CARCERI. PER UN SOLO ANNO DI PENA SI PENSA AI DOMICILIARI

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Il sovraffollamento delle carceri induce il legislatore a trovare soluzioni urgenti. Ma viene da chiedersi come mai mancano riforme risolutive e di ampio respiro.
Di Simona Carandente


Con l”avvicinarsi del periodo estivo e l”aumentare della temperatura, si torna nuovamente a parlare delle condizioni in cui moltissimi detenuti sono costretti a scontare la propria pena, all”interno dei penitenziari sparsi sull”intero territorio nazionale.
La problematica, ancora una volta, non è di facile nè agevole soluzione. Del resto, anche a volerne rinvenire una, questa non sfuggirebbe alla tentazione di alcuni, in special modo i fautori della teoria retributiva della pena, a minimizzare il problema e i suoi riflessi sulla cosiddetta societĂ  civile.

Non si può non considerare, del resto, che quella del sovraffollamento delle carceri non sia una problematica di massa, tenuto conto del fatto che l”opinione pubblica, sovente divisa tra innocentisti e colpevolisti, non riesce sovente a comprendere una delle prime funzioni della pena nel nostro ordinamento positivo, ovvero quella rieducativa.
Ad ogni modo, prescindendo dalla sensibilizzazione o meno sul tema, il problema rimane incondizionatamente tale, al punto che ciclicamente il legislatore si ingegna nel rinvenire soluzioni palliative, tese ad arginarne i devastanti effetti.

Ad esempio, qualche anno fa venne emanata la legge sul cd. “indultino”, seguita a ruota da quella sull”indulto, fino a giungere ai giorni nostri ove il governo, allo scopo di poter temporaneamente alleggerire la popolazione penitenziaria, sta pensando di varare un provvedimento di urgenza contro il fenomeno del sovraffollamento.
In particolare, il decreto legge prevederĂ  la possibilitĂ , per chi debba scontare un solo anno di reclusione, verosimilmente anche come residuo di maggior pena, di poter beneficiare del regime degli arresti domiciliari, scontando pertanto la sanzione penale presso la propria abitazione, o presso un domicilio alternativo.

Inutile dire che, in relazione alla concreta possibilitĂ  di poter arginare il fenomeno, specie con l”avvicinarsi del periodo estivo, la decretazione di urgenza potrĂ  fornire immediatamente risposte concrete: indubbiamente, però, viene da chiedersi le motivazioni di una legislazione spesso miope, e della mancanza di riforme risolutive e di più ampio respiro.
Difatti, anche per quel che concerne la cosiddetta certezza della pena, la risposta fornita dal decreto legge non appare esauriente, nè tantomeno esaustiva.

Rimedi quali l”edificazione di nuove strutture carcerarie sul territorio, l”introduzione di regimi alternativi alla detenzione che trasformino il detenuto in concreta forza lavoro, nonchè la stessa diminuzione dei tempi di durata massima di custodia cautelare potrebbero, laddove affrontati e risolti con una riforma organica della giustizia, condurre ad una pena certa che contemperi, una volta per tutte, i diritti della popolazione penitenziaria con le esigenze di protezione della collettivitĂ . (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL PRIMO SENTIERO DI “PASSEGGIATE VESUVIANE”

Prende il via la rubrica nata per illustrare i sentieri da conoscere e percorrere lungo il Parco Nazionale del Vesuvio.
Galleria fotografica all”interno

Chi ha deciso di portare i rifiuti nel Parco Nazionale del Vesuvio è evidente che non conosce le bellezze naturali di questo posto. “Passeggiate Vesuviane”, a questo punto, diventa una forma di resistenza civile a quel disegno: il territorio si ama solo se lo si conosce.
Avviamoci lungo il primo sentiero.

Iniziamo con un sentiero facile facile, solo 12 chilometri!
Niente paura! Non mi sto prendendo gioco di voi, in realtĂ , questo, come molti altri sentieri vesuviani, può essere gestito in base alle vostre necessitĂ  podistiche e ridotto qualora se ne presentasse la necessitĂ . Il dislivello poi non è elevato, solo 500 m. Il sentiero numero uno dell”Ente Parco attraversa, in buona parte, la Valle dell”Inferno, che, nonostante il poco invitante nome, risulterĂ , soprattutto in primavera, essere tutt”altro che infernale e di piacevole percorrenza.

Le raccomandazioni, in questo caso, come lo sarĂ  per gli altri percorsi, sono in linea di massima sempre le stesse: calzature adatte alla montagna, bastoncini per l”equilibrio e la fatica, tanta acqua e una buona dose di prudenza, che non è mai troppa. Non bisogna essere dei rambo per divertirsi in natura e l”entusiasmo di entrare in contatto col nostro vulcano basterĂ  a sopperire alla stanchezza e all”inesperienza.
L”accesso ufficiale al sentiero è quello da Ottaviano ma non mancano comunicazioni con il resto della sentieristica vesuviana. Raggiunta la cittadina, sede dell”Ente Parco, attraverso la statale 268, si arriva facilmente, seguendo la strada principale e le indicazioni “Valle delle Delizie”, all”ingresso del sentiero (quota 500 m.s.l.m.).

Dallo spiazzo, prospiciente un ristorante e un piccolo bar (utile all”occorrenza, per le birre sempre fredde!), si supera una sbarra di metallo rossa e dopo dieci fastidiosi tornanti di strada asfaltata, vestigia dei nefasti interessi sulla zona, si arriva finalmente al sentiero vero e proprio.
La profumata pineta sfuma, man mano che si sale, in un bosco di lecci e castagni, ma non mancano gli ontani e le onnipresenti robinie (Robinia Pseudoacacia). La passeggiata, assai piacevole, ci condurrĂ , dopo circa 1.800 m. a Largo Prisco (quota 724 m) dedicato alla memoria del maresciallo della guardia di finanza Angelo Prisco, ucciso in quei luoghi nel 1995 dai bracconieri. Di qui si diramano tre strade ma quella da seguire è quella più a sinistra e indicata dal segnavia giallo (n.b. talvolta i colori dei segnavia saranno più di uno per la concomitanza di più sentieri).

