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Somma Vesuviana, nel cuore del borgo Casamale l’istallazione di Epiphaneia, manifestazioni in scala
Epiphaneia. Manifestazioni in scala si presenta come un’installazione scultorea e fotografica, ma anche come dispositivo relazionale e partecipativo.
La scala – archetipo del passaggio e della trasformazione – e la sua rappresentazione fotografica, diventano medium di un percorso di consapevolezza e rinascita. Chi la percorre è invitato a compiere una piccola ascesa interiore, lasciando, se vuole, un fiore in uno dei tredici vasi che compongono l’opera. I vasi, disposti come un orologio immaginario, sono contenitori del tempo e della memoria: luoghi per raccogliere le “epifanie”, le rivelazioni quotidiane della comunità, mentre al centro, il tredicesimo vaso, rappresenta l’anima da cui tutto ha avuto inizio.
L’intento dell’artista è permettere che la ritualità si intrecci al sacro come esperienza di elevazione, in modo che l’ascesa diventi una via interiore capace di riconnette corpo e spirito. Ogni gesto si fa preghiera laica, ogni vaso è un contenitore di memoria, ogni fiore un segno di presenza. “Ogni passo è già rivelazione, se è un passo verso la consapevolezza interiore e, di riflesso, verso quella collettiva.” Il progetto è realizzato da Tramandars ETS in conclusione del periodo di residenza dell’artista sul territorio, nell’ambito della seconda edizione (2024–25) di Art Summit – Vesuvio Contemporary Experience and Residency, in collaborazione con Amici del Casamale APS. Questa restituzione è la seconda tappa del ciclo diffuso di iniziative contemporanee della Biennale del Vesuvio – BNN VSV. Luogo di ritrovo: Putèca, Via Nuova 1, Borgo Casamale, Somma Vesuviana Data: 29 Novembre Orario: 18.00 Installazione site -specific presso cortile in Via Botteghe 34 Produzione: Tramandars ETS Coordinamento generale: Lucia Egidio – Tramandars Curatice del Progetto: Stefania Trotta Assistenza ai laboratori esperienziali: Carla Merone Supporto tecnico e logistico: Associazione Amici del Casamale APS Ricerca e consulenza d’archivio: ARS – Archivio Russo Somma Art Summit | Vesuvio Contemporary Experience and Residency Un innovativo progetto di residenze per artisti emergenti al Borgo Casamale di Somma Vesuviana, che li invita ad esplorare le specificità del territorio e ad interagire con la comunità locale, per realizzare progetti site-specific. Interrogandosi su una possibile valenza contemporanea della dimensione magico-rituale che risuona ancora oggi presente nel territorio, il progetto invita un gruppo di artisti emergenti nazionali e internazionali ad esplorare questo interrogativo attraverso i linguaggi dell’arte contemporanea.
Dal 2023 il progetto si configura come piattaforma culturale permanente ed ha avviato nel 2025 la Biennale del Vesuvio – BNN VSV. Tramandars Tramandars è un progetto culturale collettivo fondato a Somma Vesuviana, con la missione di trasmettere e tramandare arte e cultura attraverso linguaggi universali contemporanei. Costituita come associazione, Tramandars opera attraverso residenze e progetti di rigenerazione, collaborando con artisti nazionali e internazionali, per incentivare processi sociali e culturali che abbiano un impatto duraturo.
Tramandars crede nella potenza ispiratrice dell’arte come stimolo educativo. I suoi progetti hanno lo scopo di innescare interrogativi sulla società, creando un dialogo tra comunità, cultura e ambiente.
Dal 2022, ha collaborato con la FAO per il World Food Forum, portando l’arte contemporanea nel dibattito globale sulla sostenibilità alimentare, e con l’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Afghanistan in Italia, per iniziative volte alla promozione dei diritti civili attraverso l’arte.
Con un approccio aperto e collaborativo, Tramandars si pone come un ponte tra diverse culture e discipline artistiche, lavorando per costruire un’eredità culturale che superi i confini geografici e temporali. Lucia Schettino Lucia Schettino (Castellammare di Stabia, 1988), artista e arteterapeuta, vive e lavora a Napoli presso l’Atelier Alifuoco. Diplomata in Scultura all’Accademia di Belle Arti di Napoli e formata in Arteterapia.
Il suo lavoro nasce dall’urgenza di dare forma all’invisibile. Attraverso l’argilla esplora il passaggio dall’interiorità alla materia, dalla memoria individuale al simbolo collettivo. La scultura diventa un atto di rivelazione: un gesto lento e rituale che manifesta la forza vitale e apre spazi di incontro con il divino. Nei suoi laboratori, il processo creativo non è mai solo produzione, ma esperienza di cura, manifestazione e di condivisione.
