Nella storia del merluzzo, dello stocco e del baccalà c’è una pagina “sfiziosa” e poco nota

 “La straordinaria vicenda di Piero Querini”. Mark Kurlansky, che da giovane pescava merluzzi, ha pubblicato nel 1999 il libro “Il merluzzo. Storia del pesce che ha cambiato il mondo”, in cui sostiene che è stato proprio il merluzzo a portare i primi europei in Nord America, a tenere in vita il sistema schiavistico nelle piantagioni, a promuovere, tra l’altro, l’alleanza tra Gran Bretagna e Portogallo in funzione anti-francese e a condizionare la politica commerciale nei Paesi del Mediterraneo. L’immagine di corredo è quella di un quadro di W. Merritt Chase “Il merluzzo inglese”.   Erik il Rosso, condottiero vichingo, simboleggia lo spirito di esplorazione e la sete di avventura della sua epoca. Nato come Erik Thorvaldsson intorno al 950 d.C., divenne famoso per la scoperta e la colonizzazione della Groenlandia. La sua storia è strettamente intrecciata con l’espansione dei Vichinghi nell’Atlantico settentrionale e costituisce una parte essenziale della letteratura delle saghe nordiche. Scrive Antonio Attorre che i Vichinghi di Erik scoprirono in Groenlandia il valore energetico del prezioso merluzzo essiccato al vento e al sole del Nord. “Da torsk, nome vichingo del merluzzo, che, essiccato, diventa torrfish potrebbe essere derivato stockfish; o – altra ipotesi- dal paragone con il bastone, stockfish, ovvero pesce bastone”.   Due studiosi italiani, Carla Coco e Flavio Birri, hanno ricostruito la vicenda dell’arrivo del merluzzo sulla tavola degli Italiani raccontando la storia di un nobiluomo veneziano, Piero Querini, che nel 1432 fece naufragio presso le coste delle isole Lofoten: questa disavventura gli permise di apprendere dagli abitanti delle isole e di far conoscere agli Italiani l’importanza del merluzzo, la lavorazione dello stoccafisso e i modi di cucinarlo. Piero Querini parte dall’isola di Creta, che allora era sotto il dominio di Venezia, a bordo di una “cocca”, una nave con tre ponti e tre alberi e, superato lo stretto di Gibilterra, segue “la rotta delle Fiandre” con l’intenzione di raggiungere i porti di Bruges e di Anversa, dove avrebbe scaricato cotone, pepe, zenzero, vino e travi di cipresso, e imbarcato lana e stoffe. Ma una serie di furiose tempeste affonda la nave e sommerge una scialuppa con molti uomini dell’equipaggio: si salva solo la barca di Querini e di pochi compagni.   Alla fine, i superstiti vengono ospitati per tre mesi dai pescatori delle Lofoten: e questi pescatori, scrive Antonio Parlato, “erano tanto puri di cuore che andando a pesca lasciavano le loro donne a dormire con i naufraghi”: e spesso queste donne erano “del tutto nude”. E’ facile immaginare quello che successe. Qui Querini conosce gli “stocfici”, che quelli delle Lofoten pescano in enorme quantità, “li seccano al vento e al sole senza sale, e poiché sono pesci di poca umidità grassa, diventano duri come legno “. Quando vogliono mangiarli, li battono con il rovescio della mannaia e li fanno diventare “sfilati come nervi, poi compongono butirro e spezie per dar sapore: ed è grande e inestimabile mercanzia per quel mare”. Dopo tre mesi, Querini e i suoi riescono a raggiungere la Norvegia portando con sé sessanta stoccafissi e poi vanno a Vadstena, in Svezia, dove, da un influente mercante veneziano, Zuane Franco, comprano, “pagando in stoccafissi, cavalli, abiti e vettovaglie per il viaggio di ritorno a Venezia” (A. Parlato). E a Venezia Piero Querini racconta la sua avventura e spiega al mondo, per la prima volta, cosa sia lo stoccafisso.   Veneziani e Genovesi furono i primi a importare i merluzzi essiccati provenienti dal mercato di Bergen, pagati soprattutto con stoffe e tessuti, e a studiare varie ricette, trasmesse poi a Marchigiani e a Napoletani. Carla Coco e Flavio Birri hanno sottolineato il fatto che lo stoccafisso era presso i popoli del Nord Europa un “cibo di emergenza”, mentre in Italia e nei Paesi mediterranei fin dal primo momento venne consumato con frequenza. Contribuirono alla sua diffusione i decreti del Concilio di Trento sull’invito a “mangiar di magro” non solo il venerdì: invito che per suore, monaci e preti divenne un obbligo, e perciò alcuni Ordini religiosi vennero indotti a controllare direttamente la lavorazione e il commercio di stoccafisso e di baccalà: si pensi ai Domenicani di Sant’Anastasia. Insomma dopo le decisioni del Concilio di Trento “l’ombra del sacro entra in cucina come mai prima, e l’orologio della cucina si regola su quello della sacrestia.” (Piero Camporesi).   Ma qualche storico ci ricorda che nei conventi e nelle chiese monache e perpetue riuscirono a inventare ricette capaci di trasformare stocco e baccalà in pietanze succulente e “non meno peccaminose delle pietanze precedenti”. (A: Parlato). Si racconta che nel 1530 Carlo V, che doveva raggiungere Bologna dove papa Clemente VII lo avrebbe incoronato imperatore, soggiornò a Sandrigo nella Villa Sesso Schiavo e, quando gli dissero che i condannati a morte del territorio chiedevano, come ultimo desiderio, un piatto di polenta e baccalà, volle provare la pietanza. E lui e la regina rimasero a tal punto soddisfatti dai sapori e dai profumi che decisero di nominare cavalieri tutti i presenti.

