L’ORIGINE DEI “FAMOSI” ODORI DI NAPOLI

E la spazzatura di Napoli generò la Malora di Chiaia, la febbre napoletana e l” igiene omicida. Di Carmine Cimmino

Prima del 1840 -scrisse Pasquale Villari nelle Lettere Meridionali– in molti quartieri di Napoli mancavano le fogne, e in molte case “mancavano veri e propri cessi. Alla fine di Chiaia era un luogo, in cui, al cader della sera, s’andava a versar nel mare tutto ciò che non si poteva gettar nelle latrine, che ivi mancavano. Quell’ora si chiamava la Malora di Chiaia, che, personificata dalla leggenda, divenne poi una specie di strega, messa in commedia al San Carlino ed in altri teatri popolari”.

Per secoli il teatro ha esorcizzato tutti i guai della città: era fatale che cercasse di mettere in maschera anche questo appuntamento serale con la puzza. Alla Malora di Chiaia Francesco Mastriani diede il volto di una vecchia stregaccia, personaggio del romanzo I vermi: “la sua faccia era quanto si può immaginare di più orribile e mostruoso: gli occhi erano due fossi orlati di rosso: la cornea, la pupilla, tutto era perduto tra le caccole e gli afflussi sanguigni. Pure nel mezzo di quei bulbi schifosi un punto di luce d’inferno rilevava la ferocia della megera”.

Poi Ferdinando II ordinò di fare le fogne. Le fogne furono fatte “poco larghe, poco profonde, senza la necessaria inclinazione, e sboccarono nel mare, sotto le finestre delle case”. Nelle fogne confluirono l’ acqua delle piogge e gli scarichi delle latrine e dei pozzi neri: questa fetida proluvie correva giù rapida lungo i tratti collinari dei condotti, ma arrivata in pianura, si fermava, bloccata dalla scarsa pendenza dei canali sotterranei e dallo scirocco che soffiava dal mare, controcorrente. Questa i palude sommersa impregnava il suolo, sprigionava pestifere esalazioni fin nelle case, ammorbava i quartieri del litorale, che erano stati i luoghi di delizie della città. Ma il putridume attaccava e corrodeva anche gli acquedotti, si infiltrava nell’acqua potabile e avvelenava i napoletani.

L’Ufficio Municipale di Igiene cercò di nascondere i dati sull’epidemia di colera del 1873, e su quella di dermotifo del 1875 e del 1876, ma poi fu costretto a pubblicarli, incalzato dall’ingegnere Giulio Melisurgo e da Marino Turchi, Rettore dell’Università. I dati dimostrarono che ogni volta uno dei focolai dell’epidemia si era acceso tra gli abitanti di via Mezzocannone, dove l’acqua potabile dell’acquedotto della Bolla veniva senza ombra di dubbio contaminata dai pozzi neri collegati a certi cessi posti nei compresi non ventilati del porticato dell’Università.

Durante la lunga, aspra polemica che ci fu tra lui e i responsabili dell’Ufficio Municipale d’Igiene, Giulio Melisurgo notò che tra il 1871 e il 1881 il flusso dei viaggiatori in arrivo alla stazione ferroviaria di Napoli si era ridotto di 400.000 unità, con un danno complessivo di circa 350 milioni di lire. Che, per l’epoca, era un danno gigantesco.
“Da Napoli si fugge per il dermotifo, per la febbricola tifosa descritta dall’illustre prof. Tommasi, per la febbre atipica riconosciuta dal dott. Franco, per la febbre aciclica narrata dal dott. Cozzolino, per l’ avvelenamento da idrogeno solforato constatato dal dottor Davide Borrelli: in una parola, per quel malanno che in Europa è conosciuto sotto il nome di febbre napoletana, e che il dotto prof. Schron fu uno dei primi, quattordici anni fa, a segnalare e definire malaria tifoide napoletana”.

Nel 1881 Melisurgo notò che le tre discariche della città, alla strada di Poggioreale, al Pasconcello e a ridosso della dogana di Piedigrotta, ricevevano ogni giorno solo una parte della spazzatura raccolta: il resto, gli spazzini, i portinai e le donne dei bassi lo versavano nella fitta rete di 16000 chiusini e caditoie, così che “ogni 20 metri nelle strade, e in ogni cortile c’è una fossa in continuo stato di putrefazione”.

Questi sono i famosi odori di Napoli. Alla lista bisognava aggiungere i miasmi che sulla via di Poggioreale, proprio accanto al deposito della spazzatura, e presso il cimitero ebraico, si sprigionavano da orrende officine in cui si riducevano a concime lì le feci, qui le carcasse degli animali ammassate in vasti fossi. Non bisognava dimenticare la putrefazione permanente prodotta dall’abitudine di “cambiare le lettiere sotto i cavalli solo ogni tre mesi”: e a Napoli c’erano stalle in ogni strada, per i cavalli delle tramvie, dell’esercito e dei privati.

Nel 1872, il regolamento dell’igiene pubblica aveva ordinato: “dalle stalle situate nell’interno della città il letame dovrà essere asportato giorno per giorno nelle ore dalla mezzanotte all’alba. Di giorno potrà essere permesso con speciale licenza dell’autorità municipale, solamente in carri o recipienti chiusi, da nascondere del tutto la vista e la cattiva esalazione al pubblico”. Ma le regole, osservò Melisurgo, sono scritte per gli imbecilli.

Nel marzo del 1881 la Giunta Comunale di Napoli autorizzò il conte Fiume a trasformare in concime “le carni malsane, scartate nel macello, e che di solito vengono bruciate o in altro modo distrutte”. Gli amministratori non tennero in alcun conto le preoccupazioni del Klebs e di Corrado Tommaso Crudeli, i quali, dopo meticolosi studi, non se la sentivano di escludere che il concime ricavato da carni malsane potesse infettare le campagne, i polli e gli uomini. Melisurgo commentò, sarcasticamente, che la Giunta del Comune di Napoli si era data alla “coltivazione di veleni morbosi, come se non bastassero le cause d’infezioni esistenti”.

“Acqua al senso dei cadaveri. Acqua al senso di latrine. Acqua al senso di spazzatura. Pare uno scherzo, ma questo è quello che ci si fa bere. L’ufficio d’igiene chiama ciò igiene nazionale; io preferisco chiamarla igiene omicida”. Così scrisse, nel 1882, Giulio Melisurgo, coadiutore alla Cattedra e Gabinetto d’igiene dell’Università di Napoli, membro del Consiglio dell’ Istituto Sanitario della Gran Bretagna, ecc.ecc.ecc.
(Nella foto: “L’attesa”. Riproduzione di Vincenzo Migliaro, ambientato al porto)

LA STORIA MAGRA

UNA GIORNATA DIVERSA:MENTE

L”11 dicembre, a San Giorgio a Cremano, si discuterà del pregiudizio sociale verso la malattia psichica. Saranno presentati lavori realizzati da giovani pazienti psichiatrici. Di Annamaria Franzoni

Sabato prossimo, 11 dicembre 2010, presso Villa Bruno a S. Giorgio a Cremano, dalle ore 16.00 alle ore 20.00 verrà presentata un’iniziativa di grande impatto sociale il cui obiettivo principale è quello di sensibilizzare il territorio e soprattutto gli adolescenti sulla malattia mentale, mostrando che, al di là della patologia, esiste un mondo fatto di creatività, produzione, modi di vivere e “saper fare”: Una giornata diversa…mente.