Si segue, in leggera salita, una piacevole e rilassante stradina che incontrerĂ  sulla destra una casetta dalle imposte rosse, di proprietĂ  del comune di S.Giuseppe Vesuviano, attualmente in uso dagli operai forestali della Provincia, unici manutentori dei percorsi. Dopo circa quattro chilometri si giunge al cosiddetto Slargo della LegalitĂ , altro luogo simbolo, strappato alle grinfie della malavita che sembra volesse farne un residence con annesso campo da golf. Lo scenario è dei migliori (residui turistici e atti vandalici permettendo!), il Vesuvio in primo piano, e le ginestre, ad incorniciarlo. Questa potrebbe essere una prima tappa per coloro che preferiscono la qualitĂ  alla quantitĂ  per riposare, mordicchiando qualcosa per ristorarsi.

Piacevole fin qui anche l”ascensione notturna poichè di facile accesso e priva di ostacoli di rilievo, e le notti, tra maggio e giugno, con i profumi delle ginestre, la valeriana rossa, il pino e l”elicriso inebriano gli animi, soprattutto se coadiuvati da un buon Lacrima Cristi locale. Ma proseguiamo alla luce del sole, che, soprattutto d”estate può fare brutti scherzi, utile quindi l”immancabile cappellino e una crema protettiva per evitare problemi indesiderati. S”imbocca quindi, sempre sulla sinistra (ovest), una stradina che sale verso il vulcano, segnalata sempre dal segnavia giallo. Dopo quindici/venti minuti di tranquilla salita, intervallata da tre rampe di scale in legno, si imbocca a quota 848 e dopo 5 km di cammino, la famosa strada Matrone, fatta costruire dalla lungimirante famiglia di imprenditori vitivinicoli agli inizi del “900, splendido punto panoramico sulla Valle e sui Cognoli di Ottaviano.

Si sale a destra fino al bivio (quota 997 m.s.l.m., punto più alto del percorso) che conduce al Gran Cono, ma pazienza! Non è lì che dobbiamo andare, sarĂ  per un”altra volta, c”è la Valle dell”inferno che c”aspetta. Infatti, svoltando a destra come da indicazione, in leggera discesa, raggiungeremo, sempre sulla destra, una deviazione (dopo circa 7.5 km di percorso totale). Una scalinatella ci condurrĂ  nel pieno della Valle, tra pini marittimi, domestici e le arboree ginestre dell”Etna. Questa è per me la parte più bella, passeggiare tra le alte ginestre, tra boscaglia e improvvise radure, fa tornare bambini e rispolverare la voglia di scoprire che era in noi.

Dopo circa nove chilometri giungiamo in un anfiteatro naturale proprio sotto i Cognoli (i “comignoli” della caldera del Somma, il perimetro del più antico e grande vulcano), da notare, sulla vostra sinistra, il particolare arco naturale formatosi con gli scherzi che il vulcano ha saputo fare nella sua lunga storia, cosi come più avanti ha fatto con le lave “a corda” e il crepaccio, sorta di grotta per gli amanti del brivido (Attenzione! Munitevi di casco e affrontatene con cautela la perlustrazione, la sua lunghezza, di circa 80 m, e sovrastata da una volta instabile).

Il sentiero continua e ci condurrĂ  tranquillamente, attraverso un agile percorso, di nuovo allo Slargo della LegalitĂ  dove ripercorreremo a ritroso la strada fatta all”andata fino a quota 500.

ARTICOLO CORRELATO

UN PERCORSO DI FILM PER CAPIRE GLI ADOLESCENTI E FARSI CAPIRE

Con gli studenti del Mercalli di Napoli si discute di conflittualitĂ  tra pari e con l”adulto, nel gruppo classe o in famiglia. Obiettivo: migliorare le abilitĂ  psico-relazionali.
Di Annamaria Franzoni

Riprendono gli incontri del mercoledì, presso l”aula multimediale del Liceo Mercalli, rivolti ai ragazzi di etĂ  compresa tra i 13 e i 16 anni che vogliano confrontarsi e discutere sulle conflittualitĂ  tra pari e con l”adulto, all”interno del gruppo classe o della famiglia, offrendo un contributo al proprio e all”altrui sviluppo delle abilitĂ  psico-relazionali, di cui tanto bisogno c”è nella complessa odierna vita sociale.

I laboratori, programmati nell”ambito del Progetto Scuole Aperte “Uno sguardo verso l”altrove”, finanziato dalla Regione Campania, saranno condotti da chi scrive e si prefiggono di sostenere lo sviluppo e la crescita del giovane, nella sua complessitĂ , favorendo l”armonizzazione della sfera emotiva, cognitiva ed istintuale.
La fascia d”etĂ  coinvolta nelle attivitĂ  è, infatti, in piena fase di crescita emotiva e psicologica, oltre che fisica: pertanto è molto difficile per il nostro giovane adolescente trovare la sua giusta collocazione nella famiglia, nel gruppo dei pari ed in generale nella societĂ . Sempre più variegati ruoli, esigenze e bisogni muovono il ragazzo verso la continua ricerca di una sua identitĂ  personale e sociale.

In una fase così delicata il giovane non riesce a vivere in modo sereno questo momento mettendo in atto una serie di comportamenti “devianti”, che se non contenuti, concorreranno ad etichettarlo, dando vita ad una complessa spirale.
Questa fase della vita, d”altro canto, è così ricca di potenzialitĂ , in attesa di esplicarsi, che ritengo che questi momenti di extra-scuola nelle pareti scolastiche, possano favorire il confronto dei giovani tra i giovani affinchè il singolo si formi come “persona” sotto la guida di un orientatore che sia disposto ad ascoltare e a facilitare la sua capacitĂ  di attenuare le conflittualitĂ  che spesso li contraddistingue.

Ho scelto per questo modulo dall”eloquente titolo “Adolescente:.mente” la seguente rassegna cinematografica che farĂ  da sfondo ai laboratori di discussione e di riflessione che emergeranno dalle trame stesse dei film e soprattutto dalle emozioni che sicuramente tali splendide storie sapranno suscitare nei sensibili animi dei giovano spettatori:
Jack frusciante è uscito dal gruppo di Enza Negroni; The truman show di Peter Weir; L”albero delle pere di Francesca Archibugi ; Sognando Beckam di Gurinder Chadha ; Mai più come prima di Giacomo Campiotti ; American graffiti di Geoge Lucas.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

LA DELEGA AD “ALTRI” CI FA FELICI E SPENSIERATI

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Ognuno è pronto a criticare “il sistema”, i guasti, le ruberie. Ma ecco che, appena si spengono le luci, ricompare il sortilegio: l”epoca del “mi manda Picone” non è mai tramontata. Naturalmente, è colpa degli “altri”.

