Caro Direttore,
nei “Mimi Siciliani” di Francesco Lanza (1897-1933) si racconta di una massaia, solita abbigliarsi con un grembiule vecchio e pieno di toppe ormai consunte. Si racconta, inoltre, che un giorno, quando qualcuno si decise a donarle un grembiule nuovo, la massaia, felicissima, lo adoperò per ricavarne toppe un po” più integre per il suo vecchio grembiule.
Mi sembra, quella del grembiule della massaia, una giusta e calzante metafora del nostro territorio. Martoriato, mortificato, sodomizzato, turlupinato. Poi, un giorno, accade qualcosa o compare qualcuno, in grado di dare una scossa, di imprimere una svolta. Dappertutto si inneggia alla novità, alla speranza del cambiamento. Ma, in un niente, il nuovo viene fagocitato dal vecchio, sedimentato, digerito ed anche evacuato. Al massimo di quel nuovo resta un colore, un odore, un veloce passaggio, quasi una meteora, di qualcosa che poteva essere e non è stato; un sogno, un”utopia.
Caro Direttore, fra tre giorni siamo chiamati al voto regionale. Con tutto quello che abbiamo dovuto sopportare nei mesi scorsi (rifiuti, Global Service, corruzione, peculato ed altro), ciascuno di noi, in cuor suo, aveva, forse, già deciso di astenersi dall”esercitare un diritto sacrosanto. Per protesta. Se la vedessero loro, i politicanti di mestiere, con le beghe, gli imbrogli, le ruberie: noi non ne vogliamo sapere più; vogliamo marcare le distanze, vogliamo sottolineare un dissenso. Era questo, più o meno, la decisione assunta alla fine di un ragionato percorso di sconforto. Poi, era successo qualcosa. Ci eravamo illusi, avevamo sperato, sognato. Poteva esserci qualcosa di nuovo, si poteva mettere da parte un grembiule vecchio e rattoppato. Meno male, c”era un nuovo grembiule!
Invece, quel po” di nuovo è servito solo a rattoppare un vestito logoro, vecchio, sgualcito, inservibile. Quasi un costume d”Arlecchino: toppe di tutti i colori. E qualcuno, poi, abbigliato da maschera multicolore, non ha disdegnato trasformarsi, da subito, in servo di due padroni o anche di tre. C”è sempre una spiegazione a tutto. Per cui ci si trova a dover ingoiare che i socialisti siano a destra, perchè non possono convivere con una sinistra giustizialista. Che sedicenti strateghi di sinistra, con assurdi progetti di riscossa e rinnovamento, abbiano finito con cancellare ogni traccia della stessa sinistra. Che mazzieri e buttafuori di mestiere, per una vita vestiti d”orbace, si siano ritrovati, poi, a essere stimati statisti in doppiopetto.
“Il Negus, spiega la maestra, è un selvaggio ignorante, come i suoi sudditi, nonostante pretenda di fare l”imperatore:Spiega che autarchia significa fare da soli, senza più dipendere da quelle nazioni che odiano l”Italia, perchè anche lei ha voluto conquistarsi il suo impero. I nostri geniali scienziati hanno fatto invenzioni sensazionali, come quella di ricavare la lana dal latte, proprio come dal latte si ricava il burro. E invece del burro (o con il burro? non era ben chiaro) si costruivano i cannoni.”, (Elena Gianini Belotti, “Pimpì Oselì”, Feltrinelli, 1995).
A dirla tutta, gli statisti veri (“uomini di stato, il cui apporto alla vita politica di un paese, ha rivestito o riveste un”importanza di grande rilievo o addirittura storica”, G. Devoto e G. C. Oli, “Il dizionario della lingua italiana”, pag. 1882), quelli con le palle (come si dice oggi), abbondano, quasi si buttano. Solitamente si interessano di mettere a posto le loro cose, i loro processi; si preoccupano di intervenire sull”Agcom, per mettere a tacere l”informazione; si battono per emendare la Costituzione. Ma, soprattutto, tesaurizzano il potere: a destra e a sinistra, senza differenza. Chi detiene il potere deve anche guadagnare bene. E sì! Devono rientrare, con gli interessi, i capitali messi in gioco per conquistare uno scranno in un qualsiasi luogo di potere. Di destra o di sinistra, senza differenza!
Caro Direttore, allora che facciamo? La voglia è quella di mandare tutto a puttane: bruciamo le schede, boicottiamo le urne, asteniamoci. Anche perchè, in questi ultimi giorni, sembra quasi di essere all”apocalisse. Politici condannati e politici assolti col dubbio, preti pedofili e preti santi, colletti bianchi truffati e colletti bianchi truffatori, donne eroine e donne escort, giudici inquirenti e giudici inquisiti. Insomma, un continuo gioco degli opposti. Insieme a un continuo lavoro di rattoppo. Però, non possiamo demordere. Non possiamo decidere di astenerci, per scelta, per punizione, per protesta o per altro.
“Non sono d”accordo con chi sostiene che è meglio astenersi nella prossima campagna elettorale, perchè il rifugio nell”astensionismo, pur essendo un segnale forte di presa di distanza da una modalità di azione politica e amministrativa che non si condivide, può avere come risultato solo quello di consegnare l”amministrazione della città proprio a coloro che, con il ‘beau geste’, si vorrebbe delegittimare. Non si può infatti immaginare che, dal confronto elettorale, si tirino fuori coloro che della politica fanno una professione o una strada per acquisire visibilità e potere, nè, tantomeno, quelli che, della politica, fanno solo lo strumento per coltivare affari e clientele: resterebbero fuori solo le anime belle e disgustate di un certo modo di fare politica.”, (Amato Lamberti, “Lazzaroni, Napoli sono anche loro”, Graus editore, 2006).
