L’ultimo viaggio di Domenico: il saluto sulle note di Guerriero. La folla vuole giustizia, presente Meloni

Un lungo applauso, lacrime e centinaia di persone strette attorno a una piccola bara bianca. Così Nola ha dato l’ultimo saluto a Domenico Caliendo, il bambino morto dopo il trapianto di cuore fallito all’ospedale Monaldi di Napoli. I funerali si sono svolti nel pomeriggio nel Duomo della città, dove è stato proclamato il lutto cittadino.

Il feretro del piccolo è arrivato davanti alla cattedrale tra la commozione generale. A portarlo all’interno della chiesa è stato il padre Antonio, mentre sul sagrato e tra le navate si sono radunate centinaia di persone. Sulla bara bianca la foto del bambino e un peluche. Tra i fiori anche una letterina lasciata da un coetaneo: «Ti voglio bene, troverai tanti angeli che giocheranno con te».

La cerimonia è stata presieduta dal vescovo di Nola, mentre tra i presenti c’erano numerose autorità istituzionali e religiose. In Duomo è arrivata anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha voluto partecipare alle esequie per esprimere vicinanza alla famiglia. Presenti anche il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, il prefetto e diversi sindaci del territorio.

Momenti di grande intensità si sono vissuti quando il cardinale Domenico Battaglia si è inginocchiato davanti alla bara del piccolo Domenico prima di abbracciare la madre. Un gesto simbolico che ha colpito profondamente i presenti.

Durante l’omelia è stato ricordato come il piccolo sia diventato «figlio di tutta la comunità» nelle settimane della sua battaglia in ospedale. «Il vostro bambino – è stato detto – è entrato nel cuore di tutti».

All’esterno della cattedrale, tra la folla, si sono levate anche grida di rabbia: «Pagheranno per quello che hanno fatto. Giustizia per Domenico».

Al termine della funzione, la bara è uscita dal Duomo sulle note di Guerriero di Marco Mengoni. A prendere la parola è stata la madre Patrizia: «Ringrazio tutte le persone presenti oggi e tutte le istituzioni. Oggi, se si è mossa tutta questa folla, è grazie a Domenico e al suo sorriso. Spero che questo non sia l’ultimo giorno che pensiamo a lui, ma che ognuno lo conservi nel suo cuore. Ti amo amore mio».

Referendum, a Somma l’evento per il comitato del No

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Somma Vesuviana – Difendere l’equilibrio costituzionale e l’autonomia della magistratura è l’obiettivo che ha portato alla costituzione, lo scorso 16 febbraio, del Comitato per il NO al referendum sulla giustizia a Somma Vesuviana, in vista del voto del 22 e 23 marzo 2026. Il Comitato aderisce alla rete vesuviana Comitati per il No. Secondo i promotori, la riforma oggetto del referendum non rappresenta un miglioramento del sistema giustizia, ma un intervento che rischia di incidere in modo significativo sull’indipendenza della magistratura e sull’assetto dei poteri previsto dalla Costituzione. Per questo motivo, venerdì 6 marzo alle ore 18.00, presso la Sala Santa Caterina (Via A. Gramsci 5), si terrà l’evento pubblico: “Referendum Giustizia – Le ragioni del No” Un momento di confronto aperto alla cittadinanza, con contributi tecnici e politici, per approfondire i contenuti della riforma e le sue possibili conseguenze. Interverranno: ​•​Marianna Imbimbo, Sostituto Procuratore presso la Procura di Foggia ​•​Giuseppe Izzo, Giudice civile presso il Tribunale di Lagonegro ​•​Anna Bianco, Giudice del Lavoro presso il Tribunale di Reggio Calabria ​•​Roberto Oratino, Avvocato e referente del Comitato Avvocati per il No – Tribunale di Nola ​•​Davide Trezza, Avvocato ​•​Nicola Ricci, Segretario Generale CGIL Napoli Modera Grazia Vernillo, avvocato e componente del Comitato per il NO di Somma Vesuviana. L’iniziativa si inserisce in un percorso di mobilitazione e informazione che proseguirà nelle prossime settimane sul territorio vesuviano. A seguire, alle ore 20.00, momento conviviale “AperiNO” presso MALT (Via Turati 58). Il Comitato invita cittadine e cittadini a partecipare attivamente a un confronto che riguarda la qualità della democrazia e il futuro delle istituzioni.

