LA “SETTIMANA EUROPEA PER LA RIDUZIONE DEI RIFIUTI” E I GIOVANI NAPOLETANI

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Per una beffarda coincidenza, l’edizione 2010 della “Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti” (20-28 novembre) ricade in un ennesimo momento di emergenza per la città di Napoli. Di Annamaria Franzoni

All’inizio della scorsa settimana, la prof.ssa Laura Saffiotti, docente di materie letterarie della classe I i del Liceo Scientifico “G. Mercalli” di Napoli, mentre per raggiungere l’edificio scolastico, che si trova alla Riviera di Chiaia, era costretta a schivare cumuli indecorosi di rifiuti non rimossi da giorni, rivolgeva la mente ai due piccoli contenitori di raccolta di carta e plastica in classe: due bustine che l’alunno responsabile del mese si occupa di svuotare nei contenitori di “differenziata” che si trovano in strada…..una goccia in un mare…. quei giovani alunni di prima i avevano accolto questa proposta con tanto entusiasmo, ed in fondo, con questo gesto, si stavano già abituando alle cosiddette "buone pratiche".

Giunta in classe la professoressa Saffiotti lancia un’idea, non osa nemmeno formulare una vera e propria proposta, perchè ragazzi, esasperati dalle montagne di rifiuti che invadono ormai ogni quartiere, non rimosse da giorni e certo non per colpa loro, avrebbero potuto giustamente non volere accogliere quest’ altro suggerimento, oppure, chissà….

"Ragazzi, in questa settimana a tutti i cittadini europei viene chiesto di inventarsi dei modi non più solo per riciclare i rifiuti separandoli, ma addirittura per produrne di meno. Se riempiamo di meno i sacchetti, differenziati e indifferenziati, ce ne troveremo di meno per strada.
C’è un piccolo semplice gesto che vi sentite di realizzare?"

I ragazzi, ancora una volta accolgono il suggerimento e formulano, in breve e con l’entusiasmo che spesso caratterizza gli adolescente la seguente ipotesi: "Prof, nell’elenco dei "si e no" che abbiamo segnato sui nostri contenitori di carta e plastica in aula, abbiamo registrato che il rifiuto che produciamo di più qui a scuola, cioè gli involucri di merendine, non sono differenziabili e quindi finora li mettiamo nel sacco nero. Allora, potremmo evitare le merendine in questa settimana!"

Entusiasta la professoressa racconta di aver letto, sul sito web della SERR, che una scuola ha proposto proprio la stessa loro idea: mangiare un sano frutto invece delle merendine confezionate.
A quel punto si percepisce che l’entusiasmo si affievolisce. Fabrizio interviene: "Oppure, prof, potremmo portare ogni giorno a turno una torta fatta da noi e mangiarne le fette!". L’entusiasmo si riaccende.

In quel momento emerge che l’ecologia è forse una bilancia tra "ciò che potrei" e "ciò che posso, perchè non mi costa troppo realizzare" e che, forse, se non è vissuta con senso di sacrificio, riesce molto meglio.

La classe sostiene, così, l’ipotesi della "merenda salvarifiuti", così come io stessa l’ho ribattezzata quando in qualità di fiduciaria della Sede Succursale, sono stata chiamata in causa per approvare tale loro proposta divenuta immediatamente operativa: è scattata un’allegra organizzazione e i giovani cuochi si sono informati di gusti e eventuali allergie dei compagni. Nei giorni successivi sono infatti arrivate in classe la torta al cioccolato, la crostata alla nutella, i muffin (uno, più grande, ha la candelina perché giovedì è anche il compleanno di Laura), il torrone al cioccolato.

I giovani chef, Valeria, Sonia, Eleonora, Edoardo, Luigi, Sara, Cristina e Fabrizio, hanno brillantemente superato, per i loro compagni, “la prova del cuoco” e, per i loro professori, una prova da cittadini responsabili e consapevoli.
E chissà, forse, leggendo le idee inserite da altri cittadini sul sito web della SERR, con le loro famiglie potrebbero aver trovato anche altre idee "possibili e praticabili" di buone pratiche per la riduzione dei rifiuti.
(Fonte foto: Rete Internet)

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

LE LECITE DOMANDE DI CHI VIVE ALL’OMBRA DEL VESUVIO

Siamo al secondo appuntamento quindicinale sulla Città Vesuviana, sagacemente stimolati dal professor Girolamo Vajatica. Tema centrale: l”esistenza e la fattibilità del piano d”evacuazione connesso al rischio Vesuvio. Il Forum

In genere, quando dalle nostre parti si propone un qualcosa che va ben oltre la punta del nostro naso, qualcosa che sconvolga le nostra certezze, va a finire che ci si ritrova di fronte a un secolare e ormai innato senso comune, pronto a sguainare, con le affilate armi di una dialettica saccente, un ammiccante dissenso, che non contempla nulla di tutto ciò che è nuovo e inusitato.
È molto facile cascare in questo facile tranello della nostra presunzione; i mezzi di comunicazione di massa poi ci sussurrano lenonicamente le nostre qualità di uomini moderni, emancipati a suon di informatica e dintorni.

Accantonato il buon senso, ci sentiamo quindi in diritto, e, peggio ancora, in grado di commentare tutto e tutti, senza quella sostanziosa nozione di causa che ci eviterebbe, quanto meno, brutte e indegne figure.
Mezzi plagiati da un contesto per niente elevato e drogato da un oblio condizionato solo dalle scadenze commerciali, dimentichiamo, anche noi, uomini e donne del vesuviano, la peculiare realtà che ci circonda. Mettiamo da parte un qualcosa per la quale non siamo capaci di dare risposta e che tentiamo di esorcizzare nei modi più disparati possibile.
Sarà capitato di accorgervi, magari stimolati da una cronaca affine, di vivere sotto un vulcano e di commentare a riguardo, e imbattervi magari in nolani, napoletani, anastasiani e addirittura sommesi, che minimizzano il reale rischio vulcanico.

