LA CHIESA E LA PEDOFILIA

C”è sconcerto nel popolo di Dio. La pedofilia nella Chiesa è una vicenda dolorosa e complessa. Ma in fondo un po” di persecuzione ci fa bene come chiesa, ci fa vivere il Vangelo e ci “costringe” alla purificazione.
Di Don Aniello Tortora

È l”argomento del giorno. Se ne parla su tutti i giornali, nelle sacrestie, tra i preti e i fedeli. C”è molto sconcerto nel popolo di Dio.
Per una riflessione su questa dolorosissima, quanto complessa vicenda vorrei partire da un articolo apparso su Famiglia cristiana.

“Il Papa agisce, gli Stati no”. É quanto ha sostenuto Famiglia Cristiana in un editoriale dedicato allo scandalo della pedofilia. “Quale Stato si è mai preoccupato seriamente dell”abuso sessuale dei minori come fenomeno sociale di estrema importanza?” si è chiesto polemicamente il settimanale nell”articolo, in cui sono riassunte tutte le iniziative della Chiesa di Benedetto XVI, “per scovare, denunciare e assumere pubblicamente il problema, portandolo alla luce e perseguendolo esplicitamente”.

“Lo scandalo mediatico scatenato sui preti pedofili in due continenti, Europa e America, sta rivelando un fenomeno di malafede difficilmente immaginabile per qualsiasi altro caso di comportamenti immorali e illegali. È ora di reagire sul piano della realtĂ  e dire le cose come stanno davvero”, si legge nel testo. L”articolo ha ribadito poi che “la pedofilia è per la Chiesa cattolica vergogna e disonore, come ha scritto Benedetto XVI nella Lettera ai cattolici irlandesi, in cui parla di crimini abnormi e di colpo inferto alla Chiesa, a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione”.

Di fronte allo scandalo pedofilia anche i vescovi italiani “non si oppongono, ma anzi convergono, con una leale collaborazione con le autoritĂ  dello Stato, a cui compete accertare la consistenza dei fatti denunciati”. “Sgomento, senso di tradimento e rimorso per ciò che è stato compiuto da alcuni ministri della Chiesa” è stato espresso, in un documento, dai vescovi italiani. I Vescovi hanno riaffermato, inoltre, la vicinanza alle vittime di abusi e alle loro famiglie, parte vulnerata e offesa della Chiesa stessa”.

A Roma e dintorni molti hanno reagito con fermezza alle critiche rivolte al Papa per il suo silenzio su questi temi in tutti i discorsi pronunciati nella Settimana santa. Perchè, si chiede la stampa vaticana, si è prodotta questa “ignobile operazione diffamatoria” nei confronti della chiesa? Come mai gli attacchi colpiscono un Papa, come Benedetto XVI, che ha fatto della denuncia delle sporcizie nella chiesa un punto qualificante del suo pontificato? Molti in Vaticano denunciano un vento anti-romano che soffia con sempre maggior forza, per ridurre il peso della chiesa cattolica nella societĂ  e ammorbidire le sue veritĂ  religiose e morali.

Lontano da Roma, a dire il vero, le reazioni di vari uomini di chiesa ad un fenomeno infamante risultano nel complesso meno risentite e più propositive. In Austria, ad esempio, il cardinale Schonborn ha detto nella liturgia della Settimana Santa che “se le vittime parlano, Dio parla a noi”; mentre un suo confratello, il Vescovo di Salisburgo, ha ricordato nella messa di Pasqua che la chiesa è attesa da un “nuovo inizio” e che la risurrezione passa per la via del rimorso, del pentimento, della riconciliazione e della giustizia. Ma forse la riflessione più profonda e attenta sul dramma che la chiesa oggi sta vivendo è contenuta in un ampio articolo del cardinal Karl Lehmann (giĂ  arcivescovo di Magonza e per molti anni presidente della Conferenza episcopale tedesca).

L”analisi di Lehmann non manca di prudenza, anche se è improntata al riconoscimento della veritĂ . Anche se si tratta di una scoperta dolorosa e lacerante, si può esprimere sollievo per il fatto che attualmente molti casi vengano allo scoperto.
La chiesa che il prelato tedesco auspica è anzitutto quella che non punta il dito prima sugli altri, dicendo che la pedofilia è un male diffuso e che tocca il clero meno di altre categorie sociali. Oltre a ciò, in questo lavoro di chiarificazione la chiesa è chiamata a cambiare atteggiamento, preoccupandosi più delle vittime degli abusi che degli autori, più dei minori che hanno vissuto uno scandalo che delle sorti dell”istituzione.

A livello personale mi sento di condividere l”analisi del cardinal Lehmann, densa di richiami sull”educazione cattolica, sulla formazione del clero, sulla necessitĂ  di collaborare con la giustizia, sugli sforzi che devono fare le chiese locali per seguire le indicazioni del Papa in questo campo. Un manifesto, da cui emerge non soltanto un dramma che la chiesa oggi sta vivendo, ma anche le potenzialitĂ  che essa ha per superarlo.
A mio modesto avviso viene alla luce, soprattutto oggi, un”esigenza di un”accurata selezione dei candidati al sacerdozio, vagliandone la maturitĂ  umana e affettiva oltre che spirituale e pastorale.

Penso pure che probabilmente se anche la gerarchia cattolica parlasse di meno dell”argomento, si difendesse in misura minore e fosse più attenta alla testimonianza cristiana sarebbe meglio per tutti.
In fondo un po” di persecuzione ci fa bene come chiesa, ci fa vivere il Vangelo e ci “costringe” alla purificazione. Ringraziando Dio nella Chiesa ci sono tantissimi preti, stimati dalla gente, che ogni giorno danno la vita per gli altri e “fanno quello che devono fare”, per essere “servi inutili”, a servizio del Regno.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DI DON ANIELLO TORTORA

COMUNI CORROTTI E CITTADINI RASSEGNATI

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Ci sono Enti pubblici in cui il buon governo è una chimera e i cittadini sono rassegnati all”andazzo. Bisogna essere capaci di allontanare i peggiori e immaginare una realtĂ  diversa. Un esempio concreto.
Di Amato Lamberti

In Italia c”è una legge che permette di sciogliere i Comuni, come anche altri Enti pubblici, nel momento in cui si accertasse che sono condizionati, o addirittura “infiltrati”, dalle organizzazioni criminali. Non si prevede, invece, nessun intervento sulla comunitĂ  nella quale si verificano queste situazioni di condizionamento del crimine organizzato. Anche per gli amministratori pubblici direttamente coinvolti non si prevedono misure interdittive relativamente alla loro carriera politica.