L’inizio di tre grandi Civiltà: Sumeri, Babilonesi e Assiri

Benvenuti al nono appuntamento di “Riavvolgi il futuro”. Oggi la nostra narrazione inizia con i Sumeri, i fondatori delle prime città-stato, la cui architettura è dominata dalla ziggurat, una colossale struttura a gradoni in mattoni che funge da fulcro religioso e amministrativo, concepita come una montagna sacra per unire il cielo alla terra.     In ambito scultoreo, i Sumeri svilupparono una produzione votiva molto peculiare, dove le figure umane presentano grandi occhi sbarrati realizzati con intarsi di lapislazzuli, simbolo di una devozione eterna e di uno stupore reverenziale di fronte alla divinità. Proseguendo nell’analisi della statuaria sumera, emerge la figura di Gudea, governatore di Lagash, rappresentato in numerose sculture di diorite che abbandonano parzialmente l’astrazione per assumere una compostezza regale e raccolta, pur mantenendo una forte simbologia legata alla saggezza e alla fertilità, spesso resa attraverso un ampolla da cui sgorgano acque vitali. Dopodiché passiamo alla civiltà  Babilonese che mette in luce la grandiosità della loro capitale e l’importanza del diritto. La Stele di Hammurabi è presentata come un documento fondamentale non solo giuridico ma anche artistico, dove il sovrano viene raffigurato a colloquio con il dio del sole Shamash, legittimando così l’origine divina delle leggi. L’architettura della Nuova Babilonia tocca vertici scenografici con la Porta di Ishtar, caratterizzata da un rivestimento di mattoni ceramici invetriati di un blu intenso, decorata con bassorilievi di animali totemici come tori e draghi che avevano la funzione di proteggere simbolicamente l’ingresso della città.  Infine, lo sguardo si sposta sugli Assiri, un popolo guerriero la cui arte è intrinsecamente legata alla celebrazione del potere militare e della ferocia regale. Le loro città-fortezza, come Dur-Sharrukin, erano protette dai Lamassu, mostruose divinità alate con testa umana e corpo di toro o leone, scolpite con cinque zampe per apparire immobili se viste di fronte e in cammino se osservate di lato. I palazzi assiri erano decorati con cicli infiniti di bassorilievi che descrivono con un realismo quasi brutale scene di caccia al leone e battaglie sanguinose. In queste opere si nota un’attenzione straordinaria per l’anatomia animale e la resa dinamica del movimento, volta a sottolineare la supremazia del sovrano non solo sugli uomini ma anche sulle forze della natura, trasformando la sofferenza della preda in un tributo alla forza del cacciatore.  