Caro Direttore,
in fin dei conti, è così comodo stare alla finestra! Le castagne dal fuoco le devono togliere sempre gli altri; le proteste le devono fare sempre gli altri; un voto per cambiare lo devono dare sempre gli altri; la fila è meglio la facciano gli altri; le costruzioni abusive le edificano gli altri e gli imbrogli sono comportamenti di altri. Ma gli altri chi sono? Sicuramente, sono quelli della porta accanto, quelli che si incontrano in piazza o in ascensore, quelli che viaggiano in treno o giocano a burraco, quelli che prendono la tintarella otto ore al giorno e quelli che, per altrettante ore, fanno palestra.

E siamo anche noi. Perchè noi siamo “gli altri” per gli altri di cui prima. Ed, allora, c”è come una continua delega a qualcuno che è responsabile di non voler cambiare, a qualcuno a cui manca il coraggio di dire “no basta!”, a qualcuno che, secondo gli altri (e, quindi, secondo anche noi), vive bene in questo marasma.

Viviamo in un paese a vocazione vandeana e cesarista. Lo spirito reazionario è sempre vivo in ciascuno di noi e tutti reclamiamo –ignorando il passato, la storia- un governo (che sia quello centrale o quello periferico, non fa differenza!) forte, mascherato da forme di pseudodemocrazia (magari condito anche da qualche salacitĂ  o da qualche barzelletta). Viviamo in un paese xenofobo e clericale. Gli stranieri (ma anche i meridionali; o, almeno, tutti quelli che abitano il sud di una qualsiasi terra) puzzano, sono ladri, violentatori e sfaccendati. Sud è diventato sinonimo di arretratezza, di inciviltĂ , di incultura, di selvatichezza, di rozzezza. Nemmeno il rifugio nella religione dĂ  più un sollievo.

La Chiesa è sempre più un luogo di pene da espiare, mentre i suoi rappresentanti con sempre maggiore convinzione affermano il principio del “fai come dico io, ma non fare come faccio io”. Negli ultimi tempi anche i santi sembrano diventati più diffidenti e sofferenti: i loro simulacri sono di una tristezza unica, non sorridono più. Almeno gli antichi dei avevano vizi e passioni uguali a quelle dei terreni! Tradimenti, incesti, zoccolerie, pedofilia! Non è che gli ecclesiastici di oggi (non tutti, per fortuna) abbiano cambiato maestri e riferimenti? Non più Gesù, Giuseppe e Maria ma Giove, Apollo e Venere!

Viviamo, caro Direttore, in un paese a vocazione populista e mafiosa. Chiunque fa una cosa, un atto, prende una posizione o promette un sogno, lo fa per turlupinare le masse, carpirne il consenso. Sembra una continua festa di piazza: i riflettori accesi, gli altoparlanti a mille, la musica assordante e un popolo che, in delirio, applaude, senza gusto, senza entrare nello spettacolo ma proponendosi esso stesso come spettacolo! E, quando questa esposizione festaiola (o festivaliera) svanisce, per cose più serie, più strettamente personali, ecco che subentra l”atteggiamento delinquenziale, malavitoso.

A ognuno di noi spetta tutto quello che vogliamo, anche in spregio dei diritti degli altri. E questo modo di vivere è condito da azioni, che contemplano l”istituto della raccomandazione, dei pizzini, delle calunnie, delle minacce e via discorrendo. Un modo per affermare che l”epoca del “mi manda Picone” non è mai tramontata.

Però, ciascuno pensa che di questo malessere siano responsabili gli altri. “Un giorno o l”altro questa crisi si concluderĂ , come tutte le altre, lasciando dietro di sè innumerevoli vittime e qualche raro vincitore. Ma qualcuno di noi potrebbe uscirne in uno stato di gran lunga migliore di quello con cui ci siamo entrati. Questo a patto di comprenderne la logica e il percorso, di servirsi delle nuove conoscenze accumulate in vari settori, di contare soltanto su se stessi, di prendersi sul serio, di diventare attori del proprio destino e di adottare audaci strategie di sopravvivenza personale”, (Jacques Attali, “Sopravvivere alle crisi”, Fazi, 2010).

Qualche anno fa, quando si guardava, con curiositĂ  e speranza, al terzo millennio, sembrava che ognuno ambisse arrivarci, per godere di tutte le conquiste di libertĂ  e di democrazia ricevute in ereditĂ  dagli avi, più recenti e più antichi. A terzo millennio avviato, invece, le cose non sono andate proprio così! Le libertĂ  si mettono in discussione ogni giorno, la democrazia è un luogo comune.

Caro Direttore, non so se per una strana o fortunata combinazione, porto (immeritatamente) il nome di un personaggio letterario, che vive nel romanzo “Fontamara” di Ignazio Silone. Quando muore Berardo Viola, è proprio l”umile contadino (scarpe grosse e cervello fino!) Raffaele Scarpone che si chiede “che fare?”, rispetto a tante angherie del sistema politico, rispetto alle innumerevoli cose che non vanno nella piccola comunitĂ  della piana del Fucino.
Caro Direttore, il tempo per non precipitare nell”abisso è meno di zero. In nome del federalismo stanno distruggendo la scuola, la sanitĂ , il lavoro. In nome della ragion di Stato (ma anche di sedicenti partiti politici) stanno eliminando il dissenso, il confronto, il pensiero divergente, diverso, minoritario.

In nome di una visione personale del raggiungimento e del mantenimento del potere, stanno minando i principi della Costituzione, stanno contrabbandando diritti per sè e doveri per gli altri, stanno disegnando un Paese classista, governato da una oligarchia plutocratica (nei piccoli centri, nelle cittĂ , nel Paese Italia).
Il Mahatma Gandhi era solito ripetere: “Siate voi stessi il cambiamento che volete vedere nel mondo”. Ecco perchè, forse, è ancora necessario continuare a chiedersi “che fare?”, da soli, con gli altri, tutti insieme!

