Centrodestra annichilito, a Napoli il No è da record: sfondato il 75%

  Napoli si conferma la città con la più alta percentuale di voti contrari alla riforma della Giustizia. Nel capoluogo partenopeo, infatti, il “No” ha raggiunto il 75,49%, il dato più elevato a livello nazionale, mentre il “Sì” si è fermato al 24,2%. Un orientamento netto che trova riscontro anche nel resto della regione: la Campania guida infatti la classifica del dissenso con oltre il 65% di voti contrari, superando di gran lunga la media italiana che si attesta intorno al 54%. Per quanto riguarda la partecipazione al voto, in città l’affluenza definitiva è stata del 49,51%, un dato inferiore di circa nove punti rispetto alla media nazionale (58,8%), ma comunque in crescita rispetto alle ultime elezioni regionali, quando si era fermata al 39,60%. Su scala regionale, invece, l’affluenza si è attestata intorno al 50,37%, considerando che mancavano ancora i risultati di poche sezioni su un totale di oltre cinquemila. Il voto ha avuto anche un forte risvolto politico e istituzionale. A Napoli, infatti, diverse figure di primo piano si sono espresse apertamente contro la riforma. Tra queste il sindaco Gaetano Manfredi e il presidente della Regione Campania Roberto Fico, entrambi schierati per il “No”. A sostenere la posizione contraria anche esponenti del mondo giudiziario e politico, come il procuratore Nicola Gratteri e il deputato del Partito Democratico Aldo Policastro. Le loro critiche alla riforma si sono spesso incrociate con quelle del ministro della Giustizia Carlo Nordio, dando vita a un confronto acceso che ha accompagnato tutta la campagna referendaria. Il risultato emerso dalle urne fotografa quindi una Campania compatta nel respingere la proposta di riforma, con Napoli in prima linea nel manifestare il proprio dissenso. Un segnale politico chiaro che apre ora a nuove riflessioni sul rapporto tra cittadini, istituzioni e sistema giudiziario.

Marigliano, blitz contro due ambulanti: sequestrati ortaggi di ogni genere

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Lotta contro il fenomeno della vendita ambulante abusiva di prodotti ortofrutticoli a ridosso dell’area mercatale di Marigliano, è l’operazione che il Nucleo di Polizia Amministrativa del Comando di Polizia Locale, coordinata dal Comandante Emiliano Nacar, sta mettendo in campo da diverse settimane al fine di contrastare il dilagare del fenomeno dell’abusivismo commerciale svolto su area pubblica. Nella fattispecie – infatti- gli Agenti, nella giornata odierna, hanno provveduto a contestare a due venditori abusivi, risultati completamente privi delle autorizzazioni necessarie per esercitare la vendita su suolo pubblico, sanzioni amministrative complessive di diecimila euro con conseguente sequestro dei prodotti esposti alla vendita. Nel dettaglio, tra i prodotti sequestrati vi erano carciofi, cavolfiori, bieta, broccoli, spinaci, tutti privi di documentazione che ne attestasse la provenienza. L’azione della Polizia Locale sottolinea l’importanza del rispetto delle norme, sia per garantire la sicurezza dei consumatori sia per tutelare la corretta concorrenza tra gli operatori del settore. Gli agenti operanti, allontanando i venditori abusivi, liberavano le aree occupate da cassette e tavoli. mettendo fine – in tal modo – alle vendite irregolari. Il Comandante Nacar dichiara – “continueremo con impegno e sistematica quotidianità ed intransigenza nel reprimere ogni norma ignorata fino al ripristino della legalità” – continua – “in questo momento di forte emergenza sanitaria, acquistare prodotti da venditori ambulanti abusivi non garantisce le più elementari norme igienico-sanitarie, in quanto la merce venduta è di qualità e provenienza non accertata”. –

