Malick ha conquistato la Palma d”Oro all”ultimo festival di Cannes, stupendo la critica e il pubblico con un film difficile e ambizioso. Dietro le immagini si nasconde una riflessione straordinaria sul significato dell”esistenza.
L’ultima Palma d’oro a Cannes mette seriamente alla prova la possibilità di recensire un film restituendo al pubblico una parte del suo significato. Non ci sono motivi razionali per i quali The tree of Life potrà piacervi. Passate le due ore e venti di “bombardamento” visivo, sentirete – un sentire irrazionale, fisico – di aver assistito ad uno spettacolo sublime oppure potrà succedere che avvertirete un’impellente voglia di alzarvi dopo la prima mezzora chiedendovi: ma questo è un film?
Sfidiamo il buonsenso e proviamo a parlarne.
Per iniziare, può essere più facile chiarire quello che il film di Malick non è. Tutti sono più o meno d’accordo sul plot del film. Al centro troviamo una classica famiglia americana degli anni Cinquanta alla quale – lo vediamo nei primissimi minuti – viene comunicata la morte di uno dei figli.
E, sorpresa, il copione finisce qui. Nei primi dieci minuti viene esaurito l’unico elemento “drammatico”, nel senso specifico di “azione” narrativa.
Ebbene, buona parte dei giudizi negativi su questo film nasce da questo limite. Per molti il cinema è il racconto di una storia, di qualunque genere purché presenti uno sviluppo narrativo. Tuttavia, un film può essere anche la rappresentazione simbolico-visiva di un’idea, uno sguardo che non deve seguire sentieri comunicativi classici. The Tree of life appartiene a questa seconda categoria. Non è costruito su una storia, ma è pura rappresentazione, quadri in movimento legati dall’intento di riprodurre simbolicamente un tema e non da quello di distendere una trama.
E l’ambizione del tema è notevole. Molti film si sono interrogati sul mistero dell’esistenza. L’opera di Malick si inserisce in questo filone seguendo un percorso schematico “annunciato” nella prima parte, che può essere considerata quasi un’introduzione didascalica. La morte di un ragazzo – unico elemento narrativo – diventa lo spunto per legare le vicende di una famiglia ordinaria agli interrogativi sulle forze che muovono l’universo, un rapporto che non viene affrontato da una prospettiva laica bensì partendo dalla piena consapevolezza che dietro queste forze ci sia un grande manovratore.
Il regista sceglie di rappresentare questo rapporto attraverso l’enunciazione, fatta dalla madre del ragazzo, dell’esistenza di due forze contrapposte che regolano allo stesso tempo l’universo e l’agire umano: natura e grazia. La prima è l’impulso a condizionare, prevaricare; la grazia è lo stimolo alla comprensione, alla simbiosi. La perdita di un figlio ci introduce al ragionamento sul significato e sul rapporto reciproco tra le due forze primordiali e diventa, attraverso la sofferenza, il veicolo della comprensione di una forza regolatrice inafferrabile.
La prima parte del film è occupata da una ventina di minuti – molto criticati – durante i quali sullo schermo vengono proposte lunghe immagini di eventi naturali, paesaggi, vita animale e fenomeni cosmici. La legittima accusa di prolissità (non bastavano un paio di sequenze?) può essere respinta più sul piano emotivo che su quello razionale. Esposto nei primi minuti il conflitto dialettico alla base del film, l’incursione prolungata tra le forze – animali e naturali – del cosmo ha l’obiettivo di stordire lo spettatore con immagini che rinviano alla continua sovrapposizione tra grazia e natura nell’ordine divino del mondo.
Lo sguardo sul mondo naturale cede il passo a quello più lungo – perché più complicato – sul microcosmo umano e, dunque, sulla famiglia al centro del film. Come le scene sulla natura, anche le vicende umane non formano un filone narrativo consequenziale, assumendo i contorni di piccoli eventi e rappresentazioni del quotidiano. Il protagonista, il fratello del ragazzo morto, attraverso la contrapposizione tra la figura del padre (natura) e quella della madre (grazia) si muove sullo schermo immortalato da una serie di immagini che lo dipingono mentre sperimenta l’inevitabilità delle due forze.
Vedremo lo stesso ragazzo da adulto ancora alla ricerca di un’armonia tra le due anime (dell’uomo e del cosmo), una ricerca che diventa non solo un mezzo per comprendere e accettare il proprio passato – la morte del fratello, l’amore per la madre e il rapporto controverso con il padre – ma soprattutto un percorso per rapportarsi a Dio. Natura e grazia, bilancia dell’agire umano e dell’universo, sono l’essenza stessa di un divino che l’uomo non comprende e al quale deve rassegnarsi, perché riconosce l’inevitabilità di quello stesso conflitto al proprio interno e comprende che è quel conflitto a renderlo partecipe dell’ordine divino.
Per affrontare temi tanto complessi, Malick sceglie la strada più coraggiosa, forse l’unica possibile. The tree of life è ostentatamente anti-narrativo. Le scene sono finestre sulla vita quotidiana, estetizzate da lunghe carrellate, da voci fuoricampo che riportano i pensieri senza “guidare” lo spettatore, frammenti lontani gli uni dagli altri per i contenuti ma vicini nei simboli. Non c’è racconto, si diceva, ma solo rappresentazione. Ed è la scelta migliore per evitare la tentazione di legare i temi trattati ad una singola vicenda. Qui di classico c’è solo l’input (il lutto), dal quale parte una riflessione che coinvolge in un’unica danza l’universo e l’uomo, la natura e la grazia, fino a toccare Dio.
Non è un film facile, né vuole esserlo. È l’opera di un grande autore che ha scelto di ridare nuova forma a vecchi temi, immergendo le profonde riflessioni sulla natura dell’uomo e di Dio in un linguaggio dove le parole sono messe ai margini, quasi fastidiose, e lasciano il campo al potere delle immagini, alla suggestione del mistero della vita che si nasconde dietro una foglia, un bambino o un’esplosione nel cosmo.
(Fonte foto: Rete Internet)
Regia di Terrence Malick, con Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Hunter McCracken
Durata: 140 minuti
Uscita nelle sale: 18/05/2011
Voto 8,5/10






