attribuzione di risorse alla politica.

Io credo che il “terremoto- Lega” potrebbe innescare una spirale positiva per dire un NO netto e chiaro al familismo, per evitare che in famiglia la politica la faccia più di una persona, come spesso sta accadendo, anche nelle nostre amministrazioni comunali. È giunto il tempo, ormai, non più procrastinabile, di voltare finalmente pagina. Mi domando: cosa pensano, nella rabbia, davanti a questi episodi di corruzione, tutti quelli che sono costretti a pagare regolarmente l’Imu, le tasse, l’Iva, il rincaro della benzina, dell’Enel, del gas, dell’acqua, dei generi di prima necessità? E i precari, i disoccupati e quelli che, oggi più che mai, non arrivano alla fine del mese?
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA 

PORTICI. UNA PASTORAIA IN CITTÁ

Rosa Loporchio è un”abile artigiana che perpetua l”Arte presepiale del “700.

Il presepe napoletano è un’Arte antica che, purtroppo, va scomparendo; anche Goethe, nel suo “Viaggio in Italia” del 1787, ne rimase incantato; lo vide come uno svago, ma l’arte presepiale è molto di più. Nella sua complessa composizione, nel verismo delle sue rappresentazioni, non è solo un simbolo religioso; piuttosto rimane il luogo dell’immaginario collettivo dove si realizza la partecipazione viscerale, e tutta partenopea; è il caldo scenario dove si concretizzano i desideri che aiutano ad affrontare una realtà non sempre comprensibile e lasciano spaziare nell’immortalità rimanendo nel tempo attuale. A Portici abbiamo una giovane artigiana veramente brava, Rosa Loporchio, che ha raccolto il testimone dei grandi maestri della tradizione; ha messo su un piccolo ma dinamicissimo laboratorio in via Immacolata, dove mantiene vive le tecniche artistiche della lavorazione dei pastori del ‘700, apprese con tanto studio e, soprattutto, con tanta passione. Rosa ci ha parlato della sua manifattura artigianale, che realizza anche sfondi presepiali e statue di santi e personaggi della cultura napoletana in genere.

Il suo è un lavoro che si svolge principalmente nel periodo natalizio?
“Assolutamente no: rifornisco tutto l’anno alcuni artigiani di San Gregorio Armeno, proprio perché questo è un tipo di artigianato che funziona sempre, dal momento che il turismo è continuo. Purtroppo, si parla di presepi solo in occasione del Natale, e, quindi, viene considerato un lavoro di ‘nicchia’, specialmente qui a Portici, che non ha il flusso turistico di Napoli”.

Come ha iniziato?
“Per passione; poi è diventato un lavoro. Se non ci fosse stata la passione non sarei arrivata ai risultati raggiunti, perché è una lavorazione praticata, ormai, solo da poche persone, assolutamente artigianale e che si rifà interamente alla tradizione del ‘700 napoletano. Mi occupo di tutto personalmente, dalla produzione dei manufatti nei minimi particolari, ai contatti con gli acquirenti, fino al confezionamento degli abiti dei pastori”.

Come si realizza un pastore tradizionale?
“Si prepara uno scheletro flessibile con fil di ferro rivestito di canapa, che da la possibilità di posizionare il pastore nella posizione desiderata; sullo ‘scheletro’ vengono montati mani, testine e piedi, tutti modellati a mano e dipinti con colori ad olio, non acrilici. Ogni testina ha la sua espressione particolare, la sua propria caratteristica; gli occhi sono di vetro, sempre fatti e dipinti a mano. In ultimo vengono messi i vestiti, che variano secondo il personaggio; cerco di trovare delle stoffe ricche e possibilmente usate, altrimenti provvedo io ad invecchiarle opportunamente. Realizzare i personaggi richiede un tempo abbastanza lungo, ma il risultato è che ogni pezzo è unico, non ce ne sono di identici”.