L”idea sembra sempre essere quella della camorra come “corpo estraneo” rispetto ad una societĂ  complessivamente sana. L”importante è quindi colpire i criminali camorristi che impongono con la forza e con il terrore la loro legge e il loro predominio, perchè in tal modo si ripristina la legalitĂ  nell”amministrazione e sul territorio. Una carenza su cui nessuno mai si interroga e che invece sarebbe importante come dimostra un esempio americano.

All”inizio degli anni novanta Chelsea, Massachusetts, era considerata una delle cittĂ  più clientelari, corrotte e inefficienti d”America: MetĂ  del consiglio comunale, compresi quattro sindaci, era stato condannato per corruzione; il corpo di polizia, invece di lottare contro il racket, lo favoriva; i pompieri prendevano tangenti per appiccare gli incendi e permettere alle ditte in fallimento di incassare i soldi delle assicurazioni; l”intero sistema scolastico pubblico era in uno stato di ingovernabilitĂ  tale che lo Stato del Massachusetts decise di affidarne la gestione in appalto provvisorio alla Boston University. Chelsea è una piccola cittĂ  di provincia, di 28.000 abitanti, subito a nord di Boston, nello Stato del Massachusetts.

La storia di Chelsea è interessante, per noi campani (ma anche per tutti i meridionali e non solo) perchè è la storia di una intera cittĂ  che passa dal consenso alle cosche malavitose, al consenso democratico partecipato, attraverso un intervento congiunto di magistratura, riforma istituzionale e partecipazione dei cittadini alla stesura di un nuovo statuto della cittĂ . Praticamente tutti gli abitanti della cittĂ , dopo il commissariamento del Comune, da parte dello Stato, vista la situazione di totale illegalitĂ , vengono chiamati a contribuire alla scrittura della loro costituzione.

Quando, nel 1990, fu imposta a Chelsea, da una delibera del Parlamento statale, la gestione commissariale, il Comune era in mano ad una cricca di notabili: l”accesso ai servizi “pubblici” era consentito solo a chi aveva le “giuste conoscenze” e anche la possibilitĂ  di trovare un lavoro dipendeva da un sistema di protezioni piuttosto che da capacitĂ  e criteri di competenza. Chelsea era un caso particolarmente grave di degenerazione della responsabilitĂ  politica e di alienazione dei cittadini: coloro che ricoprivano cariche politiche seguivano regole di condotta completamente autonome e diverse da quelle per le quali erano stati designati. All”inizio degli anni novanta la cittĂ  aveva accumulato un deficit di dieci milioni di dollari su un bilancio di quaranta e questo nonostante un salvataggio statale dalla bancarotta di ben cinque milioni di dollari.

Dopo molte resistenze si approvò il commissariamento che assegnava allo Stato una autoritĂ  assoluta sulla cittĂ , sospendeva i poteri del governo locale, e obbligava il commissario a presentare al governatore la proposta di una nuova forma di governo in grado di impedire le disfunzioni precedenti, proposta incorporata in un nuovo statuto della cittĂ , in sostituzione di quello vigente. La grande novitĂ  del commissario nominato, Lewis Harry Spence, fu quella di non affidare la redazione del nuovo statuto ad un consulente, anche molto titolato, ma di affidarne la redazione agli stessi cittadini che avrebbero dovuto sostenerlo: “se nessuno sa cosa c”è scritto, come facciamo a farlo rispettare?”.

L”idea era quella di elaborare uno strumento per aprire le porte del governo della cittĂ  a tutti i cittadini di Chelsea, allo scopo di insediarvi una nuova e vitale democrazia.
Il progetto è riuscito grazie anche all”applicazione dei “Programmi di negoziazione” messi a punto dalle più importanti UniversitĂ  americane, come Harvard e Mit. Quante sono le Chelsea sul nostro territorio? In quanti Comuni c”è una realtĂ  di corruzione e la convinzione tra i suoi abitanti che così era e così sarebbe sempre stato? In quante realtĂ  chi osa affermare la possibilitĂ  di un buon governo viene considerato ingenuo e ignaro di come vanno davvero le cose?

Furono le attivitĂ  illegali di una minoranza che avviarono Chelsea giù per la china della corruzione; altri diedero il loro contributo accodandosi, visto che giĂ  lo facevano tutti; altri ancora contribuirono passivamente, guardando da un”altra parte o evitando qualsiasi forma di impegno, visto che giĂ  accettavano la corruzione come realtĂ . Situazioni che conosciamo bene, anche perchè ci viviamo dentro. Come Chelsea dovremmo essere capaci di allontanare per sempre dal potere e punire i personaggi peggiori, e di mettere in gioco, nella politica e nell”amministrazione, gente capace di immaginare una realtĂ  diversa per l”intera comunitĂ .

CITTÁ AL SETACCIO

“PARENTI SERPENTI”: UN CASO DI APPROPRIAZIONE INDEBITA

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La nostra rubrica oggi si occupa di quei reati commessi da parenti o persone di fiducia che non esitano ad abusare del loro ruolo.
Di Simona Carandente

Nell”immensa compagine all”interno della quale, sempre più spesso, gli operatori del diritto sono volti ad operare, non si contano episodi nei quali gli autori di reati, delle più vaste tipologie, siano da indentificatsi proprio nei familiari delle persone offese.
Tralasciando i casi più gravi e sicuramente delicati, quali ad esempio gli abusi su soggetti minorenni, le violenze ed i maltrattamenti, capita spesso di imbattersi in casi senza dubbio di minor allarme sociale, ma di notevole pregiudizio per gli interessi delle parti coinvolte, non solo e non necessariamente di natura economica.

Proprio il rapporto di fiducia, alla base delle relazioni affettivo-parentali, è spesso causa di frodi e reati contro il patrimonio, commessi in abuso di rapporti di parentela, di coabitazione o, in taluni casi, di “semplice” fiducia.
La signora V.A., assieme alle sue quattro sorelle, si rivolge al legale per prospettare una complessa questione: qualche mese addietro, le sorelle hanno conferito al nipote C. una procura speciale a vendere degli immobili, facenti parte dell”ereditĂ  dei proprio genitori defunti. Proprio il rapporto di fiducia che le lega zie e nipote fa si che l”atto venga rilasciato senza particolari riserve, innanzi ad un notaio come previsto dalla legge, con l”obbligo per il procuratore speciale di ritrasferire alle zie i proventi della vendita, da ripartirsi in porzioni uguali.

Lo scaltro nipote mette in atto una vera e propria messinscena: finge di vendere gli immobili al proprio fratello, o meglio alla moglie di questi indicata come prestanome, per una somma pari a circa la metĂ  del valore di mercato degli stessi. In un secondo momento, adducendo banali scuse, il procuratore speciale si appropria del denaro della vendita, negando ovviamente fino all”ultimo di aver sottratto in tal modo una ingente somma di denaro.

