OTTAVIANO. LA POLITICA SFUMA, MA SULL’ACQUA SI DEVE PARLARE CHIARO E FORTE

I fatti di questi giorni dimostrano che la gestione dell”acqua svolge un ruolo primario nel controllo dell”ordine sociale. Di Carmine Cimmino

Per qualche stagione si disse che la causa prima della crisi idrica estiva era un tubo, che si rompeva, a scadenza fissa, dalle parti di Bosco: e non ho mai capito se si trattasse di Boscoreale, o di Boscofangone. Osai supporre che fosse lo stupido scherzo di uno dei démoni maligni che abitano nelle viscere del Vesuvio. L’anno scorso il tubo non si è rotto: oso supporre che i démoni siano fuggiti via dalle viscere del Vesuvio, perché non sopportano il fetore che cala giù dalle cave piene di monnezza. I démoni, che sono esperti di puzza, sanno qual è la differenza tra monnezza e rifiuti: sono démoni, non tordi cantajuoli.

I fatti di Somma Vesuviana dimostrano, ancora una volta, che la gestione dell’acqua svolge un ruolo primario nel controllo dell’ordine sociale. Chi, durante un’emergenza, regola i flussi dei rifornimenti idrici e stabilisce il calendario dei turni di approvvigionamento condiziona, di fatto, modelli e regole della vita pubblica, oltre che di quella privata, soprattutto se l’emergenza si prolunga nel tempo: soprattutto se l’economia di un Comune è costruita sul turismo, e, in particolare, – è il caso di Somma – sul turismo della ristorazione. La crisi idrica innesca rapidamente tensione e agitazione. Ma è il difetto di informazione che fa salire impetuosamente la febbre del malcontento. Il cittadino, scosso fino all’ossessione dalla mancanza d’acqua, pretende di essere informato immediatamente, direttamente, con precisione.

I centri telefonici e i siti informatici del Gestore non rispondono al bisogno, e non tutti gli utenti sono in grado di contattarli. Servono ondate di manifesti, quelli grandi, a caratteri di grosso calibro, non i fazzolettini di carta incollati sui muri che talvolta hanno annunciato, con spartana asciuttezza, che l’approvvigionamento dell’acqua era sospeso. Servono i banditori pubblici. Abbiamo il diritto di sapere da che ora a che ora l’acqua tornerà ai nostri rubinetti. Niente ci fa incazzare quanto il sospetto, che subito diventa certezza, che tutti se ne fottano e che qualcuno cerchi perfino di prenderci per i fondelli. Nisciuno sape niente. Ce mànanno a accattà ‘o ppepe.

Se Somma piange, Ottaviano non ride. Il 29 luglio l’arch. Michele Saggese, consigliere comunale, ha dichiarato a Francesco Gravetti di aver “contattato la Gori“, e “di aver spiegato ai tecnici della Gori che ridurre i rubinetti a secco senza avvertire i cittadini è profondamente sbagliato“. Ho cercato di capire se l’arch. Saggese ha “contattato“ motu proprio, o perché delegato. Ho consultato il sito del Comune, ho letto le schede del sindaco, degli assessori, dei consiglieri di maggioranza: ho trovato poca luce. L’arch. Saggese è presidente della commissione consiliare tecnica, è stato candidato in una lista “socialista, laica e riformista“. Ricordo d’aver letto, di recente, che lui e il consigliere Francesco Ciniglio, candidato nella lista di Rifondazione, firmavano da qualche tempo i documenti politici del PD, ma non avevano mai comunicato ufficialmente di aver aderito al PD.

Non so se poi l’abbiano fatto. Mi soffermai sulla notizia perché mi dimostrava che esiste ancora a Ottaviano una sezione del PD. Ero convinto, non so come, del contrario. Dunque, l’arch. Saggese parla di uno sbaglio. Profondo, ma sempre uno sbaglio: insomma, per il presidente della commissione consiliare tecnica non aver avvertito i cittadini che i rubinetti erano a secco è meno di un errore. Se sapessi ancora meravigliarmi, mi meraviglierei. Un amministratore deve stabilire se la Gori ha l’obbligo contrattuale di informare, direttamente o indirettamente, le Amministrazioni: ripeto, di informare, che è cosa diversa dall’avvertire.

Le Amministrazioni hanno il diritto di conoscere immediatamente cause, termini e gravità dell’emergenza, poiché hanno il dovere di adottare i provvedimenti di competenza. Se il contratto non prevede che la Gori informi, direttamente o indirettamente, le Amministrazioni, mi dite che contratto è mai questo? Se è un contratto “calato“ dall’alto, perché i sindaci non fanno nulla per modificarne i termini? Se il contratto prevede che la Gori informi, e invece la Gori non l’ha fatto, come mi pare di capire, allora questo non è uno sbaglio, ma è una inadempienza contrattuale. E se sia una inadempienza leggera o grave, lo lascio giudicare all’arch. Saggese.

Mi è stato confermato che il sindaco di Ottaviano ha denunciato la Gori. Ma perché non ne dà pubblica comunicazione ai cittadini? Qualcuno ha avuto e ha l’impressione che, quando parlano dell’acqua, coloro che governano la cosa pubblica a Ottaviano usino, forse per analogia, un linguaggio annacquato, una soluzione molto diluita di formule burocratiche e di argomentazioni salottiere: pare, insomma, che non vogliano fare una guerra per l’acqua, anche quando i rubinetti sono a secco, anche quando altri amministratori, dal Vesuviano all’ Agro Sarnese, alzano la voce, protestano, fanno proclami. La seconda Amministrazione Iervolino aborrisce, forse ancora più della prima, dai clamori, dal chiasso, dalle contrapposizioni troppo marcate.

Sfumare, bisogna. Talvolta, nei consigli comunali, l’uso di un linguaggio che si mantiene temperato e mite anche nel crepitio di qualche vampa polemica, rara in verità, svela un virtuosismo oratorio, chiamiamolo così, che merita di essere sottolineato e commentato. E tuttavia, sig. Sindaco, in certi momenti è necessario parlare in modo chiaro e forte. Nel rispetto della legalità, certamente. Possibilmente, della legalità sostanziale, oltre che di quella formale. Però bisogna parlare in modo chiaro e forte, in certi momenti.