Ha fatto studi particolari?
“Mi sono diplomata al Liceo Artistico; poi, ho frequentato Scuola d’Arte. Contemporaneamente, andavo nelle botteghe di San Gregorio Armeno, ad imparare praticamente come si realizzavano i presepi,a rubarmi il mestiere, perché certe cose non c’è scuola che possa insegnarle … Inoltre, mi sono perfezionata con vari corsi della Regione Campania: ho fatto persino quello di scenografia. I miei maestri sono stati Pinfildi, Scialò e Molli: praticamente i maestri dei… maestri! Loro riproducono rigorosamente i pastori del ‘700 con mani scolpite in legno, o le corna degli animali, realizzate in piombo o in legno, secondo la tecnica originale.

Sono piccoli accorgimenti, e, devo dire che, con me, non sono stati gelosi della loro Arte. Con loro ho fatto stage, conseguito attestati; da loro ho appreso i segreti del rifacimento dei pastori napoletani, le classiche tecniche antiche … Oggi, rifornisco con i miei manufatti quelle botteghe di pastorai dove ho appreso l’arte. Ho anche l’abilitazione all’insegnamento, ma è difficile entrare nel mondo della scuola. Partecipo, inoltre, a varie mostre; una mia creazione è stata esposta ad una mostra sull’artigianato italiano in Albania grazie all’Associazione ‘Amici del Presepe’ di Ercolano”.

A Portici è presente quest’Associazione?
“No, purtroppo. Uno dei motivi per cui ho voluto aprire un laboratorio nella nostra città è stato proprio perché qui mancava la cultura del Presepe. All’inizio ero un po’ timorosa; poi ho visto che c’è un certo riscontro, le persone sono interessate, tanto che vengono a frequentare i miei corsi privati. Comuni come Ercolano, Torre del Greco, San Giorgio e, naturalmente, Napoli, organizzano spesso laboratori e mostre, invece qui a Portici non succede; solo una volta, nel 2008, s’è tenuta a Villa Savonarola un’esposizione durante il periodo natalizio, ma, purtroppo, non si è più ripetuta.

Mi dispiace per la mia città: bisognerebbe incentivare l’Arte Presepiale, magari creando laboratori per i ragazzi, portandola nelle scuole. Sarei ben felice di collaborare: visto che già lo faccio per le Associazioni degli altri comuni, preferirei, naturalmente, farlo per Portici, dove la mia bottega suscita un certo interesse. Ho cercato di sensibilizzare l’Amministrazione comunale con un serie di proposte, ma la cosa non ha mai avuto seguito. Peccato, perché negli ultimi anni c’è stata una riscoperta di quest’antica arte: il presepe napoletano viene apprezzato in tutto il mondo, è un artigianato che potrebbe diventare un eccellente sbocco lavorativo, se solo più giovani venissero introdotti in questo settore”.
LA RUBRICA 

CERTEZZA DELLA PENA E FUTURO OLTRE LE SBARRE

0
Contro le carceri che scoppiano sarebbe opportuno prevedere una gamma ampia di misure alternative alla detenzione. O perlomeno, la concreta attuazione degli istituti già previsti sulla carta. Di Simona Carandente

Non è facile spiegare alle "persone comuni" i meccanismi, spesso complessi e contorti, della detenzione; spesso non si può che rimanere senza parole di fronte a chi, madre o parente di una persona ristretta in carcere, ci chiede insistentemente il perché la giustizia funzioni solo per alcuni, mentre "assassini e pedofili" si trovano in libertà (a loro dire); non è neanche agevole, dal punto di vista etico, il far comprendere ad una persona offesa dal reato che la condanna, laddove dovesse essere pronunciata, non comporterebbe comunque l’automatico riconoscimento di un diritto al risarcimento, né l’ottenimento dello stesso in via immediata.

Paradossi della giustizia per alcuni, falle del sistema per altri: due facce della stessa medaglia, che trovano il minimo comune denominatore nel problema della certezza della pena, nonché nell’aspetto rieducativo connesso a quest’ultima, anche alla luce dell’adempimento delle obbligazioni civili nascenti da reato.