GLI ARGOMENTI TRATTATI

LA CHIESA E LA PEDOFILIA

C”è sconcerto nel popolo di Dio. La pedofilia nella Chiesa è una vicenda dolorosa e complessa. Ma in fondo un po” di persecuzione ci fa bene come chiesa, ci fa vivere il Vangelo e ci “costringe” alla purificazione.
Di Don Aniello Tortora

È l”argomento del giorno. Se ne parla su tutti i giornali, nelle sacrestie, tra i preti e i fedeli. C”è molto sconcerto nel popolo di Dio.
Per una riflessione su questa dolorosissima, quanto complessa vicenda vorrei partire da un articolo apparso su Famiglia cristiana.

“Il Papa agisce, gli Stati no”. É quanto ha sostenuto Famiglia Cristiana in un editoriale dedicato allo scandalo della pedofilia. “Quale Stato si è mai preoccupato seriamente dell”abuso sessuale dei minori come fenomeno sociale di estrema importanza?” si è chiesto polemicamente il settimanale nell”articolo, in cui sono riassunte tutte le iniziative della Chiesa di Benedetto XVI, “per scovare, denunciare e assumere pubblicamente il problema, portandolo alla luce e perseguendolo esplicitamente”.

“Lo scandalo mediatico scatenato sui preti pedofili in due continenti, Europa e America, sta rivelando un fenomeno di malafede difficilmente immaginabile per qualsiasi altro caso di comportamenti immorali e illegali. È ora di reagire sul piano della realtĂ  e dire le cose come stanno davvero”, si legge nel testo. L”articolo ha ribadito poi che “la pedofilia è per la Chiesa cattolica vergogna e disonore, come ha scritto Benedetto XVI nella Lettera ai cattolici irlandesi, in cui parla di crimini abnormi e di colpo inferto alla Chiesa, a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione”.

Di fronte allo scandalo pedofilia anche i vescovi italiani “non si oppongono, ma anzi convergono, con una leale collaborazione con le autoritĂ  dello Stato, a cui compete accertare la consistenza dei fatti denunciati”. “Sgomento, senso di tradimento e rimorso per ciò che è stato compiuto da alcuni ministri della Chiesa” è stato espresso, in un documento, dai vescovi italiani. I Vescovi hanno riaffermato, inoltre, la vicinanza alle vittime di abusi e alle loro famiglie, parte vulnerata e offesa della Chiesa stessa”.

A Roma e dintorni molti hanno reagito con fermezza alle critiche rivolte al Papa per il suo silenzio su questi temi in tutti i discorsi pronunciati nella Settimana santa. Perchè, si chiede la stampa vaticana, si è prodotta questa “ignobile operazione diffamatoria” nei confronti della chiesa? Come mai gli attacchi colpiscono un Papa, come Benedetto XVI, che ha fatto della denuncia delle sporcizie nella chiesa un punto qualificante del suo pontificato? Molti in Vaticano denunciano un vento anti-romano che soffia con sempre maggior forza, per ridurre il peso della chiesa cattolica nella societĂ  e ammorbidire le sue veritĂ  religiose e morali.

Lontano da Roma, a dire il vero, le reazioni di vari uomini di chiesa ad un fenomeno infamante risultano nel complesso meno risentite e più propositive. In Austria, ad esempio, il cardinale Schonborn ha detto nella liturgia della Settimana Santa che “se le vittime parlano, Dio parla a noi”; mentre un suo confratello, il Vescovo di Salisburgo, ha ricordato nella messa di Pasqua che la chiesa è attesa da un “nuovo inizio” e che la risurrezione passa per la via del rimorso, del pentimento, della riconciliazione e della giustizia. Ma forse la riflessione più profonda e attenta sul dramma che la chiesa oggi sta vivendo è contenuta in un ampio articolo del cardinal Karl Lehmann (giĂ  arcivescovo di Magonza e per molti anni presidente della Conferenza episcopale tedesca).

L”analisi di Lehmann non manca di prudenza, anche se è improntata al riconoscimento della veritĂ . Anche se si tratta di una scoperta dolorosa e lacerante, si può esprimere sollievo per il fatto che attualmente molti casi vengano allo scoperto.
La chiesa che il prelato tedesco auspica è anzitutto quella che non punta il dito prima sugli altri, dicendo che la pedofilia è un male diffuso e che tocca il clero meno di altre categorie sociali. Oltre a ciò, in questo lavoro di chiarificazione la chiesa è chiamata a cambiare atteggiamento, preoccupandosi più delle vittime degli abusi che degli autori, più dei minori che hanno vissuto uno scandalo che delle sorti dell”istituzione.

A livello personale mi sento di condividere l”analisi del cardinal Lehmann, densa di richiami sull”educazione cattolica, sulla formazione del clero, sulla necessitĂ  di collaborare con la giustizia, sugli sforzi che devono fare le chiese locali per seguire le indicazioni del Papa in questo campo. Un manifesto, da cui emerge non soltanto un dramma che la chiesa oggi sta vivendo, ma anche le potenzialitĂ  che essa ha per superarlo.
A mio modesto avviso viene alla luce, soprattutto oggi, un”esigenza di un”accurata selezione dei candidati al sacerdozio, vagliandone la maturitĂ  umana e affettiva oltre che spirituale e pastorale.

Penso pure che probabilmente se anche la gerarchia cattolica parlasse di meno dell”argomento, si difendesse in misura minore e fosse più attenta alla testimonianza cristiana sarebbe meglio per tutti.
In fondo un po” di persecuzione ci fa bene come chiesa, ci fa vivere il Vangelo e ci “costringe” alla purificazione. Ringraziando Dio nella Chiesa ci sono tantissimi preti, stimati dalla gente, che ogni giorno danno la vita per gli altri e “fanno quello che devono fare”, per essere “servi inutili”, a servizio del Regno.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DI DON ANIELLO TORTORA

COMUNI CORROTTI E CITTADINI RASSEGNATI

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Ci sono Enti pubblici in cui il buon governo è una chimera e i cittadini sono rassegnati all”andazzo. Bisogna essere capaci di allontanare i peggiori e immaginare una realtĂ  diversa. Un esempio concreto.
Di Amato Lamberti

In Italia c”è una legge che permette di sciogliere i Comuni, come anche altri Enti pubblici, nel momento in cui si accertasse che sono condizionati, o addirittura “infiltrati”, dalle organizzazioni criminali. Non si prevede, invece, nessun intervento sulla comunitĂ  nella quale si verificano queste situazioni di condizionamento del crimine organizzato. Anche per gli amministratori pubblici direttamente coinvolti non si prevedono misure interdittive relativamente alla loro carriera politica.