Nella complessa macchinazione di un siffatto reato, i due fratelli otterranno ciascuno vantaggi di natura economica, frodando di fatto le povere zie che si erano rivolte a loro con fiducia.
Con una norma di non semplice comprensione, per i reati contro il patrimonio esiste una causa di esclusione della punibilitĂ , che trova applicazione quando gli stessi siano stati commessi in danno del coniuge, di ascendenti o discendenti o affini in linea retta, nonchè di fratello o sorelle conviventi (art. 649 c.p.).

Tuttavia, per quel che concerne il reato di appropriazione indebita di cui all”art. 646 del codice penale, la legge prevede che, laddove possa configurarsi la circostanza dell”abuso di prestazioni di opera (come in questo caso) si proceda con la fattispecie aggravata, superando quindi la non punibilitĂ  prevista per la disciplina generale dei reati contro il patrimonio.

Le sorelle, vistesi comunque truffate e depauperate dei proprio beni, hanno deciso di agire sia civilmente che penalmente nei confronti dei propri nipoti, più che mai convinti di non voler mollare le proprietĂ  accuratamente sottratte alle proprie zie, ritenute probabilmente indifese e facilmente raggirabili. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

MANTENERE LE PROMESSE ELETTORALI E RICERCARE IL BENE COMUNE

La riforma sanitaria del presidente degli Stati Uniti è una grande lezione di coerenza per i politici nostrani.
Di Don Aniello Tortora

“Questa non è una riforma radicale ma è una grande riforma. Questo è il vero cambiamento”. Così Barack Obama ha salutato lo storico voto della Camera. Con 219 sì contro 212 no, la Camera ha approvato la sua sofferta riforma sanitaria. É passata una legge di straordinaria portata, che dopo l’approvazione del Senato ha esteso a 32 milioni di americani un’assistenza medica di cui erano finora sprovvisti. É la fine di un incubo, 14 mesi in cui il presidente si era giocato la sua immagine su questo “cantiere progressista”.

Obama ce l’ha fatta su un terreno dove da mezzo secolo tutti i presidenti erano stati sconfitti. Ha affrontato una piaga sociale, che vede l’America molto più indietro degli altri paesi ricchi per la qualitĂ  delle cure mediche offerte all’insieme della popolazione. I primi effetti di questa riforma, in vigore da subito, colpiranno gli abusi più odiosi delle assicurazioni. SarĂ  vietato alle compagnie assicurative rescindere una polizza quando il paziente si ammala, una pratica fin qui tristemente consueta. SarĂ  illegale rifiutarsi di assicurare un bambino invocando le sue malattie pre-esistenti.

Diventeranno fuorilegge anche i tetti massimi di spesa, usati dalle assicurazioni per rifiutare i rimborsi oltre un certo ammontare (un costume particolarmente deleterio per i pazienti con patologie gravi che richiedono terapie costose, come il cancro). I genitori avranno il diritto di mantenere nella copertura della propria assicurazione sanitaria i figli fino al compimento del 26esimo anno di etĂ , una norma particolarmente attesa in una fase in cui i giovani stentano a trovare un posto di lavoro (e quindi non hanno accesso all’assicurazione che di solito è connessa a un impiego stabile).

Più avanti, entro il 2014, scatteranno gli altri aspetti della riforma, quelli che porteranno 32 milioni di americani ad avere finalmente diritto a un’assistenza. Di questi, la metĂ  circa entreranno sotto la copertura della mutua di Stato per i meno abbienti, il Medicaid. Quest’ultimo garantirĂ  cure gratuite fino alla soglia di 29.000 dollari di reddito annuo lordo, per una famiglia di quattro persone. Altri 16 milioni dovranno invece comprarsi una polizza assicurativa. Ma potranno farlo scegliendo in una nuova Borsa competitiva sorvegliata dallo Stato, e riceveranno sussidi pubblici fino a 6.000 dollari, onde evitare che l’assicurazione gli costi più del 9,5% del loro reddito. Multe salate per le aziende con oltre 50 dipendenti che non offrono l’assicurazione sanitaria ai dipendenti.

Perchè questo resterĂ  comunque anche dopo la riforma il tratto distintivo del sistema sanitario americano, imperniato sulle assicurazioni private, e ben lontano dai servizi sanitari nazionali dei paesi europei.
Manca, nella riforma, quello che all’origine doveva essere l’aspetto più radicalmente innovativo: la cosiddetta opzione pubblica. Di fronte alle accuse di voler imporre un “socialismo medico di tipo cubano” i democratici hanno abbandonato quell’idea, che avrebbe creato un’assicurazione di Stato disponibile a tutti, a costi contenuti, per far concorrenza alle assicurazioni private. In compenso ci sarĂ  una stangata fiscale sulle multinazionali farmaceutiche, per finanziare una parte dei costi della riforma.

Con questa riforma Obama ha dimostrato al mondo intero di essere un vero politico. Mantiene le promesse elettorali, cerca sempre il bene comune, non ha interessi personali da difendere, è attentissimo alle esigenze dei più deboli. É un esempio da imitare anche da parte dei politici nostrani. Anch”io ho un sogno: che nella nostra bella Italia vengano alla luce (perchè ci sono!) tanti Obama, al posto di veline, parenti di:, furfanti, imbroglioni, interessati, arrivisti, arrampicatori sociali.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL RE É NUDO, MA SE NON LO DICI NESSUNO LO VEDE

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Talvolta capita di dubitare che le parole incidono e che alla lunga, come la goccia, sono capaci di spaccare la dura roccia della realtĂ . Invece, è proprio così. “La parola mette paura”.

Caro Direttore,
a Pasqua c”erano solo pochi cani con i quali scambiare qualche chiacchiera. Ovviamente, per chi, come me, non era andato in vacanza. A casa mia il detto “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”, a ridosso della settimana santa diventa “Natale con chi vuoi, Pasqua con i tuoi”. Insomma, sempre a casa. Mentre la mia collega di Groppello Cairoli se n”è andata sulle spiagge del Mar Rosso (mi dice sempre che fare il bagno lì è come farlo in un acquario). È partita prima delle elezioni, non ha votato e mi ha comunicato che rientra a fine settimana; quindici giorni di ferie, per staccare dalla monotonia delle giornate tutte uguali e stemperare la stanchezza da lavoro.

