L’ERGASTOLO “BIANCO” DEI MANICOMI CRIMINALI

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Nel nostro Paese gli ospedali psichiatrici sono sei, nati per sostituire i manicomi criminali, ma riuscendo di fatto solo a trasformarli in veri e propri lager. Condizioni di vita disumane. Di Simona Carandente

Toccare con mano la sofferenza umana, profonda, concreta non può lasciare indifferenti. Vi sono volte in cui basta guardare un’immagine, un filmato, un volto per rimanere senza parole, sviluppando uno stato d’animo che è un misto tra un’amata tristezza ed un profondo, spesso ingestibile, senso di impotenza.

Solo con un tale groviglio di emozioni si può assistere alla visione di un filmato, quale quello diffuso sulle reti nazionali qualche giorno fa, sulle condizioni degli internati negli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) di tutta Italia, legati tra loro da un filo sottile, quello della malattia mentale, che fa di loro dei "diversi" rispetto alla società civile, indegni di vivere una vita normale, finanche di ricevere un abbraccio.

Il video lascia poco spazio all’immaginazione: le strutture visitate appaiono disordinate e fatiscenti; ovunque regnano lo squallore, la scarsa igiene, l’estrema solitudine. Nel giro di pochi istanti, vengono ripresi un letto di contenzione, forato ed arrugginito per consentire le funzioni fisiologiche, internati che cercano umana pietà, personaggi lucidi ed in grado di dialogare con l’operatore, finiti in Opg per chissà quale reato e destinati a non uscirne mai più.

Grazie alla denuncia dell’apposita commissione di inchiesta del Senato, finalizzata a porre in risalto le falle del sistema sanitario nazionale, il problema delle condizioni degli ospedali psichiatrici torna alla ribalta: allo stato, in Italia, le strutture sono sei, destinate originariamente a sostituire i manicomi criminali, riuscendo di fatto solo a trasformarli in veri e propri lager.
Secondo i dati della Commissione, su circa 400 internati passibili di dimissione, solo 65 si sono spalancate le porte della libertà. Il futuro dei restanti è amaro e incerto: ritenuti ancora socialmente pericolosi, in mancanza di una famiglia che li accolga o di qualcuno che li prenda in cura, la tanto agognata libertà rischia di rimanere solo una chimera.

Del resto, chi si assume la responsabilità di rimetterli in libertà, assumendo che la pericolosità sociale è ridotta ai minimi termini e mettendolo nero su bianco? L’unica certezza però, allo stato, sono le condizioni di vita di questi "ergastolani bianchi": condizioni disumane, di profondo degrado, che non possono né devono continuare ad essere ignorate, nel pieno rispetto dei diritti umani e costituzionali, per i quali la pena non deve essere contraria al senso di umanità e tendere, sempre e comunque, alla rieducazione del condannato. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

A NAPOLI IN TROPPI NON METTONO INSIEME IL PRANZO CON LA CENA

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Nella città una famiglia su quattro vive al di sotto della soglia di povertà. Per il cardinale Sepe “non ci sono più neppure pane e speranza”. Ma la politica non se ne rende conto. Di Amato Lamberti

Le statistiche parlano sempre chiaro e spesso non hanno neppure bisogno di interpretazioni. Sono anni, che le statistiche, appunto, ci avvertono che in Italia sono in aumento, al Sud come al Nord, le famiglie in condizioni di povertà. E non si tratta di nuove povertà, quelle legate all’aumento dei consumi e all’ampliarsi delle aspettative. Non si tratta di persone che non possono andare in vacanza, che non possono fare la settimana bianca, che non possono comprarsi un suv, che non possono andare a cinema e a ristorante ogni settimana, che non possono acquistare il motorino al figlio.

Si tratta di persone che hanno difficoltà a mettere insieme il pranzo e la cena, che non possono acquistare un nuovo paio di scarpe o un cappotto per ripararsi dal freddo. Molti sono anziani che con l’andata in pensione hanno dovuto rivedere completamente il loro stile di vita. L’altro dato che i ha colpito è quello che cresce il numero di giovani disoccupati che il lavoro non lo cercano neppure più. Le statistiche li chiamano "scoraggiati", ma sono quelli che magari dopo aver tentato tutte le strade possibili hanno perso ogni speranza e si sono messi in attesa magari di un colpo di fortuna. A Napoli, come era facile prevedere, almeno per chi ci vive in questa città, le statistiche registrano la situazione peggiore sia per quanto riguarda la povertà, che per quanto attiene alla disoccupazione e allo scoraggiamento di giovani e meno giovani.

Il cardinale Sepe, con quell’acume che gli va riconosciuto, ha messo non molto tempo addietro il dito nelle piaghe di Napoli e con una sola frase di grande effetto, "a Napoli non ci sono più neppure pane e speranza", ha fotografato una situazione drammatica di cui la politica e gli amministratori sembra che non si rendano neppure conto. Non c’è più pane: a Napoli una famiglia su quattro vive al di sotto della soglia di povertà; una famiglia su quattro galleggia appena al di sopra dell’abisso della povertà. Vale a dire che metà della popolazione vive, tutti i giorni, in una condizione drammatica di penuria e di assenza di prospettive. Non c’è più speranza: i giovani a Napoli terminano gli studi e se ne vanno a cercare lavoro fuori, al Nord, all’estero, in qualsiasi posto che non sia Napoli e il Mezzogiorno.

Non cercano neppure lavoro a Napoli; in questa città non vogliono restare un giorno in più del necessario. Perché non hanno più speranza; perché rifiutano i percorsi della raccomandazione, del lavoro nero, dello sfruttamento pieno solo di promesse. A Napoli anche negli studi professionali l’offerta di lavoro è sempre in nero, sfruttati e sottopagati. Nelle imprese artigianali il lavoro è sempre in nero e senza nemmeno le più elementari garanzie assicurative. Nel commercio, che è il comparto produttivo che regge l’economia della città, il nero è la regola. In pratica un pezzo di città ingrassa, l’altra tira la cinghia e riesce appena a sopravvivere. In una situazione di questo tipo non ci si può meravigliare della diffusione di comportamenti di scoraggiamento rispetto alla ricerca del lavoro.