L”idea sembra sempre essere quella della camorra come “corpo estraneo” rispetto ad una societĂ  complessivamente sana. L”importante è quindi colpire i criminali camorristi che impongono con la forza e con il terrore la loro legge e il loro predominio, perchè in tal modo si ripristina la legalitĂ  nell”amministrazione e sul territorio. Una carenza su cui nessuno mai si interroga e che invece sarebbe importante come dimostra un esempio americano.

All”inizio degli anni novanta Chelsea, Massachusetts, era considerata una delle cittĂ  più clientelari, corrotte e inefficienti d”America: MetĂ  del consiglio comunale, compresi quattro sindaci, era stato condannato per corruzione; il corpo di polizia, invece di lottare contro il racket, lo favoriva; i pompieri prendevano tangenti per appiccare gli incendi e permettere alle ditte in fallimento di incassare i soldi delle assicurazioni; l”intero sistema scolastico pubblico era in uno stato di ingovernabilitĂ  tale che lo Stato del Massachusetts decise di affidarne la gestione in appalto provvisorio alla Boston University. Chelsea è una piccola cittĂ  di provincia, di 28.000 abitanti, subito a nord di Boston, nello Stato del Massachusetts.

La storia di Chelsea è interessante, per noi campani (ma anche per tutti i meridionali e non solo) perchè è la storia di una intera cittĂ  che passa dal consenso alle cosche malavitose, al consenso democratico partecipato, attraverso un intervento congiunto di magistratura, riforma istituzionale e partecipazione dei cittadini alla stesura di un nuovo statuto della cittĂ . Praticamente tutti gli abitanti della cittĂ , dopo il commissariamento del Comune, da parte dello Stato, vista la situazione di totale illegalitĂ , vengono chiamati a contribuire alla scrittura della loro costituzione.

Quando, nel 1990, fu imposta a Chelsea, da una delibera del Parlamento statale, la gestione commissariale, il Comune era in mano ad una cricca di notabili: l”accesso ai servizi “pubblici” era consentito solo a chi aveva le “giuste conoscenze” e anche la possibilitĂ  di trovare un lavoro dipendeva da un sistema di protezioni piuttosto che da capacitĂ  e criteri di competenza. Chelsea era un caso particolarmente grave di degenerazione della responsabilitĂ  politica e di alienazione dei cittadini: coloro che ricoprivano cariche politiche seguivano regole di condotta completamente autonome e diverse da quelle per le quali erano stati designati. All”inizio degli anni novanta la cittĂ  aveva accumulato un deficit di dieci milioni di dollari su un bilancio di quaranta e questo nonostante un salvataggio statale dalla bancarotta di ben cinque milioni di dollari.

Dopo molte resistenze si approvò il commissariamento che assegnava allo Stato una autoritĂ  assoluta sulla cittĂ , sospendeva i poteri del governo locale, e obbligava il commissario a presentare al governatore la proposta di una nuova forma di governo in grado di impedire le disfunzioni precedenti, proposta incorporata in un nuovo statuto della cittĂ , in sostituzione di quello vigente. La grande novitĂ  del commissario nominato, Lewis Harry Spence, fu quella di non affidare la redazione del nuovo statuto ad un consulente, anche molto titolato, ma di affidarne la redazione agli stessi cittadini che avrebbero dovuto sostenerlo: “se nessuno sa cosa c”è scritto, come facciamo a farlo rispettare?”.

L”idea era quella di elaborare uno strumento per aprire le porte del governo della cittĂ  a tutti i cittadini di Chelsea, allo scopo di insediarvi una nuova e vitale democrazia.
Il progetto è riuscito grazie anche all”applicazione dei “Programmi di negoziazione” messi a punto dalle più importanti UniversitĂ  americane, come Harvard e Mit. Quante sono le Chelsea sul nostro territorio? In quanti Comuni c”è una realtĂ  di corruzione e la convinzione tra i suoi abitanti che così era e così sarebbe sempre stato? In quante realtĂ  chi osa affermare la possibilitĂ  di un buon governo viene considerato ingenuo e ignaro di come vanno davvero le cose?

Furono le attivitĂ  illegali di una minoranza che avviarono Chelsea giù per la china della corruzione; altri diedero il loro contributo accodandosi, visto che giĂ  lo facevano tutti; altri ancora contribuirono passivamente, guardando da un”altra parte o evitando qualsiasi forma di impegno, visto che giĂ  accettavano la corruzione come realtĂ . Situazioni che conosciamo bene, anche perchè ci viviamo dentro. Come Chelsea dovremmo essere capaci di allontanare per sempre dal potere e punire i personaggi peggiori, e di mettere in gioco, nella politica e nell”amministrazione, gente capace di immaginare una realtĂ  diversa per l”intera comunitĂ .

CITTÁ AL SETACCIO

“PARENTI SERPENTI”: UN CASO DI APPROPRIAZIONE INDEBITA

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La nostra rubrica oggi si occupa di quei reati commessi da parenti o persone di fiducia che non esitano ad abusare del loro ruolo.
Di Simona Carandente

Nell”immensa compagine all”interno della quale, sempre più spesso, gli operatori del diritto sono volti ad operare, non si contano episodi nei quali gli autori di reati, delle più vaste tipologie, siano da indentificatsi proprio nei familiari delle persone offese.
Tralasciando i casi più gravi e sicuramente delicati, quali ad esempio gli abusi su soggetti minorenni, le violenze ed i maltrattamenti, capita spesso di imbattersi in casi senza dubbio di minor allarme sociale, ma di notevole pregiudizio per gli interessi delle parti coinvolte, non solo e non necessariamente di natura economica.