Mi sembra ozioso, a questo punto, chiederci chi deve informare i cittadini. Qualche anno fa, quando ancora funzionava l’Ufficio del Difensore Civico, mi fu spiegato che anche questo compito toccava alla Gori. Ma le ragioni sostanziali della questione vogliono e pretendono che l’Amministrazione informi i cittadini sempre, anche se altri Enti hanno già provveduto: e li informi costantemente, per tutta la durata dell’emergenza. Un’Amministrazione che voglia rappresentare autenticamente la comunità, deve avere anche il coraggio di scrivere sul manifesto: Concittadini, non possiamo dirvi niente, perché nessuno ci dice niente: e di trarre le conseguenze.

Secondo le previsioni degli esperti, all’emergenza della monnezza seguirà quella dell’acqua. E allora non basterà l’autobotte che la Gori ha promesso, oggi, all’ arch. Saggese. Ottaviano avrà bisogno di fiumi d’acqua. Mi si dice, per esempio, che il “P.U.C.“ destina le terre della Maveta, a valle della Vesuviana, all’agricoltura: qualcuno pensa di impiantarvi una coltivazione di pomodori. E l’acqua? Da dove si prende, l’acqua ? Ma quelle non sono terre per i pomodori. I Domenicani e i Gesuiti vi seminavano fave. Ma sono sicuro che il destino urbanistico di quelle terre corrisponderà alla loro vocazione, che non è né georgica né pastorale. Quando verrà approvato il testo definitivo del P.U.C., si vedrà che avevo ragione.
(Foto: "Acquajole" di Giacinto Gigante, matita, penna e acquerello -1835)

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“CREARE É RESISTERE, RESISTERE É CREARE”

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La frase del titolo di questo articolo è ripresa dal libro “Indignatevi” di Stèphane Hessel, che sta ricevendo ottima accoglienza. E di questi tempi di motivi per indignarsi ce ne sono parecchi. Di Giovanni Ariola

Il prof. Carlo è rimasto solo nell’Istituto che da domani sarà chiuso per le vacanze estive. Luigi il custode, ormai settuagenario, ha fatto domanda di pensionamento e, approfittando delle ferie, lascerà definitivamente l’Istituto. Ha annunciato, nel salutare, che partirà con sua moglie Giuseppina per Santa Maria Castellabate, nel Cilento, “una delle perle più luminose del nostro mare”, come la definisce, dove ha un poco di proprietà e dove vive sua figlia Elisabetta: è contento, anche se alquanto rammaricato di non poter concedersi il solito soggiorno settembrino a Chianciano perché dovrà affrontare non poche spese per “sistemare” la casa dove andrà ad abitare.

Annella spera di sostituirlo ma il direttore non glielo ha dato per certo a causa dei notori e ormai famigerati tagli ai finanziamenti statali. Per il momento avrà a settembre prossimo un contratto a termine di tre mesi e un “poi si vedrà”. Annella spera e sogna…mentre gli occhi le si velano di pianto per la paura che ormai è diventata la sua compagna abituale, la paura, lei precaria ( dal lat. precarium = ottenuto con preghiere! E il diritto al lavoro?), di udire da un momento all’altro la sentenza: “Ci dispiace…non abbiamo più fondi…non ti possiamo più tenere…”.

Il prof. Eligio ha fatto sapere che non è partito e non partirà per Roccaraso…È partita solo la moglie con i ragazzi. Lui non se l’è sentita di lasciare sola la madre ottantaquattrenne in ospedale dove è stata ricoverata d’urgenza per un attacco di asma, causato quasi sicuramente dall’inalazione dei fumi tossici di uno dei tanti roghi di spazzatura che allietano in questi giorni la città di Napoli.
Anche il prof. Geremia ha deciso di rimanere a Napoli e di attendere che si sblocchi questa situazione ormai tragica dei rifiuti: ha aderito a un comitato di cittadini che ha comunicato al Sindaco e all’assessore all’ambiente la disponibilità a collaborare al progetto “Napoli pulita (dalla spazzatura e non solo)”. Il comitato s’ingrossa di giorno in giorno di nuovi adepti, tutti sollecitati da uno scatto di orgoglio e indignati per le prese di posizione molto altruistiche e solidali da parte di nostri (??!!) governanti illuminati e disinteressati.

Il prof. Piermario è ripartito per la Libia dove, a suo dire, il cammino verso la democrazia e la libertà è ancora lungo e doloroso. Ha fatto balenare la possibilità non di unirsi agli insorti, essendo contrario per principio ad ogni guerra, bensì di entrare a far parte di una organizzazione umanitaria che si occupa delle famiglie colpite dall’evento bellico.

Il prof. Carlo ha appena aperto e sta leggendo una lettera giunta con la posta del mattino. È di Michele, il suo ex-allievo, “il dottorino” come lo chiamavano affettuosamente in Istituto, che scrive dalla Germania, dove è stato ammesso finalmente al dottorato di ricerca con una dignitosa indennità; si scusa di non poter venire a Napoli, come aveva preannunciato e promesso, per motivi familiari. I genitori, proprio per sottrarsi al puzzo insopportabile del cumulo di monnezza che si era formato davanti al portone d’ingresso della loro abitazione e al rischio di contrarre malattie, loro che erano riusciti a malapena a guarire da un’infezione gastroenterica grave, ai tempi del colera del ’73, avevano deciso di raggiungerlo a Monaco e trascorrere lì il mese di Luglio.