Allora, mi sono tuffato nella lettura dei libri, dei settimanali e dei giornali. E leggendo, leggendo (ma non è una notizia che riportano i giornali di regime!), ho appreso che il nostro primo ministro ha un”altra “grande amica” di nome Darina Pavlova. Si tratta della seconda moglie di Ilia Pavlov, un boss bulgaro, ucciso nel 2002, del quale ha ereditato tutte le sostanze finanziarie. In veritĂ , però, non mi ha sorpreso la notizia di questa nuova amicizia del premier. Mi ha sorpreso, invece, sapere che Darina Pavlova, nel 1999, versò un contributo simbolico di 1000 dollari a favore della campagna elettorale della senatrice democratica Illary Clinton.

Ma quel contributo simbolico fu rispedito al mittente, in quanto la provenienza di quel sostegno non era ben chiara. Indubbiamente, bel gesto! Ma dalle nostre parti sarebbe mai potuta accadere una roba simile?

Non oso addentrarmi nell”intrigata matassa dei finanziamenti elettorali. Gli strascichi dell”ultima competizione regionale lasciano ancora scie di sangue e di merda. Si paga per entrare in lista, si paga per la propaganda (manifesti, cene, palchi, macchine, caravan, schede fac simile, locali per incontri, capipopolo, comitati elettorali), si paga per raccattare preferenze, si paga per incoraggiare scelte a vantaggio dei primi non eletti (dimissioni, altri incarichi etc.), si paga per ringraziare gli elettori (tot voti, tot volte grazie!). Ma da dove devono uscire tutti questi soldi? E così nessuno ci fa caso più da quale cielo piovano gli assegni, i bigliettoni e le relative cambiali da pagare, successivamente, ad elezioni concluse.

Caro Direttore, i ricchi di famiglia ormai son rimasti in pochi. E quelli veramente ricchi, difficilmente si lasciano tentare da avventure politiche o pseudo tali; gli arricchiti, invece, si portano sempre appresso il peso delle parole di Balzac: “Dietro ogni grande fortuna c”è un crimine”. Quand”ero giovane non ci credevo, perchè pensavo che la fortuna potesse arrivare da un”ereditĂ , da un terno a lotto, da un biglietto della lotteria ma anche dal lavoro. Poi, con gli anni, ho capito: ma quale lavoro? Col lavoro a stento arrivi alla fine del mese. E non tutti i lavori sono uguali.

Nel senso che lo stesso lavoro dĂ  guadagni diversificati a secondo del comportamento del lavoratore. Gli onesti tagliano il traguardo del 27 del mese giĂ  con l”acqua alla gola; quelli disonesti scialacquano, fanno investimenti in borsa, comprano case, barche, auto, moto e vanno in vacanza in luoghi esotici (mica come te, Direttore, che per le tue vacanze estive, sei andato giĂ  tre volte a San Marco di Castellabate, per fittare un umido bilocale a tre chilometri dalla spiaggia!).

A un anno dall”inizio della mia collaborazione al Mediano.it, stavo considerando l”ipotesi di ringraziarti per l”ospitalitĂ  concessami settimanalmente e salutare, in modo definitivo, coloro che ancora hanno avuto voglia e pazienza di leggere la rubrica “Pensare italiano”. Perchè, a un certo punto, ho pensato, le parole –scritte o parlate che siano- stancano, non incidono più di tanto, rischiano di essere ripetitive e non cambiano la realtĂ .

Poi, sempre durante le festivitĂ  pasquali, mi è capitato di leggere: “È proprio la diffusione della parola a mettere paura. Non è lo scrittore, l”autore, non è neanche il libro in sè, nè la parola da sola, che riesce ad accendere riflettori e per questo mettere paura. Quello che realmente spaventa è che si possa venire a conoscenza di determinati eventi e, soprattutto, che si possano finalmente intravedere i meccanismi che li hanno provocati. Quel che spaventa è che qualcuno possa d”improvviso avere la possibilitĂ  di capire come vanno le cose. Avere gli strumenti che svelino quel che sta dietro. E soprattutto avere la possibilitĂ  di percepire determinate storie come le proprie storie”., (Roberto Saviano, “La parola contro la camorra”, Einaudi, 2010).

Per caritĂ , “omnia non pariter rerum sunt omnibus apta”, non tutto si adatta a tutti! Però, ho capito che, anche nel nostro piccolo, ripetere certe parole, raccontare certe storie, possa essere utile a far percepire la propria realtĂ  non come unica ed esclusiva. In fondo, tutte le vicende umane si assomigliano, perchè sono gli uomini ad essere uguali con i loro vizi e le loro virtù, i loro sentimenti e le loro miserie.

E su queste ultime considerazione, Direttore, ti confesso che mi sono molto soffermato a riflettere sulle parole di un libro presentato, qualche settimana fa, anche dal tuo stesso giornale: “Ora al Palazzo è difficile amministrare, perchè c”è stato un grande arrembaggio, nel corso del quale si sono persi valori, ideologie, idealitĂ . Sembra che gli individualismi e i personalismi debbano sempre prevalere sulla comunitĂ . Ogni tanto, quando qualcosa non fila per il verso giusto, si mandano messaggi subliminali; si inviano larvate minacce; si alza il prezzo del consenso nel consiglio comunale”., (C. Raia, “Il Paese di Asso di bastone”, Guida, 2010).

Com”è vero che le storie dei nostri paesi si assomigliano, come i personaggi che le animano. E com”è vero che il rendere pubbliche queste storie, insieme ai personaggi che le animano, contribuisca a far scoprire una realtĂ , che sta sotto gli occhi di tutti, della quale tutti, ma proprio tutti, fino a un momento prima, non se ne erano accorti.
(Fonte foto: Rete Internet)

PENSARE ITALIANO

FATTO IL “GOVERNATORE” BISOGNEREBBE RIFARE LA CAMPANIA

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Secondo alcuni osservatori il rinnovo dei politici nei posti di comando ha portato euforia e fiducia. SarĂ . Eppure in giro c”è tanta gente delusa, al punto che non va più neppure a votare.
Di Amato Lamberti

Sono passate le elezioni regionali e oggi abbiamo un nuovo “governatore” che tutti sperano sia molto diverso da quello che l’ha preceduto. In molti Comuni si sono rinnovati Sindaci e Consigli e tutti i cittadini sperano che le promesse fatte in campagna elettorale vengano onorate. C’è comunque in tutta la regione, secondo molti commentatori, se non un’aria di euforia, almeno di fiduciosa attesa. Personalmente non credo, guardandomi attorno, per la strada, che la “cifra” di Napoli, di tanti Comuni piccoli e grandi, dell’intera regione, sia oggi l’euforia o l’attesa fiduciosa, come si legge su alcuni giornali.