In bilico sul burrone per farla finita, salvataggio eroico dei carabinieri

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CASTELLAMMARE DI STABIA: Sospeso nel burrone, a centinaia di metri dalla strada. 48enne salvato “dall’abbraccio” dei Carabinieri. In un video la sequenza del salvataggio 6.18 del mattino, Pozzano. Una località che fa da spalla tra Castellammare e la penisola sorrentina. Qualcuno grida, chiede aiuto disperatamente. La strada è ancora semideserta ma alcuni intrepidi della domenica stanno approfittando per una corsetta all’alba. Sentono la voce di un uomo ma non riescono a capire da dove provenga. Sulle loro teste uno strapiombo roccioso. Compongono il 112. Qualche minuto più tardi una pattuglia: a bordo il Comandante della Compagnia di Sorrento e il suo autista. E pochi istanti dopo è sul posto anche una gazzella del nucleo radiomobile stabiese I militari seguono quella voce straziante e vedono un uomo, in bilico su uno spuntone di roccia. È lontano, in alto, a centinaia di metri. Si tratta di un 48enne di Vico Equense, scomparso da circa 3 giorni. Minaccia di lanciarsi nel vuoto. Non c’è tempo. I carabinieri si avvicinano con enorme difficoltà, percorrendo tratturi improvvisati, senza alcuna protezione. Tra sassi che si staccano dalla parete, rotolando a valle. Il percorso è complicatissimo, da vertigini.

Blitz dei carabinieri in casa: trovate dosi di cocaina e 3.500 euro

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Operazione antidroga dei carabinieri a Pollena Trocchia, dove nella giornata di ieri un 34enne del posto è stato arrestato con l’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. L’intervento è stato eseguito dai militari della tenenza di Cercola nell’ambito di un servizio mirato al contrasto del traffico di droga sul territorio.

I carabinieri, impegnati in controlli specifici, hanno deciso di procedere con una perquisizione domiciliare nell’abitazione dell’uomo, già noto alle forze dell’ordine. L’attività di verifica ha portato alla scoperta di diversi elementi ritenuti riconducibili a un’attività di spaccio.

All’interno della camera da letto del 34enne sono state rinvenute undici dosi di cocaina già confezionate, pronte per essere immesse sul mercato. Oltre alla sostanza stupefacente, i militari hanno trovato anche materiale utilizzato per il confezionamento delle dosi, ulteriore indizio di un’attività organizzata.

Durante la perquisizione è stato inoltre recuperato denaro contante per un totale di 3.500 euro, ritenuto provento dell’attività illecita. La somma era nascosta nella stanza e secondo gli investigatori rappresenterebbe il guadagno derivante dalla vendita della droga.

Al termine delle operazioni, per il 34enne sono scattate le manette. Dopo le formalità di rito, l’uomo è stato trasferito in carcere, dove resta a disposizione dell’autorità giudiziaria.

L’operazione si inserisce in un più ampio piano di controllo del territorio finalizzato a contrastare il fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti, con particolare attenzione alle piazze locali e alle attività domestiche utilizzate come base per la distribuzione della droga.