Parco dei Pini, via alla riqualificazione in 3 mosse

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CASORIA. Importante passo avanti per gli interventi di riqualificazione del complesso ERP Parco dei Pini.

Nella mattinata del 3 marzo, l’adunanza del Comitato Tecnico Amministrativo del Provveditorato alle Opere Pubbliche ha approvato la progettazione relativa agli interventi di manutenzione straordinaria degli edifici.

Il progetto prevede in particolare: – il rifacimento di tutti i lastrici solari – il rifacimento degli impianti citofonici – la sostituzione di cinque impianti sollevatori (ascensori).

All’incontro presso il Provveditorato alle Opere Pubbliche erano presenti l’assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Casoria Andrea Capano e il consigliere comunale Rino Trojano, che hanno partecipato ai lavori in rappresentanza dell’amministrazione comunale.

«Si tratta di interventi molto attesi dai residenti del Parco dei Pini» ha dichiarato il sindaco di Casoria Raffaele Bene. «L’approvazione della progettazione rappresenta un passaggio importante che consentirà di avviare finalmente lavori necessari per migliorare le condizioni degli edifici e la qualità della vita nel quartiere».

«Continueremo a seguire con attenzione tutte le fasi dell’iter» ha aggiunto il sindaco «affinché gli interventi possano essere realizzati nel più breve tempo possibile».

 

Il tesoro dei Pellini finisce allo Stato: confiscati 204 milioni di euro

  ACERRA – I Militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria – G.I.C.O. della Guardia di Finanza di Napoli hanno eseguito un decreto di confisca emesso dal Tribunale di Napoli – Sezione Misure di Prevenzione, avente a oggetto un patrimonio del valore complessivo di oltre 204 milioni di euro, riconducibile ai fratelli Pellini Giovanni, Pellini Cuono e Pellini Salvatore, imprenditori di Acerra operanti nel settore del recupero, smaltimento e riciclaggio di rifiuti urbani e industriali.   Il provvedimento rappresenta l’ultimo sviluppo di un articolato iter giudiziario avviato nel 2017, quando il patrimonio degli imprenditori fu sottoposto a sequestro di prevenzione a seguito della loro condanna definitiva per disastro doloso continuato e degli accertamenti patrimoniali che avevano evidenziato una marcata sproporzione tra i beni posseduti e i redditi dichiarati. Le indagini dei finanzieri avevano infatti ricondotto una parte rilevante delle ricchezze accumulate ai proventi del traffico illecito di rifiuti nella cosiddetta “Terra dei Fuochi”. Dopo una prima confisca nel 2019, confermata in appello nel 2023, nell’aprile 2024 la Corte di Cassazione aveva annullato il provvedimento per vizi di carattere formale, disponendo la restituzione dei beni.   La Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, ritenendo tuttora sussistenti i presupposti della misura e permanenti gli elementi di pericolosità qualificata e di sproporzione patrimoniale, ha quindi disposto una nuova e approfondita ricognizione patrimoniale, estesa anche ai nuclei familiari. Nel maggio 2024 la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Napoli ha nuovamente sequestrato i beni e, con decreto depositato il 19 febbraio 2026, all’esito dell’istruttoria camerale, ha disposto la confisca, ribadendo la perdurante pericolosità qualificata dei proposti, la strutturale e significativa sproporzione tra il patrimonio accumulato nel tempo e i redditi leciti dichiarati e l’inidoneità delle giustificazioni difensive atte a dimostrare, in modo plausibile e documentalmente riscontrabile, la provenienza delle risorse impiegate.   Il provvedimento di confisca, suscettibile di impugnazione, riguarda 8 compendi aziendali, con sedi nelle province di Napoli, Frosinone e Roma, 224 immobili ubicati nelle province di Napoli, Salerno, Caserta, Cosenza, Latina e Frosinone, 75 terreni, 70 rapporti finanziari, 72 autoveicoli, 3 imbarcazioni e 2 elicotteri, per un valore complessivo pari a euro 204.914.706.      

