A Napoli, nei primi del “900, scoppia la mania della delazione, del >pigliaeporta. Per costoro, il grande clinico Camillo de Renzi suggeriva la stessa dieta degli impotenti e dei frigidi. Di Carmine CimminoCome ho messo piede nella Biblioteca di Noviano, ho avuto la fortuna di trovare un fascio sostanzioso di carte inedite di tale Pepe Marlò Mastriani, che visse, lo si deduce a prima lettura, l’ultimo ventennio dell’Ottocento e il primo cinquantennio del Novecento. Fu, dicono le carte, un cronista della “mala“, ma poiché le tracce di un Pepe Marlò Mastriani giornalista non le ho trovate da nessuna parte, nemmeno nel libro preziosissimo di Raffaele Giglio, Letteratura in colonna, oso supporre che questo nome di rumorosa solennità sia stato in realtà uno pseudonimo, dietro cui si nascondeva, non so per quali motivi, un giornalista dalla penna elegante e pungente.
Mastriani è cognome napoletano, ma Pepe? E proprio Pepe si firma, quel tale, e non Peppe: sempre e solo Pepe, in tutti i fogli, che sono centinaia. E Marlò? Bah! Chi possiede la luce mi illumini. Il 7 marzo del 1912 questo Pepe Marlò Mastriani nota, su un foglietto di carta strappato da una moleskine Truman & Faber, che da cinque mesi, e cioè da quando l’Italia ha dichiarato guerra all’Impero Ottomano per togliere ai Turchi la Tripolitania e la Cirenaica, a Napoli cresce di giorno in giorno il numero di quanti si strappano i denti, e si recidono la punta del naso, o un orecchio, o perfino parti sostanziose di quegli organi complessi che sono il fondamento della mascolinità: e fanno di sé tanto macello, per non essere arruolati, e inviati a combattere contro i Turchi, e i Brassa e i Senussi.
Dieci giorni dopo, in un quadernetto dalla copertina color giallo cromo il Mastriani scrive di aver saputo da un giudice che a Napoli e in provincia è scoppiata un’epidemia di anonimato, e niente riesce a fermare il contagio. Centinaia di lettere anonime, neri stormi di corvi gracchianti, oscurano il cielo e appestano l’aria tra il Golfo e il Vesuvio.
E cresce – glielo conferma uno spione della polizia, che forse non gradisce la concorrenza – cresce il numero degli informatori, dei delatori, dei pigliaeporta. Pare che sia diventata una moda, una mania. Nullafacenti, nullatenenti, ricchi proprietari, ambulanti, sensali, e professionisti, perfino, girano per le piazze, si appostano nei caffé, vagano per i mercati, si infiltrano locchi locchi in gruppi e assembramenti, e osservano, ascoltano, memorizzano, per poi riferire a brigadieri guardie daziarie guardie a cavallo guardie urbane vigili del fuoco sindaci assessori uscieri e furieri ciò che hanno visto e sentito e anche solo annasato.
Scrive il Mastriani, con la sua nervosa grafia, in fondo alla pagina. “Non c’ è da stupirsi. Non c’è giorno in cui negli uffici dei giornali i corrieri postali non scarichino ceste di lettere al direttore i cui autori, dopo aver criticato polemizzato accusato, dopo aver impartito lezioni di sapienza di scienza e di morale urbi et orbi, a destra e a sinistra, si scordano, coraggiosamente, di firmare col proprio nome, o firmano con nomi vezzosi, Esterina, Orchidea, Giusquiamo, Briseide. Forse è colpa del Vesuvio, e delle piogge acide che danneggiano cuori e cervelli“. L’8 maggio Pepe Marlò (potrebbe essere un nome spagnolo? Marlò, Mirò?) in una lunga lettera racconta il tutto al grande clinico Camillo de Renzi e gli chiede se vi siano rimedi, e farmaci, e diete contro questa alluvione di viltà (egli scrive precisamente, contro tanta proluvie morbile di viltà).