Diciamo che ci dobbiamo impegnare a votare gli onesti e non i mestieranti. D”altra parte, le qualità di un candidato dovrebbero essere sempre la prima preoccupazione dell”elettore. Nell”antica Pompei, per esempio, pesavano solo le testimonianze di moralità piuttosto che quelle di capacità precise. In altre parole, da sempre (anche nella corrotta Pompei antecedente al 79 d.C.), per essere degni di amministrare gli affari pubblici, bisognava essere onesti. Chi chiedeva un voto per qualcuno “Oro Vos Faciatis” (vi prego di votare per:), lo chiedeva perchè il candidato era semplicemente “Dignum Rei Publicae” (degno di amministrare gli affari municipali).
Così, caro Direttore, nel segnare la scheda –bandita la tentazione dell”astensione-, invece di votare i candidati vasa-vasa, puttanieri, mestieranti, equilibristi, trapezisti, imprenditori di sè stessi, potremmo fare la scelta (un voto utile, questa volta, però, a modo nostro) di “omni bono meritus iuvenis” (giovane degno di ogni bene), “frugi” (un brav”uomo), “iuvenis inocuae aetatis” (giovane irreprensibile), “adulescens probus” (giovane onesto), “verecundissimus” (fra i più riservati), “sanctissimus” (fra i più virtuosi). A forza di insistere, sempre qualcosa potrà cambiare!
(Fonte foto: Rete Internet)
ELEZIONI REGIONALI. NON ASTENERSI MA VOTARE!
POCHE IMPRESE E POLITICA DISTORTA
Di Amato Lamberti
Nella campagna elettorale in corso, a livello regionale ma anche comunale, le parole d’ordine sono sempre le stesse per tutti, destra, centro e sinistra: innanzitutto, il lavoro; poi, l’occupazione, soprattutto giovanile, anche per evitare la fuga dei “cervelli”; a seguire, lo sviluppo industriale, il sostegno alle imprese, il rilancio del turismo, l’innovazione tecnologica, le infrastrutture materiali e immateriali (trasporti e banda larga). La ricetta sul come realizzare questi obiettivi è più o meno sempre la stessa: investire fondi pubblici, soprattutto quelli europei.
Per sostenere i settori e le imprese in difficoltà e per salvaguardare innanzitutto i posti di lavoro, obiettivo certamente encomiabile, il rimedio proposto è sempre quello dell’iniezione di fondi pubblici. Ma se l’impresa è in crisi per ragioni di mercato, come avvenne con l’Italsider di Bagnoli quando, per tentare di salvarla, si investirono centinaia di miliardi di lire, il rischio è prolungare solo l’agonia dell’impresa senza aprire nessuna seria prospettiva per i lavoratori.
Di esempi se ne potrebbero fare tanti, anche relativamente alla situazione di oggi, ma il problema del Mezzogiorno resta sempre lo stesso: una grave mancanza di imprenditorialità privata e un ruolo distorto della politica che invece di sostenere l’iniziativa dei privati tende a sostenere un modello d’intervento fondato sulle sovvenzioni, gli incentivi a pioggia, le pensioni di invalidità, i contributi a persone, gruppi, associazioni, nella logica di un rapporto personale con finalità di consenso elettorale. Un modello che condanna il Mezzogiorno alla logica dell’assistenza e che è stato talmente interiorizzato da cittadini ed imprese da sembrare l’unico realmente praticabile.
Qui sta la fondamentale differenza tra il Sud e il resto dell’Italia. Quando ho fatto l’esempio dell’iniziativa da me promossa a Casola di Napoli, quella del “vieni a fare il maiale da noi”, (VEDI) non ho detto che l’idea mi era venuta osservando quanto era accaduto a Castelnuovo Rangone, un piccolo Comune alle porte di Modena, che sul maiale ha costruito in una decina di anni un vero e proprio distretto industriale. Sono partiti da una festa del maiale per dar vita ad alcuni salumifici che di prodotti artigianali con lunga tradizione ne hanno fatto una industria. Oggi sono 60 i salumifici a Castelnuovo Rangone, danno lavoro direttamente a 1700 persone e, indirettamente, nell’indotto commerciale e dei trasporti, ad altre 1000 persone.
Senza contare le centinaia di addetti nel settore dell’allevamento dei maiali. Il paese ha tremila abitanti che non sanno cosa significhi la disoccupazione, molti hanno anche un doppio lavoro e il reddito pro capite è tra i più alti in Italia. Al maiale, in segno di riconoscenza, hanno addirittura dedicato un monumento nella piazza principale del paese.
Ma gli esempi potrebbero essere praticamente infiniti, a partire dal consorzio per la produzione delle mele in Val di Non, in Trentino, a quelli per la produzione del culatello a Zibello, in Emilia, del parmigiano reggiano, del grana padano, del prosciutto di San Daniele, dell’asparago a Treviso.
Tutte iniziative consortili di imprenditori che alle istituzioni hanno chiesto solo autorizzazioni, normative e controlli di qualità. In Campania, solo per la valorizzazione di un prodotto di eccellenza, come la mozzarella, associazioni imprenditoriali e istituzioni sono riusciti a costruire una sinergia fatta di disciplinari e controlli di qualità, senza essere però capaci di intervenire sulla regolamentazione di un settore nel quale la fanno da padrone una imprenditoria non sempre di chiare origini e il lavoro nero.
Con la legge sull’imprenditoria giovanile il Governo Prodi aveva tentato di promuovere anche nel Sud uno spirito imprenditoriale fatto di idee, innovazione, creatività, assunzione in prima persona del rischio d’impresa, ma l’esperimento che pure aveva dato eccellenti risultati, anche nel Sud, non è stato portato avanti, nè le Regioni meridionali, tranne qualche tentativo, hanno ritenuto opportuno portare avanti l’esperimento che pure stava dando risultati interessanti. Basti pensare che più di 20.000 sono state le richieste di giovani aspiranti imprenditori che sono rimaste inevase. Questo significa che non manca nel Sud la voglia di impresa: quello che manca sono le opportunità di fare impresa pur non avendo ingenti capitali a disposizione.