💡 L’Angolo dell’Esperto: Uno dei reperti più preziosi della civiltà Sumerica- Lo Stendardo di Ur:

L’Ur-Nammu (o più correttamente lo Stendardo di Ur) è uno dei reperti più preziosi e affascinanti della civiltà sumerica, risalente al periodo Protodinastico III (circa 2500 a.C.). Fu rinvenuto negli anni ’20 dall’archeologo britannico Sir Leonard Woolley all’interno delle Tombe Reali di Ur (nell’attuale Iraq). Lo Stendardo non è un vero “vessillo”, ma una cassetta di legno a forma di trapezio, lunga circa 47 cm e larga 20 cm. La sua funzione originale è ancora dibattuta: potrebbe essere stata la cassa di risonanza di uno strumento musicale o un contenitore per oggetti preziosi. I materiali utilizzati testimoniano l’estensione delle rotte commerciali sumere:
  •  Lapislazzuli: Pietra blu proveniente dall’Afghanistan per lo sfondo.
  •  Conchiglie: Originarie del Golfo Persico per le figure bianche.
  •  Calcare rosso: Proveniente dall’India per i dettagli.
  •  Bitume: Usato come collante per fissare i tasselli al legno.
Inoltre, lo Stendardo è decorato su quattro facce, ma le due principali sono conosciute come il “Lato della Guerra” e il “Lato della Pace”. Entrambi si leggono dal basso verso l’alto e da sinistra a destra.
  • Il Lato della Guerra
Questo lato celebra la potenza militare della città-stato di Ur:
  •  Registro inferiore: Mostra quattro carri da guerra trainati da onagri (asini selvatici). Notiamo una sequenza “cinematografica”: i carri partono al passo e finiscono al galoppo, travolgendo i nemici.
  • Registro mediano: Una falange di soldati sumeri in uniforme (con mantelli di cuoio e lance) scorta i prigionieri di guerra nudi e feriti verso il re.
  • Registro superiore: Al centro troneggia il re (più grande degli altri per la gerarchia delle proporzioni). La sua testa rompe la cornice superiore, sottolineando la sua maestà mentre riceve i prigionieri catturati.
  • Il Lato della Pace
Questo lato descrive la prosperità e i festeggiamenti successivi alla vittoria:
  •   Registri inferiori: Raffigurano il popolo e i servitori che portano bottino di guerra e tributi: sacchi di grano, pesci, buoi e pecore.
  •  Registro superiore: Rappresenta un banchetto reale. Il sovrano siede a sinistra, rivolto verso i suoi nobili. Sulla destra, un musico suona un’arpa (simile a quelle ritrovate nelle stesse tombe) e un cantante allieta i commensali.
  •  Convenzioni Stilistiche
L’opera segue regole artistiche precise che ritroveremo per millenni nell’arte mesopotamica ed egizia:
  •  Gerarchia delle proporzioni: L’importanza di un personaggio è determinata dalla sua dimensione fisica.
  •  Isocefalia: Le teste dei personaggi dello stesso rango sono poste alla stessa altezza.
  • Visione simultanea: I corpi sono rappresentati con il volto e le gambe di profilo, ma l’occhio e il busto sono visti frontalmente, per mostrare ogni parte nel modo più chiaro possibile.
  •  Significato Storico e Sociale
Lo Stendardo è un documento storico eccezionale perché:
  • Testimonia la stratificazione sociale: Vediamo chiaramente la divisione tra re, nobili/sacerdoti, soldati e lavoratori/schiavi.
  •  Mostra l’evoluzione militare: È una delle prime rappresentazioni del carro da guerra a ruote piene e della fanteria organizzata.
  •  Celebra il dualismo del potere: Il re sumero è sia un guerriero implacabile (lato guerra) sia il garante dell’abbondanza e del culto (lato pace).
  • Oggi l’originale è conservato al British Museum di Londra, dove rimane uno dei pezzi più visitati della collezione mesopotamica.
Ed eccoci arrivati alla fine cari artiste e artiste, se siete giunti fin qui vi attendo nel prossimo appuntamento per approfondire sempre di più questo nostro fantastico discorso. P.S.: Vietato mancare ;^) . A presto!!!!! :^)