La camorra napoletana sotto i Borbone: i capi, gli affari e le relazioni con la polizia borbonica

Il salto di qualità la camorra lo fece, scrive il Di Fiore, nel 1860, quando Liborio Romano le affidò il compito di mantenere l’ordine pubblico negli ultimi mesi del regno di Francesco II e nei primi di Napoli garibaldina e piemontese. È una interpretazione “parziale”. Liborio Romano chiese l’aiuto dei camorristi Salvatore De Crescenzo, Pasquale Merolla e Antonio Lubrano proprio perché sapeva che la camorra esercitava da decenni un controllo ampio e profondo non solo sulla plebe della città, ma anche sulla polizia borbonica. Correda l’articolo l’immagine di un quadro di Pasquale Mattei “I camorristi”     E proprio della polizia borbonica aveva paura don Liborio, perché riteneva che fosse capace di fare ciò che avevano fatto e avrebbero fatto tutte le polizie delle “tirannie“ in disfacimento: agitare le acque attraverso una sistematica campagna di rappresaglie e di provocazioni. Il piano lo aveva già approntato il commissario Schenardi prima dei moti del ’48 (Archivio di Stato di Napoli, Alta Polizia, f. 202). Certo, tra l’estate del 1860 e il gennaio del 1861 Liborio Romano e alcuni “ liberali “ adottarono, in favore dei camorristi, disposizioni che sarebbero risultate catastrofiche, se Silvio Spaventa e Filippo De Blasio non avessero tentato di annullarne, o almeno annacquarne, gli effetti, anche attraverso provvedimenti formalmente illegittimi. La camorra napoletana prese coscienza della propria forza tra il 1830 e il 1856. In questi 25 anni essa progettò e realizzò un disegno ambizioso: inquinare la polizia tutta, dai livelli più bassi agli uffici direttivi. Sebbene Ferdinando II avesse disposto, nel 1832, che non si parlasse e non si scrivesse apertamente di certi argomenti, Intendenti, Sottointendenti, giudici, sindaci e poliziotti onesti, non riuscendo a diventare, contemporaneamente, ciechi, sordi e muti, scrissero centinaia di note riservate sui commissari e sulle guardie che estorcevano danaro ai negozi, alle cantine e ai caffé, e imponevano tangenti sul gioco d’azzardo e sulla prostituzione. Il Commissariato del Porto proteggeva i contrabbandieri, anche se, di tanto in tanto, delinquenti e poliziotti litigavano per ragioni di “sala“, cioè sulla spartizione del bottino.In questa amministrazione del malaffare la polizia borbonica divenne, scrive Francesco Barbagallo, “un preciso paradigma operativo per la già esperta e attiva organizzazione camorristica“ (Storia della camorra, 2010, p.13 ). Nel maggio del ’61 Silvio Spaventa, segretario generale del dicastero di polizia, comunicò al Conte di San Martino, Luogotenente Generale, che la polizia borbonica non aveva lasciato agli atti nessun documento importante sulla camorra. Nei giorni confusi del passaggio da una dinastia all’altra, i poliziotti più compromessi con la dinastia che se ne andava bruciarono migliaia di fascicoli: è accaduto e accade sempre e dovunque, in circostanze analoghe. E tuttavia qualcosa si salvò. Nel giugno del 1861 il questore Tajani fornì al Luogotenente l’elenco delle “comitive“di camorristi che controllavano, da anni, i quartieri di Napoli. Luigi Capozzi, di una storica