Un esempio interessante è stato quello delle attività di bed & breakfast che si sono rapidamente moltiplicate soprattutto ad opera di giovani e donne di un ceto borghese professionale che in questa attività, come anche nel settore dell’agriturismo, hanno trovato una fonte di reddito ma anche di soddisfazione della propria creatività. È stata sufficiente una legge regionale che facilitasse l’iter delle autorizzazioni e concedesse anche piccoli incentivi per far esplodere la voglia di impresa che covava in tanti giovani e tante donne, anche laureati.
Questa è la strada, a mio avviso, che le istituzioni politiche dovrebbero portare avanti nel Mezzogiorno, rinunciando per sempre ai modelli e metodi clientelari finora utilizzati e che, almeno finora, lo hanno strozzato, nell’assistenzialismo e nel sottosviluppo.
(Fonte foto: Rete Internet)
CITTÁ AL SETACCIO
LA CIRCONVENZIONE DI INCAPACE. UN CASO CONCRETO
Di Simona Carandente
Con l”avanzare dell”età ed il naturale mutare delle stagioni umane, è normale che ciascuno di noi perda, oltre alle forze fisiche, anche l”autonomia nel poter disporre liberamente della propria persona e del proprio tempo libero.
Difatti, capita sovente che la persona anziana, sempre meno autosufficiente e capace di badare ai propri interessi con lucidità, venga considerata dagli stessi familiari come un ingombro, difficile da gestire poichè necessitante, nella maggior parte dei casi, di una continua assistenza notturna e diurna.
Molte di queste situazioni, pur se in apparenza tranquille, sono per natura voltate a degenerare, con delle conseguenze spesso di difficile gestione, e per tal motivo portate sovente innanzi alle aule di giustizia.
Nel caso di specie, il sig. C. si è rivolto al legale per esporre una questione di non facile soluzione: il proprio padre F., quasi vicino al secolo, è praticamente gestito da A., unico figlio non sposato che, da qualche anno, è rimasto il solo all”interno della casa familiare a prendersene cura.
Il vero, serio problema di C. è proprio nel modo in cui il fratello si occupa del loro padre: non solo riscuote la pensione del genitore, ed i relativi arretrati, in maniera del tutto indisturbata, ma da qualche tempo ha anche convinto l”anziano, debole fisicamente e peraltro allettato da un po”, a vietare l”accesso alla casa familiare agli altri fratelli.
C. è preoccupato sotto un duplice punto di vista: da una parte crede che il padre sia stato plagiato, nel corso del tempo, da parte dell”altro fratello, approfittando della sua sudditanza morale e psicologica; dall”altra teme che il fratello A., lasciato libero di agire, possa continuare ad appropriarsi dei redditi del padre nonchè, ipotesi più grave, vendere con un artificio la stessa casa familiare intestata al genitore.
Dal punto di vista del diritto penale, in casi del genere, è possibile fare ben poco: infatti, reati quali la circonvenzione di incapace (art. 643 c.p.), rientrante nella categoria dei delitti contro il patrimonio, non sono punibili qualora commessi a danno di prossimi congiunti, come nel caso di specie, posto che la legge, con una logica non sempre comprensibile, tende comunque a salvaguardare l”unità familiare ed il buon andamento di quest”ultima.
L”unica strada concretamente percorribile, dal punto di vista legale, è quella fornita dal diritto civile attraverso la procedura di interdizione (art. 414 e ss c.c.): quest”ultima, che passa necessariamente per l”esistenza di un”incapacità di intendere e di volere del soggetto, tende a far sì che a questo venga inibita la capacità di porre in essere atti giuridici, nè di ordinaria nè di straordinaria amministrazione, per i quali si procede alla formale nomina di un tutore, scelto preferibilmente in ambito familiare.
Nei casi meno gravi, sarà comunque possibile ricorrere alla figura dell”amministrazione di sostegno, nata allo scopo di affiancare l”incapace nella cura dei propri interessi, senza privarlo del tutto di ogni potere decisionale. La nomina, a cura del giudice tutelare, dura dieci anni, e può essere utile anche a tutte quelle persone, non necessariamente anziane o incapaci, che possano aver bisogno di sostegno nell”esercizio dei propri atti di autonomia negoziale. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)
GLI ARGOMENTI TRATTATI
ADOLESCENTI CHE DISCUTONO DI DIVERSITÁ
È stata la volta dello splendido film “Il colore della libertà” a fare da stimolo alla riflessione verso il dialogo e ad introdurre l”attività guidata dalla dott.ssa Alessia Agrippa, del Gruppo Eas Ciss, che, coadiuvando il lavoro dell”orientatore, ha coinvolto i ragazzi in un laboratorio di disegno, scrittura e drammatizzazione riguardante la relazione con la diversità. Tale proposta operativa ha chiuso il ciclo delle attività proposte fin dal primo incontro di tale modulo, che hanno avuto tutte l”obiettivo di favorire il processo di coesistenza tra le singole individualità e le molteplicità fisiche, psichiche, sociali, religiose, culturali e di genere proposte di settimana in settimana.
È sembrato opportuno proporre l”esperienza di James Gregory, carceriere di Nelson Mandela , che narra la sua presa di coscienza di bianco sudafricano, fortemente convinto delle proprie idee razziste fino a quando la frequentazione con il suo eccezionale prigioniero lo porterà pian piano a sostenere le prime elezioni multirazziali del Sud Africa e l”elezione a Presidente, raccontate magistralmente nel film “Invictus” che sta registrando tanto successo di pubblico.
Il circle time e “il viaggio in treno” raccontato dai ragazzi nel gioco di ruolo che ha fatto seguito alla raccolta delle emozioni ha fatto emergere riflessioni profonde e interessanti:
Roberta ha sottolineato che la visione di questo e dei precedenti film, nonchè il “Viaggio in treno”, l”hanno aiutata a capire davvero, quanto spesso la diversità venga vista nei suoi aspetti negativi dei quali avere paura e quanto questo riduca l”interazione con le culture diverse da cui si possono, invece, trarre tante positività.
Maria Carla dice di aver ragionato molto sulle azioni di James (la guardia carceraria di Nelson Mandela) che combattendo con i pregiudizi dei colleghi, del tenente e anche della moglie, riesce a dimostrare la validità dei principi sostenuti da Mandela. Inoltre ha trovato molto utile l”esperienza del “viaggio in treno” perchè l”ha aiutata a ragionare sulla la paura del diverso.