Incendio a Trecase, in fiamme ex ristorante da demolire

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Un vasto incendio è divampato nel primo pomeriggio di sabato 21 marzo a Trecase, lungo la strada Panoramica in località Cifelli, interessando l’ex ristorante “Villa Antica Le Dune”. Le fiamme hanno rapidamente avvolto l’intero complesso, già interessato da interventi di demolizione, estendendosi anche a un vicino deposito di legname.

Il rogo ha generato una densa colonna di fumo nero, visibile anche a notevole distanza, suscitando preoccupazione tra i residenti della zona e nei comuni limitrofi. Secondo le prime informazioni, al momento dell’incendio la struttura risultava completamente vuota, circostanza che ha evitato conseguenze alle persone.

Sull’immobile pendeva da tempo un’ordinanza di abbattimento e proprio in questi giorni erano in corso le operazioni di smantellamento. Non è ancora chiaro se i lavori possano aver avuto un ruolo nell’innesco delle fiamme, ma la dinamica è al vaglio delle autorità competenti.

Sul posto sono intervenuti tempestivamente i vigili del fuoco, impegnati nelle operazioni di spegnimento e messa in sicurezza dell’area. Presenti anche gli agenti della polizia municipale di Trecase, il personale di SMA Campania e i volontari dell’associazione Primaurora, coordinata da Silvano Somma.

Grazie al rapido intervento delle squadre di emergenza, l’incendio è stato circoscritto ed è attualmente sotto controllo, evitando che le fiamme potessero propagarsi ulteriormente alle aree circostanti.

Restano da accertare le cause che hanno provocato il rogo. Nelle prossime ore potrebbero emergere elementi utili a chiarire l’origine dell’incendio, mentre proseguono le attività di bonifica e monitoraggio della zona per escludere ulteriori rischi.

Corruzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sospeso direttore dell’Ispettorato del Lavoro

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Su disposizione della Procura della Repubblica di Napoli, la Polizia di Stato ha eseguito nella giornata di ieri una misura interdittiva della durata di dodici mesi nei confronti del direttore dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro competente per Napoli e Salerno.

Il provvedimento, emesso dal G.I.P. su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, riguarda un’ipotesi di corruzione legata all’esercizio della funzione e ad atti contrari ai doveri d’ufficio. L’uomo sarebbe coinvolto in un’organizzazione criminale con estensione anche all’estero, dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Le attività investigative, condotte dalla Squadra Mobile, hanno evidenziato l’esistenza di un meccanismo illecito ormai strutturato: gli indagati avrebbero ricevuto regali di valore, viaggi e altre utilità in cambio della predisposizione di pratiche utili a facilitare l’ingresso di cittadini stranieri.

L’inchiesta aveva già portato, lo scorso 9 marzo, all’esecuzione di misure cautelari nei confronti di 18 persone: quindici in carcere e tre agli arresti domiciliari.

Resta fermo che si tratta di una misura cautelare adottata nella fase delle indagini preliminari e che l’indagato deve essere considerato innocente fino a sentenza definitiva.

Dieta e Bioritmi: Perché non conta solo “cosa” mangiamo, ma “quando” lo facciamo

A cura della Prof. Teresa Esposito Specialista in Dietologia Clinica e Genetica Molecolare, Temple University  of Philadelphia.

​Nel campo della nutrizione moderna, stiamo assistendo a un cambio di paradigma: il superamento del semplice calcolo calorico a favore della cronobiologia. Non siamo macchine alimentate a benzina che bruciano lo stesso carburante allo stesso modo in ogni momento della giornata. Siamo organismi complessi regolati da orologi biologici finemente sincronizzati.