Nello scorrere la lettera il prof. si è accorto di aver letto “cumulo di monnezza” ma in realtà la parola scritta era “mondezza”. Sorride perché capisce che era stata una correzione del computer all’insaputa del dottorino che alla rilettura del testo non si era accorto del coerente (con la sua programmazione) ma inopportuno intervento del severo, quanto necessariamente ottuso apparecchio. Questa cosa lo fa riflettere. Nessun napoletano avrebbe scritto mondezza, ma o monnezza o munnezza. Ebbene munnezza deriva chiaramente da monnezza e questo da mondezza per assimilazione della «d». E mondezza? Fatto curioso è che questo termine, derivante dal lat. munditia, significa principalmente pulizia. La sua negazione, ossia sporcizia, è espressa dalla parola immondezza (= in-mondezza = non mondezza) e dalla variante immondizia.
Cosa è avvenuto? Da immondezza per aferesi della negazione iniziale (in = non) si è passati a mondezza e poi al resto. Una persona malevola e malpensante potrebbe concludere che a Napoli pulizia e sporcizia sono intercambiabili, di solito convivono e perfino sono la stessa cosa. Ma non è così, non è più così, vero?

Il prof. prova un po’ di fastidio per il silenzio eccessivo che regna nell’edificio. Nessun rumore neppure da Luigi, dai vari oggetti che tocca nel suo lavoro e dal suo ciancicare con quel suo vocione che di solito si ode da lontano e che il suo proprietario usa per i fini più diversi, anche per imprecare contro il vento che ha fatto sbattere una finestra o contro un moscone che ronza e non vuole uscire. Si concede perciò di accendere la radiolina che porta quasi sempre in borsa e si rallegra quando può ascoltare un concerto dedicato a due musicisti tra i suoi preferiti, Franz Liszt e Gustav Mahler di cui quest’anno ricorrono rispettivamente il bicentenario della nascita e il centenario della morte.

Rasserenatosi, si dedica alla correzione delle bozze del glossarietto integrativo del “Dizionario della lingua italiana. Parole di uso corrente nel XXI secolo”, al quale sta lavorando già da tempo con i colleghi e la cui pubblicazione è prevista per settembre prossimo. Si tratta dei termini nuovi che vengono continuamente coniati (neologismi primari) o termini già esistenti ma riconvertiti ossia usati con un significato nuovo (neologismi secondari). Alcuni sono considerati acquisiti definitivamente, altri sono accettati con riserva, altri infine sono registrati per dovere di cronaca ma sono decisamente sconsigliati.

Tra i termini nuovi ormai è stabilmente inserito ecopolis (= città che ha deciso di combattere in tutti i modi l’inquinamento e salvarsi così dall’autodistruzione; si sta preparando ad adottare le auto elettriche, a promuovere e ad incentivare l’installazione di giardini pensili, anche su grattacieli, ad estendere i parchi pubblici e simili). Altro termine registrato ma di cui ci si augura la non diffusione e un rapido declino è dronizzazione della guerra o guerra dronizzata (è quella che si sta combattendo in Libia, da parte degli USA, ossia una guerra combattuta con i droni = velivoli senza piloti telecomandati da lontano e capaci di colpire e distruggere bersagli nemici con estrema precisione).

Una parola che ha in sé una potenzialità di durata palesemente limitata, insomma potremmo dire una parola a termine, è obamite ( una sorta di ammirazione eccessiva, quasi una infatuazione per il presidente Barak Obama e per tutto ciò che egli rappresenta, o che dice di rappresentare, in termini di uguaglianza sociale, difesa dei diritti dei più deboli sino alla sfida alla classe degli intoccabili, dei paperoni americani, con l’invito – per ora solo l’invito – a pagare più tasse per uscire dal tunnel della crisi e della recessione economica).

Infine una parola, per la verità non nuova anzi antica: indignarsi (dal lat. indignari) da cui il derivato indignati (oggi con una connotazione tutta moderna e con una estensione d’impiego quasi planetaria – Italia, Spagna, Grecia, Nordafrica, Siria, Yemen – indica un gruppo o una massa di insoddisfatti, anzi di esasperati che insorge e scende in piazza a protestare contro la classe politica al potere con l’intento di ottenere la soddisfazione di precise richieste ma anche con lo scopo di destituirla).

E nella nostra epoca, in questi anni di inizio secolo e di inizio millennio che sembravano dover portare un benessere maggiore per tutti e per ciascuno, che invece appaiono strozzati da una crisi che sta causando “lacrime e sangue” in tanti paesi, di motivi per indignarsi ce ne sono parecchi.
E il momento drammatico che stiamo vivendo spiega in parte l’entusiastica accoglienza che ha riscosso il libretto di poche decine di pagine di Stéphane Hessel “Indignatevi” (add Editore, Torino, 2011). Le parole che lo concludono “Creare è resistere, resistere è creare” sono diventate lo slogan di tutti gli indignati.

Ecco l’augurio del vegliardo novantatreenne: “Il mio augurio a tutti voi, a ciascuno di voi, è che abbiate un motivo per indignarvi…Quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati…il grande corso della storia continua grazie a ciascuno di noi…”.

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ATTRAVERSO L’ARTE. SUGGESTIONI SOTTO IL TORCHIO

Pittura, fotografia, artigianato. Sudexpress Management ha presentato CausamalART, evento di arte e artigianato, coinvolgendo artisti ch vivono e operano sul territorio.

Suggestioni, tradizioni, foto stese come lenzuola, quadri tra gli alberi. Domenica scorsa, il 26 giugno, è stata proposta CausamalART. L’iniziativa ha avuto il pregio di riunire alcuni giovani creativi, musicisti, pittori, fotografi, provenienti dall’area vesuviana, che hanno avuto la possibilità di proporre le proprie opere in un momento ricco di fascino. L’evento ha avuto luogo nella suggestiva cornice del Borgo Casamale, il centro storico di Somma Vesuviana, in cui stand, palco, mostre, sono state allestite in uno scenario particolarmente suggestivo, ai piedi del grande torchio, simbolo della tradizione del vesuviano, conservato presso il Primo Circolo Didattico.

Cosa è l’arte per questi ragazzi, che cosa significa operare in questo contesto, in un Paese che sembra non apprezzare mai i propri talenti?
Abbiamo raccolto alcuni spunti, così Walton Zed, musicista e pittore, ci dice la sua idea sull’arte «non siamo autori di nulla … non resta che lasciarsi attraversare dall’Arte». Per Giuseppe Barbato, fotografo che ha esposto, tra l’altro, al Madre «… l’arte è fumo … "Poudre". Nascere e lambire stanze, angoli nascosti di nascoste virtù e ciò che muore è solo la polvere d’un rigo distorto». Racconta un suo desiderio «vorrei fare quello che si può fare fuori di qui … solo che vorrei poter farlo senza andare via». Cesare Panaccione, che ha presentato opere su tela «l’arte è una esperienza, ti permette di entrare in contatto con te stesso, con gli altri, con il mondo».