Il risultato è che sono molti i giovani che si rintanano nelle opportunità che la famiglia riesce comunque ad assicurare e finiscono per avere come riferimento il gruppo dei coetanei egualmente scoraggiati o che si arrangiano nelle pizzerie, nei pub, nei ristoranti. Ma in una situazione dove il lavoro stabile diventa irraggiungibile non ci si può meravigliare, come qualcuno pure continua a fare con la spocchia dell’intellettuale, della diffusione di comportamenti illegali e di fenomeni di degrado civile e morale. Quando si è alla fame e alla disperazione valgono solo le esigenze della sopravvivenza e le leggi della giungla. Meraviglia, anzi, che a Napoli, con una tale condizione di miseria economica, culturale e civile, i tassi di criminalità siano più bassi di quelli di città ricche, come Milano o Bruxelles.

C’è un tessuto morale e familiare che nonostante tutto ancora tiene ma che se non viene sostenuto ed aiutato rischia di sfaldarsi e di decomporsi liberando rabbia e sentimenti di rivalsa. All’allarme del cardinale spetta alle istituzioni cittadine di Napoli rispondere, senza ancora una volta minimizzare, ma prendendo finalmente in carico il dolore della città dei deboli, degli emarginati, dei senza lavoro: per dargli se non il pane, almeno la speranza. All’allarme delle statistiche nazionali spetta al governo rispondere, non perché non possono restare insensibili al grido di dolore di tante famiglie in povertà e di tanti giovani in difficoltà economiche e psicologiche, ma perché, molto più cinicamente, in queste condizioni l’economia del Paese entra in crisi, il motore produzione-consumo si inceppa, la recessione si affaccia prepotentemente e diventa difficile fermarla.

La povertà è un problema di tutti, la disoccupazione dei giovani è un problema di tutti.
Una società povera e scoraggiata è una società nella quale si spengono le energie vitali e si avvia un processo di decadimento. I nostri politici, pur nella loro ignoranza, dovrebbero sempre tener d’occhio le statistiche imparare magari a leggerle.
(Foto: “La Pendolare” di Valentina Vetturi)

GLI APPROFONDIMENTI

ARRIVATI AI 150 ANNI, RICORDIAMO COME FURONO I 100 ANNI DELL’ITALIA UNITA

1961: i cento anni dell”Italia unita e le calze nere delle Kessler. 2011: I valori del Risorgimento difesi dal Presidente Napolitano. Il fascino dell”Inno di Mameli. Di Carmine Cimmino

Per il Centenario dell’Unità d’Italia non si fece tanto fracasso: eppure, nella graduatoria delle ricorrenze, un centenario vale più di un centenario e mezzo. La festa si concentrò tutta a Torino, sotto la sigla di Italia 61. Il Presidente del Consiglio era Amintore Fanfani, la DC teneva saldamente in pugno le cose italiane, e il PCI, impegnato a liberarsi dallo stalinismo, faceva un’opposizione feroce eppur costruttiva, diciamo così. Il 24 settembre Aldo Capitini guidò la prima marcia della pace da Perugia ad Assisi: i manifestanti gridarono, tra gli altri slogan, anche questo: Se la patria chiama, lasciala chiamare.

Gli intellettuali di sinistra furono poco teneri con i Savoia; Cavour si salvò, perché era Cavour, e Garibaldi, perché era Garibaldi e mangiapreti. Molti comunisti di allora erano ancora mangiapreti. Anche molti democristiani, in fondo, frequentavano, nelle chiese, soprattutto le sacrestie. Agli inizi degli anni ’50 gli alunni delle elementari portavano colletti ornati di nastri tricolori e ogni mattina, all’inizio delle lezioni, intonavano Fratelli d’Italia. Ma sul finire del decennio il rito e i nastri vennero cancellati. Pochi anni dopo, la D.C. e la Sinistra, per completare lo smantellamento della mitologia dell’identità nazionale, bandirono il latino dalla scuola media, spiegando, comicamente, che l’insegnamento del latino era classista e reazionario. Nel 1961 il ministro Falchi, cattolico praticante, dichiarò che se fosse dipeso da lui, il film Rocco e i suoi fratelli non sarebbe mai arrivato nelle sale cinematografiche. Era troppo scandaloso.

Luchino Visconti gli rispose con una lettera aperta: le sue parole, signor ministro, “mi confermano nella già in me radicata convinzione che ogni briciolo di libertà di cui si riesce a godere nel nostro Paese non lo si deve ai governanti e tanto meno ai governanti della sua mentalità (che francamente ci si chiede come mai si trovino a occupare posti di così grande responsabilità), ma alla vigilanza, alla resistenza e alla lotta dell’opposizione e dell’opinione pubblica democratica”.

Pare scritto oggi. La televisione dedicò ampi spazi alle manifestazioni per il centenario che vennero organizzate nei capoluoghi di provincia. In una famosa trasmissione in diretta dall’Auditorium di Torino il Va’ pensiero venne consacrato inno nazionale, diciamo così, collaterale – come esistono i patroni e i compatroni- e Nando Gazzolo, Ilaria Occhini, Renzo Ricci e Elena Zareschi lessero versi e prose di poeti, di intellettuali e di politici che avevano fatto l’Italia. Proprio quell’anno la televisione contribuì – fu un contributo sostanzioso- a “ fare “ gli Italiani: con uno spettacolo, Studio Uno, che entrò nel mito grazie alla regia di Antonello Falqui e all’arte di Mina, di Milly, di Luciano Salce, di Nicola Arigliano, di Paolo Panelli. E grazie al genio comico di Walter Chiari. E al dadaumpa delle gemelle Kessler. E alle loro calze. Le rivoluzionarie calze delle Kessler.