Per chi sbaglia la prima volta, commettendo naturalmente reati minori, è difficile che si spalanchino le porte del carcere, come forse è giusto che sia: l’istituto della sospensione condizionale della pena, ad esempio, fa salve le condanne a pena detentiva fino a due anni, a condizione chiaramente che non vengano commessi altri reati nel quinquennio successivo. Cosa succede per chi è ammesso a goderne? Sostanzialmente nulla, posto che alla prima condanna può accompagnarsi, come spesso accade, la non menzione nella condanna nel casellario giudiziale.

Sarebbe opportuno che il legislatore prevedesse, in tutti i casi di riconoscimento del beneficio, la prestazione obbligatoria di lavoro di pubblica utilità, ancorchè non retribuito, in attività legate al campo del sociale e magari legate al commesso reato, ovvero prevedere che quest’ultimo sia vincolato all’adempimento degli aspetti civili, quali ad esempio al pagamento della somma stabilita a titolo di provvisionale o al versamento dell’assegno di mantenimento. Chi ha commesso un reato, per la prima volta nella sua vita ma anche da recidivo, deve essere messo in condizione di capire la gravità del suo gesto, ma anche costituire una forza lavoro per la società civile: non un fardello del quale sbarazzarsi, ma un soggetto in carne ed ossa che deve essere rieducato, pagare per quello che ha commesso ma anche indotto a riflettere, oltre che ad adoperarsi continuamente per il bene comune, oltre che proprio.

Anche se con peculiarità diverse, il problema della pena e del reinserimento sociale si pone anche per i condannati definitivi: contro le carceri che scoppiano, difatti, sarebbe opportuno prevedere una gamma ulteriormente vasta di misure alternative alla detenzione, che non prescindano dall’attività lavorativa e dal costante monitoraggio dei servizi sociali.

Ancora una volta, come spesso accade nel nostro Paese, il vero problema non è l’esistenza di tali istituti sulla carta, ma la loro concreta attuazione: basti pensare alla misura dell’affidamento in prova al servizio sociale (art. 47 Legge Ordinamento Penitenziario), sorta per offrire al detenuto una possibilità di inserimento attraverso gli stessi servizi sociali, che allo stato non trova applicazione se non è il recluso stesso, con difficoltà facilmente immaginabili, a fornire al magistrato la disponibilità all’assunzione da parte del datore di lavoro. Come a dire, il cane che si morde la coda. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA 

RENOIR E LA CAMPANIA: CAPRI E LA TAPPA NUMERO DUE DELL’IMPRESSIONISMO “NOSTRANO”

0
Arrivato a Capri nel dicembre 1881, il francese, alle prese con la svolta classicheggiante della sua pittura, rimane folgorato dall”isola, dove realizza la celebre “Bagnante bionda sulla riva del mare”.

Quello che Renoir aveva intrapreso in Italia nell’autunno del 1881 era nato come viaggio di studio; e Renoir se la gode tutta l’Italia, in lungo e in largo, da Nord a Sud, spremendo ogni goccia di quella cultura artistica che trasuda anche dai centri più piccoli disseminati per lo Stivale. Le bellezze nostrane lo avrebbero convinto che “dopo aver visto Venezia poi Roma, Napoli e infine essere giunto in quest’isola [Capri, ndr], ho finalmente capito che gli italiani non hanno nessun merito a fare una grande pittura. Gli basta guardarsi intorno”.

L’ ispirazione per un cambiamento di rotta nella sua maniera era necessaria dopo aver abbracciato e patrocinato in prima persona il rinnovamento della pittura in senso impressionista; fu così che lo stimolo classicheggiante italiano lo rapì a tal punto da sconvolgerne la tecnica pittorica. Ma accanto al repertorio più vasto della classicità, l’ Italia, e in particolare il soggiorno a Capri, toccarono le corde più profonde della sua anima attraverso la suggestione e i capolavori a cielo aperto, gli scorci e le tradizioni, il folclore e il colore tutto italiano.