Alessandro Pone, che ha presentato alcuni scatti che ritraggono la Via Crucis, momento della tradizione di Somma Vesuviana, ci dice «in qualsiasi forma lei si esprima, l’arte è uno strumento con il quale l’artista interpreta la sua visione sulle cose e sul mondo», per R.T. bijoux «l’arte è la virtù di non aver paura di essere se stessi», per Les Folies de Vipa «l’arte come espressione, l’arte come passione, l’arte come liberazione, l’arte come Madre, l’arte come vita….», per Ricicla Pinguro «molte sono le vie, esse cambiano per ognuno di noi, ognuno trova quella più confacente a se stesso, le vie che possiamo esplorare e percorrere per poter materializzare la nostra arte sono quella del movimento, il gesto, il disegno, la parola, la musica, la creazione di sculture e molto altro.

L’arte è il nostro mondo interiore è il riformulare il mondo che ci circonda, è la possibilità di trasformare la gioia, la rabbia, la bellezza, la paura, l’amore, l’odio, tutta la gamma infinita dei nostri sentimenti in qualcosa di concreto di visibile e tangibile. Attraverso l’arte, in senso più generale, abbiamo il magico incontro della terra col cielo». Per ZaZà Shop «Zazà e l’arte: binomio naturale… Il team zazà e la sua clientela sono da sempre sensibili ad ogni forma d’arte e ad ogni manifestazione di essa, essendo i nostri prodotti pezzi unici espressione di creatività di popoli dalle diverse origini, provenienti da tutto il mondo».

I DANNI COMMESSI DAL FIGLIO LI PAGANO I GENITORI. SENZA DUBBIO ALCUNO

Il figlio lancia una palla di fango e calce nel corso di un gioco, il genitore è responsabile per il danno provocato.

Il caso.
Un ragazzo viene colpito all’occhio sinistro da una palla di fango e calce, lanciata da un minore, riportando gravi conseguenze lesive. I genitori del ragazzo denunciano i genitori del minore per ottenere il risarcimento dei danni. Costoro, invece, affermano che la palla non è stata lanciata dal loro figlio, ma da altri nel corso di un gioco, che si era svolto in un cantiere non recintato, per cui ne contestano la responsabilità.

In primo luogo, va rilevato che, secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione (cfr. sent. 4 ottobre 1979, n. 5122; 10 aprile 1970, n. 1008), se il minore è incapace di intendere e di volere, i genitori, con i quali coabita, sono responsabili del fatto dannoso da lui commesso a norma dell’art. 2047 cod. civ., quali persone tenute alla sorveglianza, mentre se il minore è capace di intendere e di volere, i genitori rispondono a norma dell’art. 2048 cod. civ., non solo quali sorveglianti, ma anche come educatori.

In secondo luogo, per vincere la presunzione di responsabilità prevista dall’art. 2047 cod. civ. si richiede la dimostrazione che il fatto si è verificato nonostante il diligente esercizio della sorveglianza materiale ovvero che l’omissione della sorveglianza è stata determinata da impedimento legittimo (cfr. Cass. 28 giugno 1976, n. 2460; 4 ottobre 1979, n. 5122; 10 aprile 1970, n. 1008).

Le abitudini sociali non valgono ad escludere o a mitigare l’obbligo di sorveglianza in relazione al carattere cogente dello stesso, per cui la sorveglianza deve essere esercitata, quali che siano tali abitudini, ed il mancato esercizio genera responsabilità per i fatti dannosi dell’incapace. Giustamente non è stata annessa alcuna importanza alla circostanza che era prassi consolidata che i bambini giocassero da soli nel cortile o negli spazi disponibili nei pressi dell’abitazione

In terzo luogo va rilevato che ai fini della responsabilità di cui all’artt. 2047 cod.civ. è sufficiente che l’incapace ponga in essere il fatto dannoso al di fuori del controllo del sorvegliante o di un suo incaricato; viceversa, il sorvegliante può liberarsi della responsabilità, dimostrando che il fatto si sarebbe verificato nonostante il diligente esercizio della sorveglianza e che, quindi, non esiste nesso di causalità tra fatto dannoso e difetto di sorveglianza.

In conclusione, la Corte ha condannato i genitori del minore al pagamento delle spese e al risarcimento dei danni.

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L’ITALIA UNITA VISTA ATTRAVERSO I QUADRI

La storia del primo mezzo secolo dell”unità d”Italia è possibile raccontarla anche attraverso 15 quadri, tra i quali non può mancare “Garibaldi a Digione”, di Sebastiano De Albertis. Di Carmine CimminoSe la travagliata storia dei primi 50 anni dell’Italia unita la dovessi raccontare attraverso 15 quadri – e non è escluso che l’esperimento si faccia -, non potrei fare a meno di inserire nell’elenco il quadro di Sebastiano De Albertis “Garibaldi a Digione“ (foto). I fatti sono noti. È il 1870. I generali di Bismarck scuotono dalla fondamenta la storia e la geografia politica dell’Europa travolgendo a Sedan le armate francesi: lo stesso Napoleone III viene fatto prigioniero. Il disastro viene descritto da Zola in un romanzo straordinario “ La débàcle “.

A definitivo oltraggio della Francia, Guglielmo I viene proclamato “imperatore tedesco“ nella Reggia di Versailles. Quando i Prussiani sono entrati in Francia, Garibaldi ha dimenticato il passato, ha dimenticato i fatti del ’49, ha dimenticato quelli del ’67, e sebbene sia malato, è accorso in aiuto dei Francesi con i figli e con le camicie rosse. E Garibaldi e i suoi ancora una volta non conoscono sconfitte: vincono a Chatillon, a Lanthenay, vincono a Digione, dove uno dei figli dell’eroe, Ricciotti, compie atti di valore degni del cognome che porta. Ma sette anni dopo Sebastiano De Albertis legge quella vittoria come l’ultima vittoria, come la sera, cupa e tempestosa, di un giorno luminoso la cui alba era stata lunga 13 anni: i moti di Milano del ’48, la II guerra d’indipendenza, la spedizione dei Mille, la proclamazione dell’Unità.