Mostre principali:
• Ogni cosa creata, bipersonale con Magda di Fraia, Namigallery, a cura di Stefania Trotta, aprile 2025
• METAMORFOSI, mostra personale, Modica, 2024
• Identità individuale/collettiva, mostra collettiva LAP laboratorio arte pubblica, Potenza, 2022
• Scultura Estesa#2, mostra collettiva, Avellino, 2022
• Art Days, Atelier Alifuoco/Open Studio, Napoli
• DIALOGHI_OPERA meet Atelier Alifuoco, Napoli, 2021
• Kemè Project, mostra collettiva, Pozzuoli, 2021 
Somma Vesuviana, le vicende storiche e genealogiche della nobile famiglia Scozia


Padre Gherardo, nel suo libro, ci conferma ancora che tale famiglia era arrivata dal Nord nel Regno di Napoli e a proposito scrive: ultimamente nel nostro Regno derivando, acquistò nuova chiarezza da quel famoso Scipione, che una dama di alto legnaggio, Cornelia Marzano in moglie si tolse, de’ Principi di Rossano, e Duchi di Sessa. Lo stesso frate, nella pagina successiva, soggiunge che la famiglia fu di un Giovanni Antonio decorata, Vescovo dottissimo di Anglona, e di un Piero, della Reina Isabella potentissimo maggiordomo, e successivamente altri di sì ragguardevole generazione con Famiglie patrizie, e Titolate imparentandosi, co’ Ravaschieri, con gli Afflitti, co’ Gaeti, con gli Stramboni, co’ Filomarini […]. A riguardo, Giovanni Antonio Scozio napolitano, fu vescovo di Anglona dal 14 aprile 1510, nel 1512 partecipò al Concilio Lateranense indetto da Papa Giulio II [P.E. Santoro, Storia del monastero di Carbone, 1859, 63], mentre Piero non era altro che d. Pietro Antonio Scozio, che in un testo seicentesco è detto erroneamente Pirro Antonio Scotto: filo spagnolo fu tacciato di tradimento per alcuni sospetti rapporti con i francesi che, al tempo di Carlo V, di disputavano il possesso della penisola; processato fu assolto nel 1530 su intercessione proprio della ex regina Isabella del Balzo. La parentela degli Scozia, invece, con i Ravaschieri Fieschi è attestata da Don Cesare d’Engenio Caracciolo nel suo libro del 1623 dal titolo Napoli sacra a pagina 53: a riguardo una lapide del 1534 nella cappella di famiglia in San Giovanni Maggiore di Napoli, opera di Gio: Merliano di Nola, cita il nobile d. Germano Ravaschieri, Patritius Genuensis ex Comitibus Lavaniae, e sua moglie, uxor unanimis, Antonia Scotia. Lo stesso D’ Engenio, a pagina 489, ci attesta che nella chiesa di Santa Maria la Nova di Napoli esisteva anche una cappella della famiglia Scotia dove si vede la tavola in cui è Christo morto su la croce, di suprema e mirabil arte, che porge a’ riguardanti e divotione e stupore, il tutto opera di Marco di Siena. L’ abate Domenico Maione a pagina 38 del suo libro attesta e conferma che Scipione Scozia ebbe in moglie Catarina Marzano (in realtà Cornelia), e fu padre di Gio: Geronimo, che tolse in sposa Giulia Strambone, e fe Cesare, dal quale, e dalla sod(detta) Popa Maione nacque Scipione marito di D. Costanza Sagatara, figlia d’Ortenzio, e di Livia Filomarino. In realtà il cognome giusto era Segataro e sembra che la citata Donna Costanza sia stata figlia di Giulio Segataro e Lavinia Filomarino.


Donna Costanza Gaetana, la famosa poetessa, sappiamo bene che fu attiva nel mondo letterario e filosofico napoletano, frequentando i più importanti salotti dell’epoca. Nacque a Somma l’11 ottobre del 1709, come afferma Candido Greco nel suo libro Fasti di Somma, dove l’autore dedica più di quindici pagine all’illustre letterata. Un’ effigie in cera – continua Greco – ce la mostra elegantissima nel suo abito merlettato e scollato: capelli corti arricciati in avanti, un mazzolino di fiori nella sinistra ed il fido cagnolino nella destra. Vera signora del settecento napoletano! Parte delle sue opere, in particolare alcuni sonetti e scritti filosofici, sono sopravvissuti grazie al suo padre spirituale, il Gesuita Padre Mattia Doria (1667 – 1746). Data in sposa, all’età di dodici anni, ad un tale cavaliere tarantino, si separò legalmente poco dopo, tornando da Taranto a Napoli; si risposò con d. Ottaviano Marino – discendente di una antica e nobile famiglia, originaria di Genova – ma rimase vedova. Trovò rifugio, fino alla fine della sua vita, nel Tempio della Scorziata [Arcidiocesi di Napoli, Fondo 22 processetti matrimoniali, fs. 2577, Deposizione di Costanza G. Scozio, anno 1753]. Morì a Napoli il 5 febbraio del 1791.