– Ma nuje tenimmo o Somma ca ce prutegge –
– Accà a lava nun c’è maje arrivata –
– Jo tengo a n’amico all’osservatorio, chillo m’avverte –
– E quanno vene ‘o mumento c’amma fa –

Novelli vulcanologi, forti di qualche documentario, forgiamo l’impalcatura politica di un problema che stenta a essere affrontato in maniera fattiva, quello appunto del rischio Vesuvio.
Molti obietteranno, con la summenzionata presunzione, che esiste un piano d’evacuazione, e che, al momento dovuto, questo ci metterà tutti in salvo e, tra una grattata e l’altra, indicheremo, con la pedanteria che ci contraddistingue, dove andremo a sostare allo scoccare dell’eventuale ira vesuviana.
La leggerezza con la quale affrontiamo l’argomento è seconda solo a quella di chi gestisce un piano d’evacuazione che lascia molti dubbi in sospeso, tra questi, ad esempio, quelli relativi alle voci contrastanti sui tempi di preavviso per l’evacuazione.

Secondo il professor Benedetto De Vivo, Ordinario di Geochimica alla Federico II, il piano d’evacuazione dovrebbe tener conto di uno «scenario più pessimistico», che preveda non solo tempi di preavviso lunghi, come quelli ipotizzati dalla protezione civile ma anche quelli assai più brevi di Montserrat nel 1995 o di Saint Vincent nel 1979, quando, con sole 24 ore di preavviso, furono evacuate le popolazioni di quelle isole caraibiche, di gran lunga meno popolate dell’area vesuviana.
Altra cosa eclatante è quella che concerne poi l’identificazione di una “zona rossa” che segue i confini amministrativi e non quelli fisici, con l’assurdo di enclaves comunali che, nella mente degli ideatori delle tre zone, dovrebbero essere risparmiate dalla furia del Vulcano.

Assai opinabile risulta poi l’identificazione di un’eruzione di tipo sub-pliniana, come quella disastrosa del 1631, che interesserebbe, tra l’altro, un’area orientale rispetto al vulcano e che, stranamente, così come per i venti dominanti, escluderebbero Napoli e tutte quelle zone poste a est del capoluogo, cosa questa tutt’altro che sicura.
Autorevoli studiosi come Giuseppe Mastrolorenzo e Michael Sheridan, consigliano di non sottovalutare «gli scenari estremi delle catastrofi naturali», ritenendo possibili scenari anche peggiori di quelli verificatisi circa 400 anni orsono.

Risulta evidente quindi il fatto che la politica abbia messo il suo zampino in un contesto così tanto delicato e che una parte del mondo accademico abbia ceduto purtroppo alle sue lusinghe. Cosicché veniamo a trovarci in una zona in piena espansione urbanistica, con l’ospedale più grande del meridione ormai prossimo ad essere ultimato, una centrale termoelettrica a gas e un costruendo inceneritore, il tutto in una pseudo zona gialla, ma che dista a soli sette chilometri dal cratere (Pompei ne dista dodici!).

Il tutto poi cadrebbe qualora si prestasse minimamente attenzione anche alle infrastrutture, ridicole come la SS 268, costruita ad hoc per un eventuale evacuazione in caso d’emergenza, ma, di questo passo, vista l’alta pericolosità della strada e la quiescenza del vulcano ci chiederemmo quale possa essere il male minore tra i due in questione. Da escludere ovviamente treni e navi per l’alto rischio sismico e i maremoti consequenziali a un evento eruttivo.
Ma tornando al piano d’evacuazione, ammettendo che questo fosse realmente fattibile, come ci si porrebbe davanti a un mancato allarme? E soprattutto chi si prenderebbe una tale responsabilità dalle così evidenti e gravi ripercussioni politiche?

Risulta chiaro quindi che davanti a una tale possibilità e a una scienza, che quando non è partigiana, stenta a dare risposte deterministiche ci si affidi a quanto di più verosimile si ha a portata di mano.
«Autorità e scienza sarebbero altri San Gennaro ai quali offrire ceri senza passare per fessi e senza darsi la pena di organizzare, addestrare, pianificare e razionalizzare il territorio. Purtroppo, in Italia, e solo in Italia, essere criminali è più onorevole che essere presi per fessi». Questo scriveva nel novembre 2007 il generale Fabio Mini, ex direttore dell’istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze, delineando prospettive che ci conducono a ciò che la moderna sociologia descrive come cry wolf syndrome, ovvero una sindrome di “al lupo al lupo” che mina una fiducia nelle istituzioni, di per sé già scarsa e non lascia scampo per niente e per nessuno.

Altre domande scaturiscono dall’effettiva costatazione di un problema esistente solo sulla carta; quando e dove si svolgono con periodicità le prove d’evacuazione, in quali edifici pubblici si svolgono queste importanti simulazioni che potrebbero salvarci la vita? Vorremmo coinvolgere i nostri lettori con questi interrogativi, come vorremmo sapere se le regioni predisposte ad ospitare i 18 comuni della cosiddetta zona rossa siano già pronte per accoglierci. Si stanno organizzando? Ne sanno qualcosa? E poi? Quando l’eruzione terminerà che farà il Popolo Vesuviano?

In questo annullamento generale del senso critico e del sano scetticismo, ci si chiede dunque se sia tanto peregrina l’ipotesi proposta (già da qualche anno) dal professore Vajatica e del suo progetto di delocalizzare la Città Vesuviana verso sponde più tranquille.
Il prossimo appuntamento affronterà il Progetto Vesuvio nella sua interezza e si arricchirà degli interventi che i lettori vorranno proporre nel forum (CLICCA) per rendere stimolante e costruttiva la discussione.
(Fonte foto: rivistahydepark.org)

IL PIANO DI EVACUAZIONE

IL PRIMO APPUNTAMENTO

QUANDO LE COLPE SONO DELL’INSEGNANTE

Quest”oggi, la nostra rubrica si sofferma sulle responsabilità dell”insegnante. Ragioniamo sulla cosiddetta culpa in vigilando, presentando il caso di un alunno che ha subito danni a causa di una gomitata.