Nella raccolta epistolare indirizzata alla Charpentier, Renoir tradiva la meraviglia e la placida armonia isolana che, insieme con la compagna, si godeva nel dicembre di quell’anno : “L’isola è piccola piccola, come ce l’aspettavamo, ma piena di charme. A noi, che passiamo molto tempo vicino al mare (alloggiamo all’Hotel du Louvre, che ne dista poche decine di metri), sembra che i suoi abitanti facciano due soli mestieri: gli uomini sono tutto marinai, le donne invece filano la seta o fanno le tessitrici, anche se non per conto loro, ma di mercanti che vengono da Napoli. Figuratevi dunque la felicità di Aline: è a casa sua! Non ce n’è una, qui – le Carmela, Angelina, Lucia – con la quale non abbia scambiato qualche parola, quanto meno un saluto, un sorriso. Un’isola popolata di grisettes non ce la saremmo mai immaginata!”.

Sembra che un repertorio iconografico pressoché illimitato gli si presenti sotto gli occhi, in ogni momento. Le donne impegnate nel lavoro di tessitura o gli uomini alle prese con le reti in mare, i vicoli stretti e pittoreschi, le impressioni della Grotta Azzurra: il soggiorno caprese è davvero breve, ma Renoir rimane folgorato. Era inevitabile che il maestro francese fosse ispirato dai colori e dalle atmosfere uniche dell’isola. Qui dipinge almeno due quadri: una “Baia di Capri” e la celebre “Bagnante bionda sulla riva del mare”(foto), anch’ essa custodita allo Sterling and Francine Clark Institute di Williamstown, dove si possono ammirare i più grandi capolavori degli impressionisti raccolti a partire dagli anni ’20 dai coniugi Clark.

Una bellissima giovane dai capelli rossi e dalle forme rotonde e sensuali ricorda certi profili cinquecenteschi ed è definita attraverso un contorno consistente, marcato. Spazio anche all’ombreggiatura che conferisce a questa Venere di fine ottocento una concretezza plastica e un volume “antico” rispetto alla resa leggera degli impressionisti. Fondo e figura umana sembrano sovrapposti: una silhouette tornita, morbida, si stacca decisamente dal paesaggio in secondo piano, definito attraverso sciabolate rapide di colore amalgamate sulla tela, ultimo retaggio della stesura alla maniera francese di Monet e Co. L’impressionismo stava comunque esaurendo la sua spinta innovatrice; Renoir chiudeva secondo il suo personalissimo stile affacciato al passato una stagione che si esauriva cronologicamente in pochissimi anni, ma che aveva già cambiato le sorti della pittura.
(Foto: Bagnante bionda sulla riva del mare

LA RUBRICA

PER EVITARE LA BUROCRAZIA E LO SPRECO DEI SOLDI

0
Il dibattito sulle Big Society continua. Nonostante alcuni piccoli esempi già presenti in Italia, non sono poche le perplessità. Di Amato Lamberti

Il tema della "Big Society" continua a suscitare grande interesse anche in Italia. A Napoli, la proposta di Romeo della gestione partecipata di un insula circoscrizionale della città ha sollevato discussioni e perplessità ma anche attenzione per un modello di gestione di servizi pubblici che coinvolge anche privati, associazioni, cooperative.

Un modello, quello della "Big Society", promosso in Gran Bretagna, dal premier Cameron che propone una partnership tra lo Stato e le nuove soggettività -cittadini, terzo settore e ambito privato- non autoreferenziale, ma basata sui bisogni dei cittadini stessi e finalizzata ad una società migliore, con cittadini più attivi, responsabili e attenti ai bisogni della collettività, outcomes sociali più elevate e istituzioni più efficienti e accountable. Come dice Cameron, Big Society vuol dire "comunità capaci di costruire nuovi edifici scolastici, vuol dire servizi capaci di formare al lavoro, vuol dire fondazioni che aiutano i cittadini a riabilitarsi…".