De Albertis aveva combattuto – aveva 20 anni, allora – durante le cinque Giornate, sulle barricate di Porta Tosa, e Giovanni Visconti Venosta ce lo descrive armato prima di un fucile, e poi quando il fucile si spacca, di uno “spadone antico“. A Digione finisce tutto: finisce l’epopea di Garibaldi, si spengono i valori e gli ideali dell’ Italia nata da quella epopea. Il pittore è riuscito a fare un quadro di perfetta malinconia: non c’è una nota fuori posto: soprattutto, egli non ha battuto mai il tasto del melodramma. Nel chiarore nebbioso che sale dalla neve e svapora verso il cielo di cenere – l’immagine riprodotta non rende la delicatezza e la varietà delle sfumature di grigi e di viola con cui il cielo viene trattato – si dissolvono a poco a poco uomini e cose. La neve copre le strade: resta la traccia del passaggio dei carri, restano le orme degli uomini, ma la prossima neve le coprirà.

Garibaldi e il suo cavallo bianco dovrebbero essere il centro formale e sostanziale del quadro: ma se si osserva bene, si nota che il pittore guida la nostra attenzione sul trombettiere, che aspetta ordini. Intorno a lui c’è la morte: il cavallo, la camicia rossa vista di scorcio, il soldato col cappotto grigioazzurro che non ha avuto nemmeno il tempo di stupirsi: è caduto a gambe aperte e con le braccia serrate al tronco, il petto schiacciato sulla neve. De Albertis ha dipinto l’immobilità assoluta: la neve diventa un elemento metafisico, è la morte della natura e della storia, e Garibaldi a cavallo è ormai solo il monumento di sé stesso. La disfatta della Francia è la fine dell’età gloriosa delle rivoluzioni, è, nell’interpretazione degli storici tedeschi, la vera finis Romae, il definitivo tramonto della supremazia della civiltà latina e dei valori dell’Illuminismo e del liberalismo democratico, che da quella civiltà sono stati ispirati.

Il trombettiere aspetta ordini che nessuno gli darà, e forse, in un altro quadro, getterà via la sua tromba, ormai inutile. I valori pittorici dell’opera sono notevoli: la fanghiglia solcata dalle ruote dei “traini“ di guerra è resa in modo magistrale, attraverso l’accostamento di densi tocchi di colore, che diventano un valore tattile. De Albertis si conferma uno straordinario pittore di cavalli, non inferiore a Giovanni Fattori.
Nelle elezioni del 1913 Ricciotti Garibaldi si schiera a favore del marchese Medici del Vascello, che contende uno dei collegi della capitale al principe Caetani. Medici del Vascello viene sostenuto dai clericali. Le camicie rosse non sopportano che il figlio del loro condottiero sia un alleato dei clericali.

“Il Fascio dei garibaldini reduci delle patrie battaglie“ tiene, il 16 ottobre, un comizio per denunciare come indegno il comportamento del figlio dell’Eroe. “Piazza d’Italia, che fa capo al ponte Garibaldi dove troneggia la statua di G.G. Belli“ si riempie di gente. All’improvviso arriva, su una carrozza scoperta, il generale Ricciotti Garibaldi; la gente incomincia a fischiare e a insultarlo; egli, appoggiandosi alle stampelle, si alza, pronuncia qualche frase, ma i fischi e le urla gli impediscono di proseguire. Gli urlano di tutto, anche, dice il cronista, corrotto e venduto. A quel punto, i suoi aiutanti ordinano al cocchiere di uscire dalla piazza. Il comizio si apre: parlano i rappresentanti del “Fascio garibaldini“ e non usano parole gentili nei confronti di Ricciotti.

Poco dopo, la carrozza ritorna in piazza: Ricciotti tenta ancora di prendere la parola. Ma l’avversione della folla è ancora più clamorosa. E allora egli si allontana definitivamente, lanciando, dice il cronista, una occhiata di disprezzo verso gli organizzatori del comizio. Egli è pur sempre Ricciotti Garibaldi, che a Digione ha strappato la bandiera a un reggimento scelto dell’esercito prussiano.
(Foto: Quadro "Garibaldi a Digione" di Sebastiano De Albertis (1877), Museo del Risorgimento, Milano)

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IL CIECO EGOISMO DELLA LEGA NEL GOVERNO D”ITALIA

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Il problema dei rifiuti non riguarda solo Napoli, ma a Roma, nel Governo, vincono gli egoismi di parte, pericolosi e separatisti. Di Don Aniello Tortora

Dopo le recenti elezioni amministrative e non avendo ancora assaporato il “sogno De Magistris”, la città di Napoli è ancora una volta caduta nel baratro, sommersa da tonnellate di rifiuti.

Il problema è ritornato prepotentemente a galla. Si ha quasi l’impressione che la nuova Amministrazione sia stata lasciata sola nella soluzione dell’atavica emergenza. La stessa Unione Europea ha ammonito l’Italia sulla questione rifiuti a Napoli: se non ci sarà un intervento rapido e risolutivo l’Italia potrebbe essere multata. Secondo il commissario europeo, "i miglioramenti reali si devono ancora vedere e vanno confermati da parte dei cittadini. L’assenza di questi miglioramenti lascia alla Commissione poca scelta, se non quella di proseguire attivamente con la procedura d’infrazione".

Il commissario ha concluso lanciando di nuovo un appello alle autorità italiane "a tutti i livelli" perchè prendano in mano la questione, in "modo che il denaro dei contribuenti serva a migliorare la situazione sul terreno piuttosto che a pagare le multe". I problemi intanto a Napoli si acuiscono sempre di più, nonostante gli sforzi della nuova Amministrazione. "Napoli arriverà al 70% di raccolta differenziata entro la fine dell’anno. Ce la facciamo sicuro, non forse". È la promessa del sindaco di Napoli Luigi de Magistris.