Infatti, dopo un lungo braccio di ferro tra la direzione artistica dello spettacolo, da una parte, e dall’altra i cattolici praticanti e non praticanti che amministravano la Rai, bombardati quotidianamente dalle proteste di parroci abati e vescovi, le Kessler furono autorizzate a esibirsi fasciando le lunghe e tornite gambe non con le consentite calze bianche ( il bianco, come si sa, è un antidoto ai peccaminosi pruriti del sesso), ma con calze nere di un nero d’inferno. E dopo le calze nere arrivarono anche le calze a rete. Il 4 novembre del ‘61 si inaugurò il secondo canale della TV. Proprio in quell’anno il calcio confermò di essere sempre la più tenace delle colle per gli sparsi lacerti dell’identità nazionale.

Rinforzata dagli oriundi Sivori, Angelillo, Loajcono e Altafini, la Nazionale si qualificò per i Mondiali del Cile e travolse in amichevole l’Argentina dell’immenso Sanfilippo. Nel 1961 Fiorentina e Roma furono le prime squadre italiane a vincere un torneo europeo. La Fiorentina aprì il libro d’oro della Coppa delle Coppe battendo i Rangers sia a Glasgow che a Firenze: era la Fiorentina di Albertosi, di Da Costa e di Hamrin. In definitiva, furono festeggiamenti sobri, quelli per il centenario: in sordina e con la mordacchia. La Sinistra soffriva ancora di orticaria da nazionalismo, e la DC non aveva alcun interesse a irritare, per un compleanno, la Curia romana.

Dopo cinquanta anni, è toccato a un Presidente della Repubblica che è stato autorevolissimo rappresentante della cultura laica e marxista, difendere i valori del Risorgimento e i principi dell’identità nazionale. E il Presidente li sta difendendo con un vigore che viene dalla passione profonda e dalla ricchezza delle idee. La fortuna ha voluto che l’Italia avesse un Presidente di tale tempra e di così elevato carisma in queste ore drammatiche, in cui francesi e inglesi, scatenando l’attacco aereo sulla Libia, fanno a pezzi la nostra politica mediterranea e rivelano, chiaramente e, credo, volutamente, quanto sia appannato il prestigio internazionale del nostro Paese.

Si combatte a pochi chilometri delle nostre coste, bombardieri e caccia partono da aeroporti italiani, Napoli è il centro strategico dell’attacco, Gheddafi minaccia di trasformare il Mediterraneo in un mare di fuoco: e intanto un membro del governo italiano accusa un suo collega, favorevole all’ impiego delle armi, di “parlare a vanvera“, e vota contro l’intervento militare. E non si dimette. Credo che una cosa del genere non si sia mai vista.

Non mi meraviglio, invece, che la Curia romana ricordi il ruolo che i cattolici svolsero nel Risorgimento, e che due illustri cardinali cantino l’Inno di Mameli. Tra cinquanta anni qualcuno scriverà che fu Pio IX a volere il ’59, i Mille, l’unità d’Italia, mentre Garibaldi, Cavour, Mazzini e compagni facevano combriccola con i Borbone. Il passato indossa sempre i panni che gli presta il presente. Spadolini inserì tra i padri della patria Leopardi e Foscolo, Giuseppe Bedeschi, sul Corriere della Sera, ha messo nell’elenco anche Machiavelli, ma nessuno si è ricordato di Francesco Guicciardini. Credo che in cima all’elenco meriti di stare, per sempre, Goffredo Mameli, in nome di tutti i giovani che sacrificarono la loro vita per una bandiera, per un mito, per un’idea.

Scrisse Jules Michelet, uno dei più grandi storici francesi, che l’Inno di Mameli è “un canto di fraternità. È soprattutto una canzone viva, gaia, ardente, che esprime, con un carattere singolare di ingenuità e di giovinezza, la gioia di combattere insieme, il fascino dell’amicizia nuova fra tutti i popoli d’Italia, stupefatti dalla sorte di trovarsi riuniti.“. Chi canta l’Inno di Mameli, si sente rischiarato dalla luce di quella nobile giovinezza. Chi non lo canta, sono affari suoi. Chi non lo canta, sa di non essere degno di cantarlo.
(Foto: Tempera di H. Toulouse, Jane Avril)

LA STORIA MAGRA

DIVISI SULL’UNITÁ

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Nei dialoghi dei personaggi del prof. Giovanni Ariola ritroviamo i temi politici di queste ultime settimane. Ma anche le domande fondamentali circa il rapporto tra uomo e natura.

Il prof. Carlo ha davanti i giornali appena portati da Annella, guarda i titoli ma non ha il coraggio di cominciare la lettura. Sulle prime pagine oltre le notizie delle stragi in Libia (un bagno di sangue come amano metaforizzare i mass-media), perpetrate da uomini contro altri uomini, per giunta fratelli, che si spera siano presto fermate dall’intervento deciso ma pacifico degli Istituti sovranazionali (ONU, UE, LEGA ARABA), anche le parole e le immagini di altra strage, provocata dalla natura, ossia dal sisma avvenuto in Giappone il 3 marzo scorso e dal conseguente tsunami (in giapponese “onda sul porto”), “mare mostro”, come lo ha definito un giornale (“Il Manifesto” del 4 marzo scorso).

Si riaffacciano sentimenti e pensieri già esperiti in occasione di altri eventi del genere. Si riformano nella mente drammatici interrogativi purtroppo senza risposta. Chi sarà vincitore nella lotta tra l’uomo e la natura? Quale sarà il destino dell’uomo su un pianeta che rischia di collassare da un momento all’altro? C’è qualcuno o qualcosa (ad esempio una nuova parola miracolosa, dato che quelle esistenti sono ormai inascoltate) che possa convincere tutti gli uomini ad unire i loro sforzi per salvarsi, insieme, dalla catastrofe?

A scuotere il prof. l’arrivo dei colleghi che entrano discutendo animatamente ma una volta tanto concordi sul no al nucleare, almeno fino a quando non sarà assicurata la mancanza assoluta di rischi per la salute dei cittadini. Ma verrà mai quel momento?