​Come medico specialista in genetica molecolare e clinica e specialista in Dietologia clinica , Adjunct Professor presso la Temple University di Philadelphia, vedo quotidianamente come il disallineamento tra il nostro stile di vita e i nostri ritmi circadiani sia alla base di patologie metaboliche, obesità e disturbi del sonno.

Il cuore della Cronoalimentazione

​La cronoalimentazione si basa su un principio scientifico solido: il nostro metabolismo segue un ritmo circadiano di circa 24 ore, regolato dal nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo. Questo “orologio centrale” coordina migliaia di “orologi periferici” situati nel fegato, nel tessuto adiposo e nel pancreas.

​Il rilascio di ormoni come l’insulina, il cortisolo e la melatonina non è costante. Mangiare un carboidrato complesso alle otto del mattino ha un impatto metabolico radicalmente diverso rispetto al consumarlo alle undici di sera, quando la sensibilità all’insulina è ridotta e il corpo si prepara al digiuno notturno e alla riparazione cellulare.

La sfida dei turnisti: il “Jet Lag” sociale

​Un capitolo critico riguarda chi lavora su turni. Infermieri, operai, forze dell’ordine e piloti vivono in una condizione di disincroniacircadiana. Quando lavoriamo di notte e mangiamo in orari in cui il corpo dovrebbe riposare, creiamo un conflitto biochimico.

​Il rischio di sviluppare sindrome metabolica e diabete di tipo 2 aumenta drasticamente perché il sistema digestivo è “spento”, mentre il cervello richiede energia. In questi soggetti, la strategia non è solo ipocalorica, ma deve essere “cronoprotettiva“: modulare l’apporto proteico e lipidico per sostenere la vigilanza notturna senza sovraccaricare il metabolismo basale.

La rivoluzione della Nutrigenetica

​Tuttavia, non esiste una ricetta universale. La ricerca in genetica molecolare ci insegna che ognuno di noi possiede varianti specifiche nei cosiddetti geni CLOCK.

I “Gufi” (Cronotipo serotino): Hanno una predisposizione genetica a dare il meglio di sera e farebbero fatica con una colazione troppo abbondante all’alba.
Le “Allodole” (Cronotipo mattutino): Funzionano in modo opposto, con picchi metabolici precoci.

​Grazie ai test genetici, oggi possiamo mappare questi polimorfismi. La dieta diventa così un abito sartoriale: basata sul DNA del paziente, possiamo stabilire con precisione chirurgica quali siano le ore d’oro per l’assunzione di nutrienti, ottimizzando la perdita di grasso e il recupero energetico.

Conclusioni: verso una Medicina di Precisione

​Nutrirsi non è solo un atto biochimico, è un atto di sincronizzazione. Rispettare i propri bioritmi, compatibilmente con le proprie necessità genetiche e lavorative, è la vera frontiera della prevenzione. La salute non si costruisce solo a tavola, ma anche rispettando il tempo che il nostro codice genetico ha scritto per noi.

Breve nota sull’autore

La Prof. Teresa Esposito è specialista in Dietologia Clinica e in Genetica Molecolare. Adjunct Professor della TempleUniversity,Philadelphia . Si occupa di ricerca e clinica applicata alla nutrizione di precisione e alla genomica.

Sparò per difendere un amico, la Cassazione riapre il caso del delitto di Pomigliano