Proprio il rapporto di fiducia, alla base delle relazioni affettivo-parentali, è spesso causa di frodi e reati contro il patrimonio, commessi in abuso di rapporti di parentela, di coabitazione o, in taluni casi, di “semplice” fiducia.
La signora V.A., assieme alle sue quattro sorelle, si rivolge al legale per prospettare una complessa questione: qualche mese addietro, le sorelle hanno conferito al nipote C. una procura speciale a vendere degli immobili, facenti parte dell”ereditĂ  dei proprio genitori defunti. Proprio il rapporto di fiducia che le lega zie e nipote fa si che l”atto venga rilasciato senza particolari riserve, innanzi ad un notaio come previsto dalla legge, con l”obbligo per il procuratore speciale di ritrasferire alle zie i proventi della vendita, da ripartirsi in porzioni uguali.

Lo scaltro nipote mette in atto una vera e propria messinscena: finge di vendere gli immobili al proprio fratello, o meglio alla moglie di questi indicata come prestanome, per una somma pari a circa la metĂ  del valore di mercato degli stessi. In un secondo momento, adducendo banali scuse, il procuratore speciale si appropria del denaro della vendita, negando ovviamente fino all”ultimo di aver sottratto in tal modo una ingente somma di denaro.

Nella complessa macchinazione di un siffatto reato, i due fratelli otterranno ciascuno vantaggi di natura economica, frodando di fatto le povere zie che si erano rivolte a loro con fiducia.
Con una norma di non semplice comprensione, per i reati contro il patrimonio esiste una causa di esclusione della punibilitĂ , che trova applicazione quando gli stessi siano stati commessi in danno del coniuge, di ascendenti o discendenti o affini in linea retta, nonchè di fratello o sorelle conviventi (art. 649 c.p.).

Tuttavia, per quel che concerne il reato di appropriazione indebita di cui all”art. 646 del codice penale, la legge prevede che, laddove possa configurarsi la circostanza dell”abuso di prestazioni di opera (come in questo caso) si proceda con la fattispecie aggravata, superando quindi la non punibilitĂ  prevista per la disciplina generale dei reati contro il patrimonio.

Le sorelle, vistesi comunque truffate e depauperate dei proprio beni, hanno deciso di agire sia civilmente che penalmente nei confronti dei propri nipoti, più che mai convinti di non voler mollare le proprietĂ  accuratamente sottratte alle proprie zie, ritenute probabilmente indifese e facilmente raggirabili. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

MANTENERE LE PROMESSE ELETTORALI E RICERCARE IL BENE COMUNE

La riforma sanitaria del presidente degli Stati Uniti è una grande lezione di coerenza per i politici nostrani.
Di Don Aniello Tortora

“Questa non è una riforma radicale ma è una grande riforma. Questo è il vero cambiamento”. Così Barack Obama ha salutato lo storico voto della Camera. Con 219 sì contro 212 no, la Camera ha approvato la sua sofferta riforma sanitaria. É passata una legge di straordinaria portata, che dopo l’approvazione del Senato ha esteso a 32 milioni di americani un’assistenza medica di cui erano finora sprovvisti. É la fine di un incubo, 14 mesi in cui il presidente si era giocato la sua immagine su questo “cantiere progressista”.

Obama ce l’ha fatta su un terreno dove da mezzo secolo tutti i presidenti erano stati sconfitti. Ha affrontato una piaga sociale, che vede l’America molto più indietro degli altri paesi ricchi per la qualitĂ  delle cure mediche offerte all’insieme della popolazione. I primi effetti di questa riforma, in vigore da subito, colpiranno gli abusi più odiosi delle assicurazioni. SarĂ  vietato alle compagnie assicurative rescindere una polizza quando il paziente si ammala, una pratica fin qui tristemente consueta. SarĂ  illegale rifiutarsi di assicurare un bambino invocando le sue malattie pre-esistenti.

Diventeranno fuorilegge anche i tetti massimi di spesa, usati dalle assicurazioni per rifiutare i rimborsi oltre un certo ammontare (un costume particolarmente deleterio per i pazienti con patologie gravi che richiedono terapie costose, come il cancro). I genitori avranno il diritto di mantenere nella copertura della propria assicurazione sanitaria i figli fino al compimento del 26esimo anno di etĂ , una norma particolarmente attesa in una fase in cui i giovani stentano a trovare un posto di lavoro (e quindi non hanno accesso all’assicurazione che di solito è connessa a un impiego stabile).

Più avanti, entro il 2014, scatteranno gli altri aspetti della riforma, quelli che porteranno 32 milioni di americani ad avere finalmente diritto a un’assistenza. Di questi, la metĂ  circa entreranno sotto la copertura della mutua di Stato per i meno abbienti, il Medicaid. Quest’ultimo garantirĂ  cure gratuite fino alla soglia di 29.000 dollari di reddito annuo lordo, per una famiglia di quattro persone. Altri 16 milioni dovranno invece comprarsi una polizza assicurativa. Ma potranno farlo scegliendo in una nuova Borsa competitiva sorvegliata dallo Stato, e riceveranno sussidi pubblici fino a 6.000 dollari, onde evitare che l’assicurazione gli costi più del 9,5% del loro reddito. Multe salate per le aziende con oltre 50 dipendenti che non offrono l’assicurazione sanitaria ai dipendenti.

Perchè questo resterĂ  comunque anche dopo la riforma il tratto distintivo del sistema sanitario americano, imperniato sulle assicurazioni private, e ben lontano dai servizi sanitari nazionali dei paesi europei.
Manca, nella riforma, quello che all’origine doveva essere l’aspetto più radicalmente innovativo: la cosiddetta opzione pubblica. Di fronte alle accuse di voler imporre un “socialismo medico di tipo cubano” i democratici hanno abbandonato quell’idea, che avrebbe creato un’assicurazione di Stato disponibile a tutti, a costi contenuti, per far concorrenza alle assicurazioni private. In compenso ci sarĂ  una stangata fiscale sulle multinazionali farmaceutiche, per finanziare una parte dei costi della riforma.