Duro è il compito di chi insegna! Dalla situazione che di seguito andiamo a presentare, è evidente come chi è preposto al delicato compito di educare ed insegnare in ambito scolastico, debba non solo programmare gli interventi didattici, ma anche pensare ad eventuali danni o conseguenze che nel corso dello svolgimento delle attività possono verificarsi.

Il caso. Danni subiti dall’ alunno a causa di una gomitata. Cass. Civ.sent. 22 aprile 2009, n. 9542: culpa in vigilando.
La Corte territoriale osservava per quanto interessa: il B., mentre teneva il flauto tra le labbra apprestandosi a suonarlo, era stato colpito, con un movimento del tutto anomalo ed estraneo alla normalità, da un compagno con una gomitata che gli aveva procurato la rottura di due incisivi; alla condotta quanto meno colposa dell’allievo che aveva tenuto il comportamento descritto conseguiva la responsabilità degli insegnanti e, quindi, della pubblica amministrazione per culpa in vigilando ex art. 2048 c.c.; la prova liberatoria era risultata carente essendo venuta meno l’inammissibile prova testimoniale resa dai due insegnati.

Motivi della decisione.
È orientamento giurisprudenziale costante che, in tema di responsabilità dell’amministrazione scolastica "ex" L. n. 312 del 1980, art. 61, sul danneggiato incombe l’onere di provare soltanto che il danno è stato cagionato al minore durante il tempo in cui lo stesso era sottoposto alla vigilanza del personale scolastico, il che è sufficiente a rendere operante la presunzione di colpa per inosservanza dell’obbligo di sorveglianza, mentre spetta all’amministrazione scolastica dimostrare di aver esercitato la sorveglianza sugli allievi con diligenza idonea ad impedire il fatto.

È, altresì, pacifico (Cass. Sez. 3^, n. 2657 del 2003) che, per superare la presunzione di responsabilità che ex art. 2048 c.c., grava sull’insegnante per il fatto illecito dell’allievo, non è sufficiente la sola dimostrazione di non essere stato in grado di spiegare un intervento correttivo o repressivo, dopo l’inizio della serie causale sfociante nella produzione del danno, ma è necessario anche dimostrare di aver adottato, in via preventiva, tutte le misure disciplinari o organizzative idonee ad evitare il sorgere di una situazione di pericolo favorevole al determinarsi di detta serie causale.

In linea di diritto la sentenza in questione si è attenuta ai principi sopra enunciati. In punto di fatto ha ritenuto che le deduzioni attinenti all’asserita repentinità dell’evento si risolvessero, per un verso, in mere petizioni di principio e, per altro verso, risultassero insufficienti, considerata la latitudine della prova incombente sul Ministero, prova che avrebbe dovuto dimostrare l’avvenuta adozione di misure preventive necessarie a consentire sia la libertà dei movimenti degli allievi, sia l’ordinato svolgimento della lezione.

LA RUBRICA

A CAPERA. DAI CAPELLI ALLO NCIUCIO

Fin dall”800 le donne napoletane hanno sempre dato grande importanza alla forma della chioma. Nasce così la capera, che per difendersi dalle clienti bizzose raccontava i fatti degli altri. Di Carmine CimminoLe donne sanno da sempre che una parte consistente del loro fascino sta nella forma della chioma, e sanno anche che chi sa leggere questa forma vi coglie gli indizi del loro temperamento, e dello stato d’animo. E dunque da sempre le donne hanno dedicato attenzione puntigliosa ai capelli, a tal punto che la storia della pettinatura è un capitolo importante della storia sociale della femminilità. Le napoletane dell’Ottocento, quelle dei bassi e quelle dei palazzi, portavano i capelli lunghi: li scioglievano in morbida onda sulle spalle, li arricciavano, li stringevano in corpose e lunghe trecce, li avvolgevano nei tupé eretti sul capo.

Il tupé costruito in testa alle donne napoletane era una torre di avvistamento, un periscopio, un ammonimento: chi lo portava – ci voleva un’arte particolare per portare degnamente ‘ o tuppo, ci voleva un certo modo di camminare, altero ma non superbo, autorevole ma non sprezzante -, chi portava ‘o tuppo, era ‘na maesta: intraducibile parola napoletana, che pare corrispondere all’italiano maestra, ma in realtà ne è lontano mille miglia. ‘A maesta era l’ultima variante della matrona romana.

Queste complicazioni capillari fecero sì che signore e popolane benestanti ricorressero ogni giorno all’intervento della capera, che girava per le case a mettere a posto la testa delle clienti. Dopo aver messo a posto la propria. Perché la chioma della capera era la prova oggettiva della sua arte: e dunque testa a posto, modi aggraziati, e pazienza: queste erano le qualità indispensabili per una pettinatrice. Se il culto dell’intimità à stato, secondo gli storici, uno dei segni distintivi della società dell’Ottocento, farebbero bene gli storici a ricordare che Napoli anche in questo fu un’ eccezione: i propri sentimenti i napoletani non solo non li nascondevano, e non li nascondono, ma li cantavano, a tutta voce.

Scrisse Gregorovius di non aver mai visto gente così pronta a piangere in pubblico, come le donne e gli uomini di Napoli: piangere a ogni ora del giorno, e per qualsiasi cosa. Ora, immaginate quale duello si svolgesse, ogni mattina, tra la capera e la cliente, che sentiva le mani dell’altra muoversi tra i suoi capelli, e scioglierli o annodarli, sformarli e acconciarli: li voglio più alti, no, più bassi, no, più stretti. La capera paziente ascoltava, obbediva, eseguiva: la cliente si irritava, si lamentava, si alterava. In fondo, non sopportava che una donna immettesse le dita nella sua chioma: si sentiva violata, smascherata, messa a nudo. E non per sua scelta, ma costretta: e per di più, da un’altra donna.