  POMIGLIANO D’ARCO – Si riapre il caso giudiziario legato all’omicidio avvenuto nel dicembre del 2016. La Corte di Cassazione ha infatti annullato la condanna a 14 anni inflitta all’imprenditore aeronautico Vincenzo La Gatta, disponendo un nuovo processo d’appello davanti a un’altra sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli. La vicenda risale al 23 dicembre di dieci anni fa, quando La Gatta esplose alcuni colpi di arma da fuoco che costarono la vita a Giuseppe Di Marzo. Secondo quanto ricostruito durante i vari gradi di giudizio, l’imprenditore sarebbe intervenuto per proteggere un amico rimasto coinvolto in una violenta aggressione. Il percorso processuale è stato complesso. In primo grado, nel gennaio 2021, La Gatta era stato condannato a 10 anni di reclusione. Successivamente, nell’ottobre 2023, la pena era stata aumentata a 14 anni dalla Corte di Assise di Appello. Ora la Suprema Corte ha deciso di annullare quella sentenza, rimettendo tutto in discussione. Il nuovo processo dovrà riesaminare l’intera vicenda, con particolare attenzione ai punti sollevati dalla difesa, soprattutto in merito alla possibile legittima difesa e alla presunta assenza di volontà omicida. I legali dell’imputato, gli avvocati Dario Vannetiello e Saverio Campana, hanno contestato le motivazioni della sentenza di secondo grado, sostenendo che l’azione di La Gatta fosse dettata dall’urgenza di difendere un terzo. Secondo la ricostruzione difensiva, tutto sarebbe nato da una violenta aggressione subita da Giuseppe Sassone, amico dell’imprenditore e titolare del resort dove si consumò la tragedia. Un episodio che ha segnato profondamente la vicenda e che ora tornerà al centro del nuovo giudizio.

Giovanni Nappi si dimette dall’Assemblea Nazionale del PD: «Scelta di coerenza»

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Casalnuovo Giovanni Nappi ha rassegnato le proprie dimissioni da membro dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, incarico per il quale era stato eletto, in quota alla Segretaria Elly Schlein, in occasione dell’ultimo congresso nazionale. La decisione è stata formalmente comunicata via mail alla Segreteria nazionale del Partito.   La decisione nasce da una scelta politica maturata in occasione delle recenti elezioni regionali in Campania, durante le quali Nappi ha sostenuto la candidatura di Lucia Fortini nella lista “A Testa Alta”, promossa dal Presidente Vincenzo De Luca.   «Si è trattato di una scelta consapevole e coerente con il mio percorso», dichiara Nappi, «maturata anche alla luce del lavoro svolto negli anni nel campo delle politiche sociali in Campania, ambito nel quale opero anche a livello nazionale come componente del Consiglio Nazionale del Terzo Settore presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali».   Alla base delle dimissioni anche un mutato contesto politico a livello territoriale e metropolitano. «Si è determinata una distanza ormai non più ricomponibile», sottolinea, evidenziando come le prese di posizione della segreteria metropolitana di Napoli, non accompagnate da un confronto diretto, abbiano reso «di fatto non più praticabile» la sua esperienza nel Partito.   Nappi precisa inoltre che la scelta di sostenere la lista “A Testa Alta” era stata interpretata come un contributo civico nell’ambito del campo progressista e non in contraddizione con i valori e il percorso politico rappresentato all’interno del Partito Democratico.   «In questi anni ho sempre interpretato la mia presenza nel Partito con spirito di servizio e forte radicamento nel territorio, mettendo al centro il lavoro sociale e i bisogni concreti delle comunità», aggiunge.   Per rispetto del Partito Democratico, delle sue regole statutarie e della comunità politica, Nappi ha quindi deciso di rassegnare le dimissioni dall’Assemblea Nazionale e, contestualmente, di non rinnovare l’adesione al Partito per l’anno in corso.   «Rimane immutato il rispetto per il percorso politico e umano condiviso in questi anni», conclude.

Somma, presentazione del romanzo “La linea sottile tra di noi” di Mariarita Geografo

Somma Vesuviana. Si terrà domenica 22 marzo alle ore 10:30, presso Garden Carotenuto, la presentazione del romanzo “La linea sottile tra noi”, opera d’esordio di Mariarita Geografo.

L’iniziativa è promossa dall’associazione “Giovani in Campo”, che invita la cittadinanza a partecipare all’evento, dedicato alla scoperta di una nuova voce della narrativa contemporanea.

Il romanzo racconta la storia di Sofia, una giovane di 19 anni che lascia Milano per trasferirsi a Roma, dove intraprende il suo percorso universitario e ritrova la sua migliore amica, Giulia. L’equilibrio della sua vita viene però messo in discussione dall’incontro con Gianmarco, un ragazzo fuori dagli schemi. Tra relazioni complesse, verità non dette e scelte difficili, la protagonista si troverà ad affrontare un percorso di crescita personale segnato da emozioni intense e consapevolezze profonde.