Luca infine ha dichiarato di non poter accettare che il colore della pelle debba segnare il destino di un uomo: la democrazia è un diritto che spetta ad ogni uomo, al di là delle sue diversità. Inoltre ha aggiunto che l”esperienza vissuta in questi incontri pomeridiani del mercoledì hanno arricchito il suo animo aprendolo alla diversità e mostrandogli che ciò che prima poteva apparirgli un limite è, invece, il modo giusto per scoprire ed apprezzare attraverso le cose semplici, infinite verità, che rendono la vita migliore.
I prossimi appuntamenti con Scuole Aperte al Mercalli si svolgeranno, sempre di mercoledì, a partire dal 14 Aprile e proseguiranno fino al 19 Maggio con il modulo dall”intrigante titolo “Adolescente:.mente”.
LA RUBRICA
SI PUÃ’ USCIRE DAL NOSTRO QUOTIDIANO INFERNO SOCIALE?
Di Michele Montella
Abbiamo riflettuto, la volta scorsa, sull’egoismo che caratterizza i rapporti umani e sulle scelte che ciò comporta, attraverso la mediazione della lettura del testo teatrale di J. P. Sartre “A porte chiuse”, riferendoci all’inferno ivi descritto.
Uno degli aspetti del lavoro teatrale che ancora può aiutarci a sviluppare qualche pensiero è il baratro a cui ci autocondanniamo scegliendo gli interessi personali e l’arroganza del potere.
Infatti Garcin, il protagonista traditore e disertore e primo responsabile del suicido della moglie, ad un certo punto, quasi alla fine dell’azione scenica, si rende conto che la porta è sempre stata aperta ed è lui che non riesce più ad uscire dalla stanza, avviluppato com’è dai rapporti delittuosi e miseri che ha costruito con gli altri ospiti della casa.
Basta guardare gli avvenimenti politici di questi ultimi giorni per renderci conto di quanto il filosofo avesse visto giusto nella sua amara descrizione di un inferno senza demoni, in cui la colpa principale è trovarsi, senza scampo, torturati dalla propria stessa crudeltà. Il campionario è vasto e va dal proporre agli elettori tristi figuri collusi con le mafie, all’utilizzo della televisione pubblica come proprio feudo privato (nella foto, Vespa fa il baciamano a Berlusconi).
Convivere in una stanza che solo all’apparenza è chiusa, mentre all’opposto, è angosciosamente aperta, sembra essere il panorama consueto nel quale siamo costretti a vivere: lo scempio di rapporti sociali orfani di regole veramente democratiche fa da contesto aberrante al silenzio di tutti noi che guardiamo inchiodati e quasi intontiti dagli ultimi imbonitori.
Ci chiedevamo, l’ultima volta, quali possono essere le speranze in questo marasma.
Lo scrittore Saviano, in un articolo su Repubblica di qualche giorno fa, alludeva al ritorno nella Campania delle forze intellettuali per scongiurare il pericolo di una rassegnata acquiescenza. La diaspora delle menti pensanti, che è sotto gli occhi di tutti, non ci permette di avere strumenti per resistere al nostro inferno quotidiano.
Credo proprio che si tratti di questo: rimpossessarci di strumenti, perchè senza di essi ci è difficile poter reagire; come abbiamo detto più volte: senza una chiara visione prospettica, la nostra sarebbe una scomposta ribellione e non una sensata opposizione.
Torneremo ancora sull’argomento dell’uscita dall’inferno, perchè nessuno di noi può esimersi dall’avere ancora speranza. In questo senso sperare oggi è la scelta più coraggiosa che possiamo intraprendere.
(Fonte foto: Rete Internet)
ARTICOLO CORRELATO
LA BRUTTA IDEA CHE HANNO I GIOVANI DELLA POLITICA
Caro Direttore,
Come ben sai, sono stato giovane un po” di tempo fa. I miei coetanei ed io partecipavamo alla vita di partito (ognuno aveva scelto il proprio, liberamente!), alle attività delle associazioni culturali, ricreative e sportive sparse sul territorio, ai ritiri dell”Azione Cattolica. Studiavamo e ci interessavamo, in maniera critica, alle vicende della scuola e delle sue sempre (e, talvolta, solo) annunciate riforme. Allora, non erano stati ancora introdotti i Decreti Delegati e, perciò, la sola conquista di un”assemblea ci appariva come la più alta forma di democrazia partecipativa.
All”Università, poi, in pieno “68, bruciavamo le bandiere americane, ma solo per protestare contro la guerra nel Vietnam. Avevamo, come miti, Martin Luther King e Che Guevera (d”importazione), don Milani e Franca Viola. Nelle campagne elettorali facevamo propaganda per i nostri candidati di riferimento, organizzavamo manifestazioni, azzecavamo, con la colla più scadente esistente, i manifesti e, spesso, quando non riuscivamo a scappare in tempo, venivamo anche alle mani, avendone la peggio, con quelli che allora si chiamavano picchiatori fascisti.
Spesso, partecipavamo, gomito a gomito, alle assemblee e ai movimenti, che avevano come protagonisti i lavoratori più umili, quelli che lavoravano la terra, si massacravano in turni pazzeschi nelle fabbriche, si spaccavano la schiena e le mani nel campo dell”edilizia, contraevano malattie letali. “Le fiamme viola dei forni, i bracci delle gru, le tonnellate dei metalli imbragati ai becchi dei paranchi. La serie sterminata dei capannoni, delle officine, dei bunker : Cosa significa crescere in un complesso di quattro casermoni, da cui piovono pezzi di balcone e di amianto, in un cortile dove i bambini giocano accanto a ragazzi che spacciano e vecchie che puzzano?”, (Silvia Avallone, Acciaio, Rizzoli, 2010).