L’obiettivo è quello di coinvolgere i giovani studenti delle scuole che hanno aderito all’iniziativa a lavorare sul pregiudizio, perché molte delle difficoltà d’integrazione dei sofferenti psichici dipende dalla mancanza di conoscenza di questa malattia. Il progetto è infatti consistito nell’incontrare i ragazzi, confrontarsi con loro sulla malattia psichica e coinvolgerli attivamente nell’iniziativa.

Il progetto è stato realizzato dalla Cooperativa sociale “Litografi Vesuviani – servizi, salute, lavoro”, che nasce nel 2000 con la collaborazione dell’Unità Operativa di Salute Mentale dell’ASL NA 3 sud, per dare un’opportunità lavorativa a giovani sofferenti psichici , nell’ambito della grafica pubblicitaria, fotografia e della serigrafia. La Cooperativa, inoltre, si impegna anche in servizi di assistenza domiciliare a pazienti psichiatrici e alle loro famiglie.

Il presidente, dott.ssa Ornella Scognamiglio, ha coniugato nell’ambito della manifestazione di sabato prossimo, la presenza di personaggi del mondo scientifico, della comunicazione, dell’arte e dello spettacolo, favorendo un dibattito tra il mondo scientifico e quello intellettuale soprattutto con la presenza degli addetti ai lavori del mondo della comunicazione allo scopo di far emergere il fenomeno del “Pregiudizio Sociale”, rispetto alla salute mentale.

Sarà inoltre l’occasione per presentare un libro di Fotografie e Poesie, con la prefazione della scrittrice napoletana, di fama nazionale, Antonella Cilento, intitolato “Life Around”, realizzato interamente dai pazienti psichiatrici del Centro Diurno di Via Sandriana a San Giorgio a Cremano.

Infine gli adolescenti sfileranno indossando capi di abbigliamento realizzati interamente dalla cooperativa, con un brand originale denominato “DiversaMente” e verrà premiato il ragazzo e la ragazza che più sarà rappresentativo del concetto “solidarietà”.
Il premio di Miss e il Mister Solidale consisterà in corso a scelta tra grafica pubblicitaria, fotografia digitale, di serigrafia, oppure di webmaster. Questo per coniugare il look e la moda giovanile all’anima sociale.

Ci auguriamo che tale manifestazione possa contribuire ad abbattere il luogo comune di ricordarci della problematica legata alle patologie psichiatriche solo quando tragici fatti di cronaca ne portano alla ribalta il dramma in tutta la sua complessità: infatti il sostegno sociale, fattore primario di prevenzione dello stesso disagio, costituisce uno dei principali fattori predittivi positivi per il decorso della malattia mentale, scardinando lo stigma sociale che aggrava la patologia psichiatrica allontanando il soggetto in stato di bisogno e alimentando la marginalizzazione.

LA RUBRICA

LE RESPONSABILITÁ DELL’INSEGNANTE

La disamina settimanale sulle vicende che accadono a scuola e che hanno rilevanza giuridica, anche oggi si sofferma sulla culpa in vigilando a carico dell”insegnante.

La sentenze che prendiamo in esane e e che vi sottoponiamo questa domenica, è la sentenza 1 marzo – 26 aprile 2010, n. 9906: culpa in vigilando. Essa riguarda i danni subiti da un’alunna di scuola dell’infanzia, a causa di una cordicella dello scarico del water il cui gancio si era rotto.

Caso
C. P. ed A. N., in proprio e quali esercenti la potestà genitoriale sulla minore S. P., hanno chiesto al Tribunale di Lecce la condanna al risarcimento dei danni dell’insegnante M.M. e del Ministero della Pubblica Istruzione, per i danni subiti dalla minore in occasione di un incidente occorsole all’interno della scuola materna frequentata dalla bambina.

I genitori asserivano che verso le ore 10 del **** la bimba era stata accompagnata dalla maestra M. M., che poi era ritornata in classe, in bagno; che la bimba aveva tirato la cordicella dello scarico, il cui gancio si era rotto e, cadendo, le aveva colpito l’occhio sinistro procurandole gravi lesioni.

Il tribunale, con sentenza del 14.9.2001, accoglieva la domanda sul presupposto che l’incidente si era verificato per culpa in vigilando dell’insegnante, condannando il Ministero della Pubblica Istruzione al risarcimento dei danni
Ad eguale conclusione perveniva la Corte d’Appello e la corte di Cassazione.

Motivi della decisione
La Corte di merito, nel riconoscere la responsabilità dell’insegnante per culpa in vigilando, ha, a tal fine, precisato che “… La piccola S. dell’età di **** anni, accompagnata in bagno dalla maestra che è ritornata immediatamente in classe ove aveva lasciato incustoditi altri 26 bambini, non doveva essere lasciata sola”, avvalendosi eventualmente dell’ausilio e l’intervento del personale non docente, “ma sempre su interessamento della maestra che aveva la responsabilità di vigilare sui bimbi ad essa affidati”; concludendo che, al di là della circostanza che la rottura della catenella del W.C. era circostanza imprevedibile, “resta comunque la mancata sorveglianza necessitata in considerazione dell’età della bambina che non era in grado di valutare le conseguenze di un gesto apparentemente innocuo…”.

La Corte di merito ha, quindi, puntualmente individuato nella mancata sorveglianza, anche tramite l’ausilio di terzi (il personale non docente della scuola materna), il titolo della responsabilità (definita comunque “non colpa grave o dolo”) a carico dell’insegnante.

LA RUBRICA

COSA MANGIAVANO I VESUVIANI, ALL’ARRIVO DI GARIBALDI

I vesuviani, nel periodo precedente l”arrivo di Garibaldi, erano talmente poveri che non potevano permetersi nemmeno i maccheroni. E per forza di cose erano mangiafoglie. Di Carmine CimminoCosa mangiavano i vesuviani all’arrivo di Garibaldi? Andiamo a leggerlo nelle relazioni degli Ufficiali Sanitari. La spietata chiarezza dei numeri dimostra che per molti vesuviani l’epiteto di mangia maccheroni suonava come una presa in giro: avrebbero voluto esserlo, ma la tasca non consentiva nemmeno questo. Un operaio specializzato della Guppy guadagnava 2 lire al giorno, una tessitrice meno di una lira. Un chilo di maccheroni costava poco meno di mezza lira.

Nei paesi non c’erano i maccaronari, che invece in città piazzavano le loro marmitte ribollenti all’aperto, e vendevano a due o tre soldi piattelli di pasta appena macchiata di sugo di pomodoro e toccata qua e là da una timidissima spruzzatina di cacio piccante di Crotone.