L’autrice, nata a Napoli nel 2002, è attualmente studentessa di Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Prossima alla laurea, aspira a una carriera nel giornalismo e nella scrittura. “La linea sottile tra di noi” rappresenta il suo esordio letterario e nasce dal desiderio di esplorare tematiche attuali legate ai rapporti umani e alla crescita individuale.

L’evento sarà aperto al pubblico e rappresenterà un’occasione di incontro tra l’autrice e i lettori, oltre che un momento di promozione culturale sul territorio.

Somma Vesuviana al voto, politica sospesa tra attese, divisioni e candidati ancora nell’ombra

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A Somma Vesuviana la scena politica appare ferma, quasi sospesa in una calma solo apparente. Il tempo scorre, ma le certezze restano poche. In molti coltivano l’ambizione di candidarsi a sindaco, tuttavia, ad oggi, le ufficialità latitano.
L’unico nome che sembra emergere con chiarezza è quello di Peppe Nocerino. Restano invece ancora in una fase interlocutoria le possibili candidature di Antonio Granato, Adele Aliperta e Celestino Allocca, tutte figure che si muovono con discrezione, senza ancora sciogliere definitivamente le riserve.
Un primo segnale nella direzione di un possibile coordinamento arriva dall’associazione “9 Marzo”, che ha proposto la costituzione di un tavolo permanente tra tutte le liste civiche, un percorso che resta però ancora in fase di sviluppo.
Sul fronte opposto, il centrosinistra  continua a mostrarsi diviso, attraversato da tensioni interne e difficoltà nel trovare una sintesi condivisa. Una frammentazione che, al momento, impedisce l’individuazione di un candidato unitario. Parallelamente, il cosiddetto “campo largo”, più volte evocato negli ultimi mesi, resta poco più che una chimera, incapace di tradursi in un progetto politico concreto.
A rendere il quadro ancora più complesso è la situazione interna al Partito Democratico, scosso da una recente bufera culminata con le dimissioni – inviate via PEC a tutti gli iscritti cittadini – del segretario Francesco Barra. Dimissioni che, seppur formalizzate, sono state immediatamente congelate dalla segreteria provinciale, nel tentativo di evitare ulteriori strappi.
Alla base della crisi ci sarebbe anche la proposta avanzata dallo stesso Barra di sostenere il nome di Gino Cimmino, ipotesi che avrebbe incontrato la netta contrarietà di diverse componenti del partito, in particolare del gruppo “A Testa Alta”.
Il momento, dunque, è estremamente delicato. A pesare come un macigno è soprattutto l’attesa per la sentenza definitiva della Corte dei Conti, prevista per il prossimo 26 marzo. Un verdetto che potrebbe avere conseguenze rilevanti: in caso di dichiarazione di dissesto, alcuni esponenti politici rischierebbero addirittura l’incandidabilità.
In questo clima di incertezza, fatto di attese, divisioni e manovre sotterranee, la città resta in stand-by.