PERstradaPERcaso, “L’uosemo” napoletano: quello che fa la differenza

«Ogni storia che nasce #PerStradaPerCaso porta con sé un risvolto che riflette quella napoletanità che amo raccontare. ‘O fatt è chist, stateme a sentì…»   Mentre gustavo un doveroso caffè in un bar di via Tribunali, nel centro di Napoli, mi è capitato di assistere a una scena tra un padre e suo figlio che ha ispirato questo racconto. In breve: un papà scuoteva energicamente le spalle del figlio adolescente mentre lo rimproverava dicendogli: «Te l’aggio ritt cient’ vote, a papà: primm l’uosemo e po’ ‘a raggione», riferendosi a una valutazione sbagliata che aveva penalizzato il ragazzo in una sua scelta. In quelle parole ho colto un chiaro riferimento al termine uosemo, inteso come la capacità istintiva di fidarsi delle proprie sensazioni in determinate decisioni, soprattutto quando la razionalità da sola non basta.   Questo termine, curioso per chi non è napoletano ma assolutamente familiare per noi, ha risvegliato in me un ricordo lontano, risalente a quando, da ragazzino, facevo il boy scout. Fu proprio grazie all’uosemo che riuscimmo a orientarci e a imboccare la strada giusta quando, insieme a una piccola squadra di coetanei, ci perdemmo in un bosco. Per coerenza con il racconto, aggiungo una breve postilla: a Napoli questa sensibilità, definita appunto uosemo, richiama un fiuto primordiale, una capacità naturale — propria del popolo partenopeo — che ci guida verso ciò che è utile alla nostra sopravvivenza e, allo stesso tempo, ci mette in guardia dai pericoli. Il rischio di perderci nel bosco fu esattamente ciò che riuscimmo a evitare quella sera, mentre calava la notte tra le montagne di Montevergine.   Erano trascorsi tre giorni di avventura e attività scoutistiche. Ci attardammo nei preparativi per la partenza, senza considerare che un errore di valutazione avrebbe generato ansia e preoccupazione nei nostri genitori, in attesa alla stazione dei pullman a Napoli (in un’epoca in cui i cellulari non esistevano). Eravamo in quindici, tra i 12 e i 14 anni, accompagnati da due responsabili maggiorenni. Smontato il campo e preparati gli zaini, ci incamminammo all’imbrunire verso la fermata degli autobus, distante circa sei chilometri, da percorrere lungo sentieri interni e boschivi. Con il calare della luce, il sentiero — che di giorno appariva chiaro e battuto — iniziò a confondersi nella vegetazione fitta. Ben presto ci rendemmo conto di aver smarrito la traccia principale. L’oscurità avanzava rapidamente e, con essa, un senso di smarrimento cominciò a serpeggiare tra i più piccoli.   Eravamo nel cuore del bosco e il silenzio della montagna era rotto solo dai nostri passi incerti e dal fruscio delle foglie. A causa della scarsa visibilità imboccammo un sentiero sbagliato, che ci condusse in una zona sconosciuta. «Andiamo avanti con la luce della luna piena» propose uno dei responsabili, «forse riusciremo a ricollegarci al nostro percorso.» Ma non fu così. L’ansia per i genitori in attesa e il senso di responsabilità verso i più piccoli ci spinsero a proseguire a passo sostenuto per oltre dieci chilometri, nella speranza di scorgere una luce in lontananza.   Avremmo potuto fermarci e accamparci per la notte — eravamo attrezzati — ma il pensiero delle famiglie in “isterica attesa” e degli impegni scolastici del lunedì ci indusse a continuare. L’adrenalina non mancava, e così andammo avanti ancora per qualche chilometro. A un certo punto, giunti a un bivio, incrociammo un cane randagio, smarrito quanto noi. Annusò il terreno e poi ripartì deciso. Fu allora che accadde: prima il suo uosemo, poi il nostro. Decidemmo istintivamente di seguirlo. Quel cane ci condusse lungo un sentiero punteggiato da segni di presenza umana — per la precisione, escrementi di asino — e, poco più avanti, superata una curva, scorgemmo in lontananza le luci di un cimitero. Urrà! Ce l’avevamo fatta.   Con il cuore leggero e senza più avvertire la stanchezza, raggiungemmo la piazza di Baiano, riuscendo perfino a prendere l’ultima corriera diretta a Napoli. Quella intuizione, che oggi associo al termine uosemo, non fu un semplice impulso irrazionale, ma — come mi piace definirla — una forma di intelligenza emotiva. Riconoscerne il valore significò, per noi, integrare l’esperienza con una sensibilità percettiva capace di distinguere un’opportunità da un potenziale pericolo. E quindi concludo: non sottovalutiamo il nostro uosemo, perché in certi momenti può davvero fare la differenza. P.S. Però, guagliù… che fetente ‘e paura! 🤭 Per il progetto #Legatialfilo2026 a favore dell’Ospedale Santobono Ciro Notaro Autore solidale #PerStradaPerCaso Il Mediano.it Dello stesso autore: ✓ Angeli in corsia ✓ Le vie del cuore ✓ Saluti da Pino ✓ Io so`RAP ✓ Emiliano CONTRADA e Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 ✓ San Genna`… piensace tu! ✓ Crudele destino

