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CAMORRA, GOMORRA E COPERTINE SIMILI

Il libro di Roberto Saviano ispira ancora; perfino alcuni elementi della copertina vengono ripresi per promuovere il lancio di libri di altri autori. Gomorra fa ancora discutere: ma perchè sta sullo stomaco a tanti? Di Carmine Cimmino

Marcella Marmo, docente di storia contemporanea alla Federico II, “studiosa della criminalità e della politica criminale tra Otto e Novecento“, paziente ricercatrice di documenti d’archivio sulla camorra dell’ Ottocento, a questa camorra ha dedicato il suo libro “Il coltello e il mercato – la camorra prima e dopo l’unità d’Italia “, pubblicato di recente. In realtà, alla camorra “prima dell’unità d’Italia“ non sono riservate molte pagine. È probabile che gli studiosi attendano i risultati delle ricerche condotte da qualche tempo – era ora – presso gli Archivi di Stato sulla consistenza e sull’organizzazione della gamorra borbonica.

“È tutta da svolgere – scrive la studiosa – la ricerca sulla polizia borbonica, che non si è spinta oltre il decennio francese.”. Ci vorrà molto tempo, e credo che alla fine sarà necessario scrivere daccapo capitoli fondamentali della storia dell’Onorata Società. Il coltello e il mercato esamina vicende e personaggi significativi della camorra del secondo Ottocento e si chiude con l’ uscita di scena dell’ultimo capocamorra del secolo, Francesco Cappuccio ‘o signurino , morto nel 1892, e di Teofilo Sperino, campione di guapparia, già garibaldino, morto nel ’93, e con qualche riferimento al processo Cuocolo. Che apre il secolo XX, e che è, per numero e ruolo degli imputati, il primo processo di camorra: ed è anche, forse non per caso, uno dei processi più “truccati“ e manipolati – dagli inquirenti, non dagli inquisiti – della storia giudiziaria italiana.

Ha suscitato qualche perplessità la copertina del libro della Marmo, assai simile a quella di Gomorra, il best-seller di Roberto Saviano, “Fratelli coltelli. Rosa fucsia, minacciosi e d’autore, perché nati dalla mano di Andy Warhol, quelli che campeggiano sulla copertina di Gomorra. Violacei, con una linea che richiama i pezzi di argenteria di cui generalmente ci si lamenta perché non tagliano mai, quelli scelti per II coltello e il mercato“.

Così ha scritto Chiara Marasca sul Corriere del Mezzogiorno del 13 maggio. Quando ho visto la copertina, ho pensato che una intenzione ironica avesse spinto il grafico a sostituire gli appuntiti coltelli di Warhol con coltelli costosi e forse inutili, simbolo della pacchianeria di certi camorristi. Invece l’editore ha rivelato che il grafico si era proposto “di provare a dissacrare un’opera attorno alla quale si è creata una sorta di alone di intoccabilità“.

Il 10 maggio 2007 il Corriere del Mezzogiorno pubblicò uno stralcio del saggio di Marcella Marmo “Camorra come Gomorra: le virtù mediatiche del romanzo no fiction di Roberto Saviano” che sarebbe apparso dieci giorni dopo nella rivista francese “La Vie de Idées“. Lo stralcio del Corriere portava il titolo Saviano spiegato ai Francesi. Analisi di una penna bulimica. La studiosa definiva Gomorra un racconto sociologico di qualità, che però “ha propensione scarsamente analitica “. Saviano non approfondisce “il nodo cruciale della particolare violenza delle guerre di mafia nel quadro contemporaneo, in cui i mercati illegali di lunga distanza, l’espansione della spesa pubblica e la stessa déregulation del ciclo liberista allargano di molto l’accumulazione per vie criminali”.

L’autrice non condivideva la spiegazione che Saviano dà delle guerre di camorra che si combattono senza tregua tra Napoli e Caserta dal terremoto dell’’80, e non giustificava la “disinvoltura“ con cui egli parla di borghesia camorrista, di questa imprenditoria rampante, di cui lo stesso Saviano confessa di sentire il fascino. La Marmo non faceva sconti: “ In sintesi, la confusione teorica che affolla alcune pagine di Gomorra paga lo scotto al radicalismo necessariamente approssimativo della cultura no global / new global, diffusa nella cultura di opposizione (non solo giovanile)”.

Insomma, la storica riteneva che il valore del libro fosse soprattutto letterario. La penna di Saviano le appare ingorda di immagini, di metafore, e anche di iperboli, e il tema della camorra, con i suoi aspetti “estremi“, mette a disposizione di questa voracità tutto il cibo che le serve. “In ogni parte del libro l’angoscia regressiva che prende allo stomaco, il disgusto, rimbalza dalle numerosissime metafore corporee che alludono a un dentro / fuori propriamente viscerale. Pare che lo scrittore sia ossessionato dalla invasione delle merci”.

Non credo che il fascino delle cose sia un “argomento“ solo letterario: chiare manifestazioni di questo concreto incantamento prodotto dagli oggetti si trovano nelle confessioni di briganti, camorristi, ladri e grassatori dell’Ottocento, nei dettagliati elenchi forniti dalle vittime di rapine e furti, e perfino nelle note di polizia. La Marmo, dopo aver sezionato il romanzo – saggio con quasi tutti i coltelli dell’analisi letteraria: la psicanalisi, la sociologia, la stilistica, lo giudicava “bello“- “è il primo testo letterario di livello in 150 anni di scrittura sulla camorra ”-, ma si domandava, perplessa, se fosse “efficace nel rilancio della politica antimafia, di cui Napoli e la regione Campania hanno un concreto bisogno”. Questo nel 2007. Il resto è noto.

Saviano segue la strada che gli viene indicata dalle sue idee, dal ruolo che si è assegnato, dal “personaggio“ che si è costruito addosso, e che assomiglia molto a un Cavaliere Solitario. Da due anni sono entrati in azione pompieri e sfasciamiti, qualcuno accusa lo scrittore di gettar fango su Napoli e sull’Italia con le sue storie di camorra, lo scrittore si permette di dire che qualche coorte di ‘ndranghetisti ha messo accampamento e bottega anche dalle parti di Milano, la Lega strepita, una certa sinistra già strepita da tempo. Nel 2010 Alessandro Del Lago ha pubblicato il pamphlet “Eroi di carta“, in cui spara a palle incatenate su Saviano, populista, moralista, impolitico e perfino “cattivo scrittore“. Va in scena il solito teatro delle parti.

Se Del Lago attacca, Roberto Esposito difende: Saviano è un coraggioso e il suo libro è “insieme saggio di denuncia e testo letterario. Questo non piace a chi ama la distinzione pura dei generi “. Intervistato da Simona Brandolini (Corriere del Mezzogiorno, 26 maggio 2010), De Giovanni ringrazia Del Lago per aver avuto il coraggio di lanciare il grido di liberazione: basta con la Savianeide, basta con gli angeli vendicatori. Che Saviano irriti una certa sinistra più di quanto il fumo irriti gli occhi, mi pare cosa naturale, considerati i problemi della sinistra napoletana. Che lo scrittore abbia esagerato nell’indossare i panni di San Giorgio che combatte da solo contro il drago, mi pare evidente.

Ma perché egli sta sullo stomaco anche a qualche analista dei fenomeni sociali? In quale riserva di caccia è entrato, senza averne licenza? Alla prossima.
(Foto: Quadro di Alberto Savinio: "L’ Ambizione" – 1944)

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