Però, eravamo pienamente consapevoli del significato di termini quali Libertà, Costituzione, Riforma, Politica, Partecipazione. E non avevamo, ovviamente, possibilità di programmare vacanze (pasquali, estive, natalizie) in luoghi da sballo, non possedevamo l”auto, non vestivamo griffati. Eppure, molti di noi hanno fatto, come si dice di solito, una buona riuscita. Sono diventati (“Eravamo quattro amici al bar”) classe dirigente: alcuni, calpestando ideali e valori giovanili; altri, scegliendo di mantenersi lontani dai compromessi richiesti dal cosiddetto sistema.
Oggi, c”è qualcosa che non va. Direttore, ma è vero o no che i giovani sono lontani da ogni tipo di partecipazione? A parte quelli impegnati nel volontariato, non ci sono masse (ma nemmeno piccoli gruppi) che partecipano alla vita politica, a quella culturale e ricreativa e, forse, neanche all”Azione Cattolica (che non so nemmeno se esiste ancora). I nostri territori sono asfittici, non hanno linfa, sono vecchi. Ma solo perchè sono stati abbandonati a tutti i perversi sentimenti di pochi e vecchi decisori di ogni scelta, che possa riguardare la comunità. La nobiltà d”animo della gioventù, gli ideali alla “cavaliere senza paura e senza macchia”, la decisa convinzione di poter cambiare il corso della storia o i destini del mondo non albergano più dalle nostre parti, tra la nostra gente, tra i costruttori del nostro futuro.
Molti giovani, in verità, sono ancora attratti dalla politica, ma solo per averne benefici. Pensano –ma solo perchè sono stati educati così da noi adulti- che la politica è terreno di scambio, è mercificazione, è contrattazione, è l”infausta teoria del do ut des. Ed allora si fanno vedere nelle loro camicie a collo alto, con la loro espressione da spaesati (anche un po” ebete) in un mondo di furbi, con i loro progetti poco chiari ma tutti molto personali: un buon posto di lavoro, un concorso ad hoc, l”arruolamento, per i più fortunati, nell”esercito dei peones. E, perciò, sono cambiate anche le parole, l”uso di un lessico di frequenza. A quelle che evocavano valori ed ideali, oggi, si sono sostituite parole come Raccomandazione, Ricostruzione, Emergenza, Alternativa, ciascuna destinata a diventare un cuneo, per aprire una breccia, un varco, che possa immettere nella tranquillità della vita o, per dirla più terra terra, che consenta di conquistare una posizione di comodo (di preminenza, di potere) ma senza sacrificio e senza merito.
“Mamma glielo aveva spiegato: esistono due classi sociali. E le classi sociali sono in lotta fra loro perchè c”è una classe bastarda e nullafacente che opprime la classe buona che si dà da fare. Così andava il mondo. Mamma era di Rifondazione Comunista, apparteneva al 5% della popolazione italiana. E Alessio, per questo, le dava della sfigata. Suo padre aveva il mito di Al Capone e del Padrino, quello di Francis Ford Coppola. Suo fratello era iscritto alla Fiom, ma votava Berlusconi. Perchè Berlusconi di sicuro non è sfigato.”, (S. Avallone, “Acciaio”).
No, non penso che si stia tanto male. In fondo, c”è ancora la possibilità di andare in vacanza, di comprarsi l”auto nuova, di avere soldi in tasca senza avere lavoro. A fronte di una società incapace di costruire il proprio futuro, c”è un esercito di imbelli, che scherza, ride, balla, sballa e se ne fotte di ciò che potrà accadere il giorno dopo. Il razzismo? È che cos”è? La camorra, la mafia? Mai esistite. Il bullismo? È solo divertimento. Ogni cattiva azione, la più bieca, nasce da puro divertimento. Così è bello ubriacarsi, dare fuoco ai barboni, impiccare cani e gatti, vendersi il proprio voto alle elezioni. Non c”è niente da fare.
Chi è accusato di corruzione dai giudici può tranquillamente essere indicato come statista; chi è al capo di un ministero può facilmente schiaffeggiare un giornalista o sberleffare la bandiera italiana; chi ruba, tutto sommato, è solo un furbo; chi si comporta da ribaldo –in politica o in finanza- è considerato uno che “ha due palle così”. Che bel paese, il nostro! Non viene mai meno la fiducia, il riso, la speranza-certezza di metterlo a “quel servizio” al prossimo, che, specie come sono soliti dire i preti pedofili, deve essere amato “come noi stessi”.
Lo so, Direttore, hai diritto a lamentarti e a redarguirmi. Ma questo sfogo se non lo faccio con te, con chi lo posso mai fare? Di te si è sempre detto in giro “Flecti non potest, frangi potest” (Non può essere piegato, può essere spezzato). E questo si dice solo di personaggi dalla tempra un po” ribelle ma di grande onestà e lealtà. Non è che, anche tu, sei un po” sprecato in questo nostro bel Paese?
(Fonte foto: Rete Internet)
PENSARE ITALIANO
PER SCEGLIERE BENE IL CANDIDATO DA VOTARE:
Di Amato Lamberti
In Italia, le campagne elettorali per le elezioni amministrative sono sempre più simili a quelle per le elezioni politiche, con il risultato di far passare in secondo piano i problemi concreti delle comunità locali chiamate a rinnovare l”amministrazione comunale, provinciale o regionale. Spostare tutta l”attenzione sugli schieramenti politici contrapposti, recitando tra l”altro slogan (come lavoro, occupazione, sviluppo) usati come bandiere solo da sventolare, favorisce anche una selezione dei candidati alle elezioni amministrative attenta più alla fedeltà e all”appartenenza dei partiti che ai problemi reali della comunità che si intende amministrare e governare.
La conseguenza più vistosa, evidente soprattutto nelle realtà meridionali, è che città, province, regioni, sono amministrate guardando, prima di tutto, alla raccolta di consensi personali, da parte degli amministratori, utilizzabili per fare carriera politica e assumere posizioni sempre più significative nello schieramento politico di riferimento, anche a livello nazionale, oltre che a livello locale. Naturalmente questo significa che i problemi del territorio e delle comunità locali passano in secondo piano perchè al di là di generiche affermazioni di volontà non si parte mai dall”analisi delle esigenze reali per giungere alle risposte concrete e percorribili.