A Pompei il convegno “L’area vesuviana alla fine dell’Impero romano” con l’archeologo Girolamo Ferdinando De Simone

Riceviamo e pubblichiamo  

“L’area vesuviana alla fine dell’Impero romano” è il titolo della conferenza che l’archeologo Girolamo Ferdinando De Simone tiene venerdì 27 marzo alle ore 17, presso l’auditorium degli scavi del Parco Archeologico di Pompei. Organizzata dall’Associazione Internazionale Amici di Pompei ETS, racconterà il territorio vesuviano condizionato dall’ eruzione del Vesuvio del 472 d.C., evento che offre, al pari di quella del 79 d.C., un orizzonte stratigrafico eccezionalmente “chiuso” che consente di leggere con alta risoluzione società, economia e paesaggi nel momento immediatamente precedente alla catastrofe.

 

L’intervento propone una ricostruzione integrata dell’area vesuviana nel V secolo d.C., combinando dati di scavo, distribuzione degli insediamenti e indicatori economici e ambientali. Partendo dai siti sepolti o sigillati dai depositi del 472 (con casi-studio chiave sul versante settentrionale, come Pollena Trocchia e Somma Vesuviana), verranno discussi: la geografia della presenza umana e delle funzioni insediative; le dinamiche di abbandono, riuso e resilienza; la riorganizzazione del paesaggio agrario e delle risorse (incluso lo sfruttamento del bosco, leggibile attraverso l’evidenza antracologica); e la posizione della regione nelle reti di circolazione di beni tra costa e interno, dal Golfo di Napoli fino alle aree appenniniche.

 

Il risultato è un quadro articolato che, sfruttando la “potenza cronologica” del 472 d.C., restituisce la complessità della tarda antichità vesuviana con un livello di dettaglio comparabile a quello reso celebre dal 79 d.C., ma applicato a un mondo in piena riconfigurazione. Se il 79 d.C. restituisce l’istantanea di un mondo imperiale relativamente stabile, il 472 d.C. fotografa invece una Campania attraversata da trasformazioni politiche, demografiche e produttive, a pochi decenni dalla fine dell’Impero Romano d’Occidente: un contesto più complesso, ma proprio per questo particolarmente rivelatore.

Tragedia davanti alla stazione, 2 pedoni muoiono travolti da un’auto

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Dramma nel centro di Napoli, dove nella serata odierna si è verificato un incidente mortale lungo Corso Garibaldi. Due pedoni sono stati travolti da un’auto che, secondo le prime ricostruzioni, procedeva a velocità sostenuta. L’impatto è stato fatale per entrambe le persone investite, che hanno perso la vita sul colpo. L’episodio ha scosso profondamente i presenti e i residenti della zona, che si sono trovati improvvisamente di fronte a una scena tragica. In pochi istanti, il tratto di strada si è trasformato in un luogo di emergenza, con l’arrivo dei soccorritori e delle forze dell’ordine. I carabinieri sono intervenuti tempestivamente per mettere in sicurezza l’area e avviare i rilievi necessari a chiarire la dinamica dell’accaduto. Al momento, gli investigatori stanno raccogliendo testimonianze e analizzando ogni elemento utile per comprendere le responsabilità. Il traffico è stato immediatamente interrotto, con ripercussioni su tutta la viabilità della zona. Corso Garibaldi, arteria fondamentale della città, è rimasto paralizzato per consentire le operazioni di soccorso e i controlli. Questo ennesimo episodio di violenza stradale riporta al centro dell’attenzione il tema della sicurezza urbana e del rispetto dei limiti di velocità, soprattutto nelle aree ad alta presenza pedonale. La città si stringe attorno alle famiglie delle vittime, mentre cresce la richiesta di maggiori controlli per evitare che tragedie simili possano ripetersi.