Leadership gentile: come comunicare autorevolezza senza rigidità

La “leadership gentile” mostra come trasformare errori in apprendimento, feedback in motivazione e confini in rispetto concreto. Un cambio di paradigma che distingue chi comanda da chi sa davvero farsi seguire, soprattutto nei contesti più complessi di oggi. Ed io ti spiego come fare in questo articolo, un passo alla volta. Per molti anni la leadership è stata associata a immagini molto precise: decisioni rapide, tono fermo, controllo della situazione e una certa distanza emotiva. Il leader era colui che “sapeva cosa fare” e lo comunicava con sicurezza, spesso senza spazio per il dialogo. Oggi il contesto lavorativo è profondamente cambiato. Le organizzazioni sono più orizzontali, i team più autonomi e le persone più sensibili alla qualità delle relazioni professionali. In questo scenario emerge un modello diverso: la leadership gentile. Essere un leader gentile non significa essere permissivi o rinunciare all’autorevolezza. Significa piuttosto sviluppare una forma di guida basata su chiarezza, ascolto e responsabilità relazionale. In altre parole, comunicare con fermezza senza irrigidirsi, e con empatia senza perdere direzione. Le ricerche sull’intelligenza emotiva, rese popolari da Daniel Goleman, mostrano che le competenze relazionali incidono profondamente sulla qualità della leadership e sulla capacità di guidare le persone nel lungo periodo. Ma cosa significa, concretamente, comunicare con autorevolezza senza rigidità? Vediamolo attraverso alcune situazioni quotidiane.
  1. Dare indicazioni chiare senza imporre – Una delle sfide più comuni per chi guida persone è trovare il giusto equilibrio tra chiarezza e partecipazione. Un leader rigido tende a comunicare in modo direttivo:
“Questo lavoro va fatto così.” Un leader gentile, invece, mantiene la direzione ma coinvolge la persona: “Per raggiungere questo risultato il metodo più efficace è questo. Vediamo insieme se può funzionare anche per te.” La differenza è sottile ma potente: la seconda modalità mantiene l’obiettivo ma non chiude il dialogo.
  1. Gestire un errore senza creare difesa – Gli errori fanno parte di ogni processo lavorativo. Il modo in cui vengono gestiti dice molto dello stile di leadership. Un approccio rigido può generare tensione:
“Hai sbagliato, dovevi fare diversamente.” Una comunicazione autorevole ma gentile può invece trasformare l’errore in apprendimento: “Ho notato questo passaggio. Vediamo insieme cosa è successo e come possiamo migliorarlo la prossima volta.” Questo tipo di comunicazione riduce il comportamento di chi, come si suol dire, si mette “sulla difensiva” e favorisce la responsabilità. Lo psicologo umanista Carl Rogers ha sottolineato quanto l’ascolto autentico e non giudicante favorisca la crescita delle persone e la qualità delle relazioni.
  1. Stabilire confini con rispetto – Molti professionisti temono che essere gentili significhi essere troppo disponibili. In realtà accade il contrario: la leadership gentile richiede confini chiari. Un esempio tipico riguarda la gestione delle richieste: Modalità passiva:
“Va bene, vedrò cosa posso fare.” Modalità rigida: “No, non è possibile.” Modalità autorevole: “In questo momento sto lavorando su queste priorità. Possiamo valutare insieme quando inserirlo.” Qui la differenza non sta nel contenuto, ma nel modo in cui viene comunicato: rispetto e chiarezza possono coesistere.
  1. Fare feedback che motivano – Il feedback è uno degli strumenti più importanti della leadership. Un feedback percepito come giudizio può demotivare:
“Il tuo lavoro non è abbastanza accurato.” Un feedback costruttivo invece descrive e orienta: “Ho notato che alcuni dati potrebbero essere verificati meglio. Se li rivediamo insieme possiamo rendere il risultato ancora più solido.” In questo caso la comunicazione non colpisce la persona ma si concentra sul comportamento e sul miglioramento possibile.
  1. Creare fiducia nel quotidiano – La leadership gentile non si esprime solo nei momenti di tensione o di decisione. Si costruisce soprattutto nella quotidianità. Piccoli comportamenti fanno una grande differenza: riconoscere il lavoro fatto bene chiedere opinioni prima di decidere ascoltare senza interrompere dare indicazioni chiare sugli obiettivi.Nel tempo questi gesti costruiscono fiducia, e la fiducia è il vero fondamento dell’autorevolezza.
Essere leader oggi – consentitemi di dire, sempre più ed in ogni settore – non significa semplicemente coordinare attività o prendere decisioni. Significa soprattutto saper gestire relazioni complesse in contesti in continuo cambiamento. La leadership gentile non è una moda né una forma di debolezza. È una competenza evoluta che unisce: chiarezza responsabilità ascolto coerenza. In un mondo professionale sempre più interconnesso, la vera autorevolezza non nasce dalla rigidità, ma dalla capacità di guidare le persone mantenendo rispetto, presenza e visione.