Sarò sfortunato, ma incontro solo gente “incazzata” per le ragioni più diverse. Gli imprenditori, piccoli e grandi, non appena mi incontrano, mi scaricano addosso tutta la rabbia che hanno in corpo, perchè Comuni e Regione li stanno portando inesorabilmente al fallimento, perchè non solo non pagano le forniture ricevute da tempo, ma non danno alcuna certezza sui tempi nei quali onoreranno -si fa per dire- i loro debiti.

Tutti sono terrorizzati dal fatto che si possano ripetere le situazioni del 1992, quando il Comune e la Provincia di Napoli, insieme a molti altri Comuni della Campania, dichiararono il dissesto e trascinarono nel loro fallimento migliaia di piccole aziende, con tutte le conseguenze occupazionali e di attivitĂ  giĂ  largamente sofferte dalla gente, ma completamente ignorate da politici e amministratori, allora come oggi.

Ma sono “incazzati” tutti: chi, per le strade sconnesse, chi, per i marciapiedi impraticabili, chi, perchè non trova lavoro, chi, perchè non riesce ad avviare una attivitĂ  per le troppe pastoie burocratiche, chi, perchè non si sente sicuro per la strada, chi, perchè non si sente sicuro neppure nella propria casa con porta e finestre blindate, chi, perchè è soggetto allo stillicidio continuo del pagamento di tangenti per il solo fatto che tutte le mattine alza la saracinesca del suo negozio o del suo pubblico esercizio, chi, infine, perchè non riesce più a mettere insieme il pranzo e la cena.

Uomini e donne, giovani e anziani, occupati e disoccupati, tutti hanno qualcosa di cui lamentarsi: “governo ladro” è diventata una constatazione più che una imprecazione. Eppure, i politici continuano a parlare, come se nulla fosse, dei loro problemi personali, di alleanze strategiche, di segreterie politiche , di rimpasti nelle amministrazioni, come se questa indignazione non fosse rivolta a chi la politica la fa, da troppi anni, senza essere capace di risolvere anche uno solo dei problemi dei cittadini.

L’indignazione della gente non conta nulla, neppure quando arriva ai fischi e ai pernacchi: continuano a restare chiusi e isolati nei loro palazzi, nelle loro segreterie, nei loro assessorati, convinti di essere intangibili e insostituibili, anche se incapaci di frenare un processo di dissoluzione che insieme ai partiti sta coinvolgendo l’intera regione e, in particolare la cittĂ  di Napoli.

I richiami, ormai quotidiani, del cardinale Sepe, al recupero della moralitĂ , della legalitĂ  e di una attenzione alle sofferenze della cittĂ , vengono intesi, paradossalmente, come invito a continuare e non piuttosto a sbaraccare per far posto ad un nuovo modo di fare politica e di amministrare. L’intervento della Magistratura, su amministratori comunali,dirigenti pubblici e imprenditori, le rare volte che avviene, è salutato con ovazioni ed applausi negli uffici comunali, provinciali e regionali, ma anche negli uffici di aziende private, in negozi, in laboratori artigianali, presso le edicole dei giornali, prese d’assalto. In qualche caso si sono tirate fuori le bottiglie di spumante.

Non è stato, come è avvenuto recentemente, un bello spettacolo, ma quando la politica non è in grado di riformare e ripulire se stessa, non si può criticare la gente se si trova ridotta a chiedere l’intervento repressivo delle Forze dell’Ordine e della Magistratura. Comunque, con buona pace di tutti, nè l’intervento della Magistratura, nè la reazione spontanea della gente, hanno mai prodotto alcun risultato: politici e amministratori continuano a star chiusi nelle loro stanze, pensando solo ai loro problemi di sopravvivenza e di carriera, locale, nazionale ed europea, ma dichiarando ai quattro venti che è il lavoro il problema fondamentale, perchè solo il lavoro può creare sviluppo, occupazione, ricchezza.

Ma per gli amministratori locali è un problema di cui si deve occupare il Governo. Per Ministri e Parlamentari è naturalmente un problema delle Regioni e delle amministrazioni locali. Ai cittadini lasciati sempre più soli non resta che tirare su le maniche e darsi da fare: molti cominciano a pensare che la politica non si occupa dei loro problemi e quindi non vale neppure la pena perdere un po” di tempo per andare a votare.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

ESPERIENZE DI SCUOLA A STRETTO GOMITO CON GLI ADOLESCENTI

Quando in aula si confrontano linguaggio narrativo e quello cinematografico nascono originali pensieri e belle riflessioni.
Di Annamaria Franzoni

In una realtĂ  in cui le immagini, prepotenti, sembrano avere l”esclusiva rispetto alla parola scritta, i nostri adolescenti hanno bisogno di spazi in cui possano sperimentare e coltivare l”amore per la lettura e riflettere su quanto essa possa trasformarsi in piacere, così come ci suggerisce Pennac in “Come un romanzo” offrendo anche un simpatico decalogo del buon lettore.
Nell”ambito delle attivitĂ  curriculari programmata per i miei allievi, particolare interesse ha destato un laboratorio denominato “Un libro:.ad un amico”.

Fin dal primo mese di scuola, ho proposto ai ragazzi di portare a scuola il libro più bello che avessero mai letto, per offrirlo in prestito ad un compagno di classe. Alla scadenza mensile in aula si è svolto, di volta in volta, un confronto, sempre a più voci con l”aumento dei lettori, sul medesimo testo.

Nell”incontro di fine febbraio, quando ormai i lettori di ciascun testo avevano raggiunto un numero tale da trasformare il confronto in una tavola rotonda, si è pensato di variare l”attivitĂ  , perchè quei libri , in circolazione ormai da sei mesi, non suscitavano più lo stesso interesse e curiositĂ  della prima fase.
Allora ho proposto una rosa di romanzi da cui sono stati tratti dei film più o meno noti: la scelta è caduta su “L”uomo che sussurrava ai cavalli” dello scrittore britannico Nicholas Evans, la cui opera cinematografica è stata diretta e interpretata da un Robert Redford che mostra di amare molto questa storia e questo personaggio complesso.

Grece , la giovane protagonista della storia, lacerata nel corpo e nello spirito, sarà gradualmente guidata a ricostruire se stessa da Tom Booker, il sussurratore di cavalli che si impegnerà con tutto se stesso a ricreare ciò che un terribile incidente aveva distrutto.
Alla fine del film la maggioranza dei ragazzi ha espresso un giudizio fortemente positivo sull”opera cinematografica, anche se tutti hanno condiviso il pensiero che il linguaggio narrativo è quello che ci gratifica maggiormente perchè, attraverso la lettura, ciascuno ha il ruolo di regista costruendo, secondo la propria capacitĂ  immaginativa, i personaggi e i luoghi presentati dall”autore.