famiglia gamorrista, Gabriele Alterio e Luigi Tramontana avevano il controllo dell’Avvocata; la famiglia Cappuccio dettava legge, e da quasi un secolo, nella sezione Vicaria; il quartiere San Carlo all’Arena era in mano a una comitiva di contrabbandieri, protetta dai Cappuccio, e guidata da due picciotti di sgarro, Carmine detto Passarulo e Giovanni detto lo Sorice. La registrazione del solo nome di battesimo seguito dal soprannome era una delle procedure adottate dalla polizia borbonica, quando voleva proteggere qualcuno e confondere le acque. I membri della comitiva più numerosa, quella del Mercato, erano dotati di soprannomi strepitosi, alla Mastriani: Andrea e Gennaro, detti entrambi Carta Carta, Raffaele lo Zeccato, che con Titillo ‘o figlio ‘e Tore, era l’armiere del gruppo; il terribile Domenico Esposito detto Pichicchio, che dieci anni dopo dichiarò guerra alla camorra vesuviana per il controllo del mercato delle carni; Vincenzo detto Micco, ma anche Sfesso, soprannomi entrambi poco dignitosi per un camorrista che nel 1867 la polizia ritenne uno dei capi dell’associazione. I “terribili” Mazzola, una genìa peggiore delle altre, governavano il quartiere Orefici e attraverso gli Stampo, loro luogotenenti, gestivano il fiorente mercato degli oggetti preziosi rubati nella provincia di Napoli e in Terra di Lavoro. I Mazzola vennero costantemente protetti dalla Direzione stessa della Polizia borbonica, e restarono borbonici anche dopo l’unità d’Italia. Le strade percorse dai flussi dei preziosi rubati erano cosparse di cadaveri, perché i furti dell’oro e dell’argento furono, per decenni, l’attività principale della camorra provinciale, e causa prima di sanguinose battaglie fra comitive avversarie. Il Porto era in mano a Antonio Lubrano, detto di Porta di Massa, capo storico della camorra borbonica, nemico di Salvatore De Crescenzo, Tore ‘ e Criscienzo, che lo fece uccidere in carcere poche ore dopo l’arresto, nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1862. Lubrano controllava, da almeno 20 anni, il mercato degli agrumi e la bonafficiatella, e aveva ai suoi ordini “una ventina di guaglioni di malavita”. Suoi soci “nel negozio dei portogalli“, cioè delle arance, erano il fratello Pasquale, che però, osserva il Tajani, lettore di Manzoni, “è meno bravo di Antonio“, Antonio Fierro, Nicola Di Palma e Giovanni Sacco, detto caparotta, che è camorrista che si appicica. Giova ricordare che i succhi di arancia e di limone svolgevano un ruolo importante nella medicina del tempo, come sostanze ricostituenti, antiscorbutiche e anticoleriche, e i succhi di limone anche come sostanza disinfettante. Legato ai Lubrano era Carmine Rubs, guappo di primo rango, che sotto Ferdinando II era stato caposquadra di polizia. A Toledo imperava, dal 1849, una comitiva di camorristi “alti“, di cui erano capi, secondo una nota del 9 giugno 1861, Salvatore De Mata, proprietario di un negozio di “cappelleria“ in vico Baglivo Uriès e Luigi De Martino, nipote di quel Peppe Aversano che era stato, sotto i Borbone, “famigeratissimo“ capo della camorra e spia della Direzione di Polizia. Dopo l’Unità, il De Mata divenne fornitore ufficiale di cappelli per la Casa Reale.

