L’ inglese Eric Hebborn (1934- 1996) si trasferì in Italia nel 1968 e alloggiò fino alla morte nel Comune di Anticoli Corrado, presso Roma, nella villa che era stata la residenza di Fausto Pirandello, grande pittore, figlio di Luigi. Nel 1994 pubblicò in Italia il libro “Troppo bello per essere vero. Autobiografia di un falsario”, svelò di essere stato un falsario e nello stesso tempo fece luce sull’incompetenza e sulle ambiguità dei critici d’arte e degli amministratori di musei e di gallerie. Corredano l’articolo l’immagine del quadro, rimasto incompleto, “Mietitura ad Anticoli” che Hebborn dipinse e firmò con il suo nome e il disegno di una “Dama” oggi considerato opera originale di Thomas Gainsborough.
Hebborn era un geniale disegnatore e quando, da ragazzo, fu allievo della Royal Academy di Londra studiò con passione le tecniche di disegno dei grandi artisti del Cinquecento e del Seicento e poi quelle di Gainsborough, di Poussin e di Corot. Fino all’ultimo dipinse quadri “suoi”, con la sua firma, ma il suo desiderio di essere considerato un pittore importante restò inappagato. Dovette accontentarsi di condividere con Van Meegeren il “titolo” di più grande falsario del ‘900 (Van Meegeren vendette a Himmler e a Goering dei falsi Vermeer: ma ne parleremo). Eric intraprese la carriera di falsario a 15 anni, quando era allievo della Scuola d’Arte di Chelmsford: una signora indiana gli commissionò due disegni “alla maniera di Wyndham Lewis” e gli chiese di usare due fogli che secondo la signora provenivano proprio dall’album di Lewis. “Era il seme della futura carriera” scrisse Hebborn; una carriera che iniziò ufficialmente nel 1960, quando egli sottopose all’attenzione di un esperto del British Museum due suoi disegni su foglio e l’esperto li osservò attentamente e senza esitare li attribuì al grande pittore del Settecento inglese, Thomas Gainsborough.
L’apprendistato esercitato nella bottega di Aczel, un restauratore esperto e con pochi scrupoli, incominciò a dare frutti: lì Hebborn aveva imparato a invecchiare e a increspare le tele e a preparare colori ad olio che sembrassero antichi; lì però capì che l’invecchiamento dei colori ad olio non sarebbe mai stato così perfetto da sfuggire agli strumenti di indagine che la scienza incominciava a fornire a chi era chiamato ad esercitare il controllo. Hebborn capì che conveniva “falsificare” i disegni, perché pochi critici d’arte conoscevano veramente le tecniche del disegno dei grandi pittori, perché i cataloghi di questa sterminata produzione erano incompleti, e infine perché numerose erano le pagine “bianche” nei libri e negli atti notarili dei secoli passati, e dunque il falsario di disegni poteva disporre di un gran numero di fogli d’epoca. Nel 1991 Hebborn accettò di farsi intervistare in un “documentario” della BBC, e si fece riprendere mentre “costruiva” un falso Van Dick. In quel documentario ancora una volta ammise di essere un falsario, ma difese la propria arte dichiarando che non aveva mai falsificato la firma di un artista, e che le attribuzioni dei suoi disegni erano state sempre formulate dagli studiosi invitati da lui a osservare e a giudicare: egli firmava, e sempre con il proprio nome, solo i suoi quadri a olio. Pagine interessanti sulla propria “moralità” Hebborn le scrisse nell’autobiografia e in un altro libro straordinario, “Il manuale del falsario”.
Tra i critici d’arte importanti che presero solenni cantonate nell’attribuzione dei disegni del falsario inglese spiccano i nomi di Pope Hennessy e di quell’ Anthony Blunt che curava le collezioni d’arte della Regina Elisabetta d’Inghilterra e intanto passava informazioni ai servizi segreti russi. In pochi anni le opere di Hebborn, autenticate da personaggi illustri del mondo dell’arte, furono vendute attraverso mercanti famosi come Agnew e case d’aste come Sotheby’s e Christie’s, ai maggiori musei del mondo. Nel 1996, nella notte tra l’8 e il 9 gennaio – una notte di pioggia torrenziale su Roma- Hebborn fu trovato a terra a Trastevere, con un trauma cranico. I medici dissero che era ubriaco, e perciò era scivolato battendo la testa sui basoli coperti d’acqua: qualcuno raccontò che i medici non si erano accorti subito della ferita al capo perché era nascosta sotto la massa dei capelli inzuppati di acqua e di fango. I giornali romani parlarono apertamente di omicidio e ci fu anche un’allusione alla vendetta della mafia: del resto, Eric Hebborn aveva una ricca collezione di nemici. Le indagini durarono qualche mese, poi il procuratore aggiunto Italo Ormanni archiviò il caso dichiarando che Hebborn era morto per cause naturali, rivelate dall’autopsia: il trauma cranico, la vasculopatia sclerotica e un principio di cirrosi epatica.
Un’aggressione per rapina era stata esclusa fin dal primo momento, perché nelle tasche di Hebborn erano state trovate banconote e carte di credito. Matteo Collura che ricostruì la vicenda in un articolo pubblicato il 4 maggio 2008 sul “Corriere della Sera” scrive: Risulta dagli atti che l’artista inglese giunse alle 2 del mattino al pronto soccorso del Nuovo Regina Margherita. Da quel momento si evidenzia un vuoto di almeno otto ore, perché il ricovero nel reparto osservazione sarebbe avvenuto alle 10.10. Alle ore 16 al paziente, nel frattempo trasferito in ambulanza al San Giacomo, sarebbe stata fatta finalmente una Tac. Nello stesso pomeriggio, lo sconosciuto sarebbe stato sottoposto a una difficile operazione alla testa. Circa un’ora dopo la mezzanotte, Hebborn sarebbe stato colto da insufficienza respiratoria. La morte alle 7.40 di quel 10 gennaio, un mercoledì”. La storia della morte di Hebborn è verità, o è un falso d’artista?