Oi Rosa, statte attenta a sta capera / ca te pettina ‘ a capa a fantasia,
scrisse Salvatore Di Giacomo. La donna napoletana sotto le mani della capera diventava così gelosa della propria intimità da costringerci a pensare che quella sua facilità ad aprirsi fosse solo finzione e dissimulazione, fosse una leggenda. La capera si difendeva distraendo le bizzose clienti: e per distrarle, incominciava a raccontare i fatti del quartiere, i fatti delle altre: ed erano quasi sempre notizie inedite di innamoramenti, di tradimenti, di debiti. La cliente ascoltava, e si illudeva: si illudeva che la capera, di lei, non avrebbe parlato a quelle altre i cui segreti stava raccontando a lei.

Era un gioco strano e complicato, che le capere esperte conducevano con straordinaria malizia: nel disegno che correda questo articolo, Palizzi ha espresso la malizia della pettinatrice con alcuni dettagli: il taglio della bocca, lo scarpino che esce di sotto la gonna, l’inclinazione del capo, e, nota indiretta, le lunghe fasce di capelli che nascondono la testa della cliente. La cliente riavrà la sua testa quando la capera avrà finito di modellarla. Queste pettinatrici acquisivano a poco a poco una profonda capacità di analisi psicologica: non ne potevano fare a meno: senza quella capacità, si sarebbero impigliate da sole nella vasta rete delle trame che esse tessevano intorno alle clienti, in un mondo in cui non c’era segreto che restasse segreto e non c’era verità che non dovesse sopportare le aggiunte della fantasia maldicente.

E dunque Raffaele Viviani fa dire alla sua capera:
D’’e capere d’’o Mercato songo ‘ a masta / e nisciuno dint’’o stritto me ‘ncatasta.
Sono la prima tra le capere di piazza Mercato, e nessuno riesce a mettermi spalle al muro, a incastrarmi.

C’era anche un mercato dei capelli. Spesso nei vicoli risuonava il grido capillòoo: era il compratore di capelli di donna, il capillò, ingaggiato dai fabbricanti di parrucche. Intorno a questa figura Salvatore Di Giacomo costruì, in una sua poesia, la melodrammatica storia di una prostituta che vende i suoi capelli per mandare qualche soldo al suo uomo che sta in carcere:
s’ha tagliate ‘e ttrezze d’oro fino/ pe ne mannà denaro a ‘o carcerato.

Il mercante la sente piangere, ma non si commuove:
L’aggio sentita chiagnere scennenno/ ma ‘nteneruto no, no, nun me so’/
Sti trezze d’oro mm’’e voglio i’ vennenno.
Come si vede, le lacrime napoletane spesso inquinarono anche la vena di poeti valenti.

Per un facile passaggio analogico ‘a capera divenne sinonimo di pettegola, e di pettegolo, al maschile, e il suo campo semantico si intrecciò con quello di un altro cardine della linguistica psicologica napoletana, ‘o nciucio, l’inciucio. Nel prossimo articolo parleremo delle varianti contemporanee della capera. Femminile. E maschile: il mostruoso ‘o capero.
(Fonte foto: C.C.)

LA RUBRICA

CATTOLICI E POLITICA: RIPARTIRE DAL TERRITORIO

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Al laicato cattolico spetta di continuare l”esperienza antica di stare in mezzo alla gente per condividerne fatiche, attese e pensieri. Anche la Chiesa di Nola pensa di organizzare una Scuola di Formazione sociale e politica. Di Don Aniello Tortora

La vita politica in Italia e, soprattutto nel nostro Sud, ripiegata su sè stessa e su polemiche, interne e intestine, tra i diversi leader e schieramenti, si allontana paurosamente, giorno dopo giorno, dai problemi reali della gente. Aumenta lo sconcerto, la confusione, la incomprensione di quanto sta accadendo. Napoli è ancora piena di monnezza e il miracolo non c’è stato. Solo S. Gennaro, un paio di volte all’anno, è “attrezzato” per questo.
La Chiesa non può chiudere gli occhi davanti a ciò che sta succedendo o far finta di niente. Ma, cosa può fare, ancora?

Il laicato cattolico si sta movimentando ed è in movimento. Organizzato dalla Presidenza dell’Azione Cattolica Italiana, c’è stato a Roma un incontro con gli amministratori locali che, provenienti dall’esperienza di Azione Cattolica, si sono ritrovati nei giorni scorsi a Roma a ragionare attorno al bene comune. Riporto qui diverse considerazioni di qualcuno che vi ha preso parte. Mons. Bregantini, il Vescovo coraggioso di Locri (attualmente vescovo a Campobasso) ha offerto alcuni spunti di riflessione molto interessanti, parlando di responsabilità educativa, di speranza, di rischio.

Incontro di laici impegnati in una politica che non ha bisogno di ricorrere ad aggettivi per esprimere il suo essere atto di amore alla città. La voce del territorio, rappresentato da chi ne è al servizio in ruoli di governo, ha sempre toni di concretezza, di essenzialità e di coerenza.
Ma non si costruisce politicamente qualcosa di positivo lasciandosi risucchiare dalle polemiche e il territorio, non da oggi consapevole di questo rischio, si carica di una grande e promettente responsabilità educativa che si pone al servizio dell’intero Paese.
Uomini e donne scelgono l’impegno pubblico come sintesi, in continuo divenire, di un impegno culturale che trova le sue radici e le sue motivazioni nell’amore alla verità, nella ricerca e nella costruzione del bene comune.