I giornalieri vesuviani erano condannati a restare mangiafoglie, e, per loro fortuna, gli orti del Vesuvio e la piana del Sarno fornivano a sufficienza erbe di ogni tipo per saziare la fame: radici di rapa, broccoli, broccoli di rapa, che costituivano uno dei piatti tipici del Natale, cavoli cappuccio, cavoli sverzi, che i napoletani chiamano virzi, a foglie crespe e a foglie lisce; i cavoli torzo, detti anche torzelle, il cavolfiore marzotico e quello natalino, i carciofi, la scarola cicoregna, la scarola ricciuta, la scarola schiana, che si raccoglieva tutto l’anno e nutriva anche i cavalli.

Le lattughe, a cappuccio, a palla, ricciute, costituivano la base delle insalate che erano un piatto fisso sulla tavola dei poveri: molti usavano mangiarne crude le foglie, ben conoscendo le virtù rinfrescanti e calmanti di quell’erba. Ma ogni erba aveva la sua virtù, e la trasmetteva all’insalata: la cicoria vesuviana e la cicoria selvaggiuola depuravano il sangue, il finocchio aiutava a digerire, l’appio, l’ alaccia, era diuretico, mentre la menta, l’origano, arecheta, e il prezzemolo insaporivano il piatto. Chi se lo poteva permettere, aggiungeva alla lattuga anche i cardoncelli, la ruchetta, la porcellana, che il popolino chiamava porchiacchella. Le insalate di urticanti foglie della stracciacannarone, e cioè di crescione a foglie larghe e di crescione riccio, e di acetosella, venivano consigliate dai medici per le loro virtù diuretiche e antiscorbutiche.

Era largo il consumo, nelle zuppe col pane e nelle minestre con pasta corta, dei fagioli bianchi, e dei fagiolilli. Le fave a semi piccolissimi servivano da nutrimento dei cavalli: agli uomini erano riservate le mezze fave e le fave dette volgarmente schiane, che sono le più grandi e quando erano verdi e tenere si mangiavano crude, ed erano cibo devozionale per la Pasqua. Fresche, si usavano nelle zuppe con le cipolle; ma in inverno si facevano secche e amare, così che il popolo minuto chiamava le zuppe di fave secche cibo dei detenuti. I piselli si consumavano sempre freschi: erano un cibo per ricchi, a causa del costo elevato, ma a Pasqua anche i poveri facevano in modo che fossero presenti sulla loro tavola.

Anche i ceci si mangiavano solo secchi e in minestra, e non molto spesso, e non perché fossero poco digeribili, ma perché disturbavano le visceri. Non era frequente l’uso delle lenticchie e delle cicerchie siciliane. Le barbabietole che i napoletani chiamavano carote venivano arrostite, o bollite, o congiunte con le cipolle in sapide insalate. Le radici delle carote, le pastenache, trattate a lungo con l’ aceto, e con l’aggiunta di aglio, peperoni, menta e altre erbe aromatiche formavano quel piatto speciale che si chiama scapece.
Scrive nel 1863 un sanitario dell’ Amministrazione Provinciale:

“Quattro sono le specie del ravanello: rosso, bianco, quello a radice lunghissima, l’altro detto rapesta, che è molto carnosa, e spesso è grossa tanto da pesare una libbra. Il nostro volgo ne mangia a fine pasto, e fa bene, perché hanno sapore e odore speciali, e favoriscono la digestione, essendo una pianta crucifera; le sue foglie di sapore amaretto sono antiscorbutiche. Le cipolle sono assai usate, specie quelle con il bulbo grosso, che si chiamano agostegne e si conservano per tutto l’inverno: la povera gente le mangia crude col pane. I Napoletani sono ghiotti delle cipollette mangiaiaole, col bulbo piccolo, le quali seminate in settembre si mangiano a maggio o a giugno con le minestre di fave e di piselli, o crude con diverse insalate. Fanno bene i campagnoli a mangiarla insieme al pane di mais: ma sbagliano i napoletani a farne abuso, soprattutto la sera, perché contiene “un olio bianco acre volatile” che in larga dose inasprisce il tubo digerente”.

La carne di bue e di vitello costa tanto che se la possono permettere solo gli agiati. Il popolo minuto mangia in estate carne di agnello, raramente di castrato, e in inverno carne di porco. Il pollo é considerato un cibo leggero, da infermi, mentre largo, a Natale, è il consumo di capponi. Più delle alici e più dei maccheroni, è stato il porco nero a nutrire il popolo minuto del Vesuviano. Le salsicce e le costatelle si vendevano fritte per strada, “al vilissimo prezzo di 3 centesimi ciascuna”. Il grasso del porco veniva liquefatto in sugna, e i residui carnosi, i cicoli, erano una prelibatezza per i poveri. Era largo il consumo del fegato di porco diviso in pezzi, e di zoffritto: un misto di pezzi di fegato, milza, rognoni, cuore e polmoni del porco, cotti nel grasso e conditi con pepe e foglie di lauro.

I bettolieri lo esponevano all’ingresso della taverna, in zuppiere di terracotta dipinta: in inverno ‘o zoffritto serviva da esca ai bevitori. Zampe, muso, intestini del bue e del porco, e in particolare lo stomaco di bue, formavano la trippa o capezzale, che però non costava poco. In inverno i beccai vesuviani vendevano, a 2 centesimi la ciotola, anche zuppe di cotiche di maiale: i sanguinacci di porco, trattati con zucchero, aromi e cioccolata, erano cibo per agiati. Dopo il 1862, le commissioni sanitarie consigliarono di diffondere l’uso del castrato, perché “in paragone all’agnello è molto più ricco di masse muscolari, e quando non è molto grasso dà buona carne, a un prezzo molto più mite di quella del bue”. Non fu facile rimuovere dai banchi dei beccai il fegato di porco con cisticerchi e la carne di agnello affetto da schiavina.

Operai e contadini facevano un largo consumo di stocco e di baccalari: non potevano permettersi le anguille del Sarno e del Garigliano, e nemmeno le alici, che nel 1867, nel mercato di Torre del Greco, costavano anche 30 centesimi il chilo. I pescivendoli locali si rifornivano a Torre di ruonchi, marvizzi, pesce palumbo, sauri, sarde, fiche e suace, che erano i nomi napoletani di un tipo di platessa e del gado minuto. Il grido, fiche sarde suace, risuonando nei quartieri del popolo minuto, annunciava l’arrivo del carrettino colmo di spaselle di pesce: anche la pescatrice costava poco. Allora.