Nell”ambito del circle time sono emerse significative riflessioni sul dolore che nasce da un grave lutto e la difficoltĂ  di rielaborare vissuti complessi, oppure di affrontare la vita da disabile, sulla costruzione del complesso dialogo tra genitori e figli, sul rapporto tra la frenetica vita di cittĂ  e la riflessivitĂ  della vita serena di campagna. Fabrizio, infine,si è soffermato sull”identitĂ  di comportamento di Grace e Pilgrim invitandoci a riflettere su quanto sia talvolta superficiale l”uomo a non prendere in giusta considerazione il comportamento degli animali.

Tutti sono stati affascinati da questo libro che, tradotto in 36 lingue, ha fatto il giro del mondo e ha fatto emozionare ed ha coinvolto notevolmente i nostri giovani lettori/spettatori, anche grazie all”interpretazione della quattordicenne Scarlett Johansson, nel cui variegato mondo di esperienze essi hanno visto riflesso una piccola parte di sè.

MA LA CAMPANIA SARÁ MAI FELIX?

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Le elezioni regionali sono state vinte anche da quei capi politici che hanno dominato l”Italia: De Mita, Scotti, Di Donato. E sono state perse da chi per tre lustri ne ha imitato la pratica di governo.

Caro Direttore,
finalmente una Pasqua come Dio comanda! Una Pasqua di resurrezione. Una Pasqua nel segno della festa ebraica, nata per commemorare la liberazione dalla schiavitù dall”Egitto. A urne aperte, per Napoli e la Campania si aprono nuovi scenari e si preparano giorni di grande elaborazione di idee, di interventi, di attivitĂ  destinate a trasformare una realtĂ  sonnacchiosa se non proprio agonizzante in un elegante atelier.

Finalmente, la Campania felix si è liberata dal giogo ventennale (ma, forse, anche trentennale) di una vetusta classe politica e si è affidata a virginee, oltre che onestissime, figure di rampanti politici (“chi partecipa attivamente alla vita pubblica, alla pubblica amministrazione, alla direzione, al governo di uno Stato, di una cittĂ , dimostrando particolare abilitĂ  nelle arti del governo e nei maneggi diplomatici”, in S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, Utet) o, forse, di inossidabili politicanti (“chi si dedica all”attivitĂ  politica senza disporre della necessaria preparazione o unicamente per soddisfare le proprie ambizioni”, in M. Cortelazzo e P.Zoli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli).

Il futuro della Campania felix è ora (o è ritornato ad essere), saldamente, nelle mani di Ciriaco De Mita (anni 82, esponente della vecchia Dc, ha ricoperto, negli anni, ruoli di responsabilitĂ  e potere in coalizioni di centrosinistra, centro e centrodestra), Enzo Scotti (anni 77, sindaco di Napoli nel 1984 e più volte ministro in governi di centrosinistra), Giulio Di Donato (anni 64, vicesindaco di Napoli nelle giunte Valenzi, vicesegretario nazionale del Psi di Craxi, ora segretario dell”Udeur di Mastella), Clemente Mastella (anni 64, ministro nei governi Berlusconi e Prodi) oltre che di mogli (Lonardo, presidente del consiglio regionale della Campania con Bassolino), di figli (Caldoro) e di nipoti d”arte (Gava).

Certo, chi è stato sconfitto sul campo non ha fatto niente per arginare lo tsunami delle urne. Arroccamento di posizioni, clientelismo, affarismo, familismo, trasformismo. Mica è poco? Oltre, naturalmente, a una sanitĂ  allo sfascio, alla nauseabonda questione dei rifiuti, alle omertĂ  e alle faide di partito. Tutti fatti che hanno finito col vanificare quelle cose buone, che pure sono state fatte. Ma chi se ne frega! Il motto della nostra classe dirigente è crudo ma realista: “A un palmo dal mio culo fotta chi vuole”.

“C”è una frase di Truman Capote che spesso mi è girata nella testa in questi anni, vera e terribile: “Si versano più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle non accolte”. Se ho avuto un sogno, è stato quello di incidere con le mie parole, di dimostrare che la parola letteraria può ancora avere un peso e il potere di cambiare la realtĂ . Pur con tutto quello che mi è successo, la mia preghiera, grazie ai miei lettori, è stata esaudita. Ma sono anche divenuto altro da quel che avevo sempre immaginato. Ed è stato doloroso, difficile da accettare, finchè ho capito che nessuno sceglie il suo destino. Però può sempre scegliere la maniera in cui starci dentro”. (Roberto Saviano, “La bellezza e l”inferno”, Mondadori, 2009).

Caro Direttore, penso che per la Pasqua ti aspettassi un contributo più dolce, quasi una pastiera. Ti capisco, ma proprio non ci riesco. D”altra parte, siamo ancora in piena settimana di passione. E la mia passione dura da troppo tempo; non certo quanto dura, però, quella della mia terra, della Campania felix, dell”Italia (“Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiero in gran tempesta,/ non donna di province, ma bordello”, [Dante, Purgatorio, Canto VI]), della nota Repubblica delle Banane.

È, il nostro, il paese del “Grande fratello”, non c”è da meravigliarsi. Il grande fratello è il condimento della nostra giornata, ci fa appassionare alle sciocchezze, ci fa vivere in diretta le liti dei protagonisti, i loro amori, le loro bugie, le loro ansie, le loro depravazioni. È tutto così bello; vuoi mettere il Grande fratello con queste assurde vicende trite e ritrite, che ci propina la societĂ  e la politica? “Il Grande Fratello vi guarda. Dentro all”appartamento una voce dolciastra leggeva un elenco di cifre che aveva qualcosa a che fare con la produzione della ghisa. La voce veniva da una placca di metallo oblunga, simile a uno specchio opaco:Quell”apparecchio, che veniva chiamato teleschermo, si poteva abbassare ma non mai annullare del tutto.”, (George Orwell, “1984”, Mondadori, 1950).

Come si fa a meravigliarsi, Direttore, se nella realtĂ  quotidiana accadono le stesse cose che un Grande fratello porta fin dentro le nostre case? Lo so, è scandaloso ciò che sto per scrivere. Ma se i partecipanti al Grande fratello sono presentati sin”anche mentre fanno l”amore, perchè, poi, un amplesso non potrebbe essere ripetuto in una classe, come di fatto è avvenuto? C”è, sicuramente, da dire che l”insegnante presente nella scuola di Salò era un po” coglione; che, forse, interpretava la sua professione come un mestiere alienante (ma la logica della scuola-azienda non è questa?); che rispondeva alla necessitĂ  (burocratica) dell”interrogazione più che all”etica ed alla profonditĂ  dell”educazione.