– È necessario – sottolinea il prof. Eligio – trovare un’energia alternativa: questa è l’unica certezza…
– Ce n’è un’altra di certezze – sbotta il prof. Piermario – è che, se continuiamo a mortificare la ricerca, non riusciremo mai a trovare una soluzione a questa urgenza e ad altre simili…
– In proposito, sono molto pessimista – osserva il prof. Fantasia – non ce la faremo e alla fine la natura avrà il sopravvento…e ci distruggerà…sapete che sono un leopardiano… “un fierissimo vento, levatosi mentre che l’Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia…”(da G. Leopardi, “Operette morali – Dialogo della natura e di un Islandese”).

– Perché continuare – ribatte accendendosi in volto il prof. Piermario – ad evidenziare solo questo aspetto del pensiero del recanatese che, tra l’altro, è improprio definire pessimistico dato che si tratta di una analisi lucida, realistica e razionale della nostra condizione esistenziale…ma Leopardi è ben altro…

“E tu, lenta ginestra,/ – recita con aria ispirata – che di selve odorate/ queste campagne dispogliate adorni,/ anche tu presto alla crudel possanza/ soccomberai del sotterraneo foco,…E piegherai/ sotto il fascio mortal non renitente/ il tuo capo innocente:/ ma non piegato insino allora indarno/ codardamente supplicando…/ ma non eretto/ con forsennato orgoglio inver le stelle/…/ma più saggia, ma tanto/ meno inferma dell’uom, quanto le frali/ tue stirpi non credesti / o dal fato o da te fatte immortali.”(da G. Leopardi, “La ginestra”). Quanto coraggio, ma senza sciocca superbia, in questo guardare in faccia la verità!

– A me – interviene il prof. Eligio – sembrano più significativi in questa stessa poesia i versi che invitano gli uomini a non combattersi tra loro ma ad unirsi nella lotta comune contro la natura “matrigna” e auspica con un afflato che definirei cristiano una umanità concorde e solidale… “Nobil natura è quella/ che a sollevar s’ardisce/ gli occhi mortali incontra/ al comun fato, e che con franca lingua,/ nulla al ver detraendo,/ confessa il mal che ci fu dato in sorte,/ e il basso stato e frale;/ quella che grande e forte/ mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire/ fraterne, ancor più gravi/ d’ogni altro danno, accresce/ alle miserie sue, /… / tutti fra sé confederati estima/ gli uomini, e tutti abbraccia con vero amor, porgendo/ valida e pronta ed aspettando aita/ negli alterni perigli e nelle angosce/ della guerra comune…”.

– Mai come in questo momento – osserva il prof. Carlo – le parole del poeta fanno bene al cuore e alla mente…Permettete che vi legga questi stessi versi in una versione, diciamo, napoletana,…. si tratta della traduzione che ne ha fatta il compianto amico nonché esimio studioso del nostro dialetto, il prof. Francesco D’Ascoli…

“Perzona strissema è chella ca piglia ‘e pietto ’o destino ’e ll’umanità, e ca cu sciurdezza, senza affuca’ ’a rialtà, azzetta ’a scaienza ca nce fuie assegnata, e chesta vita gnobbele e scellata; chella ca dinto e patemiente fiura anemosa e tosta, e ca nun aggrannisce ’e stierne suoie cu ’e ’mpicche e ’e scigne tra frate e frate, ca so’ cchiù ammare ’e ll’ate gliannule,…., penza ca tutte ll’uommene so’ accucchiate ’nfra lloro e abbraccia tutte cu granne affezione, danno e aspettannese assecurzo forte e listo ’nfaccia e^ campiseme d’ ’a guerra anneverzale.” (da Francesco D’Ascoli, “ I nuovi credenti e La ginestra” di G. Leopardi, Traduzione in dialetto napoletano, Edizioni Del Delfino, Napoli, 2006, pp. 49 e 51).

– Come si può continuare a coltivare una tale illusione? Gli uomini sono divisi e discordi su tutto – commenta amaro il prof. Piermario.
– In modo particolare gli Italiani… – concorda il prof Eligio.
– Figuriamoci se potevano essere concordi – continua sarcastico il prof. Piermario – sulla festa da celebrare per l’anniversario dell’Unità d’Italia…

– Ecco – interviene il prof. Carlo – una bella situazione ossimorica: divisi sull’unità… Intanto noi andiamo avanti per la nostra strada e attuiamo il programma che abbiamo deciso per dare un senso a questa ricorrenza.

Finita la festa, nel complesso riuscita, appena appena guastata dal comportamento infantile di alcuni gruppi di contestatori (secessionisti? Perché non hanno il coraggio di sostenerlo apertamente e di essere coerenti fino in fondo, accettando di subirne tutte le conseguenze?) ma anche dalla protesta dei lampedusani che vedono la loro luminosa isola invasa da una massa di disperati, riposte le bandiere o lasciatele sui pennoni e sui veroni a sventolare per i giorni a venire, testimoni di un sentire non superficiale, cessati i canti, i concerti, i discorsi, insomma le celebrazioni ufficiali,

finita anche la baldoria euforica delle pubblicazioni di saggi, articoli, libri, alcuni dei quali pregevoli, ma spesso opera di storici improvvisati che la storia l’hanno appresa (credono di saperla) da letture parziali e superficiali o addirittura per sentito dire, iniziamo, anzi continuiamo la nostra riflessione e il nostro studio sulle tematiche che avevamo scelte per preparare il convegno di Giugno su questo 150° compleanno della nostra nazione…

– Per parte mia – conferma il prof. Eligio – porterò avanti, come d’accordo, la ricerca già iniziata sul concetto/sentimento di patria (la patria-città) nell’antichità greco-romana…
– Io raccoglierò – dichiara il prof. Fantasia – un florilegio di testi poetici che preconizzano l’Italia unita dal Medioevo al Risorgimento (la patria nazione)…
– Io mi assumo – continua il prof. Piermario – il compito di documentare l’evolvere dello stesso concetto/sentimento di patria dal Risorgimento ai giorni nostri (da patria-Stato a patria-Europa)…

– A me la parte più amara – conclude il prof. Carlo –, quella di documentare l’affievolirsi e quasi il disgregarsi di questo valore, la patria, che tanti cuori ha scaldato e tante menti esaltate in passato e che ora lascia i più indifferenti…Mi auguro di sbagliarmi, ma ho netta la sensazione che quasi più nessuno, scrittori compresi, osi pronunziare o scrivere la parola patria… è come la parola amore… a pronunziarla, si grida subito allo scandalo e si lancia l’accusa infamante di fare della retorica…Ripeto, mi auguro e auguro agli Italiani di sbagliarmi!