Somma Vesuviana, 50esimo della chiesa nuova, Don Francesco Feola: “Una comunità viva che guarda al futuro”

Una chiesa gremita, una comunità raccolta e partecipe e un forte clima di comunione ecclesiale: così la parrocchia di Santa Maria di Costantinopoli ha celebrato il cinquantesimo anniversario della sua chiesa, alla presenza del Vescovo e di numerosi fedeli.   “Inizio questo mio saluto- ha esordito Don Francesco- consegnando le mie scuse per la mancata cerimonia di intitolazione della strada e del piazzale ai parroci che hanno voluto ed edificato questa chiesa. Purtroppo, un errore procedurale, creato dall’incompetenza di alcuni, ha impedito questa cosa, che al momento è solo rimandata alla prima data utile”. Chiaro e inequivocabile il riferimento al comando della polizia municipale, alla commissione toponomastica, agli uffici comunali competenti. Per gli occhi particolarmente attenti,  il vuoto tra i banchi riservati alle autorità è stato molto eloquente. «Oggi non celebriamo soltanto le mura di un edificio – ha continuato  Don Francesco  – ma celebriamo il Signore che ci accoglie in questo luogo e la comunità che in cinquant’anni è cresciuta, ha attraversato dolori e gioie e ha continuato a ritrovarsi intorno all’altare». La celebrazione eucaristica, presieduta dal Vescovo, monsignor Francesco Marino,  ha rappresentato il cuore dell’evento, confermando il legame profondo tra la comunità parrocchiale e la Chiesa diocesana. La partecipazione numerosa, con la presenza di famiglie, di tanti bambini, di giovani e anziani, ha restituito l’immagine concreta di una realtà viva e radicata nel territorio. Nel suo intervento, don Francesco  Feola ha richiamato il significato più profondo della comunità cristiana: «La Chiesa è una famiglia radunata dall’amore di Cristo, una casa dove nessuno è straniero e dove ciascuno è chiamato a sentirsi responsabile dell’altro». Un passaggio particolarmente intenso è stato il riferimento al Vangelo della risurrezione di Lazzaro, assunto come chiave di lettura del cammino parrocchiale: «La nostra comunità è stata spesso Betania: luogo di amicizia, di lacrime condivise, ma anche di consolazione e di risurrezione quotidiana». Non è mancato il ricordo riconoscente dei parroci che si sono succeduti nel tempo, ai quali don Feola ha espresso gratitudine per il lavoro svolto: «Con lungimiranza e sacrificio hanno costruito questa chiesa non solo materialmente, ma soprattutto spiritualmente, formando generazioni e accompagnando tante famiglie». L’anniversario è stato preparato attraverso momenti di preghiera, formazione e carità, segni concreti di una comunità in cammino. In particolare, il parroco ha sottolineato l’importanza dell’impegno verso i più fragili: «Stiamo imparando che, prima ancora dell’aiuto materiale, è necessario saper vedere e ascoltare». Lo sguardo, tuttavia, resta rivolto al futuro. «Vogliamo continuare a essere una casa di amicizia vera, una scuola di Vangelo e un segno di comunione nella nostra città», ha concluso don Feola, affidando la comunità alla protezione di Maria e rinnovando l’impegno a vivere ogni giorno il Vangelo della misericordia. Il cinquantesimo anniversario si conferma così non come un punto di arrivo, ma come una nuova ripartenza per una comunità che continua a crescere nella fede e nella condivisione. Concetto ribadito fortemente dal Vescovo, che ha ringraziato il Parroco Don Francesco  Feola per “la bella e ampia presentazione, ricca di spunti e di riflessioni importanti”.

Da area industriale a polo universitario: la rinascita di San Giovanni a Teduccio

Nel quartiere della zona orientale di Napoli sorge oggi il complesso universitario della Federico II. Un tempo, al suo posto, c’era lo stabilimento Cirio.      