"Si tratta di un grande cambiamento culturale, in cui le persone, nella vita di tutti i giorni, nelle loro case, nei quartieri, nei posti di lavoro, cessano di rivolgersi a funzionari, autorità locali, o governi centrali per trovare le risposte ai problemi che incontrano, e sono invece abbastanza forti e libere da aiutare loro stesse e le loro comunità…". Per sostenerlo il governo non può restare neutrale, dice sempre Cameron, "dobbiamo liberarci di una burocrazia centralizzata che spreca soldi e fiacca lo spirito pubblico. Al suo posto dobbiamo dare molta più libertà ai professionisti, aprire il servizio pubblico a nuovi operatori come fondazioni, imprese sociali, aziende private, e così offrire più innovazione, diversità e responsabilità nei confronti delle domande pubbliche…". In pratica si tratta di una riforma del welfare che punta alla valorizzazione dei corpi intermedi, associazioni, cooperative, fondazioni,…

Questo modello non è del tutto nuovo per l’Italia che ha già una forte infrastruttura di soggettività sociali e corpi intermedi che derivano dalla tradizione del cattolicesimo sociale e dalla rilevanza storica del fattore territoriale nella organizzazione di servizi collettivi. Ad esempio, in Trentino Alto Adige e in Veneto sono ancora oggi funzionanti diverse secolari Magnifiche Comunità, Fiemme, Ampezzo e Asiago, tanto per citarne alcune, che amministrano proprietà indivise di prati e boschi nell’interesse esclusivo dei "vicini", come spesso vengono chiamati gli aventi diritto, quasi sempre uomini residenti in alcuni comuni della zona e loro eredi maschi.

Per quanto riguarda la situazione odierna, anche a limitarci al settore delle cooperative sociali, che è sicuramente quello più dinamico, anche perché svolge quasi per intero il lavoro di assistenza sociale che lo Stato ha dismesso, si contano più di 15.000 unità produttive (prevalentemente cooperative sociali, ma anche fondazioni, associazioni ed enti morali e religiosi) con 350.000 addetti (1.5% dell’occupazione nazionale), 5 milioni di beneficiari dei servizi e un giro d’affari pari a 10 miliardi di euro ( 0.6% del Pil).

Il modello italiano è comunque costituito da soggetti molto piccoli, spesso riuniti in forme aggregative locali o nazionali, con un impianto decisamente comunitarista. Il problema è quello di superare l’iperframmentazione e andare oltre il localismo, da un lato, e dall’altro, ridurre il peso dell’intermediazione politica e della spesa pubblica. Il cosiddetto Terzo Settore è, infatti, in larga misura dipendente dal sistema politico-amministrativo, dal quale estrae la quasi totalità delle risorse con cui vive. È comunque evidente che se si partisse dalla già ricca e significativa infrastrutturazione sociale esistente in Italia, i fronti su cui si potrebbe lavorare sono molti: nuove forme di aggregazione della domanda da parte dei cittadini; messa in circolo di risorse finanziarie aggiuntive in modo da superare la dipendenza dal finanziamento statale; ruolo dei municipi nella identificazione di nuovi beni comuni; riforma fiscale.

A sinistra, la proposta di Cameron solleva molti dubbi. Michele Salvati e Maurizio Ferrara hanno sottolineato, sia pure in termini diversi, lo stesso dato negativo: ottima idea, ma da noi non può funzionare perché troppe sono le carenze sociali, politiche, istituzionali. Indubbiamente l’idea della "Big Society" presenta numerose criticità. Innanzitutto il ruolo dello Stato, a fronte del nuovo engagement della società civile nella gestione di servizi pubblici, non appare del tutto chiaro, nonostante lo stesso Nat Wei abbia precisato che "più società civile non vuol dire necessariamente meno stato o fuga dalle responsabilità ma è semplicemente la presa di coscienza che lo stato da solo non ce la fa più ad affrontare grandi questioni sociali che appaiono ormai condivise".

È chiaro però anche che, in un contesto in cui agiscono più soggetti, rimane compito dello Stato garantire il rispetto di alcuni diritti, quali, per esempio, l’uguaglianza nell’accesso alle prestazioni o alcune funzioni di regolazione e controllo.