Intanto, coraggioso il poeta Mario Luzi che osa intitolare una sua lirica Italia ritrovata e la chiude con questi versi che sono quasi un gemito d’amore:
O Italia ininterrotto agone,
ininterrotta pena
.”

LA RUBRICA

“I TREGIORNIPERL’UNITÁ” PER I GIOVANI DEL MERCALLI

Tutti i gruppi classe dell”Istituto hanno condiviso percorsi di riflessione e studio sui temi dell”Unità d”Italia. Offerti contributi di alto livello di cittadinanza attiva. Di Annamaria Franzoni

In occasione del terzo Giubileo dell’Unità d’Italia, il Dirigente Scolastico del liceo Mercalli di Napoli, prof. Luigi Romano, nel corso della settimana delle celebrazioni del Cento cinquantenario, ha istituito i “3giorniperl’unità” invitando docenti ed alunni a condividere percorsi di riflessione e studio sui temi dell’unità, della consapevolezza storica, della coesione, dell’integrazione e dei valori che sgorgano dalla nostra carta costituzionale.

Le celebrazioni delle tre giornate di studio e riflessione sono giunte al culmine mercoledì 16, anche se il cattivo tempo ha impedito la solenne manifestazione che si sarebbe dovuta svolgere nel cortile della scuola e che prevedeva l’alzabandiera del tricolore ricevuto, nel corso della precedente settimana, da una delegazione di allievi presso il Circolo Sottufficiali: si è dovuto optare così per la “soluzione b”. I gruppi classe, all’interno delle proprie aule, a porte aperte, con i docenti della prima ora, hanno innalzato all’unisono l’inno di Mameli a gran voce mentre nei corridoi ne risuonavano le note.

La colonna sonora della nostra unità nazionale ha così inaugurato la giornata conclusiva di questo percorso che ha visto impegnati, in modo vario i gruppi classe dell’istituto con modalità e strumenti diversificati, offrendo contributi disciplinari e trasversali, di alto livello, di cittadinanza attiva, nella direzione di una crescita umana e culturale della nostra Città e della Nazione intera.
Il momento di maggiore aggregazione è stato così rinviato alla sera, alle ore 20.00 quando si è svolto un concerto di musica live, ad opera di un gruppo di studenti che hanno intrattenuto piacevolmente allievi, docenti e genitori che hanno partecipato all’evento.

È stata anche l’occasione per presentare ufficialmente il prossimo Certamen Nazionale di matematica “Renato Caccioppoli” I Edizione che si svolgerà presso il nostro istituto nel prossimo mese di aprile in collaborazione con Mathesis Sezione di Napoli, il Dipartimento di Matematica e applicazioni “R. Caccioppoli”, Università degli studi di Napoli, con il Patrocinio della Provincia e del Comune di Napoli e dell’Ufficio scolastico Regionale della Campania.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LE FONTI D”ENERGIA – IL SOLARE FOTOVOLTAICO

Nell”articolo che segue si fa una disamina delle potenzialità dell”energia fotovoltaica, analizzando i materiali occorrenti per la costruzione di un impianto. Continua il nostro studio sulle fonti di energia.

Sono illustrate le caratteristiche del materiale utilizzato per la costruzione dei moduli fotovoltaici che convertono l’energia solare in energia elettrica.
Un esempio fornisce l’entità di questa conversione che si aggira intorno al 10% circa dell’energia solare incidente.

In un’altra rappresentazione a colori dell’Italia, è riportata l’energia elettrica che può produrre annualmente un impianto fotovoltaico della potenza di 1 kW in funzione della sua dislocazione sul territorio.

LE FONTI D’ENERGIA – IL SOLARE FOTOVOLTAICO

ARTICOLO CORRELATO

UNA NAPOLI DA FAR WEST IN MOSTRA AL CAM

Al via il progetto anticamorra nel museo di Casoria che ha chiesto asilo alla Merkel. Il console tedesco Munch: “qui non si distingue ancora tra banditi e sceriffi”. Parla Deva, l’artista dei manifesti che hanno sconcertato la Iervolino.

Ieri, 19 marzo, è stata inaugurata al CAM (foto), la mostra FAR WEST curata da Antonio Manfredi, direttore artistico dello spazio museale. FAR WEST è una provocazione sulla città di Napoli e il suo rapporto con la camorra. Metafora in cui i banditi e gli sceriffi si confondono in un’immagine di violenza che li accomuna al punto da rendere difficile distinguere chi è il buono e chi è il cattivo. Metafora di una città violenta e lontana, lontana dall’immagine della metropoli europea, forse vicina alle immagini di alcuni film cult da Spaghetti Western.

È proprio Antonio Manfredi, curatore della mostra e direttore artistico del museo a dichiarare nel discorso di apertura della mostra che l’arte deve essere “un pungolo continuo”.
Il concetto è ben chiaro già all’ingresso, dove, nella prima sala dedicata alla mostra, ci troviamo di fronte alla prima provocazione, opera di Peppe Esposito: un inquietante specchio su cui è rappresentato un pistolero. In questo specchio ci riflettiamo, affiancati dall’immagine del pistolero, accavallandoci a questa immagine siamo subito proiettati in una riflessione su quale ruolo abbiamo scelto nella nostra vita.