Domani i funerali di Domenico, lutto cittadino a Nola. Quattro mesi ai periti per l’autopsia

Si svolgeranno domani alle 15 nel Duomo di Nola i funerali di Domenico, il bambino deceduto all’ospedale Monaldi di Napoli dopo un trapianto di cuore rivelatosi fatale. Il piccolo era morto sabato 21 febbraio, a distanza di due mesi dall’intervento effettuato lo scorso 23 dicembre.

In segno di vicinanza alla famiglia e di partecipazione al dolore dell’intera comunità, il Comune di Nola ha proclamato il lutto cittadino per la giornata delle esequie. Le bandiere saranno esposte a mezz’asta negli edifici pubblici e l’amministrazione ha invitato cittadini, associazioni e attività commerciali a osservare un momento di raccoglimento durante la celebrazione funebre.

A darne comunicazione è stato l’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia, parlando con i cronisti al termine dell’udienza davanti al gip.

“C’è stata un’apertura grande sul dibattimento, non è stato il solito incidente probatorio, sono stati dati 120 giorni a partire da oggi ai periti per sviluppare la loro relazione, il rinvio va all’11 settembre 2026. La salma sarà liberata in serata, c’è il nullaosta cosiddetto ‘in bianco’ consegnato al medico legale, una volta finite le operazioni, il medico libererà la salma, con i funerali domani mattina”, ha spiegato l’avvocato Petruzzi.

Intanto emergono nuovi elementi dalla documentazione tecnica. Nei verbali dell’audit interno dell’Azienda ospedaliera dei Colli, richiamati nella relazione trasmessa dalla Regione Campania al Ministero della Salute, si evidenzia una “insufficiente comunicazione tra equipe di espianto ed equipe di impianto”.

Gli esperti hanno messo in luce una possibile “assenza o mancata applicazione delle procedure condivise per l’espianto, conservazione e trasporto dell’organo”. Secondo quanto riportato, sarebbero state rilevate incongruenze nelle ricostruzioni fornite e “non sono state intercettate le criticità prima del completamento della cardiectomia”, ovvero la rimozione del cuore malato prima dell’arrivo dell’organo destinato al trapianto, successivamente risultato “congelato”.

Tra gli aspetti critici segnalati figurano anche “l’assenza di monitoraggio e controllo della temperatura durante il trasporto” e soprattutto “la mancata formalizzazione di ruoli, responsabilità e punti di verifica nelle fasi critiche del processo”, elementi che, secondo quanto riportato nei documenti, sarebbero riconducibili proprio a “una insufficiente comunicazione tra equipe di espianto ed equipe di impianto”.

Poggiomarino, lo Stato rafforza il presidio di legalità: la dr.ssa Picardi a supporto della Commissione D’Orso

Si consolida l’azione di risanamento e rilancio amministrativo del Comune di Poggiomarino. Su determinazione del Prefetto di Napoli, Michele di Bari, la dr.ssa Maria Rosaria Picardi è stata nominata sovraordinata ai sensi dell’art. 145 del TUEL a supporto della Commissione Straordinaria guidata dalla Vice Prefetto D’Orso. La nomina rientra nel percorso di rafforzamento della struttura commissariale, con l’obiettivo di garantire efficienza, trasparenza e pieno rispetto delle regole nella gestione dell’ente locale. Deleghe strategiche: sicurezza e valorizzazione Con decreto della Commissione Straordinaria, alla dr.ssa Picardi sono state affidate deleghe centrali per la vita amministrativa e sociale della comunità. In primo piano la Polizia Municipale, con funzioni di indirizzo e vigilanza finalizzate al rafforzamento della sicurezza urbana e al ripristino della legalità sul territorio. Accanto a questo, la responsabilità della Valorizzazione del Patrimonio e Promozione del Territorio, un ambito chiave per tutelare i beni comunali e rilanciare l’immagine della città attraverso iniziative culturali ed eventi di rilievo. Il mandato punta a coniugare rigore amministrativo e sviluppo locale, facendo della cultura della legalità il presupposto per una crescita stabile e condivisa. Un profilo di esperienza nelle gestioni complesse La scelta del Prefetto è ricaduta su una figura con un solido percorso nell’Amministrazione dell’Interno. La dr.ssa Picardi ha maturato esperienze presso le Questure di Napoli e Salerno e in Prefettura, distinguendosi inoltre in precedenti gestioni commissariali in contesti delicati come Acerra, Scafati e Sant’Antimo. Competenze tecniche e capacità di coordinamento di progetti complessi rappresentano il valore aggiunto che rafforza l’azione della Commissione Straordinaria, in una fase decisiva per il futuro dell’ente. Legalità e sviluppo come direttrici Tra le priorità individuate vi è la gestione efficiente del patrimonio pubblico, considerato leva strategica per la crescita del territorio. La valorizzazione dei beni di pregio, unita a controlli puntuali e a una governance improntata al rispetto delle norme, costituisce l’asse portante del nuovo assetto organizzativo. Con questo intervento, la Prefettura di Napoli conferma la presenza dello Stato al fianco della comunità di Poggiomarino, ponendo le basi per un’amministrazione solida, orientata all’interesse pubblico e alla piena affermazione della legalità.

