Somma Vesuviana, tra mito e realtà il mistero di “Lucia ’a ciccarona” e la festa delle lucerne

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Dall’aneddoto osé della lucerna a cinque lucignoli al falso storico del tentato arresto in tempo di guerra: come la ricerca ha restituito la vera identità di Lucia Romano, trasfigurata dalla tradizione popolare nel simbolo della trasgressione festiva.

 

 

Nello studio delle dinamiche dell’antica Festa delle Lucerne, le note a margine dei testi scientifici custodiscono spesso curiosità più dense. È il caso a pagina 38 della monografia La Festa delle Lucerne di Domenico Russo, pubblicata nel 1990 dall’Istituto Anselmi di Marigliano, dove l’autore si misura con un precedente passaggio di un altro storico locale, Angelo Di Mauro, aprendo una finestra su uno spaccato di antropologia della trasgressione. Da premettere che nell’ episodio narrato si intrecciano tante fonti orali. Russo annota una convergenza polifonica: una coralità di intervistati che, nei loro resoconti, evocano con insistenza la figura di una donna, registrata inizialmente con il nome di Lucia Savino, detta ‘a ciccarona.

 

Nelle pieghe del ricordo collettivo, questa figura femminile si spoglia della sua individualità per farsi performance rituale vivente. Gli informatori descrivono dettagliatamente le sue «oscenità palesi» durante la festa con gesti di esibizionismo e allusioni esplicite al proprio organo genitale, la cui misurazione anatomica subisce una deformazione iperbolica, venendo relazionata alla grandezza e alla struttura di una lucerna a cinque lucignoli, lo strumento votivo e luminoso posto ritualmente «al davanti della cupola», asse simbolico del rito di Somma Vesuviana. La memoria, tuttavia, non è un archivio inerte; è un organismo vivo che stratifica, sposta e risemantizza il passato per dare senso al presente. Lo dimostra la testimonianza di un informatore locale, Raia Ignazio, il quale arricchisce il quadro con un nucleo narrativo drammatico. Egli narra lo scontro verbale e legale tra la trasgressione della donna e l’ordine statale, rappresentato da un maresciallo, sfollato da Napoli a Somma Vesuviana a causa degli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale.

 

Secondo il racconto, l’ufficiale, dinnanzi a quell’ostentazione falloforica in chiave femminile, avrebbe tentato di arrestare la donna per pubblica oscenità. Intervenendo con gli strumenti della critica storica, Domenico Russo opera un’esegesi rigorosa che smonta la veridicità cronologica dell’aneddoto. L’obiezione di Russo è strutturale: la documentazione storica attesta che durante il secondo conflitto mondiale la festa non fu celebrata. L’incontro-scontro tra il militare campano e la donna appare dunque irreale nella sua collocazione temporale. Eppure, antropologicamente, questo fatto storico rivela una verità più profonda: il racconto ha fuso in un unico topos narrativo la memoria traumatica dello sfollamento durante la seconda guerra e l’archetipo dello scontro ancestrale tra la legge esterna, rappresentata dal maresciallo, e il disordine sacro e fecondo della festa. Bisogna aggiungere che vi è anche l’esistenza di un testo poetico recitato dal cantastorie casamalista, Michele Febbraro, che dimostra come la figura di Lucia ’a ciccarona sia passata definitivamente dalla dimensione storica a quella del mito letterario locale [CD Multimediale, Luci sul Casamale, a cura del CRMPA dell’Università di Salerno, 1999]. Sebbene nel breve componimento l’autore faccia riferimento a quattro lucignoli anziché cinque, la tradizione esegetica consolidata ne tramanda costantemente cinque.

Comunque, se l’aneddoto militare svela i meccanismi di finzione della memoria, l’indagine onomastica permette di operare il definitivo raddrizzamento storico. Il nome stesso di Lucia Savino vacilla sotto il peso della verifica genealogica, rivelandosi un fantasma documentario. La realtà storica emerge solo quando la parola passa alla discendenza diretta, nello specifico a un’informatrice chiave, Angelina Di Lorenzo, maritata Brescia, nata nel 1939, e alle memorie della compianta Lucia D’Avino, maternità Di Lorenzo Maria Antonia, del quartiere Margherita, morta nel 1999. In particolare, attraverso la memoria, la donna della lucerna a cinque lucignoli riacquista la sua identità storica e civile. Non si tratta di Lucia Savino, bensì di Maria Lucia Romano, sposata con Angelo Domenico Di Lorenzo fu Francesco, morta nel 1936, da tutti chiamata Lucia, nonna paterna di Angelina e ava materna di Lucia D’Avino. La ricostruzione dei legami di parentela chiarisce la genesi del contranome, il soprannome familiare, seguendo una traiettoria linguistica tipica delle comunità vesuviane: il capostipite era Francesco Di Lorenzo, nato in strada Formosi il 27 marzo 1818 da Lorenzo e da Maria Molaro, marito di Lucia Capasso; il nome di battesimo Francesco subisce la contrazione dialettale in Cecco; da Cecco si genera l’accrescitivo Ciccarone, che diviene il marchio identitario dell’intero nucleo familiare; in ultimo, per estensione e appartenenza alla famiglia, Lucia Romano perde pubblicamente il proprio cognome d’origine, e anche il contranome ‘a rossa, per essere codificata dalla comunità come Lucia ‘a ciccarona.

 

 

Alessandro Masulli
Alessandro Masulli
GIORNALISTA PUBBLICISTA

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