La mostra è anche il momento di approdo del progetto di Sebastiano Deva che ha visto una vera e propria campagna pubblicitaria con manifesti 6×3 distribuiti nella città dal 15 marzo per la presentazione di un disegno di legge di iniziativa popolare per combattere la camorra. I manifesti invitano alla sottoscrizione di una modifica alla Costituzione per inserirvi la pena di morte (civile) per i camorristi ovvero l’annullamento dei diritti civili tra cui la perpetua interdizione al voto dei camorristi e dei loro familiari fino al terzo grado. La provocazione, come è noto, ha fatto arrabbiare il sindaco di Napoli, che ha ordinato la rimozione dei manifesti. «Sono incostituzionali», ha sbottato la Iervolino, sbigottita dal richiamo alla pena di morte.

L’artista ci tiene a sottolineare la necessità di un passaggio ad una nuova consapevolezza sui comportamenti quotidiani che contribuiscono alla solidità finanziaria camorristica come l’utilizzo di servizi e di attività commerciali gestiti dalla Camorra. Il provocatorio manifesto si rifà ad un progetto i cui contenuti legislativi sono stati elaborati da un gruppo di giovani giuristi napoletani.

Il CAM non è nuovo ad iniziative dal chiaro intento provocatorio, tentativi di attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media sulla periferia di una città estrema.
Proprio all’ingresso del museo sventola la bandiera tedesca, paese a cui il CAM ha chiesto asilo politico. Presente all’inaugurazione il Console Generale della Germania Cristian Munch per sostenere l’iniziativa. È proprio lui nei ringraziamenti a sottolineare l’apprezzamento per il Museo, «non solo per la qualità artistica», ha sottolineato il diplomatico, «ma per l’impegno didattico e l’impegno di fare la differenza nella vita civica. Per questi motivi merita l’appoggio di tutti».

Il titolo della mostra, ha aggiunto Munch, «ci fa riflettere su chi sono gli indiani e chi gli sceriffi, definisce ancora chi è buono e chi cattivo, ci fa riflettere su chi ha il potere, la mostra è un omaggio alla società civile che si oppone alla camorra».

Ai taccuini de ilmediano.it, il console spiega che l’operazione di richiesta di asilo è un’azione di comunicazione, la scelta della Germania è quasi «casuale», per un pregresso rapporto culturale tra il CAM e il Goethe Institut. La lettera ad Angela Merkel, insomma, va letta come una provocazione. «Il CAM è radicato nella città, i suoi motivi sono qui», dice il diplomatico. «Loro non vogliono andare via da qui. La loro richiesta poteva essere alla Germania come a qualunque altro Stato, e lo scopo è dimostrare che non si sentono appoggiati dallo Stato Italiano. La lettera alla Germania, in altre parole, è stata un grido di allarme per farsi sentire».

Il Consolato è stato evidentemente sensibile a questa richiesta di attenzione e sono al momento diverse le iniziative in programma che vedono impegnati il Goethe Institut e il Cam. Tra queste, in cantiere c’è una mostra che si terrà presto a Berlino presso la galleria d’arte Tacheles.
Alla serata sono stati presenti anche i Letti sfatti e Patrizio Trampetti che hanno presentato “Questa città”, libro più dvd nati dalla collaborazione tra la band campana ed Erri De Luca (edizioni Testepiene).

CAM_Casoria Contemporary Art Museum Via Duca D’Aosta 63/A 80026 Casoria/Napoli/Italia Tel/Fax: +39 0817576167

www.casoriacontemporaryartmuseum.com
info@casoriacontemporaryartmuseum.com

LA FORMAZIONE DELLE CLASSI CON GLI ALUNNI DIVERSAMENTE ABILI

Il caso che trattiamo quest”oggi riguarda la possibilità o meno di includere nella stessa classe due alunni diversamente abili. Sulla materia di è espresso il Tar del Lazio.

La formazione della classi è sempre un momento delicato per gli alunni, ma quando c’è un alunno diversamente abile l’attenzione per il suo inserimento deve essere ancora maggiore, per poter creare quelle condizioni che favoriscono le attività scolastiche, in un clima di serenità ed armonia.
Proprio per questo la normativa in materia di tutela dei soggetti diversamente abili impone che in ogni classe scolastica vi sia solo un bambino disabile, salvo casi particolari legati alla minore gravità dell’handicap.

Il caso
I genitori lamentano che il proprio figlio, portatore di handicap, con diagnosi di autismo grave, necessiterebbe di spazio e tranquillità al fine di usufruire proficuamente delle ore di insegnamento; invece, il figlio è stato inserito in una classe formata da ventidue bambini ma con un altro bambino affetto da handicap. I genitori lamentano che la presenza di un altro alunno disabile creerebbe un grave disagio al proprio figlio perché negherebbe la socializzazione con i compagni e la piena inclusione nella classe, che è essenziale per la crescita e per l’apprendimento.

Sull’argomento si è espresso il TAR del Lazio, sez. III quater, sentenza 10.10.2007 n° 9926, la cui posizione riportiamo in sintesi.

La normativa in materia di tutela dei soggetti diversamente abili impone che in ogni classe scolastica vi sia solo un bambino disabile, salvo casi particolari legati alla minore gravità dell’handicap. Nello specifico del caso si rileva come, appare fondata , la dedotta violazione, da parte delle autorità scolastiche, delle regole generali di formazione delle classi.
Nella classe vi erano due alunni diversamente abili, per cui è fondata la dedotta violazione del secondo comma, primo periodo, dell’art. 10 del D.M. 3 giugno 1999 n. 141 che pone il precetto per cui di regola, in una classe non vi può essere che un bambino diversamente abile. La possibilità di più svantaggiati è prevista solo in via eccezionale: «…la presenza di più di un alunno in situazione di handicap nella stessa classe può essere prevista in ipotesi residuale ed in presenza di handicap lievi».

Nel caso, deve in primo luogo escludersi la sussistenza di quest’ultima condizione in quanto è evidente che, l’ipotesi prevista dalla norma, implica la “non gravità” di tutti i bambini handicappati, e non di uno di essi (come implicitamente sembra suggerire la relazione depositata dalla scuola).
La gravità della condizione del bambino era, da sola, tale da non tollerare altre presenze nell’ambito del gruppo, e comunque si rileva come in base alla descrizione della situazione, anche le condizioni riferite dalla scuola dell’altro bambino non sembravano assumere il carattere della lievità («immaturità globale dei prerequisiti» per l’apprendimento «in un’organizzazione borderline»).