LA RUBRICA 

AMERICA’S CUP: TRA MARE E SFIDE ALL’ULTIMO SECONDO, NUMEROSE INIZIATIVE

L’America’s cup è arrivata e gli effetti del prestigioso torneo si sentono: al via concerti, mostre, fuochi e perchè no, buona cucina a fare da palcoscenico. I protagonisti? Il capoluogo campano, e il suo mare.

Duelli uno contro uno, regate di flotta e prove di velocità. Certo, non sarà la finale della Coppa America. E neppure quella di Louis Vuitton Cup. Ma le World Series della regata più importante del mondo rappresentano comunque un traguardo di rilievo per la città all’ombra del Vesuvio. Protagonista indiscusso il capoluogo campano, specie nel tratto di mare compreso tra Castel dell’Ovo e Mergellina: insomma, dall’Oceano alle acque del Mediterraneo, a pochi metri dal pubblico e nel cuore della Napoli da cartolina. A darsi battuta a colpi di "remi" alcuni tra i sailing più forti del mondo: nove imbarcazioni provenienti da sette nazioni diverse. Tra queste, le due Luna Rossa Challenge per l’Italia e le temibile Oracle Racing.

Una visibilità importante non solo per il turismo marino, ma anche per quello enogastronomico. Già perché negli oltre tremila metri quadrati espositivi del villaggio allestito per l’occasione in Villa Comunale, si svolgeranno molte attività collaterali e si potrà visitare la speciale area Food, curata dalla Camera di commercio. Fino a domenica infatti il Villaggio resterà aperto tutti i giorni dalle 10 alle 24 con accesso gratuito: quattordici mila metri quadrati di area espositiva lungo i 700 metri di lunghezza del viale principale della Villa, organizzati dalla Jumbo Grandi Eventi. Oltre a stand dedicati a spettacolo e sport, concerti pomeridiani e serali, cabaret, mostre e show cooking, con gli chef Raffaele Esposito e Diego Nuzzo.

Ogni giorno cucineranno 5 piatti tipici delle province campane abbinate a piatti internazionali. Il pubblico potrà provare anche l’emozione del Virtual Sail, un simulatore di vela. All’interno della Cassa Armonica, invece, artigiani del corallo, oreficeria, pastori e ceramiche di Capodimonte, intarsio ed il meglio della sartoria napoletana, da Marinella a Tramontano, da Cilento alla Sartoria partenopea. Da domenica scorsa, possibili anche le visite di Campania Artecard, organizzate in occasione delle regate. Inoltre è previsto il tour al museo Archeologico, al Madre. Operativi anche 18 walking tour e 3 bus tour, dalla Napoli liberty ai decumani, organizzato dall’assessorato della Cultura del Comune. Insomma, un vero e proprio vademecum per turisti e non: non mancano neanche le mostre.

Tema preponderante sarà naturalmente il mare, esattamente come racconta la mostra "Vele d’arte" curata da Beppe Palomba dell’Accademia della bussola a Castel dell’Ovo (ingresso gratuito fino al primo maggio). La Sala delle Carceri, invece, accoglierà ben 26 vele, sistemate a guisa di battelli in regata, decorate da altrettanti artisti internazionali: ogni modello presenterà un tipo di fantasia diversa, tra pennellate d’acquerelli, colori ad olio o stampe digitali. Spazio anche agli amanti della musica: si parte giovedì con Alessandro Mannarino alle 21.30 ed il suo concerto al teatro Bellini, mentre venerdì 13 sarà la volta di Nina Zilli alla Casa della musica e Renzo Arbore con l’Orchestra italiana all’Augusteo.

Il fitto programma di appuntamenti ed eventi risponde all’impegno dell’Assessorato alla Cultura ed al Turismo di coordinare iniziative che possano essere di riferimento per cittadini e turisti, dunque nulla di nuovo sotto il cielo: arte, cultura, paesaggio, lirica ed ottima cucina. Ma chi credeva di conoscere tutti i (validi) motivi per visitare Napoli sarà contento di sapere che ce n’è uno in più: la vela.

CAMPANIA CONTEMPORANEA