Tumulazioni irregolari, parte indagine su Marigliano

MARIGLIANO – Una puntuale attività d’indagine del nucleo di Polizia Giudiziaria della Polizia Locale di Marigliano, diretta dal Comandante Emiliano Nacar, è confluita negli ultimi giorni in un ampio dossier, consegnato alla Procura della Repubblica di Nola. Al centro dell’attività d’indagine, le tumulazioni eterne in loculi non idonei effettuate presso la Casa Cimiteriale di Marigliano, con conseguente attentato alla salute pubblica. L’allarme era scattato nel mese di dicembre 2025, quando a seguito di un esposto, la Polizia Locale aveva sottoposto a sequestro preventivo, poi convalidato, una cappella gentilizia sita nel vecchio cimitero di Marigliano, ove era stata tumulata una salma in un loculo destinato a contenere resti mortali e quindi non idoneo, con conseguente rischio igienico – sanitario. Le indagini della Locale, su iniziativa e delegate, hanno seguito un filone molto complesso, teso a comprendere la rete di responsabilità e complicità posta alla base del caso di dicembre, che si è scoperto essere non isolato. È stato quindi possibile ricostruire la rete delle autorizzazioni ed omissioni nei controlli, con conseguente denuncia all’Autorità Giudiziaria. “L’attività d’indagine portata avanti – dichiara il Comandante Nacar – ha permesso di riscostruire l’episodio delittuoso ab origine, quindi dal momento autorizzativo fino a quello finale, della tumulazione vera e propria in un loculo non idoneo a tale scopo, mettendo in luce omissioni e mancati controlli. L’attività del Nucleo di PG, non si fermerà; bisogna proseguire nelle indagini al fine di fare luce su altri casi simili visto che quello di dicembre non è stato un caso isolato, ma soprattutto di mettere in moto il procedimento previsto dalla legge per la salvaguardia della salute pubblica. L’attenzione sarà alta da parte degli Operatori della Locale, affinché il fenomeno delle scorrette e illegali tumulazioni eterne sia debellato definitivamente.”    

Stesa nello Spiniello, giallo nella notte ad Acerra

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Sono bastati pochi secondi per trasformare il silenzio della notte in paura. Erano circa le 2.45 quando quattro colpi d’arma da fuoco hanno risuonato nella zona Spiniello ad Acerra, svegliando di colpo decine di residenti.

Prima gli spari, però, sarebbe scattato un allarme. Un suono improvviso che ha preceduto la raffica, quasi a segnare l’inizio di una sequenza rapida e inquietante. Subito dopo, il rombo di un’auto in accelerazione, percepito da più persone, avrebbe segnato la fine dell’episodio. Una scena durata pochissimo ma sufficiente a lasciare sgomento.

Molti abitanti hanno raccontato di essersi alzati di scatto dal letto, cercando di capire cosa stesse accadendo. C’è chi ha pensato a petardi, salvo poi rendersi conto che si trattava di esplosioni ben diverse. Il quartiere, normalmente silenzioso a quell’ora, è rimasto sospeso in un clima di tensione.

Al momento non si registrano feriti né segnalazioni ufficiali di persone coinvolte, ma l’episodio ha inevitabilmente alimentato preoccupazione. Restano da chiarire le motivazioni del gesto e l’eventuale bersaglio dell’azione. L’ipotesi più accreditata è quella di un atto intimidatorio, ma saranno gli accertamenti a fornire risposte definitive.