Prendiamo come esempio la provincia di Napoli. Ad un qualsiasi osservatore esterno appare evidente che il problema comune a tutte le città è il disordine urbanistico, il degrado degli edifici privati e quello delle infrastrutture pubbliche, come strade, marciapiedi, aree a verde, alberature stradali, impianti di illuminazione, scoli fognari. Una impressione di disordine, fatiscenza e inciviltà diffuse che colpisce anche l”osservatore più disattento e che contrasta visibilmente con l”immagine di ordine, pulizia, cura dell”ambiente che invece viene fornita dalle città dell”Italia centrale e settentrionale.
È difficile comprendere come sia possibile che nella stessa nazione siano possibili situazioni così diverse. Le leggi sono le stesse, le normative amministrative sono eguali, i fondi a disposizione delle amministrazioni sono regolati, per quanto riguarda trasferimenti statali e regionali e fonti locali di approvvigionamento, dalle stesse norme e regole.
Non si comprende come mai a Modena, a Gubbio, a Pienza, tanto per fare riferimento a Comuni delle stesse dimensioni di quelli grandi e piccoli della nostra provincia, le strade siano in ordine, come le alberature stradali e le aree a verde, senza parlare delle facciate dei palazzi, mentre nella nostra realtà provinciale solo alcune località turistiche di importanti tradizioni, come Sorrento, Capri, Lacco Ameno, Massalubrense, riescono a presentarsi in modo curato e ordinato almeno nei luoghi frequentati dai turisti, mentre realtà di straordinaria importanza storica e archeologica, come Pompei, Pozzuoli, Nola, riescono solo a dare l”idea di inciviltà dilagante a livello pubblico e privato.
Per non parlare dei Comuni dell”area Nord di Napoli, la cosiddetta “corona di spine”, nei quali viene sempre da chiedersi come sia possibile abitare e vivere. Il problema è evidentemente quello dell”utilizzazione dei fondi pubblici non per migliorare la qualità della vita dei cittadini ma per favorire clientele, interessi particolari, magari attraverso la distribuzione di incarichi, consulenze e prebende di varia natura. Di queste cose bisognerebbe parlare quando si rinnovano le amministrazioni locali: come migliorare la qualità della vita dei cittadini; come rendere attrattivo, anche per investimenti esterni, un territorio; quali idee mettere in campo per promuoverne le potenzialità spesso inutilizzate.
Quando ero Presidente della Provincia ho voluto fare un esperimento di valorizzazione delle risorse di un piccolo paese dei monti Lattari, Casola (nella foto il panorama). Una delle risorse economiche era l”allevamento dei maiali e la produzione di una pancetta arrotolata molto nota nel circondario. Proposi al Sindaco una manifestazione dal titolo “Vieni a fare il maiale da noi”, che chiaramente giocava sul possibile doppio senso, ma che si articolava, come manifestazioni analoghe in Umbria, sulla possibilità di attivare un flusso turistico, anche residenziale, interessato ai rituali dell”uccisione e della lavorazione del maiale in un contesto dove sopravvivono antiche tradizioni.
Tutto il paese avrebbe potuto partecipare all”organizzazione e alla gestione della manifestazione. L” iniziativa “Vieni a fare il maiale da noi”, interamente sostenuta dalla presidenza della Provincia di Napoli, ebbe uno straordinario successo, più di trentamila visitatori ed esaurimento di tutte le disponibilità di carne di maiale, salsicce, pancetta, ma anche pane cotto a legna e altre specialità locali. L”anno successivo, sempre la presidenza della Provincia di Napoli, finanziò e sostenne l”iniziativa “Torna a fare il maiale da noi”. Anche questa edizione ebbe uno straordinario successo, superiore a quello dell”anno precedente. L”anno successivo, senza il sostegno dell”amministrazione provinciale, nel frattempo rinnovata, l”amministrazione comunale non fu in grado di riproporre l”iniziativa dandole un carattere di stabilità e continuità, con forti ricadute sull”economia locale non solo di carattere saltuario ed episodico.
Il contributo della presidenza della Provincia che copriva tutte le spese organizzative, compresi manifesti e comunicazioni, era di 2.000 euro. Una cifra risibile che il Comune, per ragioni che non conosco, non ritenne utile investire facendo così terminare una esperienza che poteva aprire prospettive interessanti di sviluppo economico e turistico. È solo un esempio che serve a sostenere la tesi che mi è cara e che ho verificato in tante realtà italiane, purtroppo solo nel Centro-Nord: amministrare significa amare il proprio territorio; far partecipare tutti i cittadini; partire dalle potenzialità anche minute che ogni territorio ha e valorizzarle coinvolgendo tutti in un progetto di crescita e sviluppo collettivo. Solo nel Sud questo percorso è sempre difficile e accidentato. Di chi la colpa?
(Fonte foto: Rete Internet)
CITTÁ AL SETACCIO
I FIGLI DI MADRI DETENUTE
Di Simona Carandente
Tra gli aspetti della vita penitenziaria di cui si parla poco, e sovente anche male, vi è quello relativo alla condizione della donna- madre che si trovi, in uno o più momenti della propria esistenza, a dover affrontare il già difficile momento della detenzione.
Difatti con la legge 26 luglio 1975 n. 354, di riforma dell”ordinamento penitenziario, si è data la possibilità alle detenute madri, con prole di età inferiore ai tre anni, di poter tenere con sè il piccolo all”interno del penitenziario, allo scopo di poterlo sostenere nel proprio delicato, percorso di crescita.
Attualmente si contano sul territorio nazionale poco più di venti reparti, afferenti ad altrettanti penitenziari, che prevedono concretamente la possibilità, per le madri detenute, di poter scontare la pena assieme ai propri bambini.
Uno sguardo alla “piccola” popolazione penitenziaria italiana vede i piccoli, che finiscono in carcere assieme alle proprie madri, ancora una sparuta minoranza: se ne contano, infatti, poco più di 60, a fronte delle migliaia le cui madri hanno ottenuto di poter scontare “aliunde” la propria pena detentiva.
