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GLI “INDIGNATI” DELLA POLIZIA PENITENZIARIA IN PROTESTA

Le condizioni dei detenuti e una poco efficace organizzazione del lavoro, le ragioni del sit-in a Roma. Il mondo delle carceri è la cartina di tornasole di una cattiva gestione politica. Di Simona Carandente

Tra le numerose categorie di lavoratori, dipendenti e non, spinti in piazza da moti di ribellione per la gestione governativa del nostro paese, non poteva mancare la Polizia Penitenziaria: chiamato a raccolta da ogni parte della penisola, attraverso il proprio sindacato di categoria (cd. Sappe) l’organismo ha messo in atto lo scorso 3 aprile un vero e proprio sit in di protesta, innanzi alla sede del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria in Roma, contando su una massiccia adesione di iscritti e non.

Le ragioni della protesta attengono non solo alla disciplina ed organizzazione del lavoro interno, ma soprattutto alle sempre più drammatiche condizioni dei detenuti nelle carceri italiane, rese ancora più evidenti dall’eterna mancanza di uomini e mezzi. Dalle parole di Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria, traspare non solo grande preoccupazione per l’attuale stato di cose, ma soprattutto sostanziale disaccordo sulle manovre politiche recenti che, come espresso dal Capo dell’Amministrazione Penitenziaria Giovanni Tamburino, vorrebbero far fronte al problema del sovraffollamento con l’edificazione di nuove strutture carcerarie.

Secondo Capece, una scelta legislativa di tal genere non risolverebbe il problema dell’organico della penitenziaria, attualmente sotto di settemila unità operative, tenuto peraltro conto che in un anno solare, nonostante i vari tentativi di riforma (legge cd. “Svuotacarceri”), la popolazione detenuta è rimasta sostanzialmente invariata, passando da 67.600 a 66.400 unità. Al centro della protesta, anche la proposta di aumento dell’età pensionabile fino a 70 anni di età, la formazione professionale di fatto inesistente, i mancati pagamenti delle missioni e degli avanzamenti di grado, la politica degli innumerevoli sprechi.

Tale ultimo aspetto, in particolare, impone una riflessione sull’utilizzo delle risorse economiche da parte dell’amministrazione: in molti istituti manca addirittura la carta per stampare, mentre si spendono cifre faraoniche per dispositivi quali il braccialetto elettronico, di fatto inutilizzato nella pratica, ad esclusivo vantaggio dell’azienda che lo offre in concessione; gli stessi mezzi per la traduzione dei detenuti in udienza cadono quasi a pezzi, con enorme rischio per la sicurezza del personale e dei reclusi stessi, mentre somme ingenti vengono destinate alla miglioria estetica delle sede del Dipartimento.

Non si può, di fatto, continuare a chiudere gli occhi su quel che accade nel pianeta carcere: non un mondo a sé, ma sempre più cartina di tornasole della malagestione e della criticità del “mondo reale”, quello dei buoni e dei normali, improntato a logiche incomprensibili ai comuni mortali. (mail: simonacara@libero.it)

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