"Napoli è mobilitata per raggiungere il "porta a porta" in tutta la città – ha aggiunto De Magistris -. Dal primo settembre partiamo da otto quartieri, già ci sono le isole ecologiche, da luglio ci sarà una grande campagna di informazione". Le isole ecologiche, come ha spiegato il vicesindaco Tommaso Sodano, "serviranno ai cittadini nell’attesa che tutti in tutti i quartieri venga avviata la raccolta porta a porta".
Anche la Chiesa italiana, attraverso l’Agenzia Sir è intervenuta con durezza, ma anche con estrema chiarezza sulla questione.

"È tempo di soluzioni, al di là delle promesse, degli slogan, delle campagne elettorali" che "sono finite, anche se in realtà siamo sempre in campagna elettorale, un modo per scansare le responsabilità". Così ha affermato, a proposito della emergenza rifiuti a Napoli, la nota settimanale del Sir. "La vicenda dell’immondizia – rileva l’agenzia dei settimanali cattolici promossa dalla Cei – diventa una spia, un campanello d’allarme". Per il Sir, "è necessario riannodare i fili, con traguardi che vadano al di là dei pochi mesi" e "attivare la solidarietà dell’Italia settentrionale, che per decenni ha utilizzato non poche regioni meridionali per lo smaltimento dei rifiuti".

"Attenzione, dunque – è la conclusione -: i responsabili politici e amministrativi, di destra come di sinistra, sono tutti indistintamente avvertiti. Non ci sarà prova d’appello, per nessuno. Si chiedano, si impongano pure dei sacrifici a tutti. Ma se ne renda conto, secondo un preciso cronoprogramma. E i responsabili del fallimento paghino, pubblicamente. Senza scuse, senza alibi e senza troppe chiacchiere".

Finalmente una parola chiara e profetica. La Lega continua a fare campagna elettorale e a chiudersi alla solidarietà. Il problema dei rifiuti non riguarda solo Napoli, ma l’intero Paese. Né si deve sottacere il fatto che se la Campania è diventata la “pattumiera dell’Italia” la causa principale è da addurre al fatto che tante imprese del Nord, con la connivenza camorristico-politica locale hanno sversato per anni rifiuti speciali nel nostro territorio, con tutte le conseguenze di inquinamento ambientale che sono sotto gli occhi di tutti.

Intanto siamo in attesa del “famoso” decreto da parte del governo centrale. Mi sorge il dubbio che se avesse vinto il candidato del centrodestra Lettieri, forse il decreto sarebbe stato firmato il giorno dopo la proclamazione del vincitore.
Alla faccia del bene comune.

PS
Mentre questo articolo viene pubblicato, giunge notizia che il “famoso decreto” è stato approvato, con il voto contrario della Lega. In Campania, i rappresentanti istituzionali di Regione Campania e Comune di Napoli sono unanimi a considerarlo vano e inutile. Caldoro (del centro-destra) dice: “È insufficiente”; De Magistris (del centro-sinistra) dichiara: “Decreto deludente e pilatesco”.

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IL RINASCIMENTO NAPOLETANO. CON GLI ANGIÃ’ E GLI ARAGONA IL MEZZOGIORNO SI APRE ALL’EUROPA

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A Napoli la pittura di Piero della Francesca, di Botticelli e di Mantegna incontra quella degli artisti fiamminghi, francesi e spagnoli e il capoluogo campano diviene crocevia delle correnti artistiche dell”Europa rinascimentale.

Nel Quattrocento la cultura artistica dell’Italia meridionale si ispira alle esperienze dell’arte fiamminga e provenzale maturando, per strade diverse, un inedito stile molto vicino alla Rinascenza italiana e tuttavia dal gusto strettamente europeo.

L’Umanesimo aveva trovato a Napoli un luogo particolarmente fertile e nelle corti di Renato d’Angiò e di Alfonso d’Aragona era possibile imbattersi in intellettuali provenienti da tutta Europa. Attorno alle figure dei due sovrani si raccolsero infatti a più riprese il pittore francese Barthélemy d’Eyck, presso la corte di Renato dal 1439 al 1442, e gli spagnoli Guillém Sagrera e Jaime Baço, impegnati a Castel Nuovo (meglio noto come Maschio Angioino) durante i lavori di rifacimento e di “restauro” della fortezza, voluti da Alfonso a partire dal 1443.

Proprio al sovrano e mecenate aragonese si deve una straordinaria politica culturale e di modernizzazione che portò in breve tempo la corte napoletana, alla pari con quella fiorentina di Lorenzo il Magnifico, a divenire una delle corti più colte e raffinate d’Italia e d’Europa. Nonostante le critiche subite per aver “rovinato”, nel rifacimento del castello, le pitture giottesche nella cappella di Palazzo (per cancellare definitivamente ogni ricordo della precedente dominazione angioina), Alfonso seppe raccogliere dalle Fiandre i capolavori originali di Jan Van Eyck e di Roger Van der Weyden, “il principe dei pittori” del secolo, e canalizzare nel cantiere del Maschio Angioino artisti provenienti dalle più svariate esperienze artistiche europee.

È quindi sotto l’egida del monarca spagnolo che si sviluppa, a Napoli e nel meridione italiano, un Rinascimento “diverso” rispetto a quello evolutosi attorno alla Firenze del Magnifico e agli altri regni italiani; un Risorgimento molto più vicino a quello maturato nelle grandi corti belghe, francesi e spagnole e tuttavia legato anche alle novità della pittura italiana di quegli anni. Molti degli artisti occupati nel “rimodernamento” del castello napoletano, come lo scultore e architetto Francesco Laurana, le cui opere si ispiravano apertamente a quelle di Piero della Francesca, vuotarono infatti nell’arte napoletana e meridionale del tempo gli elementi più innovativi della contemporanea attività figurativa degli altri centri italiani.