Ma, in fondo, i ragazzi della II C della scuola media di Salò, non hanno fatto altro che riproporre ciò che la televisione ha riproposto, sin nelle loro camerette, più volte! Questo è veramente scandaloso! Anzi, ciò che è ancora più scandaloso, è che nessuna scuola, nessuna societĂ , nessuna politica si sia mai preoccupata nè si preoccupa di offrire, proporre, presentare modelli per facilitare la scelta della maniera in cui stare dentro al proprio destino.
(Fonte foto: Rete Internet)

PENSARE ITALIANO

IL DIRITTO ALLA SALUTE IN CARCERE: QUALE TUTELA?

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Tra le mura del carcere, il diritto alla salute dei reclusi non sempre è applicato come si dovrebbe. La storia vera di R.
Di Simona Carandente

Il vasto e variegato panorama della realtĂ  carceraria, italiana e campana in particolare, che emerge sia dai mass media che dalle esperienze concrete di tutti coloro che vi interagiscono, a diverso titolo, non è sempre incoraggiante.
Difatti, senza voler fare facile retorica nè tantomeno critica, non può non trascurarsi il dato secondo cui, a fronte di poche e limitatissime realtĂ  senza dubbio privilegiate, sovente all”interno del carcere viene negato il riconoscimento anche dei più elementari diritti dell”individuo.

Tra quest”ultimi merita un posto rilevante il diritto alla salute, giĂ  sancito dalla Carta Costituzionale e dalla legislazione di diritto interno, il quale però tra le mura del carcere subisce, in molti casi, una profonda compressione.
In particolare, si tenga presente che l”ordinamento penitenziario, di cui alla L. 26 luglio 1975 n. 354, prevede all”art. 47 ter la possibilitĂ  per il detenuto di poter scontare la pena nella propria abitazione, o in altro luogo di cura o assistenza, qualora ci si trovi in presenza di requisiti tassativamente previsti dalla norma.

In particolare, la detenzione domiciliare può essere riconosciuta a persona in condizioni di salute particolarmente gravi, che richiedano contatti costanti con i presidi sanitari territoriali, non potendosi ricorrere in tali casi esclusivamente all”assistenza sanitaria inframuraria.
Tuttavia, anche l”applicazione del beneficio è soggetto a limiti edittali, rigorosamente previsti dalla norma penitenziaria ed insuscettibili di diversa applicazione.
Il principale, vistoso limite alla concessione della detenzione domiciliare è quello che vede il soggetto ristretto dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza, oppure condannato con l”aggravante (recidiva) di cui all”art. 99 del codice penale.

In tale ultimo caso, vi è tuttavia la possibilitĂ  di poter fruire del beneficio anche se la pena detentiva inflitta, anche se costituente parte residua di maggior pena, non superi i tre anni.
In quest”ultima fattispecie rientra il caso di R.: dal 2001 è completamente paralizzato dalla vita in giù, a causa di un conflitto a fuoco nel quale rimase, suo malgrado, coinvolto. Ulteriori complicanze della patologia hanno interessato, successivamente, anche gli arti superiori, con il risultato che R. È su di una sedia a rotelle, completamente impossibilitato a svolgere anche le mansioni più elementari.

Per R. La detenzione è ancora più afflittiva rispetto ad una persona comune: ha bisogno di un piantone che lo aiuti in tutto e per tutto, notte e giorno; non può partecipare ad alcuna opera di rieducazione; non può neanche beneficiare del sostegno esterno dei familiari, in quanto anch”essi sono gravemente ammalati ed impossibilitati ad assisterlo anche solo sporadicamente.
Tuttavia, la corretta ed univoca applicazione della norma non consente al Tribunale di Sorveglianza, pur consapevole della gravitĂ  della situazione, nonchè della dubbia compatibilitĂ  della condizioni di salute di R. Con il regime carcerario, di potersi pronunciare in senso positivo, posto che la pena residua da scontare è, per R., superiore ai tre anni.

Solo la concessione di qualche beneficio di legge, tale da ridurre la pena che R. Deve scontare, potrĂ  permettere al Tribunale di ripronunciarsi sulla delicatissima questione: il tutto, però, decorsi i tempi previsti dalla legge che, com”è verosimile, non saranno brevissimi. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

L’IPERURANIO DEI TEMPI ANDATI:

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Gli autori del dialogo riflettono sulla difficoltĂ  di trovare una strategia per far leggere i ragazzi. E dunque si chiedono: “perchè (leggere e scrivere), che cosa, come?” Aggiungendo anche : “dove e quando?”.
Di Giovanni Ariola

IL DIALOGO PRECEDENTE


All”elencazione delle domande del prof. Carlo, è seguito un momento di silenzio da parte dei presenti, come se ognuno si concentrasse per riflettere ed elaborare una risposta personale.
Il prof. Fantasia intanto è entrato alquanto rumorosamente, non solo annunciandosi dal pianerottolo con una ripetuta chiusura e apertura dell”ombrello per scuoterne le gocce di pioggia, ma anche con lo strusciare delle scarpe sullo stuoino nell”ingresso tirato molto per le lunghe, quindi con un certo numero di colpi di tosse, nervosa dice lui, per tutte le arrabbiature che si prende malgrado la sua pazienza di Giobbe.

– Devi ammettere – inizia il prof. Eligio rivolgendosi al collega Carlo – che sono domande le tue alle quali non si può rispondere qui su due piedi, in quattro e quattr”otto….Un tempo sapevamo rispondere senza incertezze:ma ora?
– Lungi da me l”intento di voler tentare qui e ora un”impresa alla quale hanno lavorato e continuano a lavorare fior di studiosi senza riuscire a dare risposte del tutto esaustive:Possiamo però avanzare qualche riflessione. Sì, quando eravamo studenti noi, il nostro docente di italiano si preoccupava di fornirci le risposte belle e pronte.
– Ricordo – continua il prof. Eligio – il mio insegnante di lettere del primo anno della scuola superiore, che ci lesse alcuni capitoli da “L”idioma gentile” di Edmondo De Amicis:
– Figuriamoci! – sbotta il prof. Piermario.

– Quando si nomina questo autore – risponde insolitamente calmo il prof. Eligio – si pensa subito al suo “Cuore“, del quale è stato detto tutto il male possibile e io dico a torto perchè a suo modo e con tutte le riserve che vuoi, di stile e di contenuto, è un libro che ci ha formati:perchè più degli altri ci ha fatto conoscere il piacere della lettura :senza averlo assaporato forse non avremmo continuato a leggere:con tanta passione.