Da area industriale a polo dell’innovazione. Negli ultimi dieci anni San Giovanni a Teduccio, quartiere della zona orientale di Napoli, ha vissuto una trasformazione profonda che ne ha cambiato identità e prospettive.

Laddove un tempo sorgeva lo storico stabilimento della Cirio, simbolo della produzione industriale locale e punto di riferimento per centinaia di lavoratori, oggi si sviluppa il complesso universitario della Università degli Studi di Napoli Federico II. 

Dalla fabbrica all’università

Per anni, dopo la dismissione dell’area industriale, la zona ha vissuto una fase di abbandono e vuoto urbano. La riconversione è arrivata con l’insediamento universitario, che ha dato il via a un processo di riqualificazione non solo strutturale ma anche sociale.

Il complesso universitario è diventato nel tempo un punto di riferimento per studenti, ricercatori e attività legate all’innovazione, contribuendo a cambiare la percezione del quartiere, sempre meno associato alla periferia e sempre più a un luogo di formazione e sviluppo.

Il polo dell’innovazione

All’interno dell’area ha trovato spazio anche la Apple Developer Academy, realtà formativa che richiama giovani da tutta Italia e dall’estero, contribuendo a rafforzare la vocazione tecnologica del territorio.

La presenza di queste strutture ha portato nuova vitalità, creando connessioni tra università, imprese e nuove competenze.

Un nuovo volto per Napoli Est

La trasformazione del quartiere rappresenta oggi uno dei principali esempi di rigenerazione urbana nell’area orientale di Napoli.

Un cambiamento che non cancella la memoria industriale, ma la affianca a una nuova identità, fatta di università, ricerca e tecnologia.

San Giovanni a Teduccio diventa così simbolo di una Napoli che cambia, capace di reinventarsi partendo proprio da quei territori che, per anni, sono stati considerati marginali.

fonte foto: https://www.openhousenapoli.org/location/location.php?l=68

Somma Vesuviana sull’orlo del dissesto: debiti, commissariamento e una politica che non cambia