Le proprietà degli Scozia a Somma
Tornando al Catasto Onciario borbonico della Terra di Somma, d. Pasquale (Scipione) Scozio possedeva, inoltre, una masseria di venti moggia in circa con fabrica arbustata, vitata e fruttata con fabrica di un basso coverto e l’altro scoverto, cisterna et aia da scognare nel luogo d(ett)o le Fontole verso S(an)ta Maria di Costantinopoli quondam li beni del Ill.mo Marchese di Cirigliano; di più possedeva una masseria di moggia ventiquattro inc(irc)a anco arbustata, vitata e fruttata all’incontro della sud(dett)a mass(eri)a nel luogo detto le Fontole q(uondam) li beni d’ Aniello Secondulfo ed altri, e ne stanno assegnate moggia cinque a (ormai defunto) Don Eliseo Scozio […] e la rimanente parte assegnata alle seguenti persone: Antonio Troianiello con 2,5 moggia; Francesco D’Avino con circa 5 moggia, Michele De Falco circa 4 moggia, Tommaso Polise 7 e Nicola Molaro 1,5 moggia. Conseguiva, inoltre, 67 ducati da Nicola Iossa per causa di censo sopra un territorio di sette moggia a Santa Maria la Nova a Nola, sopra il quale territorio vi teneva un peso di annui ducati 25 che per causa di censo corrispondeva al Monastero di Santa Maria la Nova. Inoltre corrispondeva annui ducati 25, che per capitale de ducati 500 alle due sorelle Donna Carlotta e Donna Costanza, entrambe forestiere non abitanti. Possedeva, ancora, un territorio di 100 moggia arbustato e vitato con abitazione nel luogo detto Madama Feleppa (attuale masseria). Possedeva, infine, una casa palaziata con un annesso giardino vitato e fruttato di una moggia e mezza nel luogo detto Castellaneta (provincia di Taranto).

La misteriosa morte di Eric Hebborn, il falsario che mise in ridicolo molti critici d’arte del ‘900
L’ inglese Eric Hebborn (1934- 1996) si trasferì in Italia nel 1968 e alloggiò fino alla morte nel Comune di Anticoli Corrado, presso Roma, nella villa che era stata la residenza di Fausto Pirandello, grande pittore, figlio di Luigi. Nel 1994 pubblicò in Italia il libro “Troppo bello per essere vero. Autobiografia di un falsario”, svelò di essere stato un falsario e nello stesso tempo fece luce sull’incompetenza e sulle ambiguità dei critici d’arte e degli amministratori di musei e di gallerie. Corredano l’articolo l’immagine del quadro, rimasto incompleto, “Mietitura ad Anticoli” che Hebborn dipinse e firmò con il suo nome e il disegno di una “Dama” oggi considerato opera originale di Thomas Gainsborough.
Hebborn era un geniale disegnatore e quando, da ragazzo, fu allievo della Royal Academy di Londra studiò con passione le tecniche di disegno dei grandi artisti del Cinquecento e del Seicento e poi quelle di Gainsborough, di Poussin e di Corot. Fino all’ultimo dipinse quadri “suoi”, con la sua firma, ma il suo desiderio di essere considerato un pittore importante restò inappagato. Dovette accontentarsi di condividere con Van Meegeren il “titolo” di più grande falsario del ‘900 (Van Meegeren vendette a Himmler e a Goering dei falsi Vermeer: ma ne parleremo). Eric intraprese la carriera di falsario a 15 anni, quando era allievo della Scuola d’Arte di Chelmsford: una signora indiana gli commissionò due disegni “alla maniera di Wyndham Lewis” e gli chiese di usare due fogli che secondo la signora provenivano proprio dall’album di Lewis. “Era il seme della futura carriera” scrisse Hebborn; una carriera che iniziò ufficialmente nel 1960, quando egli sottopose all’attenzione di un esperto del British Museum due suoi disegni su foglio e l’esperto li osservò attentamente e senza esitare li attribuì al grande pittore del Settecento inglese, Thomas Gainsborough.