Dal mercato di Castellammare veniva il pesce dei ricchi: triglie, calamari e seppie. Tra il 1875 e il 1880 i ristoranti di Portici e di Torre del Greco, in cui la media borghesia festeggiava i matrimoni, incominciarono a introdurre nel menù anche la frittura di pesce, accanto ai piatti rituali di carne: il pollo, la braciola, e, per gli sposi più ricchi, l’arrosto di vitella.
(Foto: Ragazzo napoletano, da un quadro di Joachim Sorolla)

L’OFFICINA DEI SENSI

INTERVISTA ALL’AD DI GORI RISORSE. TUTTO QUELLO CHE BISOGNA SAPERE SULL’ACQUA POTABILE

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Intervista a Giovanni Marati, amministratore delegato di Gori risorse idriche. Monitorati i livelli di arsenico e fluoro nell”acqua potabile. Bloccata un”opera importante per migliorare la qualità dell”acqua. Di Luigi Jovino

Siamo contenti che Mara De Donato e Giovanni Marati, rispettivamente capo ufficio stampa e amministratore delegato di Gori risorse idriche, consociata di Acea abbiano scelto proprio il Mediano per chiarire i problemi dell’acqua ai floruri e all’arsenico che stanno creando non poche preoccupazioni ai cittadini dell’area vesuviana.

Il dottor Giovanni Marati, in replica all’articolo pubblicato sul Mediano sul problema dell’inquinamento di floruri, infatti ha affermato che «Solo per particolari periodi dell’anno e in quantità del 7 per cento del volume totale è stata distribuita acqua potabile con livelli di floruri in deroga (superiore al valore limite di 1,5 milligrammi litro)». A certificare questa affermazione ci sono più di 6500 analisi, eseguite nel laboratorio scientifico della Gori spa che è tra i più attrezzati d’Italia. Le Asl competenti e la Gori spa, così come prescrive la legge, hanno distribuito materiale informativo nelle scuole e nei comuni per informare i cittadini sulle precauzioni da prendere.

I comuni sono intervenuti con manifesti pubblici solo nel 2007, quando il flusso idrico è stato interrotto, a causa del superamento dei valori previsti dalla deroga. Ai cittadini spetta il compito di giudicare quanto questa campagna di informazione sia stata efficace. Il riscontro è molto semplice. Ogni lettore può verificare su sè stesso. Basta chiedere se le persone sono informate sul fatto che elevati contenuti di floruri possono creare problemi ai denti. Quanti ragazzi, per esempio, sanno che sotto ai quindici anni è sconsigliato di bere acqua dal rubinetto, di non usare fluoro-profilassi, dentifrici, integratori e perfino chewingum al fluoro? Io, anche perché vivo lontano da Napoli, non so dare una risposta.

Ai cittadini, dunque, il compito di verificare. Per quanto riguarda l’arsenico il dottor Marati, che dimostra anche ottime capacità di comunicazione, afferma che «Il problema arsenico esiste solo in due pozzi su dieci presenti a Somma Vesuviana che sono stati immediatamente sigillati». L’utilizzo di acqua di pozzi per integrare il flusso idrico, dunque, verrebbe garantita solo in quelle situazioni in cui non ci sono grandi concentrazioni di arsenico e con opportune diluizioni esterne. Gli amministratori della Gori risorse idriche ribadiscono che non esiste un problema arsenico anche perché le analisi vengono eseguite tre volte alla settimana. Ad una domanda, però, nè la dottoressa De Donato né il dottor Marati possono rispondere perché la competenza è delle Asl:

“È stato fatto un controllo sui pozzi privati? Ci sono attività o laboratori artigianali di produzioni alimentari che utilizzano pozzi privati?”. L’arsenico infatti non precipita neanche a temperatura di ebollizione dell’acqua e non possono essere assolutamente usati pozzi inquinati per produrre alimenti. A Somma Vesuviana, specialmente in campagna, è molto diffuso l’utilizzo dei pozzi che prima erano presenti in ogni cortile. La gente sa che bevendo acqua dai pozzi si accumula arsenico che può provocare cancro alla vescica e ai polmoni? Infatti il problema vero è costituito dall’arsenico perché i floruri causano danni secondari e mai associabili a patologie gravi (danni ai denti e al sistema scheletrico).

Una battaglia però ci sentiamo di condividere con Gori risorse idriche.
L’area vesuviana è sostanzialmente servita da tre apporti idrici. Somma Sant’Anastasia e Ottaviano prendono acqua dal Serino, il cui contenuto minimo di sali assicura il gusto eccezionale di prodotti come il pane e il caffè. La zona del Basso Vesuviano (Pomigliano, Cisterna, Casalnuovo), invece, riceve acqua proveniente dal Biferno e nei periodi critici anche dal Sarno (che approvvigiona la zona di Scafati e paesi limitrofi). La città di Nola, invece, si giova dell’apporto dell’acquedotto della Campania occidentale che preleva direttamente dalle falde di Cassino.

«Con il Sistema Alto – assicura il dottor Marati – porteremo l’acqua del Campania occidentale ad integrare il flusso idrico nella zona vesuviana e non avremo mai più problemi di deroghe». Questo progetto della Regione Campania non può essere completato perché dalle Ferrovie dello Stato, settore Alta velocità non viene concesso il permesso di costruire 7 chilometri di allacci. Infatti la settimana prossima è stata convocata una riunione in Prefettura a Napoli proprio per sbloccare questa incredibile situazione.

È giusto chiedersi come possa la burocrazia con un semplice cavillo, in una zona così ferita ecologicamente, bloccare un’opera che concede ai cittadini almeno il diritto all’utilizzo di un’acqua più sicura?

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LA REPLICA DELLA GORI

DISCARICA NELL’AREA NOLANA. ECCO LE IDEE PER EVITARLA

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In un convegno a Visciano, è stato ribadito il NO alla discarica nell”area nolana e avanzate proposte interessanti. La Chiesa in primalinea per difendere il territorio e la salute di ogni uomo. Di Don Aniello Tortora

La Federazione Assocampaniafelix lancia la sua proposta alternativa ed è contraria all’apertura dell’invaso nel territorio nolano annunciato sugli organi di stampa nel corso della riunione del Premier del 27 novembre scorso alla prefettura di Napoli e che dovrebbe ospitare ben 300 mila tonnellate di immondizia ‘tritovagliata’ proveniente dagli Stir. “Questa federazione – si sono tutti mostrati d’accordo – sostiene con forza la proposta alternativa di insediare un impianto di riciclo con produzione di sabbia sintetica del secco indifferenziato sul proprio territorio, oltre ad un impianto di compostaggio anaerobico, che permetterebbe a tutti i comuni dell’area nolana di chiudere il ciclo di smaltimento dei rifiuti senza fare ricorso a discariche ed inceneritore”.

La proposta di un impianto modello Vedelago, con produzione di sabbia sintetica per l’utilizzazione nel settore dell’edilizia come materia ‘prima-seconda’ per la costruzione di mattoni e cemento inerte è stata presentata durante il convegno al comune di Visciano ed è stata inviata, con tanto di progetto allegato, ai sindaci dell’area, al presidente Cesaro, al Presidente Caldoro e ai rispettivi assessori all’ambiente di Regione e Provincia di Napoli. L’impianto di riciclo, approvato anche dalla provincia di Benevento, tritura in pratica il secco indifferenziato e produce un’ottima sabbia inerte che può essere venduta come materia prima-seconda per costruire mattoni, banchetti, sedie, cordoli e fioriere. Tempi di costruzione: meno di sei mesi.