Un amore esigente che, in tempo di crisi, non si ferma alla pur necessaria azione assistenziale e chiede alle persone, alle famiglie, alla comunità di giocare le proprie risorse, di osare anch’esse qualcosa nella costruzione del futuro.
In questa prospettiva la Chiesa italiana con gli "Orientamenti pastorali" sull’educare, con l’agenda delle Settimane Sociali, cammina nel territorio e nel Paese con la consapevolezza che la responsabilità quotidiana, pensata e condivisa, rimane la strada maestra su cui passa la speranza.
In questa visione il territorio torna ad essere coltivatore di futuro non solo per sè stesso con la sua capacità di leggere e interpretare i segni dei tempi, con la sua saggezza che non confonde la sicurezza con la chiusura, la fierezza con l’orgoglio, la prudenza con la paura.

Essere come "una primizia", come l’annuncio vivo e visibile di una speranza che non delude e che usa anche lo strumento della politica per rendersi concreta: ecco il compito di un laicato cattolico che sta prendendo una visibilità che nulla ha a che fare con lo spettacolo mediatico.
Si pone in continuità con l’esperienza antica di una presenza e di una lungimiranza in mezzo alla gente condividendo le fatiche, le attese, le scelte e i pensieri. Una straordinaria stagione in cui nacque e si sviluppò una "palestra" di formazione per le nuove generazioni.
Molto è cambiato ma il dato essenziale, cioè l’essere dentro la storia e la vita della gente con un messaggio educativo, rimane di grande attualità.

Furono, in anni più recenti, le scuole di formazione all’impegno sociale e politico a raccogliere l’eredità ma oggi la loro esperienza ha bisogno di diventare "laboratorio", luogo dove i saperi si misurano con la fatica di vivere, con il linguaggio proprio della politica.
È tempo di parole e di azioni nuove, certamente non ingenue o retoriche, per dire che l’impegno politico è una frontiera dove vive la speranza e dove i laici cattolici intendono essere. Forse è solo un sogno ma in alcune realtà questo sta già avvenendo.
Credere nella speranza mentre tutto sembra andare contro la speranza. Anche in politica.

Quell’albeggiare annunciato dagli amministratori locali con le radici in Ac è un messaggio da non trascurare, è un percorso da indicare alle giovani generazioni come strada non interrotta per giungere a mete alte.
Anche la Chiesa di Nola si sta interrogando e la Commissione diocesana per i Problemi sociali e il lavoro ha in mente di organizzare una Scuola di Formazione sociale e politica.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

EMENDAMENTO 1707: UN PO” DI CHIAREZZA

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Facciamo chiarezza su un emendamento (congelato) al decreto legge sulle intercettazioni, che avrebbe escluso l”obbligo di arresto per gli autori di atti sessuali di “lieve entità” su minori. Di Simona Carandente

Da qualche tempo a questa parte, viene diffuso in rete un contributo scritto attraverso il quale, in buona sostanza, si grida allo scandalo governativo, con tanto di accorato appello a porre alla gogna i presunti responsabili, rei di aver introdotto al decreto legge sulle intercettazioni un emendamento "salva pedofili", meglio noto come Emendamento 1707.
Attraverso questa modifica legislativa, peraltro allo stato congelata, alcuni senatori di Pdl e Lega avrebbero voluto creare una sorta di scappatoia, finalizzata all’impunità, per coloro (pedofili, molestatori e quant’altro) che si fossero resi autori di violenze sessuali minori o, per usare le parole della legge, di "lieve entità".

Per dovere di cronaca e rispetto della legge, entità di per sé suscettibile delle più svariate interpretazioni ed applicazioni, occorre fare un po’ di chiarezza sulla delicatissima questione, a prescindere da ogni connotazione di tipo politico o giudizio di sorta sui potenziali firmatari.
Da una lettura attenta ed accurata della norma, si evince che quest’ultimo avrebbe escluso, laddove approvato, l’obbligo di arresto per chi veniva sorpreso a compiere violenze sessuali di "lieve entità" verso i minori, espressione da interpretare in maniera rigorosa.
La norma non parla di violenza sessuale di minore entità, bensì di atti sessuali di minore gravità, intendendo per tali gli atti compiuti tra soggetti quasi coetanei, entrambi consenzienti, riprendendo un concetto già esistente nel codice Penale, al quale sarebbe stata obbligata la facoltatività dell’arresto.

Per essere più concreti, laddove ad esempio due adolescenti compissero atti sessuali tra loro in maniera consenziente, non sarebbe obbligatorio per legge procedere all’arresto del presunto reo, lasciandone però intatta la facoltà agli aventi diritto.
In particolare, dal punto di vista processuale, ed in relazione al reato di cui all’art.609 bis c.p, la minore gravità si riferisce essenzialmente alla condotta del reato, ricollegandosi alla caduta della distinzione tra congiunzione carnale consumata e non, sommandosi al fattore età dei soggetti coinvolti, con l’evidente necessità di non criminalizzare i rapporti tra adolescenti, anche alla luce dei mutati costumi sessuali.

Non bisogna poi dimenticare che, secondo la giurisprudenza, costituiscono atti sessuali anche la mano morta, le carezze, i fischi di apprezzamento ed addirittura gli sguardi indiscreti, atti indubbiamente di minore gravità rispetto ad uno stupro, per i quali non avrebbe senso imporre l’obbligo dell’arresto in flagranza.