Difatti, la cd. Legge Finocchiaro consente alle donne, madri di prole di età inferiore ai dieci anni, di poter scontare la propria pena a casa, beneficiando così del regime detentivo speciale previsto in questi casi. Unico limite alla fruizione del beneficio, la condizione giuridica della madre detenuta.
Nel caso in cui sia da considerarsi recidiva, o da qualificarsi come “socialmente pericolosa”, per la madre detenuta si spalancheranno le porte del carcere, tenuto peraltro conto che gran parte della popolazione penitenziaria, sia maschile che femminile, è fatta proprio di persone recidive, per reati legati al patrimonio o agli stupefacenti.
Tuttavia, per la parte dell”opinione pubblica sensibile alle tematiche penitenziarie, la norma è troppo severa. Non a caso, al vaglio del Parlamento italiano da almeno un biennio, vi è una riforma che mira ad estendere la portata della norma, ampliandone i casi di applicazione e facendo sì che, nel tempo, vengano istituiti degli appositi luoghi di detenzione, noti come “case protette”, ove le madri possano scontare la propria pena in condizioni di maggior tutela.
Come spesso accade in questi casi, sono sempre i più deboli a fare le spese di un sistema non privo di buchi neri: raggiunta l”età di tre anni i piccoli devono lasciare il carcere, costretti a far ritorno alle proprie case o addirittura, nei casi estremi, affidati ad istituti o case- famiglia.
È facile immaginare quanto deleteri possano essere, sulla psiche dei piccoli, gli effetti di una simile detenzione forzata: come dimostra uno studio dell”istituto penitenziario di Rebibbia, i bambini sono perfettamente consapevoli di non vivere una situazione di normalità, nonostante la giovanissima età, sfortunate vittime di errori altrui gravati da un marchio a vita del quale sarà difficile scrollarsi. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Riviera24.it)
I BAMBINI DIFFICILI, “FIGLI DI GENITORI DETENUTI”
LA RUBRICA
DIVERSITÁ DI GENERE E PENSIERO DIVERGENTE A “SCUOLE APERTE”
Di Annamaria Franzoni
Volge al termine il Laboratorio interculturale “Indovina chi viene a cena” che, giunto al suo penultimo incontro, ha visti impegnati i giovani adolescenti del Mercalli alle prese del complesso mondo delle diversità politiche con il film di Michele Placido “Del perduto amore”,(Italia 1998) opera cinematografica che ebbe ingiustamente poca diffusione e che la critica solo recentemente ha riabilitato.
Ambientato nel 1958 in un paesino della Lucania, a cui fanno da sfondo le contrapposizioni politiche ed ideologiche complesse e articolate di quegli anni, racconta la storia, realmente accaduta, di Liliana Rossi, giovane militante comunista, morta a ventiquattro anni, che si era battuta, sfidando la chiusa mentalità del suo paesino, per affermare il diritto allo studio dei figli dei “cafoni” e la consapevolezza del pensiero politico femminile.
Al termine del film, gli allievi si sono riuniti nell”abituale circle time e sollecitati dal docente orientatore e, in questa circostanza, anche dalla presenza della Dott.ssa Francesca Cessari, presente all”incontro del Mercoledì, hanno espresso le loro emozioni, le loro riflessioni, le loro perplessità, creando uno scambio reciproco e di crescita comune sulla tematica non solo della diversità politica, ma di genere, di cultura, religione e condizione economica che era emersa dalla trama articolata del film del giorno.
Edoardo, in particolare, ha sottolineato il coraggio della maestrina comunista e del giovane Gerardo che sono riusciti a far valere, opponendosi al pensiero dominante, i propri ideali senza aver paura delle conseguenze. Sulla foglia che ha posto sull” “albero delle emozioni” ha segnato, però,la sua rabbia in riferimento all’ingiustizia e all’oppressione subite dalle donne del paese.
In quel paese, che i ragazzi hanno definito retrogrado e reazionario, le donne erano ai margini sotto ogni profilo: anche nella piazza restavano ai confini.
Ed è a loro che si rivolge Liliana, le spinge ad avanzare e loro lo faranno accorrendo al suo funerale con l”abito della cerimonia per sacralizzare il momento della loro svolta ad un mondo che le ha tenute fino ad allora da parte .
Dalle loro riflessioni, in sintesi, è emerso quanto sia importante gestire la diversità come “pensiero divergente” affinchè esso diventi una risorsa, dalla cui contaminazione possa nascere un”interazione vera e la consapevolezza di una democrazia consapevole e partecipata.
OSSERVATORIO ADOLESCENTI
PARLARE, SCRIVERE
Di Giovanni Ariola
Il dibattito che precede la riflessione di oggi lo trovate a questo link: VEDI
A differenza del prof. Carlo, che si mostra piuttosto divertito nell”udire l”ennesima filippica del prof. Piermario contro l”inadeguatezza della nostra scuola, per lo più insaccata (traduzione eufemistica della parola infognata da lui usata) in un misto di conservatorismo infingardo ma anche sempre più di ignoranza autolegalizzata, aggravati l”uno e l”altra dalla mancanza di una politica culturale e di un progetto pedagogico-didattico validi da parte della nostra classe dirigente, a soddisfare le esigenze sempre mutanti e quindi sempre nuove del nostro tempo, e se la ride sornione (non si può dire sotto i baffi perchè non ce l”ha), il prof. Eligio appare invece indispettito non tanto dalle argomentazioni del giovane collega, con le quali si sente in linea di massima di concordare, quanto dal suo tono arrogante ed eccessivamente animoso.
– È vero – ribatte acido – che la scuola deve aprirsi al nuovo e deve prepararsi ad affrontarlo e a gestirlo, ma non bisogna provocare pericolose discontinuità con quanto la tradizione ha prodotto di positivo e di valido. Ribadisco la mia convinzione che compito fondamentale della scuola resta quello di insegnare ai ragazzi a leggere e a scrivere:.