Con questa riforma Obama ha dimostrato al mondo intero di essere un vero politico. Mantiene le promesse elettorali, cerca sempre il bene comune, non ha interessi personali da difendere, è attentissimo alle esigenze dei più deboli. É un esempio da imitare anche da parte dei politici nostrani. Anch”io ho un sogno: che nella nostra bella Italia vengano alla luce (perchè ci sono!) tanti Obama, al posto di veline, parenti di:, furfanti, imbroglioni, interessati, arrivisti, arrampicatori sociali.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL RE É NUDO, MA SE NON LO DICI NESSUNO LO VEDE

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Talvolta capita di dubitare che le parole incidono e che alla lunga, come la goccia, sono capaci di spaccare la dura roccia della realtĂ . Invece, è proprio così. “La parola mette paura”.

Caro Direttore,
a Pasqua c”erano solo pochi cani con i quali scambiare qualche chiacchiera. Ovviamente, per chi, come me, non era andato in vacanza. A casa mia il detto “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”, a ridosso della settimana santa diventa “Natale con chi vuoi, Pasqua con i tuoi”. Insomma, sempre a casa. Mentre la mia collega di Groppello Cairoli se n”è andata sulle spiagge del Mar Rosso (mi dice sempre che fare il bagno lì è come farlo in un acquario). È partita prima delle elezioni, non ha votato e mi ha comunicato che rientra a fine settimana; quindici giorni di ferie, per staccare dalla monotonia delle giornate tutte uguali e stemperare la stanchezza da lavoro.

Allora, mi sono tuffato nella lettura dei libri, dei settimanali e dei giornali. E leggendo, leggendo (ma non è una notizia che riportano i giornali di regime!), ho appreso che il nostro primo ministro ha un”altra “grande amica” di nome Darina Pavlova. Si tratta della seconda moglie di Ilia Pavlov, un boss bulgaro, ucciso nel 2002, del quale ha ereditato tutte le sostanze finanziarie. In veritĂ , però, non mi ha sorpreso la notizia di questa nuova amicizia del premier. Mi ha sorpreso, invece, sapere che Darina Pavlova, nel 1999, versò un contributo simbolico di 1000 dollari a favore della campagna elettorale della senatrice democratica Illary Clinton.

Ma quel contributo simbolico fu rispedito al mittente, in quanto la provenienza di quel sostegno non era ben chiara. Indubbiamente, bel gesto! Ma dalle nostre parti sarebbe mai potuta accadere una roba simile?

Non oso addentrarmi nell”intrigata matassa dei finanziamenti elettorali. Gli strascichi dell”ultima competizione regionale lasciano ancora scie di sangue e di merda. Si paga per entrare in lista, si paga per la propaganda (manifesti, cene, palchi, macchine, caravan, schede fac simile, locali per incontri, capipopolo, comitati elettorali), si paga per raccattare preferenze, si paga per incoraggiare scelte a vantaggio dei primi non eletti (dimissioni, altri incarichi etc.), si paga per ringraziare gli elettori (tot voti, tot volte grazie!). Ma da dove devono uscire tutti questi soldi? E così nessuno ci fa caso più da quale cielo piovano gli assegni, i bigliettoni e le relative cambiali da pagare, successivamente, ad elezioni concluse.

Caro Direttore, i ricchi di famiglia ormai son rimasti in pochi. E quelli veramente ricchi, difficilmente si lasciano tentare da avventure politiche o pseudo tali; gli arricchiti, invece, si portano sempre appresso il peso delle parole di Balzac: “Dietro ogni grande fortuna c”è un crimine”. Quand”ero giovane non ci credevo, perchè pensavo che la fortuna potesse arrivare da un”ereditĂ , da un terno a lotto, da un biglietto della lotteria ma anche dal lavoro. Poi, con gli anni, ho capito: ma quale lavoro? Col lavoro a stento arrivi alla fine del mese. E non tutti i lavori sono uguali.

Nel senso che lo stesso lavoro dĂ  guadagni diversificati a secondo del comportamento del lavoratore. Gli onesti tagliano il traguardo del 27 del mese giĂ  con l”acqua alla gola; quelli disonesti scialacquano, fanno investimenti in borsa, comprano case, barche, auto, moto e vanno in vacanza in luoghi esotici (mica come te, Direttore, che per le tue vacanze estive, sei andato giĂ  tre volte a San Marco di Castellabate, per fittare un umido bilocale a tre chilometri dalla spiaggia!).

A un anno dall”inizio della mia collaborazione al Mediano.it, stavo considerando l”ipotesi di ringraziarti per l”ospitalitĂ  concessami settimanalmente e salutare, in modo definitivo, coloro che ancora hanno avuto voglia e pazienza di leggere la rubrica “Pensare italiano”. Perchè, a un certo punto, ho pensato, le parole –scritte o parlate che siano- stancano, non incidono più di tanto, rischiano di essere ripetitive e non cambiano la realtĂ .

Poi, sempre durante le festivitĂ  pasquali, mi è capitato di leggere: “È proprio la diffusione della parola a mettere paura. Non è lo scrittore, l”autore, non è neanche il libro in sè, nè la parola da sola, che riesce ad accendere riflettori e per questo mettere paura. Quello che realmente spaventa è che si possa venire a conoscenza di determinati eventi e, soprattutto, che si possano finalmente intravedere i meccanismi che li hanno provocati. Quel che spaventa è che qualcuno possa d”improvviso avere la possibilitĂ  di capire come vanno le cose. Avere gli strumenti che svelino quel che sta dietro. E soprattutto avere la possibilitĂ  di percepire determinate storie come le proprie storie”., (Roberto Saviano, “La parola contro la camorra”, Einaudi, 2010).

Per caritĂ , “omnia non pariter rerum sunt omnibus apta”, non tutto si adatta a tutti! Però, ho capito che, anche nel nostro piccolo, ripetere certe parole, raccontare certe storie, possa essere utile a far percepire la propria realtĂ  non come unica ed esclusiva. In fondo, tutte le vicende umane si assomigliano, perchè sono gli uomini ad essere uguali con i loro vizi e le loro virtù, i loro sentimenti e le loro miserie.