Se la formulazione della norma ha destato incertezze nei cd. non addetti ai lavori, giungendo ad un vero e proprio travisamento da parte dell’opinione pubblica, che ha dipinto l’emendamento come una disposizione salva-pedofili, meno condivisibile appare la campagna di criminalizzazione a mezzo internet nata in rete. Non sempre, al di là delle apparenze, si può gridare al ladro. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

RIFIUTI. OVVERO: SOLDI, AFFARI E POTERE

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Scegliere gli inceneritori per risolvere il problema dei rifiuti significa puntare al business. Pensate un po”: Cosentino e Cirielli minacciano di far cadere il Governo se l”affare di Salerno gli viene sfilato da Caldoro. Di Amato Lamberti

Come volevasi dimostrare, attorno ai rifiuti si combatte una battaglia dove contano solo i soldi, gli affari e il potere. La soluzione del problema dello smaltimento dei rifiuti, magari con il minimo di ricadute sulla salute dei cittadini e sugli interessi del territorio, non interessa nessuno, né a destra, né a sinistra. La scelta degli inceneritori è legata solo alla marea di soldi che mettono in movimento. Nessuna altra considerazione ha valore. La ministra Carfagna minaccia di dimettersi se la gestione dell’affare finisce nelle mani dei suoi nemici Cirielli e Cosentino perché sa bene che non le lascerebbero alcuno spazio di decisione e di potere.

Preferisce che l’affare passi nelle mani di Caldoro con il quale ha buoni rapporti e possibilità di incidere sulle decisioni. Naturalmente Cirielli e Cosentino non ci stanno e minacciano addirittura di non votare la fiducia al Governo se l’affare gli viene tolto dalle mani. Pensate quanto grande deve essere l’affare e quali aspettative mette in campo se si arriva a minacciare la caduta del governo di cui si fa parte. A nessuno dei contendenti viene in mente che forse sarebbe meglio non costruire inceneritori visto che è dimostrato che mettono in serio e costante pericolo la salute dei cittadini. Pensano solo ai 300 milioni di euro di finanziamenti per costruirne uno solo e ai 30 milioni di euro ogni anno come royalties provenienti dalla vendita dell’elettricità prodotta.

Un vero grande affare, 30 milioni di euro l’anno, da qui all’eternità, per finanziarsi di tutto, dalle campagne elettorali ai partiti personali. Anche qui a nessuno viene mai in mente che quei soldi potrebbero almeno servire a sgravare i cittadini dei Comuni più direttamente interessati dalla Tarsu, visto che gli si rovina la salute e il futuro del territorio. E invece niente: qualche compensazione caritatevole per i Comuni, che così aggiustano i conti degli sprechi, e il resto ad amici, sodali, non importa se camorristi, sempre nel nome dei supremi interessi della politica, come loro chiamano l’attività di spartizione delle risorse tra i componenti delle cricche di cui sono a capo.

La sinistra freme, ma non pensiate perché vede messa in pericolo la salute dei cittadini e il destino del territorio, ma solo perché si vede estromessa dall’affare e dove può punta i piedi. A Salerno e a Napoli i sindaci dichiarano che non si limiteranno certo a mettere a disposizione una porzione di territorio. Se si fa sul territorio comunale vogliono non solo gestire l’appalto dell’inceneritore ma anche la cessione dell’elettricità prodotta.

E questo non per meglio garantire la salute dei cittadini, che sarebbe comunque compromessa; non per alleggerire i cittadini del peso della Tarsu, che anzi viene aumentata; non per migliorare le condizioni di vita dei quartieri del centro storico e delle invivibili periferie, che restano in attesa di altri interventi straordinari, magari dopo qualche crollo; ma per procurarsi il denaro che serve a ripianare i deficit provocati dagli sprechi del passato e del presente, e perché no, da quelli del futuro.

È inutile che continuiamo a discutere sul fatto che le discariche rendono il territorio invivibile, come hanno dimostrato le indagini a Pianura; che gli inceneritori di qualsiasi livello tecnologico buttano nell’aria una tale quantità di sostanze tossiche e nocive da mettere in pericolo la vita non solo delle persone, ma anche quella degli animali e delle piante, compresi broccoli, cavoli e patate. Per la politica, e quindi per giornali e televisioni che danno loro sempre ragione, queste cose non contano niente.

Contano solo i soldi e gli affari. Ai poveri cittadini lasciano solo il diritto di andarsene dove meglio credono: se si azzardano a protestare, perché vorrebbero vivere su una terra non inquinata, diventano terroristi, facinorosi e provocatori da manganellare a sangue.
(Fonte foto: Rete Internet)

CAMORRA E POLITICA

LA CAMORRA NELLA SECONDA METÁ DELL’OTTOCENTO

Scriveremo dei sistemi di camorra nel Vesuviano, Nolano e nell”agro nocerino-sarnese. Ma anche dei patti con la società civile. Come quello del 1980, in occasione del terremoto in Irpinia. Di Carmine Cimmino

Ciò che scriveremo non potrà non toccare la storia recente, i patti tra camorra e società civile. Tra questi quello stretto dopo il terremoto del 1980, dove fu messo in moto un congegno del malaffare che sta funzionando anche nell’emergenza rifiuti.

Scrisse anni fa Marcella Marmo che aspetti importanti del fenomeno della camorra nel secondo Ottocento, come “la camorra politico-amministrativa, le clientele camorriste, il funzionamento della finanza locale” tra il 1870 e il 1900 e la storia stessa dei termini bassa camorra e alta camorra non erano stati ancora studiati. Mi pare che questo elenco di temi trascurati sia incompleto: occorre stabilire, per esempio, se nell’Ottocento si siano formati, nel Vesuviano, nel Nolano e nell’agro nocerino-sarnese sistemi delinquenziali che potremmo definire in senso lato organizzazioni camorriste, e in quali settori abbiano svolto la loro attività criminosa.

Giornalisti, romanzieri, poeti e studiosi del secondo Ottocento documentano l’ intensità del fascino che la camorra in genere, e alcuni camorristi in particolare, esercitarono su ambienti di ogni livello: ma restano poco chiari i meccanismi della mitizzazione, che fu certamente alimentata da impulsi sociali e psicologici e forse già dall’astuzia della borghesia, che cercava di rovesciare su Salvatore De Crescenzo, su Francesco Cappuccio e su Enrico Alfano tutta la responsabilità degli affari illeciti e dei delitti che ne erano il sanguinoso corollario. La mitizzazione dei padrini è oggi un fenomeno molto più vasto che in passato: e ho il sospetto che quell’astuzia della società civile da causa terza sia diventata la causa prima .