E costerebbe un terzo dell’inceneritore, arrivando a servire anche un bacino di utenza di 1 milione e duecentomila abitanti. “Per l’area nolana sarebbe il massimo – hanno osservato tutti i partecipanti – perché ci permetterebbe di gestire tutte le fasi dello smaltimento rifiuti, con recupero della materia dagli stessi e lauti guadagni e abbattimento dei costi da parte dei comuni consorziati”. La stessa Federazione propone di separare il ciclo di smaltimento/recupero dei Rifiuti Solidi Urbani da quello dei Rifiuti Tossici Industriali, che in questi anni ha devastato gran parte del territorio campano e in particolare le province di Napoli e Caserta.

Nel corso del convegno i convenuti hanno ritenuto necessaria una sinergia di intenti tra tutti gli attori della battaglia per la tutela ambientale (cittadini, comuni, enti sovracomunali) per conseguire l’obiettivo ‘Rifiuti Zero’ che potrà risolvere definitivamente in un prossimo futuro l’annoso problema dello smaltimento dei rifiuti. I convenuti hanno ribadito, infatti, la strategia dell’incenerimento dei rifiuti pericolosa per la salute, non rispettosa dell’ambiente e improduttiva dal punto di vista industriale, perché necessità di una quantità di energia dispendiosa che non compensa gli introiti ricavati e, soprattutto, si fonda su un sistema di premialità (CIP6) non dovuta e che non promuove la raccolta differenziata.

Nel corso dell’assemblea è stata istituita, inoltre, una Unità di Crisi con compiti di supporto dei sindaci per la corretta applicazione di quanto convenuto e di vigilanza affinchè sul territorio dell’area nolana non venga aperto nessuno sversatoio di rifiuti ‘tal quale’ che aggraverebbe ulteriormente la già precaria situazione di inquinamento dell’area. Il sito di compostaggio anaerobico dell’umido, così come già indicato dal Comune di Tufino, consentirebbe di poter ridurre i costi di spedizione del conferito che attualmente viene inviato in altre regioni d’Italia.

L’assessore all’ambiente del Comune di Visciano ha insistito per far valere i protocolli d’intesa, mai attuati dall’Ente Regione, che prevedono opere di bonifica dell’intera area sede d’impianti di smaltimento e la chiusura dell’esistente Cava Marinelli, in quanto l’area suddetta è stata dichiarata ‘Zona Ad Alta Criticita’ (Zac)‘ e non più sfruttabile per ulteriori insediamenti inquinanti. Ha proposto, inoltre, un sistema di conferimento diretto dei materiali differenziati alle aziende di raccolta che permetta ai comuni stessi un ritorno economico più congruo e una più congrua riduzione dei costi di conferimento.

Su proposta del Consigliere Regionale On. Carmine Sommese, è stata rimarcata la necessità di dotare l’area nolana di un sito per lo stoccaggio dei residui inerti della lavorazione della sabbia sintetica che serva esclusivamente i comuni del comprensorio nolano. Infine si è integrato questo atto con il documento di Sua Eccellenza, Mons. Beniamino Depalma, Vescovo di Nola, che propone l’istituzione di un Comitato Permanente per la Tutela del Territorio e del Creato nel quale vi sia la compartecipazione di tutti i soggetti impegnati nella risoluzione di questa problematica.

La Chiesa, come sempre, sarà in prima linea per difendere il territorio e per custodire, oltre al creato, la salute, bene preziosissimo di ogni uomo.

LA RUBRICA

IL CASO FEMIANO: CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA?

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Emiliana Femiano, giovane e bella, è stata massacrata nelle settimane scorse dall”ex fidanzato, geloso. Sembra quasi che vi siano esistenze e destini ai quali non si può sfuggire. Di Simona Carandente

Non è facile spendere parole su un caso di cronaca, eclatante e clamoroso come quello di Emiliana, la giovane che qualche giorno fa ha perso la vita per mano del suo ex fidanzato, come da copione.
Purtroppo ogni giorno, ogni minuto, in ogni parte del mondo una donna muore di morte violenta, a causa della follia del presunto "sesso forte", che nonostante anni di conquiste e battaglie in rosa continua ad avere la meglio, nel lavoro, nella vita di tutti i giorni, addirittura nell’infliggere la più estrema delle punizioni.

L’unica colpa di Emiliana, quella di essere bella. La sua grande sfortuna, l’aver conosciuto il peggiore degli aguzzini, un essere senza scrupoli che l’ha massacrata con sessantasei coltellate, quasi a volerla punire di avergli inflitto chissà quali sofferenze.
Una storia che apre scenari inquietanti e fa pensare. È simile a molte altre, ma con dei retroscena da brivido. Già una volta l’assassino aveva provato a porre fine alla vita della povera Emiliana, accoltellandola, non riuscendo a finirla solo per la tempestiva reazione della ragazza. Per questo terribile gesto, era stato condannato in primo grado ad otto anni di carcere.

Rimango fortemente convinta, grazie anche alla forma mentis acquisita con la professione, che i processi vadano fatti nelle aule di giustizia. Non nei reality, non negli show nazional-popolari della domenica pomeriggio, non sui social network. Mi fa male, da donna e giurista, vedere conduttrici che speculano sul dolore di una povera madre, elevandosi a paladine della giustizia, promettendo un interesse che durerà solo fino ad un nuovo scoop e forse anche meno.

Nell’immenso dolore di questa brutta storia, un’intima speranza: non posso, e non voglio credere che Emiliana sia andata a trovare il suo assassino, ristretto agli arresti domiciliari, di sua volontà. Voglio pensare che sia stata costretta, obbligata a farlo, perché in caso contrario la sconfitta sarebbe doppia. La sconfitta del male che trionfa sul bene, la sconfitta della speranza, quella speranza che porta una ragazza, forse ancora innamorata, a cercare di recuperare l’uomo che amava, e che invece le ha distrutto la vita per sempre.

Quanto mi fa male poi vedere come, stimolata dai soliti noti, l’opinione pubblica si stia accanendo sul giudice che ha concesso i domiciliari a quel ragazzo, dipingendole come un mostro, in enorme contrasto con la sua immagine personale e professionale. Una persona umana e sensibile come pochi, sempre col sorriso, sempre pronto al dialogo con noi avvocati, giusto ed equilibrato nei suoi provvedimenti. A lui, protagonista ed artefice dei miei primi successi professionali, va la mia più sincera stima di sempre.