– :e a far di conto: – incalza sarcastico il prof. Piermario.
– E perchè no? Senza con questo voler dire che bisogna farlo con i metodi tradizionali:
– Meno male!
– Resta tuttavia la necessità di impartire una istruzione sistematica di base:
– Con nuove metodologie e nuovi mezzi:è una discontinuità necessaria con il passato:
– Il problema più difficile da affrontare – interviene il prof. Carlo – credo sia quello di creare nei ragazzi e poi nei giovani non dico un”affezione, ossia un desiderio misto a piacere (sarebbe l”optimum), ma almeno una motivazione convinta al leggere che preluda anche allo scrivere. Ormai è noto dai dati Istat quanto sia bassa la percentuale degli adolescenti che leggono abitualmente e come questa sia anche in calo continuo (nel 2005 era attestato al 63 % – Cfr. A. Morrone, M.Savioli, La lettura in Italia. Comportamenti e tendenze: un”analisi dei dati Istat, Milano, Bibliografica, 2008). Che questo sia il problema più importante lo dimostra il fervore di iniziative promosse per dare ad esso una soluzione.
Non ultimo la creazione di un “Centro per il libro e la lettura“, come un organo all”interno del Ministero dei Beni culturali con il compito di elaborare e mettere in opera, con la collaborazione dell”Associazione Editori e dell”Associazione Librai, una strategia per fare aumentare il numero dei lettori che complessivamente è molto basso ( 38% degli Italiani, corrispondente a 19 milioni) e colloca l”Italia agli ultimi posti nella classifica europea. Ho letto in proposito (in La Repubblica,Giovedì, 18 Febbraio 2010, p. 45 ) un”intervista al Presidente del Centro, Gian Arturo Ferrari, già direttore della divisione libri della Mondadori e ora in pensione, nella quale l”intervistato parla di “una serie di programmi” che dovrebbero attivare “un intervento massiccio su tre province (rispettivamente Nord, centro e Sud), avendo come obiettivo soprattutto il mercato dei ragazzi:”.
– Faccio notare – osserva gongolante il prof. Piermario, al quale non par vero di cogliere in castagna il top manager di recente nomina ministeriale – la finezza della parola mercato:credo gli sia scappata involontariamente:un vero lapsus freudiano: si tratta insomma di un progetto non con finalità culturale ma di mercato e coloro che gestiscono l”operazione con milioni di finanziamenti da parte dello Stato, si capisce, o sono mercanti o hanno mentalità mercantile:perchè non darli alle scuole questi soldi ossia alle istituzioni competenti? L”ho letta l”intervista, con quanto candore il Ferrari confessa “Premetto che nessuno sa esattamente come far crescere il numero dei lettori“.
Se non ha le idee chiare perchè non passa la mano? E quando gli chiedono “L”e-book è la nuova frontiera. Come l”affronterete?” risponde “Siamo come sull”orlo di un burrone. Possiamo solo cercare di non precipitarvi dentro. Voglio dire che l”e-book è un salto enorme, un po” come fu l”invenzione della stampa:l”e-book è una svolta radicale. Il libro così come è stato è una forma definitiva:La natura del mezzo elettronico lo renderà flessibile, modificabile, adattabile:” Ha fatto la scoperta dell”acqua calda:
– La questione – concorda il prof. Carlo – è stata ampiamente affrontata da Jan-Claude Carrière e da Umberto Eco (nel libro “non sperate di liberarvi dei libri“, Bompiani, Milano, 2009). Ho qui a portata di mano il libro:vorrei leggere un passo significativo.
Umberto Eco, dopo aver sottolineato che “Le variazioni intorno all”oggetto-libro non ne hanno modificato la funzione, nè la sintassi, da più di cinquecento anni. Il libro è come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici. Una volta inventati, non potete fare un cucchiaio che sia migliore del cucchiaio:”(p.16), non può non constatare che “La velocità con la quale la tecnologia si rinnova ci obbliga in effetti a un ritmo insostenibile di riorganizzazione continua delle nostre abitudini mentali:E ogni nuova tecnologia implica l”acquisizione di un nuovo sistema di riflessi, che ci richiede nuovi sforzi, e questo entro termini temporali sempre più brevi. C”è voluto più di un secolo perchè i polli imparassero a non attraversare la strada. La specie alla fine si è adattata alle nuove condizioni della circolazione. Ma noi non abbiamo a disposizione tutto questo tempo.”(pp.41-42)
– Appunto! – condivide visibilmente entusiasta il prof. Piermario – Ma si vede che il signor Ferrari questo libro o non l”ha letto o l”ha fatto frettolosamente:
– Anche io ho letto – osserva con tono ormai calmo il prof. Eligio, anche se dalla marcatura con la voce di certe parole trapela la soddisfazione di avvalorare la sua tesi di fondo – il prezioso dialogo Carriere – Eco:Vorrei anch”io leggere qualcosa:.è un”affermazione del Carriere che mi dà ragione: “:non abbiamo mai avuto tanto bisogno di leggere e scrivere quanto ai giorni nostri. Non possiamo neanche servirci di un computer se non sappiamo leggere e scrivere. E peraltro in un modo più complesso che un tempo, perchè abbiamo integrato nuovi segni, nuove chiavi. Il nostro alfabeto si è allargato .È sempre più difficile imparare a leggere:“(p.19)
– Ancora più difficile – interviene con voce lievemente tremolante il dottorino – anzi una vera fatica d”Ercole trovare una strategia per far leggere:le nuove generazioni, la tribù del pollice, come chiama Manuela Trinci i ragazzi di oggi:(in LIBER/Libri per bambini e ragazzi, N. 85, Gennaio – Marzo 2010, p.53-54)
– Leggere e scrivere:– osserva il prof. Carlo – due attività parallele ma distinte:dobbiamo trovare risposte convincenti per le domande che da sempre ci poniamo e soprattutto ci pongono i nostri ragazzi: perchè (leggere e scrivere), che cosa, come? E ci aggiungerei anche: dove e quando? (continua)