Patti tra mafia e camorra, da una parte, e apparati dello Stato dall’altra, sono stati stretti anche nell’ Ottocento, come vedremo: ma per quanto gravissimi, essi possono essere spiegati con la ragion di Stato, e non bastano certamente a legittimare le organizzazioni criminali. Quando parliamo del problema delle relazioni tra camorra e società civile, ci riferiamo non all’esistenza oggettiva di queste relazioni, che nessuno si sogna di mettere in discussione, ma alla misura di esse. Bisogna capire se la parte, diciamo così, deviata, della società civile si pieghi all’imperio della camorra arrendendosi alle ragioni delle pistole e a quelle del danaro, o se invece non sia proprio questa parte, diciamo così, deviata a dettare le regole del gioco, e a servirsi della camorra per accaparrarsi appalti e commesse.

Sappiamo che intorno all’affare della ricostruzione dopo il terremoto del 1980 si scatenò una sanguinosa guerra di camorra: ma forse sarà utile dedicare qualche articolo alla relazione finale della Commissione Parlamentare d’Inchiesta, presieduta dall’on. Scalfaro, che descrisse quello scandalo smisurato come un’azione scenica in cui non era facile distinguere i protagonisti dalle comparse, gli attori dai suggeritori, e il costumista dal regista. Fu un caos ordinato, in cui dall’emergenza prima, fatta di migliaia di morti e feriti, di paesaggi naturali, urbani e sociali squassati dal sisma, nascevano, in sequenza interminabile, altre emergenze. In Irpinia fu messo a punto un mostruoso congegno del malaffare, che ora sta funzionando a tutto motore nell’emergenza della monnezza.

Ma ancora la settimana scorsa Rai 3 corredava un suo servizio su quel terremoto con l’ immagine di Raffaele Cutolo, accampata sullo schermo a trasmettere un messaggio – il disastro fu un affare per la camorra – certamente vero, ma vero solo in parte. Poiché resta ancora da stabilire quale fu la misura di questa parte, e quale la misura della parte che toccò alle industrie del Sud e del Nord, ai politici di tutte le taglie, alle banche, ai tecnici, ai funzionari dello Stato: e resta da stabilire se la camorra aveva, tra l’80 e l’83, la sapienza giuridica, tecnica e finanziaria per montare da sola una macchina così complicata e così raffinata, e per farla funzionare.

Nel 1863 lo Stato unitario decise di estirpare la camorra da Napoli con la stessa mano militare che stava spazzando via il brigantaggio. Tra il 1864 e il 1868 camorristi veri o presunti, oziosi, vagabondi, e poi ladri qualificati e contrabbandieri vennero tutti inviati al domicilio coatto. Il loro ritorno, le elezioni del 1874 e la grave crisi economica degli anni ’70 scatenarono, a Napoli e nella provincia, quell’ “infezione“ della cosa pubblica, della legalità, dell’etica, dei principi primi dell’ordine sociale, che portò all’inchiesta Saredo e al processo Cuocolo. A queste vicende, in cui si trovano tutte le radici del nostro nero presente, dedicheremo una serie di articoli. Partiamo dal 1874.

In quell’anno il prefetto Mordini inviò un questionario sullo stato della camorra agli ispettori dei quartieri di Napoli, e a quelli di Barra e di Portici. L’ispettore del quartiere Chiaia, nella sua lunga risposta, osservò che la camorra non era stata combattuta “alle radici: dopo i primi colpi si è soprasseduto, tanto che questa ha ripreso lena e ha mutato d’indirizzo, per modo che le è riuscito agevole di rinvigorire e nascondersi, in guisa da lasciare financo dubitare della sua esistenza. Il rimpatrio dal domicilio coatto è stato letto come debolezza del Governo…La camorra ha saputo distendere i suoi rami fin nel campo delle elezioni politiche, da dove ha tratto nuova vita sicurezza e garanzia”.

Mentre sotto i Borbone era organizzata come una setta, oggi, continua l’ispettore, “la camorra ha preso un altro indirizzo e, invadendo le diverse branche di commercio e industrie”, costringe gli imprenditori e i commercianti a “mettersi frastornati nella imprescindibile necessità di farla compartecipe degli utili”. L’altra “modificazione della camorra consiste nel decentramento (l’ispettore scrive discentramento), poiché non si ha nessuno elemento che faccia ritenere che esista fra componenti di essa un ordinamento riconosciuto e accettato, con direzioni e dipendenze”, e se i camorristi in pubblico ostentano reciproca assistenza, “lo fanno per dare di sé un’immagine, per imporsi e per generare quel panico che è tanto utile alle loro delittuose imprese”.

L’ispettore reggente di Portici disse con chiarezza la sua amara verità: “a partire dal 1870 lo Stato ha mostrato condiscendenza verso i capi della camorra nella lusinga che per opera di costoro si scoprissero i delinquenti comuni”. I capi organizzavano furti, ne affidavano l’esecuzione a ladri infidi, e al momento opportuno avvertivano la polizia, che sorprendeva i mariuoli in flagranza di reato. La camorra otteneva così due risultati: rafforzava il proprio prestigio e si liberava di personaggi scomodi. “Si è arrivati al punto di vedere un funzionario di P.S., il delegato Vacca, gozzovigliare pubblicamente assieme al noto Cappuccio e ad altri”: così scrive il reggente di Portici, con nervosa grafia.