Alla famiglia di Emiliana solo un virtuale abbraccio: ci sono esistenze che sono segnate, destini ai quali non si può sfuggire. Quello di Emiliana era di diventare un giovane angelo, il più bello del Paradiso. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA DURA CRONACA

LA RUBRICA

IL COLPO GROSSO DI POLITICA E AMMINISTRAZIONI: I RIFIUTI

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La gestione dei rifiuti è l”affare più succoso e duraturo della nostra società. Dal business è nata la nuova mafia, fatta da piccoli imprenditori, autotrasportatori, pubblici amministratori e gruppi criminali. Di Amato Lamberti

L’ennesima emergenza rifiuti in Campania ha raggiunto finalmente il suo scopo: costruire altri due inceneritori subito, a Napoli e Salerno; costruirne un altro già programmato da tempo a Caserta; aprire almeno altre due grandi discariche ad Avellino e Salerno; aprire minidiscariche a livello comunale in attesa che siano completati gli inceneritori. Praticamente siamo tornati al 1994, al piano Rastrelli che di inceneritori ne prevedeva 6, 2 per Napoli e 1 per ciascuna delle altre province.

Un piano folle ma che almeno non barava: poiché gli inceneritori sono un grande affare per chi li costruisce e li gestisce, non si negava a nessuna provincia il business dell’incenerimento dei rifiuti. Poco importava se a province piccole come quelle di Benevento e Avellino un inceneritore dedicato non serviva per nulla: Benevento avrebbe potuto fare affari con i rifiuti del Molise e magari dell’Abruzzo; Avellino avrebbe potuto fare lo stesso con i rifiuti della Puglia e magari con quelli della Croazia o dell’Albania. I rifiuti sono oro, come disse quel collaboratore di giustizia, e non solo per le organizzazioni criminali. Anzi, sarebbe il caso di fare chiarezza anche su quelle che Legambiente chiama le ecomafie.

Il dato vero è che sulla gestione dei rifiuti sono nate nuove organizzazioni criminali composte da grandi imprenditori di tutta Italia, piccoli imprenditori del Nord come del Sud, autotrasportatori, singoli o in cooperativa, amministratori pubblici, gruppi criminali più o meno estesi, come dimostrano le tante operazioni realizzate da carabinieri, polizia e guardia di finanza.

Accreditare la convinzione, come si continua a fare ancora oggi, che le ecomafie sono le vecchie mafie che hanno allargato le loro attività al comparto dei rifiuti, e non nuove mafie (ove con questo termine si definiscono semplicemente dei gruppi criminali con un certo livello di organizzazione) formatisi proprio per gestire quello che si è rivelato il business più succoso e duraturo della nostra società, significa nascondere la verità dei fatti, e cioè che sui rifiuti si vanno costruendo business che riguardano innanzitutto la politica e le pubbliche amministrazioni.

Approfittano di tutto: anche la raccolta differenziata sta diventando uno sporco affare che consente alle amministrazioni di acquistare mezzi meccanici, magari con procedure di somma urgenza; di assumere operai e impiegati in quantità esorbitante; di affidare consulenze inutili sulla organizzazione del servizio, sul monitoraggio degli interventi, sulla soddisfazione degli utenti. Per tutto questo hanno bisogno di una quantità spropositata di soldi. Sanno solo chiedere soldi: basta sentire le loro dichiarazioni, a destra come a sinistra. Oggi come ieri. La raccolta differenziata ben organizzata dovrebbe produrre denaro da investire sul miglioramento del servizio e invece sembra che si possa fare solo con tanto e tanto denaro.

A nessuno, naturalmente, è dato sapere che fine fanno i soldi che i Comuni, o chi per esso, incassa dalla vendita delle frazioni differenziate alle industrie che le rigenerano. Eppure si tratta di tanti soldi, almeno a sentire il Conai, vale a dire il Consorzio nazionale imballaggi, e gli altri Consorzi, quello per il vetro, la plastica, l’alluminio e l’acciaio. Si tratta di centinaia di migliaia di euro che spariscono nel nuovo affare della raccolta differenziata senza che nessuno ne parli. L’opposizione a questo stato di cose è generica e inconcludente, quando non utopistica, come quella che punta sulla riduzione dei rifiuti prodotti. Di rifiuti a tutti i livelli se ne continueranno sempre a produrre e sempre in maggiore quantità.

La stessa innovazione tecnologica non fa altro che spingere nella direzione della moltiplicazione dei rifiuti sia in termini di nuovi prodotti, sia in termini di rapidità dell’obsolescenza di ogni prodotto, sia per quanto riguarda la produzione di oggetti usa e getta. Ma alle innovazioni tecnologiche si accompagnano anche trasformazioni del costume e della cultura. Il fatto che, ad esempio, sempre meno persone consumino a casa pasti preparati in casa sta moltiplicando le confezioni usa e getta di alimenti pronti all’uso e solo da riscaldare. La produzione di rifiuti non diminuisce ma cresce con il cambiamento degli stili di vita sempre più consumistici. Il problema dello smaltimento dei rifiuti diventa sempre più gigantesco: per questo c’è bisogno di politiche serie e di tecnologie adeguate che abbiano come riferimento costante e imprescindibile la tutela e la salvaguardia della salute dei cittadini e dell’ambiente in cui vivono e lavorano.

Il rifiuto è una risorsa dalla quale non si può prescindere: va riutilizzato tutto ciò che può essere riutilizzato nelle forme che la tecnologia oggi consente. Il problema non è come sembra a molti il riuso puro e semplice; vetro dal vetro, alluminio dall’alluminio, filati plastici dalla plastica. Dai rifiuti ricchi di cellulosa, come le frazioni umide ma anche la carta, si può ricavare, tanto per fare un esempio concreto, acido levulinico, il quale ha molteplici applicazioni nel campo delle vernici, dei carburanti, dei solventi non cancerogeni. Dai residui della lavorazione dei latticini, che altrimenti vanno smaltiti come rifiuti speciali perché altamente inquinanti, si possono ricavare bioproteine sempre più richieste dal mercato. Il vetro che va in discarica può essere utilizzato nella produzione di mattonelle di altissima qualità per esterni e per interni.

Sono solo degli esempi delle infinite possibili applicazioni degli scarti del consumo e della produzione che finiscono nei rifiuti. Bruciare i rifiuti fa male alla terra, agli animali, agli uomini, ma anche all’economia perché con i rifiuti bruci anche una ricchezza di infinite possibilità produttive. Ma vallo a spiegare a politici e amministratori incolti e ignoranti che pensano non al benessere della comunità ma al proprio tornaconto personale e si circondano di tecnici e consulenti della loro stessa risma.

Fatica sprecata, non ti capiscono neppure; l’ambiente, il territorio, la comunità, il futuro delle generazioni a venire, la salvaguardia del pianeta, la salute dei cittadini, non sono cose che si mangiano: e loro solo quello sanno fare; si ingozzano a morire e non scoppiano neppure.
(Fonte foto: Rete Internet)

CAMORRA E POLITICA

TRA PORTICI E SAN GIOVANNI: LA CAMORRA NELLA SECONDA METÁ DELL’OTTOCENTO

Il polo industriale favorì il costituirsi di un clan di camorra dalla struttura moderna. Il gruppo era presente nell”economia del Vesuviano costiero e interno; e controllava dogana e porto. Ma non solo. Di Carmine Cimmino

Ferdinando II di Borbone favorì la costituzione di un importante polo industriale tra Portici e San Giovanni a Teduccio. Al centro del polo c’era l’industria meccanica, con gli stabilimenti dei Granili, aperti nel 1833, e quelli di Pietrarsa, che incominciarono a produrre nel ‘48. Nel ’64 i due impianti, già in crisi, vennero amministrati dalla Società Nazionale, che tuttavia non riuscì a risollevarne le sorti, sebbene l’apparato produttivo comprendesse macchine modernissime. Risultò sempre più difficile sostenere la concorrenza dell’Ansaldo di Genova, favorita dai finanziamenti e dalle commesse del Governo.