A Somma Vesuviana non è più tempo di analisi generiche. I numeri parlano chiaro, e raccontano una realtà che non può essere ignorata: un Comune commissariato, un debito che sfiora i 20 milioni di euro, il concreto rischio di dissesto finanziario e l’attenzione vigile della Corte dei Conti.   È una crisi strutturale, non episodica. Ed è, soprattutto, una crisi politica. Perché se è vero che i conti sono fuori controllo, è altrettanto vero che questa situazione non nasce per caso. È il risultato di anni di gestione discutibile, di scelte miopi, di una classe dirigente che non ha saputo – o voluto – affrontare per tempo i problemi reali della città. Oggi, a pochi mesi dalle elezioni amministrative di maggio, il quadro che si presenta ai cittadini è tutt’altro che rassicurante. Tornano gli stessi nomi, le stesse dinamiche, gli stessi equilibri. Cambiano le coalizioni, forse, ma non la sostanza. Ed è proprio questo il nodo politico più grave: la percezione diffusa che non esista una vera alternativa. Il rischio, concreto, è che il voto si trasformi in un passaggio formale, privo di slancio, in cui la partecipazione lascia spazio alla rassegnazione. Un paese che smette di credere nel cambiamento è un paese che rinuncia al proprio futuro. Ma qui non si tratta solo di consenso elettorale. Si tratta di responsabilità. E la responsabilità, oggi, va chiamata per nome. Non in modo generico, ma distinguendone i livelli. C’è innanzitutto una responsabilità politica. È la responsabilità di chi ha governato, di chi ha preso decisioni, di chi ha “costruito” , e non ha saputo evitare,  una situazione che oggi appare fuori controllo. È una responsabilità che non si prescrive con il tempo né si cancella con il cambio di lista o di simbolo. Ma accanto a questa, esiste una responsabilità amministrativa, fatta di atti amministrativi dubbi,  di bilanci, di procedure, di  controlli. È qui che si annidano spesso le criticità più profonde: scelte sbagliate, ritardi, mancate verifiche e controlli. Ed è su questo terreno che interviene la Corte dei conti, chiamata a verificare se il denaro pubblico sia stato gestito nell’interesse della collettività. E poi c’è un ulteriore livello, più scomodo ma inevitabile: quello delle distorsioni nell’uso dello Stato sociale. Perché una comunità entra davvero in crisi quando strumenti nati per sostenere i più deboli vengono piegati a logiche diverse. Quando il bisogno diventa occasione di consenso. Quando il diritto si trasforma in favore. Quando l’assistenza pubblica smette di essere equità e diventa clientelismo. È questo uno dei punti più delicati e meno discussi. Non si tratta di negare il valore dello Stato sociale, che resta fondamentale. Si tratta, al contrario, di difenderlo da un uso distorto. Perché ogni volta che una risorsa pubblica viene utilizzata per costruire consenso invece che per rispondere a un bisogno reale, si produce un doppio danno: si tradisce la fiducia dei cittadini e si impoverisce ulteriormente la comunità. E quando queste dinamiche diventano sistemiche, allora non siamo più di fronte a semplici errori, ma a un modello che va messo in discussione. In questi casi, il confine tra cattiva amministrazione e responsabilità più gravi può diventare sottile. Ed è qui che entra in gioco anche la dimensione della responsabilità penale, che spetta alla magistratura accertare, ma che non può essere ignorata nel dibattito pubblico quando i dubbi sono diffusi e persistenti. Non si tratta di fare processi nelle piazze, ma di affermare un principio: la gestione della cosa pubblica deve essere trasparente, verificabile, giusta. Chi si candida oggi a governare Somma Vesuviana non può limitarsi a promettere. Deve dire con chiarezza  ai cittadini di Somma Vesuviana come intende affrontare una situazione finanziaria così grave. Deve spiegare quali scelte farà, quali sacrifici saranno necessari, quali priorità verranno stabilite. Serve verità, prima ancora che programmi. Perché il rischio di dissesto non è uno slogan: significa servizi ridotti, pressione fiscale più alta, margini di azione quasi nulli. Significa, in altre parole, scaricare sui cittadini il peso di errori accumulati nel tempo. E allora la domanda diventa inevitabile: chi ha contribuito a creare questa situazione può davvero rappresentare oggi  la soluzione? È una domanda, non retorica, che attraversa il dibattito politico locale e che i cittadini pongono, spesso senza ricevere risposte convincenti. Eppure, proprio in questa fase così critica, si apre anche uno spazio. Uno spazio per una discontinuità vera, non solo dichiarata. Uno spazio per competenze nuove, per una classe dirigente capace di uscire dalle logiche del passato. Ma questo spazio, da solo, non basta. Deve essere riempito. Serve una proposta credibile, concreta, capace di tenere insieme rigore finanziario e visione politica. Perché risanare i conti è necessario, ma non sufficiente. Un paese non vive solo di bilanci: vive di prospettive, di sviluppo, di fiducia. E oggi, a Somma Vesuviana, è proprio la fiducia il bene più scarso. Le prossime elezioni non saranno un passaggio qualsiasi. Saranno uno spartiacque. O si avrà il coraggio di cambiare davvero, rompendo con il passato e assumendosi fino in fondo il peso delle scelte difficili, oppure questo paese resterà prigioniero di sé stesso, delle stesse logiche, degli stessi errori. E allora la verità, quella che nessuno vuole dire, è semplice e dura: non è più il tempo delle promesse, è il tempo delle responsabilità. Di tutte le responsabilità. Perché Somma Vesuviana non rischia solo il dissesto finanziario. Rischia qualcosa di molto più grave: che il bisogno continui ad essere usato come strumento di potere, che i diritti restino ostaggio dei favori, che il futuro venga scambiato per consenso immediato. E un paese che scambia i diritti per favori, non è solo in crisi. È un paese che ha smarrito la propria dignità. autore: avv. Vincenzo Nocerino