Il 12 maggio il clinico così risponde: “Mi consenta, signor Mastriani, di osservare, in via propedeutica e per necessità di metodo, che Ella tende a confondere passioni e affezioni diverse. Il soldato che fugge davanti al nemico, il soldato che scappa ancor prima di aver visto il nemico, chiunque dimentichi il proprio onore e la propria dignità davanti a una pistola puntata, o a un bastone levato in alto e pronto a colpire: ebbene, tutti costoro soffrono di vigliaccheria, o codardia che dir si voglia. Che è un pathos, una passione, in alcuni casi momentanea, e più spesso duratura: ma è pur sempre una passione, diciamo così, attiva, perché mira, anche se attraverso comportamenti ignominiosi, a conservare un bene supremo, la vita”.
“Su tale passione può produrre qualche benefico effetto il brodo nero, spruzzato di sangue fresco di cinghiale, o anche di sangue di toro. È un’antica ricetta, messa a punto dagli Spartani. Io non mi oppongo a chi consiglia di aggiungere a questa terribile mistura anche aceto di vino rosso vesuviano, e una colma manciata di fleur de sel, i preziosi cristalli di sale grosso: ma preferisco quello che viene dalla Norvegia, ricco di guerreschi umori vichinghi, al fior di sale della delicata Provenza. Disperata, invece, mi appare la condizione degli altri, che sono precipitati nell’orrore di negare il proprio nome e di sdoppiarsi l’identità. Essi sono preda di una passione passiva, e dunque di un’affezione: e questa affezione è la viltà propriamente detta, che ha tratti in comune con la melanconia e con l’accidia”.
“Essi negano il proprio nome perché negano sé stessi, convinti, assai spesso a ragione, talvolta a torto, di non valere niente, di essere, come dicevano gli antichi, nullius momenti, di nessuna sostanza. Immersi nella palude di questo terribile sentimento, che, nei casi più gravi, li spinge a temere perfino che, se si guardano allo specchio, lo specchio non rifletterà nessuna forma, ma solo il vuoto e l’assenza, essi spruzzano sugli altri i neri umori della loro viltade. Sporcano. Offendono. Infangano. È un istinto, un impulso, un’incontinenza. Non lo fanno apposta. Non è odio. L’odio è pur sempre una passione attiva, e i vili non sono in grado di provare passioni attive e forti: le porte dell’animo loro si aprono solo a ciò che è basso e meschino”.
“Se avessi una qualche fiducia in quei signori che a Parigi e a Vienna vanno costruendo, con chiacchiere e trucchi da circo, una medicina dell’anima, direi che ai vili resta una sola speranza: aggrapparsi alle chiassose promesse di questi imbonitori. Io mi limito a far notare che i vili consumano le ore in uno stato di prostrazione cinerea. Potrebbe, perciò, essere utile anche a loro la dieta che si consiglia ai frigidi e agli impotenti: beveroni al peperoncino, che però infiammano i canali della digestione, e sono tormenti infernali; testicoli di toro impanati nella crusca; creste di gallo nero da combattimento, di Liegi”.
“Io, che sono un seguace della medicina analogica, aggiungo alla lista le paste a forma di mammella, note come seni di vergine, a patto che siano ripiene non della tradizionale crema pasticciera, che seda e assopisce, bensì di polpa di gamberoni e di lingue di passero. Ma soprattutto è indispensabile che i vili siano tenuti lontani, anche con la forza, dagli specchi e da tutte le superfici riflettenti. È indispensabile che non scoprano la scioccante espressione del loro volto. I guasti sarebbero irreparabili, definitivi”.
Questa è in, sintesi, la risposta del De Renzi. La dura polemica contro Charcot e Freud è un documento dei tempi. Il resto della lettera dice poco a chi, come noi, ha la fortuna di vivere in una società che mangia pane e coraggio. Coraggio e pane.
(Foto: Opera di Louise Bourgeois, Untitled (2003), tessuto e acciaio inox)