A Pietrarsa si costruivano locomotive, materiale ferroviario, e motori per le navi, di cui restò alta l’esportazione all’estero. Nel 1872 vi lavoravano, tra operai e impiegati, circa 1100 persone. Gli aggiustatori percepivano, al giorno, lire 2,60, i forgiatori lire 2,63, i falegnami lire 2,58, i fonditori lire 3,09, i calderai 2, 90, gli scalpellini 3,21, i verniciatori 2,28, muratori e facchini lire 1,75. Un chilo di carne di vitella costava lire 1,15. Tra il ponte della Maddalena e il Pasconcello, accanto alla Taverna della Carcioffola, lo stabilimento Guppy produceva macchine a vapore, mulini, torchi idraulici, trebbiatrici e macchine agrarie. Vi lavoravano 350 operai, il cui salario medio era di lire 2,50 al giorno.

Una società fondata da Deluy Granier, i cui soci azionari erano Iuply, Mathieu e il Banco coloniale di Genova, impiantò a San Giovanni una fonderia di rame nuovo e vecchio, che dava lavoro a 150 operai. Sul confine di San Giovanni a Teduccio c’era anche la fabbrica di carboni agglomerati di Firmino Fischer, belga: venne fondata nel ’69, nel momento più nero della crisi dell’industria vesuviana, e i 30 operai, che lavoravano tra 10 e 12 ore al giorno, guadagnavano in media lire 3,30. Nel 1867 a Barra il francese Emilio Belz avviò la produzione di zolfanelli: la fabbrica si chiamava Stella d’Italia. Vi lavoravano 180 operai, due terzi erano donne e fanciulle, un terzo metà ragazzi e metà adulti. Le donne ricevevano 70 centesimi, i fanciulli 40 centesimi, gli adulti lire 2,50, i meccanici e coloro che facevano lavori nocivi, come il bagno nello zolfo, prendevano qualcosa in più.

A San Giovanni a Teduccio c’erano i più importanti mulini a vapore della provincia di Napoli: due di essi appartenevano al sig. Petriccione, consigliere provinciale e poi onorevole, che nel 1880 non disdegnò di raccomandare alla Questura di Napoli Pasquale Cafiero, ufficialmente caposquadra della Carovana dei facchini alla Grande Dogana: la storia di questo “famoso contrabbandiere e facinoroso camorrista”, che controllava un settore fondamentale per l’economia della camorra, è stata descritta da Marcella Marmo e da Olimpia Casarino.

Il polo industriale favorì il costituirsi di un clan di camorra, che grazie all’intelligenza criminale di Pasquale Cafiero si diede una struttura più moderna, diciamo così, dei clan di città. Il gruppo occupava un territorio che faceva da cerniera tra l’economia industriale del Vesuviano costiero e l’economia agricola del Vesuviano interno, e, attraverso la carovana dei facchini e il controllo totale della dogana, del porto e dei mercati prossimi al Ponte della Maddalena, taglieggiava imprenditori e trasportatori, e regolava i flussi del contrabbando.

Faceva parte del gruppo di Cafiero Nicola Barracano, di cui l’ispettore di Portici scrisse, nel 1874: “lo si può trovare alla porta della Grande Dogana, vestito con blusa blu, fingendo di fare il facchino”. Ma i veri capi del gruppo, insieme a Cafiero, erano Luigi Napoletano, che i carabinieri consideravano caposocietà di Barra, Pietro Carpinelli, detto, non a caso, l’ ispettore, sorvegliante nel deposito degli omnibus di Portici, e Carlo Borrelli, membro, scrisse Marc Monnier “di un lungo parentado di oltre nove individui, stretti insieme con vincoli di sangue, quale domiciliato a Pazzigni, e quale a Sant’ Anastasia, e tutti concordi a tenersi bordone delle loro criminose avventure, le quali non sono soltanto di aggirarsi per i contrabbandi e sulle barriere doganali, ma sono ancora di furti, e di ogni specie di grassazioni violente”.

Due clan famigliari, i Borrelli e gli Scarpati di San Sebastiano, fecero da modello, tra il 1858 e il 1875, ai gruppi camorristi del Vesuviano interno, che da quel modello ricavarono suggerimenti per la strategia e per la tattica dell’ azione criminale. I camorristi Scarpati, per esempio, contribuirono a metter fine all’avventura del brigante Vincenzo Barone, e i camorristi ottajanesi consegnarono ai pugnali della polizia il brigante Antonio Cozzolino Pilone.

L’8 agosto 1861 uno sconosciuto contadino portò a un ricco galantuomo di Sant’ Anastasia, Giacomo de’ Liguori, del fu Antonio, il biglietto fatale, in cui Vincenzo Barone chiedeva "un prestito" di mille ducati e garantiva regolare ricevuta a nome di Francesco II, e rapido saldo del debito. Don Giacomo la mattina dopo caricò su una carretta la parte più preziosa delle sue masserizie e partì per Napoli, ove, in via Scassacocchi, teneva casa. Ma scampato ai briganti incappò nella camorra dei facchini che controllavano i traslochi. Quattro facchini, che lo avevano seguito dall’Ospedale dell’Annunziata, vollero "forzatamente e anche in via di minaccia scaricare la roba" e pretesero e ottennero 40 carlini," mentre già sarebbero stati troppi 12 carlini".

Ma quando due di essi tornarono e chiesero altri 10 ducati, don Giacomo "ebbe un moto di coraggio", che sorprese lui, sorprese, quando gliene parlò, Francesco Miglietta ispettore di questura della sezione Pendino, ma non sorprese i facchini, i quali immediatamente "si disposero in attitudine di voler offendere". La fiammata di coraggio si spense subito e don Giacomo tornò ad indossare la veste abituale dell’uomo di pace. Si piegò a pagare, per amore di quiete, 20 carlini, ma "l’attrito" aveva riempito di clamori il vicolo; chiamate dai clamori delle donne, giunsero sul posto le guardie di P.S. Uno dei facchini, Giovanni De Maria, che era un noto camorrista, fu arrestato.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA STORIA MAGRA

NE” PESSIMISTI NE” DEPRESSI

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Il dialogo che segue suggerisce, in modo non comune, libri e musiche di sicuro interesse. E ci aiuta a capire anche il significato di nuove parole. Non sfuggono alla tagliola, le “novità” politiche degli ultimi mesi. Di Giovanni Ariola