Egli proponeva che il domicilio coatto fosse perpetuo, e si permetteva di far notare al Prefetto che era una follia pura mandare i coatti in quelle province, Salerno, Avellino, Benevento, Caserta e Foggia, in cui la camorra aveva già messo radici: lì i camorristi che arrivano da Napoli trovano sostegno nei correligionari del luogo. Correligionari: è una parola che da sola vale quanto un libro. Napoli è la città in cui il tempo si è fermato. È una pacchia per chi scrive di storia.
(Fonte foto: C.C.)

LA RUBRICA

“PER LA SOLIDARIETÁ CI VUOLE CUORE”

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Il Gruppo Partenopeo Rotary ha sviluppato un progetto che punta a promuovere l”educazione alla salute e la cittadinanza attiva e consapevole.

Interessanti, efficaci, essenziali sono stati gli interventi realizzati nel corso del mese di novembre 2010 dal Rotary Club Napoli Ovest con i ragazzi dela II F e II i del Liceo Scientifico"Mercalli e presso altre Scuole Medie Superiori napoletane, tra cui l’ITC "Pagano" e l’ IPIA "Bernini", nell’ambito del progetto "Salva-gente per il Cuore", rivolto ai giovani adolescenti e che mira al raggiungimento degli obiettivi trasversali dell’educazione alla salute ed alla cittadinanza attiva e consapevole.

Il progetto, promosso dal Gruppo Partenopeo Rotary, è stato ideato e coordinato dal cardiologo Nello Ascione del Rotary Napoli Castel dell’Ovo, che lo ha presentato presso la scuola media Tito Livio di Napoli. In tale occasione il dott. Ascione ha sottolineato che lo scopo principale del progetto “Salva-gente” è quello di infondere nei ragazzi, protagonisti o spettatori di una emergenza sanitaria, la capacità di prestare soccorso per aiutare la vittima dell’infortunio.

In modo semplice e chiaro e con un lessico accessibile all’uditorio, il dott. Carlo Grifasi e la dott.ssa Nicoletta De Rosa, in rappresentanza del Rotary Napoli Ovest, hanno relazionato sui principi fondamentali del “primo soccorso” e si sono soffermati sugli aspetti dell’ arresto cardio-respiratorio: nel corso della lezione, che ha visto alternarsi momenti di frontalità con attività laboratoriali e di coinvolgimento attivo, è stato illustrato come si effettua una chiamata al 118, come si praticano le manovre di rianimazione cardio-polmonare e come si usa il defibrillatore semi-automatico.

"Salva-gente per il Cuore" è un progetto educativo il cui scopo fondamentale è quello di far sì che i giovani, conoscendo i principi di Primo Soccorso, possano metterle in pratica, anche semplicemente chiamando il 118 e dimostrando spirito di solidarietà nei confronti degli altri.
I ragazzi hanno partecipato con interesse alle attività proposte ed hanno rivolto agli esperti esterni quesiti pertinenti e che hanno reso l’incontro maggiormente stimolante e produttivo, grazie anche al clima di disponibilità ed interazione che il dott. Grifasi e la dott.ssa De Rosa hanno saputo creare interagendo con gli studenti.

Il tempo è volato molto in fretta, come sempre accade quando la modalità di intervento è interattiva e partecipata, ed i ragazzi sono rientrati nelle proprie aule arricchiti da una gradevole esperienza di solidarietà e di educazione alla salute.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

NON SEMPRE I GENITORI SONO ESENTI DALLA RESPONSABILITÁ PER L’ILLECITO DEL FIGLIO MINORE

Il caso di cui trattiamo questa domenica si riferisce alla culpa in educando con riferimento alla famiglia. Non sempre è sufficiente la prova di avere genericamente impartito un”educazione al minore.

Il caso
T. quasi maggiorenne, mentre è alla guida del proprio ciclomotore, si scontra con un altro ciclomotore guidato dal minore S., che, riportando gravissime lesioni, cade in coma vegetativo e dopo circa quindici giorni muore. I genitori di S. citano i giudizio i genitori di T. per sentirli condannare al risarcimento dei danni patiti in proprio e dal figlio morto. Essi deducono la responsabilità di cui all’art. 2048 del codice civile a norma del quale i genitori rispondono dell’illecito commesso dal loro figlio minore abitante con essi, salvo che provino di avere fatto tutto il possibile per impedire il fatto. I genitori di T. chiedono la prova per testi al fine di dimostrare di avere impartito una buona educazione al figlio, peraltro prossimo alla maggiore età al momento del fatto, e quindi andare esenti da responsabilità.

La Soluzione è stata accolta dalla Suprema Corte (Cass. Civ., Sez. III, 22 aprile 2009, n. 9556), e si sostanzia nei seguenti punti salienti.

I genitori sono responsabili, a norma dell’art. 2048 del codice civile, del fatto illecito commesso dal loro figlio minore che abita con essi, se non provano di avere fatto tutto il possibile per avere impedito il fatto. Tale prova consiste nell’assenza di culpa in vigilando ed in educando e l’una non esclude l’altra. Inoltre, la prova deve essere precisa e specifica; non è quindi sufficiente dimostrare di avere genericamente impartito un’educazione al figlio, ma è necessario provare in modo rigoroso di avere impartito insegnamenti adeguati ad indurre il minore ad una corretta vita di relazione. Ne consegue che quando le modalità del fatto illecito commesso dal minore sono tali da rendere evidente la sua incapacità di percepire il disvalore della sua azione, correttamente il giudice di merito respinge la prova per testi volta a dimostrare in modo generico l’adempimento del dovere genitoriale di educazione.

Nel caso di specie, correttamene i giudici di merito hanno respinto la prova per testi richiesta dai genitori di T., convenuti in giudizio per il risarcimento dei danni, volta a dimostrare di avere genericamente assolto al loro dovere educativo nei confronti del minore che, con la sua condotta manifestamente imprudente, ha causato il sinistro, guidando il ciclomotore senza casco e con destrezza.

GENITORI, SCUOLA E DIRITTO