Nel Mezzogiorno italiano, dunque, lungo tutto il XV secolo, convergono gran parte delle correnti artistiche del tempo per tramite di pittori, scultori e architetti provenienti dall’intero continente.
Nella Napoli umanista ed “europeizzata” a cavallo tra le dominazioni degli Angiò e degli Aragona la presenza di artisti dalle caratteristiche più svariate ebbe ovviamente particolari conseguenze nella maturazione degli artisti locali. È il caso del maestro napoletano Colantonio, la cui arte si ispirava evidentemente alla pittura fiamminga, appresa a suo tempo dal Barthélemy d’Eyck, e alla pittura iberica del Quattrocento, conosciuta negli anni del governo aragonese della città.

Nella sua bottega, secondo uno storico del Cinquecento, si forma una delle personalità artistiche più significative del Rinascimento meridionale ed italiano, Antonello da Messina. Al pittore siciliano, che ebbe modo di viaggiare in tutta Italia, si deve soprattutto quella fusione tra la costruzione spaziale empirica dei fiamminghi e la monumentalità pierfrancescana. Una fusione evidente nel “San Gerolamo nello studio” (foto) dove la direzione della luce coincide con le linee prospettiche del pavimento e si addensa, al contrario di quanto teorizzato dall’arte rinascimentale fiorentina, su vari punti di fuga, concentrati tutti intorno al libro (probabilmente la “Vulgata”) tra le mani del santo.

Gli oggetti, dal chiaro gusto fiammingo, definiscono lo spazio e ne aumentano la già manifesta tridimensionalità. L’ambiente, infine, che sembrerebbe ispirato alla chiesa napoletana di Santa Chiara, non è quello tradizionale della cella dell’eremita ma un vero e proprio studio che palesa lo spirito della cultura tutta umanista dell’opera e del suo autore. L’Umanesimo, come si è detto, aveva difatti messo solide radici a Napoli; qui, nel capoluogo campano come in tutta l’Italia meridionale, le correnti artistiche mediterranee ed europee trovarono una perfetta combinazione: la raffinata e colta corte napoletana apriva le sue porte all’Europa e inaugurava così la grande stagione rinascimentale.
(Fonte foto: Rete Internet)

STORIE D’ARTE

RIFIUTI. EVITARE LE SIRENE DELLA LOBBY DEGLI INCENERITORI

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È evidente la pressione del governo e della grande stampa a favore della lobby degli inceneritori. Si tratta, però, di una soluzione che non tiene conto della salute dei cittadini e dei territori. Di Amato Lamberti

I rifiuti stanno diventando un problema in tutta Italia, basta considerare quanto sta avvenendo non solo in Campania, ma anche in Calabria, in Sicilia e perfino a Roma. Il caso Napoli si prende tutto lo spazio possibile su giornali e televisioni ma è solo l’indicatore più vistoso e insopportabile di una situazione di crisi che rischia di allargarsi a tutto il Paese e che può spingere a soluzioni sbagliate ma sostenute da potenti lobby politico-industriali.

Appare evidente a tutti, infatti, che sia a livello politico che industriale, è sempre più forte la pressione verso un modello di smaltimento dei rifiuti fondato sulla raccolta differenziata per recuperare solo le frazioni "nobili" e facilmente trattabili dei rifiuti e sull’uso degli inceneritori per smaltire ciò che non può essere facilmente differenziato, oltre a ciò che non vale la pena di riutilizzare a causa della bassa resa economica, per produrre energia elettrica vista la possibilità di usufruire di vantaggi economici fortissimi, quali quelli assicurati dal CP6.

Un modello di soluzione del problema rifiuti che ha certamente una sua logica, anche operativa, e numerosi sostenitori, ma che non tiene conto della salute dei cittadini e dei territori ed anche delle possibilità di ottimizzare in termini economici lo smaltimento dei rifiuti attraverso la valorizzazione industriale, anche in termini nuovi e innovativi, delle diverse frazioni che compongono le diverse tipologie di rifiuti. Se si togliesse alle aziende che producono elettricità dai rifiuti l’incentivo assicurato dal CP6, apparirebbe subito evidente che non si tratta di una soluzione particolarmente vantaggiosa anche in termini economici.

Inoltre, considerare i rifiuti una fonte rinnovabile, in modo da giustificare un simile incentivo, significa che non si prende neppure in considerazione la possibilità di ridurre a tutti i livelli, industriali e commerciali, la produzione di rifiuti; anzi, se ne propugna, neppure tanto surrettiziamente, una produzione sempre maggiore per aumentare la disponibilità della risorsa da convertire in energia elettrica.

Una semplice analisi costi-benefici, senza neppure includere il calcolo pure necessario dell’impronta ecologica, cioè dei costi ambientali, ma includendo i costi di smaltimento delle ceneri, comunque classificate come rifiuti speciali e che ammontano, inoltre, al 30% dei rifiuti trattati, dimostrerebbe che sono percorribili altre strade, molto più sostenibili ed economiche, che: necessitano di minori investimenti pubblici; non richiedono incentivi meglio utilizzabili in altre direzioni; producono un minore inquinamento del territorio e della salute delle persone; hanno una funzione educativa della popolazione ad un maggiore rispetto per l’ambiente in cui si vive.

Molte sono le strade possibili e percorribili, come dimostra una semplice rassegna delle modalità con le quali si affronta il problema dei rifiuti nel mondo, ma tra le quali occorre fare scelte decise, razionali, praticabili, da perseguire con metodo e costanza senza sottoporle a discussioni e revisioni inutili e dannose, specie quando provengono da contesti emotivi e/o nascondono interessi "politici" o, addirittura, illegali. La strada, a mio avviso, più razionale è quella di una seria raccolta differenziata. Seria, perché deve rendere disponibili rifiuti differenziati industrialmente utilizzabili: carta e cartone puliti; banda stagnata e alluminio puliti; plastica separata per tipologia.

Tale differenziazione può essere effettuata a monte, cioè a livello di chi produce rifiuti, abitazioni, negozi, attività economiche; ma anche a valle, cioè dopo la raccolta, utilizzando il sacco multimateriale, cioè quello nel quale si mette plastica, acciaio e alluminio, mentre carta, cartone, vetro, legno, stracci verrebbero raccolti separatamente.