– L’altro ieri mi hai fatto preoccupare – chiede affettuoso e premuroso il prof. Eligio rivolto al collega Carlo – Cosa ti era successo?
– Niente di particolare…una sorta di malessere generale che si è aggiunto alle paturnie abituali della nostra età…lo potremmo definire una tonalità pessimistica di fondo…immagina un paio di occhiali a lenti scure che ti azzurrano le cose che guardi…o un film a colori che puoi vedere solo in bianco e nero…

– Anche a me capita qualche giornata così…
– La sera poi è stato terribile…ho provato a immergermi nella lettura…prima ho aperto “Il Cimitero di Praga”, l’ultimo romanzo di Umberto Eco, un dotto e intelligente tentativo, di marca decisamente postmoderna, di scrivere un romanzo del genere feuilleton alla maniera di Sue, di Dumas ….non ti dico la noia mortale…Sono passato a Montale, ho appena acquistato il bel volume appena pubblicato negli Oscar Mondadori, una ristampa del “Diario del 71 e del 72”, a cura di Massimo Gezzi, con un saggio di Angelo Jacomuzzi e uno scritto di Andrea Zanzotto. Niente da fare.

Dopo la lettura di alcune composizioni tra le mie preferite, mi sentivo ancora più depresso…Ho cercato di tirarmi su con la musica… intanto era passata la mezzanotte da un bel pezzo e per non disturbare chi stava dormendo, ho dovuto ricorrere alle cuffie che odio…Straviski, Prokoviev… alla fine mi ha salvato Pergolesi… il suo “Stabat Mater” mi è capitato per caso tra le mani, l’avevo comprato nella versione pubblicata proprio qualche giorno fa, in occasione del trecentesimo anniversario della sua nascita… un musicista straordinario, non so se sei d’accordo… e pensare che è morto a soli ventisei anni…

– Anch’io ho intenzione di acquistarlo…ne ho una versione in vinile ma è piuttosto malridotta, oltre al fatto che dovrei tirar giù dallo scaffale del mio studio il mio vecchio giradischi che mi ha servito fedelmente in verità ma ho capito dall’ultima volta che l’ho utilizzato, che preferisce starsene tranquillamente in pensione. Considero quello del Pergolesi il migliore degli Stabat Mater tra quelli esistenti, da Scarlatti a Rossini a Dvorak…quando lo ascolto, mi commuove fino alle lacrime…
– Quella musica dolcissima mi ha calmato e sono riuscito a prendere sonno.

– Ora stai meglio…
– Diciamo che ho ripreso in mano il timone…Sai bene che c’è un pensiero che mi sostiene, è che non ci possiamo permettere di essere né pessimisti né depressi perché offriremmo un esempio negativo e deleterio ai nostri figli e nipoti…Lo stesso pensiero che ha espresso Abraham B. Yehoshua in una recente intervista: “Non ho scelta. Ho tre figli e sei nipoti. Meritano un futuro in cui possano vivere in pace e sicurezza. No, non posso permettermi di essere pessimista” (La Repubblica, 18/11/2010, p.50).
– Pienamente d’accordo con te…

– Insomma mi sento simile, alla lontana si intende e in dimensioni decisamente ridotte, all’angelo beniaminiano con le ali spiegate che non può chiudere, spinto da una tempesta che viene dal paradiso “irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo” (Walter Benjamin, “Angelus Novus”, Einaudi, Torino, 1962, p. 77).
– A proposito di Benjamin, hai visto il libro curato da Carlo Saletti per Ombre Corte “Fine Terra. Benjamin a Portbou
– … sì, che contiene la ricostruzione attraverso le testimonianze di coloro che lo conobbero e gli vissero vicino, degli ultimi tragici giorni del filosofo ebreo-tedesco trascorsi nel paesino della Catalogna dal quale cercò di partire per gli Stati Uniti, senza riuscirci, per sfuggire alla persecuzione nazista.

Sono entrati intanto, preceduti dal suono delle loro voci insolitamente pacato, i proff. Geremia (Fantasia) e Piermario (L’incendiario).
– Dicevo a Geremia – dice quest’ultimo rivolto ai colleghi – che mi sono letto in treno questo gustosissimo libretto di Gustavo Zagrebelsky, “Sulla lingua del tempo presente” pubblicato nelle “Vele” di Einaudi, e l’ho trovato interessante perché svela la strumentalizzazione di un certo linguaggio da parte di noti personaggi politici “per plasmare le menti del pubblico ascoltatore” (p. 4) e mantenere così il potere… Vi sono passi davvero esilaranti come questo, a proposito della parola “scendere”(in politica):

“La legittimità dell’aspirazione al potere politico è interna alla politica stessa…Oppure la via può essere la discesa, quando si fanno valere storie, competenze e virtù maturate in altre sfere. La politica non è, allora, una professione, ma una missione…Chi in questo modo si «incarna» in una figura politica, «descendit de coelis propter nos homines» (ci si inginocchia a queste parole, dice la liturgia) e viene ad «abitare in nobis propter nostra salutem». Trasferita dalla salvezza delle anime alla salvezza delle società, è la sempiterna figura della missione redentrice che «un salvatore» assume su di sé, lasciando la vita beata in cui stava lassù, scendendo a sacrificarsi per gli infelici che stanno quaggiù…”

– Non nuova in verità – precisa don Carlo (il Tarlo) che, tornato ad uno stato d’animo più sereno, riacquista subito la sua naturale propensione alla puntualizzazione rigorosa e talvolta pignolesca – l’espressione “scendere in politica”, formatasi per similitudine con altre simili tratte dal settore sportivo e militaresco, ma bisogna riconoscere che quella usata da alcuni nostri governanti ha acquisito una nuova valenza semantica…D’altra parte vi ricordo che nel linguaggio popolare spesso si usa la parola salire per essere eletto… anche nel dialetto napoletano si possono udire frasi come “Nun è sagliuto nisciuno de’ candidate c’avimmo vutate…” (= “Non è stato eletto nessuno dei candidati che abbiamo votato).

Parole che si risemantizzano e parole nuove che nascono. Tra le prime annovererei rottamatore e futuristi. La prima, come sapete, è una metafora molto efficace usata dai giovani esponenti del PD, affetti di audace rampantismo, che vorrebbero mandare in pensione i maggiorenti del partito. La seconda invece, che è usata per nominare gli adepti al nuovo partito di Fini, “Futuro e Libertà”, si configura come una vera e propria usurpazione lessicale, in quanto “il termine è già saldamente occupato, sarebbe una beffa del destino che proprio in coda al centenario di Marinetti si spendesse il nome del suo movimento, non dico per una causa indegna ma comunque rivolta ad altri scopi”.
(Renato Barilli, “Tuttolibri”, n.1741, A. XXXIV, 20/11/2010).

Dalla stessa fonte viene un ottimo suggerimento: invece di futuristi molto meglio dire futurliberisti, che è un termine non proprio bello né perfettamente calzante, ma almeno ha sapore e anche consistenza di nuovo. (Continua)

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