L’apprendistato esercitato nella bottega di Aczel, un restauratore esperto e con pochi scrupoli, incominciò a dare frutti: lì Hebborn aveva imparato a invecchiare e a increspare le tele e a preparare colori ad olio che sembrassero antichi; lì però capì che l’invecchiamento dei colori ad olio non sarebbe mai stato così perfetto da sfuggire agli strumenti di indagine che la scienza incominciava a fornire a chi era chiamato ad esercitare il controllo. Hebborn capì che conveniva “falsificare” i disegni, perché pochi critici d’arte conoscevano veramente le tecniche del disegno dei grandi pittori, perché i cataloghi di questa sterminata produzione erano incompleti, e infine perché numerose erano le pagine “bianche” nei libri e negli atti notarili dei secoli passati, e dunque il falsario di disegni poteva disporre di un gran numero di fogli d’epoca. Nel 1991 Hebborn accettò di farsi intervistare in un “documentario” della BBC, e si fece riprendere mentre “costruiva” un falso Van Dick. In quel documentario ancora una volta ammise di essere un falsario, ma difese la propria arte dichiarando che non aveva mai falsificato la firma di un artista, e che le attribuzioni dei suoi disegni erano state sempre formulate dagli studiosi invitati da lui a osservare e a giudicare: egli firmava, e sempre con il proprio nome, solo i suoi quadri a olio. Pagine interessanti sulla propria “moralità” Hebborn le scrisse nell’autobiografia e in un altro libro straordinario, “Il manuale del falsario”.
Tra i critici d’arte importanti che presero solenni cantonate nell’attribuzione dei disegni del falsario inglese spiccano i nomi di Pope Hennessy e di quell’ Anthony Blunt che curava le collezioni d’arte della Regina Elisabetta d’Inghilterra e intanto passava informazioni ai servizi segreti russi. In pochi anni le opere di Hebborn, autenticate da personaggi illustri del mondo dell’arte, furono vendute attraverso mercanti famosi come Agnew e case d’aste come Sotheby’s e Christie’s, ai maggiori musei del mondo. Nel 1996, nella notte tra l’8 e il 9 gennaio – una notte di pioggia torrenziale su Roma- Hebborn fu trovato a terra a Trastevere, con un trauma cranico. I medici dissero che era ubriaco, e perciò era scivolato battendo la testa sui basoli coperti d’acqua: qualcuno raccontò che i medici non si erano accorti subito della ferita al capo perché era nascosta sotto la massa dei capelli inzuppati di acqua e di fango. I giornali romani parlarono apertamente di omicidio e ci fu anche un’allusione alla vendetta della mafia: del resto, Eric Hebborn aveva una ricca collezione di nemici. Le indagini durarono qualche mese, poi il procuratore aggiunto Italo Ormanni archiviò il caso dichiarando che Hebborn era morto per cause naturali, rivelate dall’autopsia: il trauma cranico, la vasculopatia sclerotica e un principio di cirrosi epatica.
Un’aggressione per rapina era stata esclusa fin dal primo momento, perché nelle tasche di Hebborn erano state trovate banconote e carte di credito. Matteo Collura che ricostruì la vicenda in un articolo pubblicato il 4 maggio 2008 sul “Corriere della Sera” scrive: Risulta dagli atti che l’artista inglese giunse alle 2 del mattino al pronto soccorso del Nuovo Regina Margherita. Da quel momento si evidenzia un vuoto di almeno otto ore, perché il ricovero nel reparto osservazione sarebbe avvenuto alle 10.10. Alle ore 16 al paziente, nel frattempo trasferito in ambulanza al San Giacomo, sarebbe stata fatta finalmente una Tac. Nello stesso pomeriggio, lo sconosciuto sarebbe stato sottoposto a una difficile operazione alla testa. Circa un’ora dopo la mezzanotte, Hebborn sarebbe stato colto da insufficienza respiratoria. La morte alle 7.40 di quel 10 gennaio, un mercoledì”. La storia della morte di Hebborn è verità, o è un falso d’artista?
Non vedente muore a Castellammare colpito da un malore
Tragedia per la città di Castellammare, dove un uomo non vedente si è accasciato a terra ed è morto a seguito di un malore fulminante
L’episodio si è verificato in Piazza Matteotti, davanti agli occhi dei passanti. L’uomo, un medico non vedente in pensione conosciuto nella zona, si è improvvisamente accasciato a terra.
Colpito da un malore improvviso, il medico ha battuto violentemente la testa al suolo. Vicino a lui sono rimasti fedelmente il suo cane da guida, un labrador nero, e il bastone, che lo accompagnavano in tutte le sue attività quotidiane.
Il 118 è stato allertato da alcuni passanti che, vedendo il corpo, hanno cercato di prestare soccorso. Ma non c’è stato nulla da fare, il malore è stato fulminante e i sanitari non hanno potuto rianimarlo.
Successivamente sono arrivati i familiari e la salma del medico è stata trasferita nella tarda mattinata. Sul luogo sono sopraggiunti i carabinieri della compagnia locale, con il compito di ricostruire la dinamica esatta e di chiarire le cause del decesso.
Il tutto è avvenuto come un fulmine a ciel sereno, davanti a commercianti e passanti che lo conoscevano e lo stimavano. La popolazione di Castellammare è profondamente colpita da questo episodio e si stringe al dolore dei familiari.