In una seconda prospettiva si rileva come, dato che è incontestato che la classe era formata da 22 alunni, per cui era stato anche violato il secondo periodo del ricordato secondo comma dell’art. 10 del D.M. 3 giugno 1999 n. 141 per cui «Le classi iniziali che ospitano più di un alunno in situazioni di handicap sono costituite con non più di venti iscritti; per le classi intermedie il rispetto di tale limite deve essere rapportato all’esigenza di garantire la continuità didattica nelle stesse classi.»

In sostanza la disposizione consente, limitatamente alle classi successive eventuali sforamenti solo quando ricorrono esigenze di continuità didattica. Il che nella specie non è in concreto avvenuto.
In conclusione il ricorso dei genitori viene accolto.

LA RUBRICA

LA TRIGLIA LANCIA SEGNALI:CONTRASTANTI

Per gli antichi la triglia aveva poteri di prodigi erotici. Questo pesce ha suggerito anche simboli incerti e contrastanti: il vigore lussurioso ma anche la spossatezza dei nervi. Fare “l”occhio di triglia” è tutto un romanzo! Di Carmine CimminoIl sapore della carne e la speranza o l’illusione che la carne, oltre che essere di assai delicato sapore, avesse anche poteri di taumaturgia erotica resero assai costose le triglie, nel mondo antico: a leggere Svetonio e Plinio, pare che i ricconi romani cercassero di superarsi l’un l’altro nella gara a chi le pagava di più. Negli anni di Caligola, Asinio Celere, che era stato console, acquistò una triglia per 8000 sesterzi, che era un bel mucchietto d’oro. Marziale non sopportava i pranzi a casa di Ligurino, che aveva la mania di scrivere versi e pretendeva di recitarli ai suoi ospiti: Non voglio che tu metta in tavola rombi e triglie di due libbre, non voglio funghi, non voglio ostriche: voglio una cosa sola: che tu taccia.

E tuttavia un vero amico era, per il poeta, solo chi offriva carne di cinghiale, ostriche e triglie. Il termine triglia viene dal greco, da un verbo che significa cigolare, crepitare, e forse anche, per analogia rattrappirsi: e da questo verbo uno scrittore greco ne cavò un altro, che significa sghignazzare. È probabile che i Greci abbiano associato il pesce e i verbi osservando la faccia che fa la triglia quando la tirano fuori dall’acqua: una faccia rappresa in uno stupore che si trasmette a tutto il corpo corrugandolo in vistose contrazioni. I Romani la chiamarono mullus dal suo rosso cangiante, e attribuirono ad Apicio anche il merito di aver insegnato a trarre dal loro fegato una salsa preziosa, l’allec, la quintessenza del garum, e cioè del condimento che si cavava dalla fermentazione di interiora e di pezzi di pesci, ridotti gradualmente in poltiglia.

Il liquido che filtrava dal ribollio di questa massa collosa era il garum. Un particolare tipo di garum, che Plinio e Marziale chiamano garum degli alleati, si otteneva, dice Marziale, dal primo sangue dello sgombro che, colpito a morte, sta per spirare. E in siffatta salsa Apicio consigliava di affogare le triglie. Non dobbiamo meravigliarci se questo pesce in livrea di varie sfumature di rosso abbia suggerito simboli incerti e contrastanti, il vigore lussurioso, ma anche la spossatezza dei nervi. Da Galeno qualche scrittore del nostro Cinquecento attinse la notizia che chi beve il vino in cui un attimo prima sia stata affogata una triglia fa disseccare i suoi “ umori venerei “: e mi pare cosa ovvia: un vino così conciato è peggio di una purga.

Ma la triglia ispirò ai buongustai romani comportamenti di disgustosa crudeltà. Le triglie, scrive Seneca, sono giudicate fresche solo se muoiono sotto gli occhi dei commensali. Vengono portate in tavola chiuse in globi di vetro, e gli sguardi si concentrano tutti sulle mille sfumature che la morte lenta trae dal loro colore, quando questo “ va “ da un tono all’altro, come se non sapesse se “prendere il tono della vita o quello della morte.”. Finora, continua Seneca, non c’era niente di meglio che una triglia di scoglio; ora, invece, gli intenditori non riescono a staccare gli occhi dal vaso di vetro: guarda, come è acceso questo rosso; guarda, come si gonfiano le vene lungo i fianchi; diresti che il suo ventre è di sangue; nota il chiaroscuro luminoso dell’azzurro sotto le branchie; guarda, stanno cessando gli spasimi, il rosso e l’azzurro impallidiscono nella stessa nota di grigio.

Forse converrebbe prestare un po’ di attenzione a questo mondo in cui la crudeltà si declinava in forme e corrispondenze impreviste, e il circo e una sala da pranzo erano teatro della stessa follia. Racconta Svetonio che l’imperatore Claudio faceva sgozzare non solo i gladiatori vinti, ma anche quelli che scivolavano a terra per caso, soprattutto i reziari che combattevano a capo scoperto: si inginocchiava accanto a loro, per osservare da vicino le espressioni del loro volto, mentre essi spiravano. Non era solo sadismo: lo spettacolo della morte degli altri serviva a scongiurare la propria morte. Col ferro delle armi di due gladiatori che si erano uccisi l’un l’altro Claudio si fece forgiare dei coltelli, poiché si credeva che l’epilettico si liberasse del suo morbo mangiando la carne di un animale selvatico trafitto col metallo di un’arma che aveva ucciso un uomo.

