La situazione sociale ed economica è preoccupante. Ma non dobbiamo perdere la speranza che una nuova classe politica ci tiri fuori dal pantano in cui siamo precipitati. Di Don Aniello Tortora
Circa un quarto degli italiani (il 24,7% della popolazione, più o meno 15 milioni) «sperimenta il rischio di povertà o di esclusione sociale». Il rischio povertà riguarda circa 7,5 milioni di individui (12,5% della popolazione). Mentre 1,7 milione di persone (2,9%) si trova in condizione di grave deprivazione. Nelle regioni meridionali, dove risiede circa un terzo degli italiani, vive il 57% delle persone a rischio povertà (8,5 milioni) e il 77% di quelle che convivono sia col rischio, sia con la deprivazione sia con intensità di lavoro molto bassa (469mila).
Non lavorano e non studiano, soprattutto donne e nel Mezzogiorno (poco oltre 2,1 milioni), i giovani fra i 15 e i 29 anni che non hanno un lavoro e non frequentano alcun corso di istruzione o formazione. Nel 2010, è occupato circa un giovane ogni due nel Nord, meno di tre ogni dieci nel Mezzogiorno. Ben 800mila donne, con l’arrivo di un figlio, sono state costrette a lasciare il lavoro, perchè licenziate o messe nelle condizioni di doversi dimettere.
Le famiglie italiane sono ancora in ginocchio per la crisi economica che ha colpito il paese.
La percentuale di famiglie materialmente deprivate sale al 26,0 per cento nel Mezzogiorno e scende al 9,7 al Nord. Ma, nonostante tutto, anche nel 2010 la famiglia ha svolto il ruolo di ammortizzatore sociale nei confronti dei giovani, affiancandosi alla cassa integrazione che ha sostenuto una larga quota di adulti con figli. Per quanto riguarda il reddito disponibile delle famiglie, questo si concentra per il 53% nelle regioni del Nord, per il 26% nel Mezzogiorno e per il restante 21% nel Centro.
Potremmo fare, davanti a questi dati, tre considerazioni. La prima è legata ad un tasso di crescita dell’economia italiana del tutto insoddisfacente; anche i segnali di recupero dei livelli di attività e della domanda di lavoro non sono ancora tali da riuscire a riassorbire la disoccupazione e l’inattività e quindi non ci sono le condizioni di rilancio di redditi e consumi.
Una seconda valutazione è legata alla maggiore vulnerabilità delle persone e delle famiglie. A parità di altre condizioni, oggi i guadagni sono inferiori, come minori sono anche le prospettive di sviluppo. Il prezzo più elevato della crisi è pagato dai giovani e dalle donne: mentre sono escluse dal mercato del lavoro, portano un carico significativo legato al sistema di cura, supplendo alle carenze del sistema pubblico. Anche molti anziani vivono in condizioni di disagio, legato all’erosione dei legami sociali e all’emergere di nuove solitudini.
Infine, la crescente debolezza economica e sociale dell’Italia del Sud riavvia fenomeni di migrazione e un conseguente depauperamento del capitale umano disponibile.
La gente è sempre più preoccupata per il proprio futuro e guarda con incredulità e stupore a una politica “da palazzo” che si allontana sempre più dai loro problemi veri e reali, e incapace di dare risposte adeguate.
A tal proposito mi sembrano molto significative e puntuali le riflessioni del Card. Bagnasco, all’ ultima Assemblea dei Vescovi italiani:
“Dalla crisi oggettiva – ha detto – in cui si trova, il Paese non si salva con le esibizioni di corto respiro, né con le slabbrature dei ruoli o delle funzioni, né col paternalismo variamente vestito, ma solo con un soprassalto diffuso di responsabilità che privilegi il raccordo tra i soggetti diversi e il dialogo costruttivo”.
“Se ciascuno – ha ribadito, inoltre, Bagnasco – attende la mossa dell’altro per colpirlo, o se ognuno si limita a rispondere tono su tono, non se ne esce, tanto più che la tendenza frazionistica si fa sempre più vistosa nello scenario generale come all’interno delle singole componenti. La gente è stanca di vivere nella rissa e si sta disamorando sempre di più dalla politica” che appare “non raramente, inguardabile, ridotta a litigio perenne, come una recita scontata e, se si può dire, noiosa”, ha affermato il cardinale, che ha definito senza mezzi termini "vaniloquio" quello a cui assistiamo nel dibattito politico: “una spirale dell’invettiva – ha spiegato – che non prevede assunzioni di responsabilità”.
“Gli appelli a concentrarsi sulla dimensione della concretezza, del fare quotidiano, della progettualità, sembrano – ha lamentato il Presidente della CEI – cadere nel vuoto”.
Mai dobbiamo perdere la speranza che una nuova classe politica possa al più presto farci uscire dalle sabbie mobili nelle quali ci siamo attualmente e socialmente impantanati.
(Fonte foto: Rete Internet)