E su queste ultime considerazione, Direttore, ti confesso che mi sono molto soffermato a riflettere sulle parole di un libro presentato, qualche settimana fa, anche dal tuo stesso giornale: “Ora al Palazzo è difficile amministrare, perchè c”è stato un grande arrembaggio, nel corso del quale si sono persi valori, ideologie, idealitĂ . Sembra che gli individualismi e i personalismi debbano sempre prevalere sulla comunitĂ . Ogni tanto, quando qualcosa non fila per il verso giusto, si mandano messaggi subliminali; si inviano larvate minacce; si alza il prezzo del consenso nel consiglio comunale”., (C. Raia, “Il Paese di Asso di bastone”, Guida, 2010).

Com”è vero che le storie dei nostri paesi si assomigliano, come i personaggi che le animano. E com”è vero che il rendere pubbliche queste storie, insieme ai personaggi che le animano, contribuisca a far scoprire una realtĂ , che sta sotto gli occhi di tutti, della quale tutti, ma proprio tutti, fino a un momento prima, non se ne erano accorti.
(Fonte foto: Rete Internet)

PENSARE ITALIANO

FATTO IL “GOVERNATORE” BISOGNEREBBE RIFARE LA CAMPANIA

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Secondo alcuni osservatori il rinnovo dei politici nei posti di comando ha portato euforia e fiducia. SarĂ . Eppure in giro c”è tanta gente delusa, al punto che non va più neppure a votare.
Di Amato Lamberti

Sono passate le elezioni regionali e oggi abbiamo un nuovo “governatore” che tutti sperano sia molto diverso da quello che l’ha preceduto. In molti Comuni si sono rinnovati Sindaci e Consigli e tutti i cittadini sperano che le promesse fatte in campagna elettorale vengano onorate. C’è comunque in tutta la regione, secondo molti commentatori, se non un’aria di euforia, almeno di fiduciosa attesa. Personalmente non credo, guardandomi attorno, per la strada, che la “cifra” di Napoli, di tanti Comuni piccoli e grandi, dell’intera regione, sia oggi l’euforia o l’attesa fiduciosa, come si legge su alcuni giornali.

Sarò sfortunato, ma incontro solo gente “incazzata” per le ragioni più diverse. Gli imprenditori, piccoli e grandi, non appena mi incontrano, mi scaricano addosso tutta la rabbia che hanno in corpo, perchè Comuni e Regione li stanno portando inesorabilmente al fallimento, perchè non solo non pagano le forniture ricevute da tempo, ma non danno alcuna certezza sui tempi nei quali onoreranno -si fa per dire- i loro debiti.

Tutti sono terrorizzati dal fatto che si possano ripetere le situazioni del 1992, quando il Comune e la Provincia di Napoli, insieme a molti altri Comuni della Campania, dichiararono il dissesto e trascinarono nel loro fallimento migliaia di piccole aziende, con tutte le conseguenze occupazionali e di attivitĂ  giĂ  largamente sofferte dalla gente, ma completamente ignorate da politici e amministratori, allora come oggi.

Ma sono “incazzati” tutti: chi, per le strade sconnesse, chi, per i marciapiedi impraticabili, chi, perchè non trova lavoro, chi, perchè non riesce ad avviare una attivitĂ  per le troppe pastoie burocratiche, chi, perchè non si sente sicuro per la strada, chi, perchè non si sente sicuro neppure nella propria casa con porta e finestre blindate, chi, perchè è soggetto allo stillicidio continuo del pagamento di tangenti per il solo fatto che tutte le mattine alza la saracinesca del suo negozio o del suo pubblico esercizio, chi, infine, perchè non riesce più a mettere insieme il pranzo e la cena.

Uomini e donne, giovani e anziani, occupati e disoccupati, tutti hanno qualcosa di cui lamentarsi: “governo ladro” è diventata una constatazione più che una imprecazione. Eppure, i politici continuano a parlare, come se nulla fosse, dei loro problemi personali, di alleanze strategiche, di segreterie politiche , di rimpasti nelle amministrazioni, come se questa indignazione non fosse rivolta a chi la politica la fa, da troppi anni, senza essere capace di risolvere anche uno solo dei problemi dei cittadini.

L’indignazione della gente non conta nulla, neppure quando arriva ai fischi e ai pernacchi: continuano a restare chiusi e isolati nei loro palazzi, nelle loro segreterie, nei loro assessorati, convinti di essere intangibili e insostituibili, anche se incapaci di frenare un processo di dissoluzione che insieme ai partiti sta coinvolgendo l’intera regione e, in particolare la cittĂ  di Napoli.

I richiami, ormai quotidiani, del cardinale Sepe, al recupero della moralitĂ , della legalitĂ  e di una attenzione alle sofferenze della cittĂ , vengono intesi, paradossalmente, come invito a continuare e non piuttosto a sbaraccare per far posto ad un nuovo modo di fare politica e di amministrare. L’intervento della Magistratura, su amministratori comunali,dirigenti pubblici e imprenditori, le rare volte che avviene, è salutato con ovazioni ed applausi negli uffici comunali, provinciali e regionali, ma anche negli uffici di aziende private, in negozi, in laboratori artigianali, presso le edicole dei giornali, prese d’assalto. In qualche caso si sono tirate fuori le bottiglie di spumante.

Non è stato, come è avvenuto recentemente, un bello spettacolo, ma quando la politica non è in grado di riformare e ripulire se stessa, non si può criticare la gente se si trova ridotta a chiedere l’intervento repressivo delle Forze dell’Ordine e della Magistratura. Comunque, con buona pace di tutti, nè l’intervento della Magistratura, nè la reazione spontanea della gente, hanno mai prodotto alcun risultato: politici e amministratori continuano a star chiusi nelle loro stanze, pensando solo ai loro problemi di sopravvivenza e di carriera, locale, nazionale ed europea, ma dichiarando ai quattro venti che è il lavoro il problema fondamentale, perchè solo il lavoro può creare sviluppo, occupazione, ricchezza.

Ma per gli amministratori locali è un problema di cui si deve occupare il Governo. Per Ministri e Parlamentari è naturalmente un problema delle Regioni e delle amministrazioni locali. Ai cittadini lasciati sempre più soli non resta che tirare su le maniche e darsi da fare: molti cominciano a pensare che la politica non si occupa dei loro problemi e quindi non vale neppure la pena perdere un po” di tempo per andare a votare.
(Fonte foto: Rete Internet)

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