Sembra incredibile che qualcuno abbia potuto prestar fede a sciocchezze di tale portata: ma non credo che a noi “ moderni “ sia concesso il diritto di scagliare la prima pietra.
L’occhio è, nell’opinione comune e nelle immagini dei poeti, lo strumento con cui il cuore si apre all’esterno: l’occhio non mente. Fa “l’occhio di triglia “ l’uomo che vuole comunicare a una donna, per silenziose immagini, d’essere ridotto da lei in quello stato che i poeti antichi chiamavano scioglimento delle membra: quei poeti ne attribuivano la responsabilità all’eros. È uno stato di morbido languore, di stupore folgorato, in cui il desiderio innesta una sofferenza di morte e insieme l’energia vitale della prefigurata voluttà.

Amore e morte sono una sola cosa: e nel corpo della triglia che muore ci sono la forza del rosso ancora vivo, e l’esangue pallore della fine imminente. “Fare l’occhio di triglia“ non è una banale comunicazione: è un romanzo d’appendice.
(Foto: Emblema musivo della Bottega della pompeiana Casa del Fauno. Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

L’OFFICINA DEI SENSI

IL CIGNO NERO

Variazione sul tema della follia di uno dei più imprevedibili registi americani. Sullo sfondo del Lago dei cigni, un”opera inquieta che esalta l”estetica del disturbo senza perdersi in banali analisi psicologiche.

Darren Aronofsky ci ha sempre abituato ad un cinema dell’eccesso, costruito per sovrapposizione di suoni, vicende, trovate di regia non sempre funzionali alla storia. Da sempre indicato come uno dei più originali registi americani contemporanei, ha spesso pagato questo eccesso di foga creativa nei suoi film. Il teorema del delirio e Requiem for a dream – i due film d’esordio che l’hanno consacrato – avevano il loro unico difetto proprio nell’equilibrio instabile tra forma e contenuto: audace nello stile ma deludente nella risoluzione della storia il primo, esagitato e tendente quasi alla forma “videoclip” il secondo.

Dopo il mezzo passo falso di The Fountain – film pasticciato al limite del kitsch – Aronofsky aveva stupito il pubblico con la semplicità dell’intenso The Wrestler, capace anche di rilanciare Mickey Rourke: caratterizzato da uno stile asciutto – nonostante la storia drammatica – il film mostrò un lato del regista fino ad allora sconosciuto.
Questo Cigno nero sembra tentare una sintesi matura tra le diverse esperienze.

La storia si inserisce in un filone classico del genere “thriller-psicologico”, ossia il tema del doppio. Una giovane ballerina viene scelta per il ruolo da protagonista ne Il Lago dei cigni: ma se con la sua grazia e il suo aspetto quasi incorporeo risulta da subito perfetta per l’interpretazione di Odette, più complicata è l’immedesimazione nel ruolo di Odile, il cigno nero, per il quale Nina dovrà far uscire malizia e sensualità che le sembrano estranee. A complicare la ricerca del proprio “lato oscuro”, arriverà una nuova ballerina che sembra l’opposto della protagonista…

Il doppio, dicevamo. Il cuore del film è tutto lì: costretta a costruire una nuova sé, Nina si immergerà in un lavoro sulla propria personalità dagli esiti incerti. Ma il regista ci pone subito di fronte ad un interrogativo: Nina dovrà costruire il proprio lato oscuro ex novo o semplicemente lasciare che affiori, fino quasi a rimanerne annientata?
Senza svelare troppo, possiamo anticipare come il personaggio di Nina ci venga da subito mostrato complesso, oscuro, articolato. La purezza che le viene riconosciuta all’interno del corpo di ballo e in particolare dal suo maestro non corrisponde ad una personalità lineare. Gli altri personaggi del film vedono a lungo un’unica Nina, mentre il regista è abilissimo a mostrarci sin dall’inizio come il “doppio” – in fondo – stia sempre annidato lì, da qualche parte.

La potenza del film è nell’inquietudine che lo attraversa dall’inizio alla fine, senza che questa abbia bisogno di grosse trovate o colpi ad effetto per emergere. Veniamo catturati da una narrazione che non procede secondo uno schema classico “introduzione-svolgimento-spiegazione”, ma ci mostra in modo costante, dal primo all’ultimo minuto, la perversione e la follia di una personalità contorta, senza affogare in trite considerazioni pseudo-psicologiche sulle cause del disturbo.

Non è un film a tema, né tanto meno un tentativo di “spiegare” la follia. Il Cigno nero è un’immersione emotiva. Siamo messi davanti ad un disagio evidente che provoca malessere e ci mette in posizione di privilegio rispetto agli altri personaggi del film e alla loro visione parziale di Nina. Così il senso del film non è tanto nell’attesa del crescendo finale che porterà a capire i motivi del disturbo, ma nella sottile empatia che il regista abilmente e in modo perverso costruisce sin dall’inizio tra noi e Nina, con il suo corpo e la sua psiche sempre al centro della scena, scandagliati, tartassati quasi, da una regia che non lascia spazio ad altro.

Aronofsky, dunque, si conferma con un film che nei temi trattati riprende le situazioni estreme del passato, ma lo fa con uno stile e una modalità di racconto più saldi. Non ci sono elementi superflui, esagerazioni, tentativi di sconvolgere il pubblico con facilonerie: solo un paio di concessioni ad alcuni clichè horror, ma è un prezzo che si può pagare e che non scalfisce la solenne inquietudine che pervade l’intero film.
Il balletto fornisce l’ambientazione perfetta, con la sua estetica dei corpi e l’ambiguità dell’interpretazione. Il Lago dei cigni, in particolare, offre il materiale ideale per un film sul doppio, amalgamandosi in modo talmente convincente con la vita privata di Nina da creare un unico straordinario flusso narrativo.

Un’opera compatta, che convince proprio perché non si lancia in abusate analisi della follia ma la sviscera in modo emotivo e potente, senza indulgenze e moralismi. Oscar (meritato) per l’interpretazione alla Portman e, forse, definitiva consacrazione di uno dei registi americani più interessanti.
(Fonte Foto: Rete Internet)

Regia di Darren Aronofsky, con Natalie Portman, Barbara Hershey, Vincent Cassel, Mila Kunis, Winona Ryder
Titolo originale: Black Swan
Paese: Stati Uniti
Durata: 110 minuti
Voto 7/10

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