– È un libro indubbiamente datato, – osserva il prof. Carlo – ma nessuno che nella sua fanciullezza l”abbia letto, può negare di averlo mai più dimenticato o che non provi, nel ricordarlo, un profondo turbamento che, solo ipocritamente e per darsi arie di intellettuale ultramoderno, si nega e si nasconde. Ringrazio ancora in cuor mio il mio insegnante di quinta elementare che ce lo lesse un quarto d”ora ogni giorno, al termine delle lezioni, a noi alunni, incorreggibili un momento prima con la testa giĂ  al dopocampanello e ora immobili e muti inchiodati nei banchi ad ascoltare e a palpitare con i piccoli eroi deamicisiani:D”altra parte di recente lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha dichiarato che annovera nel suo Pantheon privato, insieme con Faulkner, Kafka, Camus proprio De Amicis per il suo libro “Cuore”, perchè “convinto che il libro riuscito è quello che ti commuove”.

– Ma c”è anche un De Amicis meno sentimentale – riprende il prof. Eligio – autore di un romanzo come “Amore e ginnastica” che è stato riscoperto qualche anno fa con un buon apprezzamento da parte della critica, e soprattutto un De Amicis studioso della lingua italiana che a mio giudizio andrebbe conosciuto:Bene ha fatto Andrea Giardina a curare la ripubblicazione appunto de “L”idioma gentile” per i tipi editoriali di Baldini Castoldi Dalai (Milano, 2006). Ho potuto rileggere ancora l”incipit del famoso capitolo intitolato “A traverso i secoli” : “A questo punto bisogna che ci fermiamo un poco a discorrere dei principali scrittori che s”hanno da leggere per imparare la lingua:” E giù tutto l”elenco dei principali classici della letteratura italiana, suddivisi per periodi in diversi paragrafi, i trecentisti, da Leonardo Da Vinci a Machiavelli, da Galileo all”Alfieri, dal Foscolo al Carducci fino al “suo” (del De Amicis) Manzoni” e all”elogio dei Promessi Sposi, ma bisogna riconoscergli l”intelligente raccomandazione conclusiva che il nostro insegnante ci leggeva e ripeteva più volte con voce solenne: “Studia il Manzoni e amalo per tutta la vita. Ma non lo adorare; ti sia maestro non idolo”.

– Citerei anche questi pensieri: – concorda il prof. Carlo che ha prelevato da uno scaffale il libro del De Amicis – “Non te lo (il Manzoni) prefiggere modello unico di prosatore, per avere il pretesto, comodo alla pigrizia, di non leggerne altri, come molti fanno; :.poichè il Manzoni mostrò ciò che può la lingua nostra, ma non in tutti i campi, nè in ogni forma della letteratura, non avendo trattato ogni argomento, nè tutto detto in tutti i modi possibili neppure nel campo suo.”(p.368)
– È una esplicita esortazione al plurilinguismo a scuola! – esclama il prof. Piermario, visibilmente infervorato – Esortazione lungimirante ma rigorosamente ignorata fino a pochi decenni fa negli atti ufficiali e in molte scuole ancora oggi.

– Sì, – ammette il prof. Carlo – Le letture che ci venivano proposte con indicazioni precise e perentorie dalla scuola erano a senso unico, letterarie e basta. Oltretutto si fermavano al primo Novecento:Solo qualche docente si spingeva fino a Vittorini e alla sua polemica con Togliatti. Il resto lo abbiamo fatto noi:eravamo assetati di libri:abbiamo letto per conto nostro il Novecento, non solo letteratura e non solo autori italiani:.leggevamo di tutto:anche robaccia bisogna dirlo:e i fumetti, di nascosto perchè non era consentito sottrarre tempo allo studio per dedicarsi a letture inutili:i fumetti erano per noi come le playstation per i ragazzi di oggi:

– Leggevamo quello che trovavamo: – interviene il prof. Fantasia – se si aveva la fortuna di vivere in un ambiente favorevole. Negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso è stata dura. Nei paesi arrivavano dal Ministero alle bibliotechine locali, spesso autentici fantasmi, se affidate a persone, per lo più insegnanti di scuola elementare, poco o per niente zelanti, un certo numero di libri (erano gialli con la copertina dura, editi da Mondadori) da distribuire gratuitamente ai lettori più assidui (sic!), ricordo “I Promessi Sposi”, “I Malavoglia”, “Le novelle” di Pirandello. Allora avevamo molto tempo a disposizione, specie nelle lunghe serate invernali, quando c”era appena la radio e non ancora la televisione. Sì, provavamo piacere a leggere.

Al di lĂ  della sete di conoscere, avvertita in modo più o meno intenso, ci affascinavano le storie raccontate e le emozioni che ci comunicavano i poeti. E tuttavia uno dei motivi che ci spingeva era anche quello di acquistarsi la considerazione dei concittadini.

Camminare per la strada, portando uno o due libri sotto il braccio, faceva un certo effetto. Per molti leggere equivaleva a studiare e basta, ossia un dovere, una necessitĂ  per farsi un avvenire diverso da quello dei genitori:quasi tutti appartenenti ai ceti più umili. D”altra parte si era drastici con quelli che non ne volevano sapere di studiare. I genitori facevano patti chiari con i figli: o studi e sei promosso o vai a lavorare. Il lavoro per i ragazzi minorenni era una cosa legale e diciamo normale. Si studiava con lo spauracchio della cardar ella (o cantarella= specie di secchio con due manici nel quale i muratori trasportano la malta) da portare in spalla lavorando alle dipendenze di un muratore o di un apprendistato sempre molto duro presso qualche masto
(= maestro, artigiano: falegname, fabbro, barbiere, sarto e simili).

– Nello stesso tempo – ricorda ancora il prof. Eligio – era molto diffusa, soprattutto negli ambienti contadini, una certa avversione alla lettura, diciamo, per diporto, ossia non legata ai compiti scolastici. Lo studio andava bene, ma oltre no, il tempo andava utilizzato per il lavoro che, in campagna, non mancava mai. Insomma al di fuori dei compiti per la scuola altre letture erano inutili e perfino dannose. Colui che s”attardava a leggere poteva perfino sentirsi dire: “Staie sempe ncoppa a sti libri. Accorto ca te se strudono ll”uocchie e “o cerviello” (Stai sempre incollato a cotesti libri. Attento che ti si consumino gli occhi e il cervello).

– Per favore, basta con questo vostro amarcord! – esplode il prof. Piermario – Vogliamo scendere dall”iperuranio dei tempi andati e tornare nella realtĂ  presente? Per la vostra generazione e anche per la mia è stato facile avvicinarsi e poi convertirsi alla lettura dei libri, ma oggi?
– Ma tu, caro Piermario – chiede con tono grave il prof. Carlo – tu così critico verso il passato e verso il presente, hai risposte da dare alle domande che abbiamo formulato? (continua)

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