Nelle prossime ore potrebbero emergere elementi utili attraverso l’analisi delle telecamere presenti nella zona. Intanto, tra i residenti resta il senso di inquietudine per una notte che ha interrotto bruscamente la tranquillità del quartiere Spiniello.

Foto d’archivio

Sanremo, é già partita l’era De Martino

Contro ogni aspettativa, durante la finale di Sanremo, è stato annunciato il nuovo presentatore e conduttore artistico del festival: Stefano De Martino

Un anno importante per la città di Napoli, da cui provengono il vincitore della 76esima edizione (Sal Da Vinci) e il prossimo presentatore del festival di Sanremo (Stefano De Martino).

A darne l’annuncio è stato Carlo Conti che, con un passaggio di testimone in diretta televisiva mai avvenuto prima, ha presentato in mondovisione il prossimo direttore artistico e conduttore di Sanremo, Stefano De Martino.

La sua carriera ha un nonché di spettacolare: da una vita normalissima a Torre Annunziata, passando per Amici, fino ad arrivare alla conduzione STEP su Rai 2 e poi di Affari tuoi su Rai 1. La ciliegina sulla torta, per ora, è la conduzione del festival più atteso dell’anno e il tutto a soli 36 anni.

In diretta su Rai 1 non ha nascosto l’emozione e la gratitudine per questa occasione, ringraziando la Rai per l’opportunità e lo stesso Carlo Conti per i consigli preziosi che si scambiano al telefono. Nel suo discorso spicca una frase: “e ora testa bassa e pedalare”, simbolo di grande umiltà, qualità che contraddistingue da sempre lo showman napoletano.

Nel suo intervento durante la serata ha dichiarato: “Sono molto felice, ringrazio  la Rai, l’Amministratore delegato Giampaolo Rossi e il Direttore Intrattenimento e Prime Time, Williams Di Liberatore per questa opportunità straordinaria, e Carlo Conti che con molta generosità ha voluto che fossi qui stasera per passarmi  il testimone. Ho voglia di mettermi in gioco e di godermi ogni giorno di questo percorso impegnativo fino all’Ariston. Lo affronterò  con ascolto, rispetto ed entusiasmo. Non vedo l’ora di mettermi a lavoro e dedicare al Festival tutte le energie che merita”.

Sui social non sono mancati commenti positivi e negativi e molti hanno ricordato che la conduzione del festival da parte di Stefano era un sogno anche del suo papà, Enrico De Martino, originario di Torre Annunziata scomparso il 19 gennaio 2026.

Stefano è da sempre legato alle sue radici, alla sua città (Torre Annunziata) e in modo particolare a suo padre, che gli ha insegnato fin da piccolo il sacrificio e l’impegno per raggiungere i suoi obiettivi e i valori per rimanere sempre umile e con i piedi per terra.

Tra i tanti commenti, uno che spicca è quello di Fiorello che ha espresso un disaccordo sulla tempistica della comunicazione del prossimo presentatore di Sanremo 2027: “Io lo avrei annunciato un po’ più avanti. Domani si parlerà solo di quello e non si parlerà più della finale. Secondo te parleranno di Carlo Conti o del nuovo direttore? Carlo Conti è così generoso che si toglie la sua gloria domani”.

Questo anticipo, dichiara Fiorello, potrebbe avere ripercussioni anche su De Martino: “A partire da domattina e fino alla partenza del prossimo Sanremo gli romperanno tutti le pale. Riceverà telefonate, tutti i giornali lo chiameranno ‘il prossimo conduttore del Festival’, avrà addosso una pressione assurda. Se l’annuncio fosse arrivato ad agosto, come avviene di solito, sarebbe stato perfetto per lui. Mi dispiace per lui perché adesso avrà la pressione addosso per un anno intero”.

E nel mentre si aspetta Sanremo 2027, Napoli si gode questa doppia vittoria che rappresenta un grande riscatto per la città dopo i trascorsi degli scorsi anni.