La raccolta della frazione "umida" (scarti vegetali e residui di cibo) e di quella "indifferenziata" (carta e cartoni sporchi, pellicole sporche di plastica, contenitori di alimenti precotti, ecc.) andrebbe fatta separatamente a monte, ma anche in questo caso, per le difficoltà di separazione che non si possono ignorare e credere sempre e dovunque facilmente superabili, si potrebbe fare a valle, con appositi impianti, per recuperare quanto è ancora utilizzabile e per avviarlo poi ad un impianto di digestione anaerobica che producendo gas (singas) può attivare, a bassissimo impatto ambientale, turbine per la produzione di energia elettrica. Il residuo del digestore anaerobico può essere trattato da un gassificatore che produce anch’esso energia elettrica e trasforma il residuo in un materiale vetrificato, completamente stabilizzato e utilizzabile nell’edilizia e nei lavori stradali.

Questi impianti, che esistono in tutta Italia, oltre che in tutto il mondo, vengono generalmente costruiti e messi in funzione, in otto-dieci mesi, da imprenditori privati con capitali privati in regime di concessione pluriennale. La soluzione ideale sarebbe quella di realizzare i tre impianti collegati tra di loro in un’unica area in modo da abbattere tutti i costi di trasporto: bastano 30 mila metri quadrati per impianti di grandi capacità. Come ben si può vedere è possibile organizzare in modo razionale e con risultati di grande efficienza un sistema di smaltimento rifiuti in qualsiasi situazione territoriale, anche la più problematica.

Naturalmente queste riflessioni hanno un senso solo se il problema dei rifiuti fosse affrontato in termini di razionalità, risparmio economico, sostenibilità ambientale. La realtà purtroppo è molto diversa perché sui rifiuti troppe persone pensano solo a fare affari.
Si tratta di imprenditori, spesso senza scrupoli, ma sempre con forti agganci a livello di politici e pubblici amministratori, che sfruttano tutte le possibilità di leggi lacunose in materia di smaltimento e trattamento dei rifiuti e utilizzano anche strumenti di corruzione e intimidazione.

Ma si tratta anche di grandi gruppi industriali di livello nazionale, la lobby degli inceneritori, che difendono una scelta fondata su grandi investimenti pubblici in regime di straordinarietà che si è rivelata una miniera d’oro per i gestori degli impianti e che permette di soddisfare le esigenze non sempre dichiarabili degli sponsor politici che sostengono la scelta anche dell’attribuzione degli incentivi del CP6.
Si tratta, infine, specie nella realtà meridionale di una grande massa di soggetti senza alcuna qualificazione professionale che premono sulle istituzioni, anche con metodi illegali, a partire da manifestazioni violente come quelle in atto in questi giorni a Napoli, per essere assunti come operatori della raccolta differenziata porta a porta in numero spropositato rispetto alle reali esigenze, ma solo per garantirsi la sinecura di un posto pubblico.

Per il raggiungimento di tale obiettivo creano anche situazioni di crisi del sistema già malconcio di raccolta e smaltimento dei rifiuti capaci di attivare l’allarme dell’opinione pubblica e, di conseguenza, la necessità di attivare interventi straordinari ed urgenti che aprono spazi anche a soluzioni emergenziali motivate solo dal ripristino dell’ordine pubblico.
Il concerto di queste diverse pressioni non produce certo situazioni favorevoli a decisioni fondate sulla razionalità, sull’economicità, sulla tutela ambientale. Il rischio è che alla fine l’unica soluzione possibile per uscire dal caos e dalla crisi endemica appaia quella che la lobby degli inceneritori porta avanti con il sostegno della grande stampa e delle forze di Governo.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

L’UNITÁ D”ITALIA E LA QUESTIONE MERIDIONALE

L”Unità Malvissuta, i giovani del “Pitagora” di Pozzuoli e la crisi dei rifiuti a Napoli. Di Annamaria Franzoni

Tra le numerose attività, iniziative, celebrazioni sul 150enario dell’unità d’Italia, merita attenzione e desta interesse “il primo premio della sezione Power Point” assegnato agli allievi, Elizabeth Bassano, Nicola Cantile e Debora Del Pezzo della classe VA scientifico dell’Istituto Superiore Statale “Pitagora” di Pozzuoli, guidati dal prof. Andrea Buonajuto. La cerimonia di premiazione, presieduta dal prof. Guido D’Agostino, è avvenuta a Catania, ed ha consentito ai giovani partecipanti di arricchire la propria biblioteca di significativi volumi di storia e filosofia.

Il Progetto, a cui numerose scuole hanno aderito, mirava alla partecipazione ad un concorso nazionale volto ad approfondire la tematica dell’Unità Italiana. Nel caso specifico dell’Istituto Superiore “Pitagora” di Pozzuoli i docenti hanno dato al lavoro di ricerca-azione svolto, un taglio ben preciso: in quanto realtà meridionale e campana hanno guidato i giovani a soffermarsi sulle modalità di attuazione dell’Unità nel Mezzogiorno e sulla conseguente nascita della “Questione meridionale” come “questione nazionale”, ricercandone le conseguenze nell’attualità e nelle odierne condizioni del Sud e della Campania analizzando anche a grandi linee le cause della cosiddetta “crisi dei rifiuti”.

Al termine del lavoro gli allievi hanno prodotto un elaborato in Power Point inviato alla commissione giudicante che è stato considerato il migliore, su scala nazionale, di quella sezione.
Il progetto, articolato in attività laboratoriali durante le quali si sono alternate lezioni frontali e ricerca di materiale in Rete con letture di brani della classica letteratura meridionalistica, ha consentito l’approfondimento di temi e tematiche di grande interesse storico e storiografico, che sono da lungo tempo, ma in questa delicata fase storica ancor più, fortemente dibattuti e controversi:

le principali correnti politiche risorgimentali (liberali, democratici, neoguelfi); la lettura di brani tratti da Pensiero e azione nel Risorgimento di Salvatorelli; il Brigantaggio e la Questione meridionale attraverso la lettura di brani tratti dalle Lettere meridionali di Pasquale Villani; le principali personalità e correnti del meridionalismo della prima metà del Novecento tra cui Fortunato, Nitti, Salvemini, Gramsci con la lettura di brani tratti dai Quaderni del carcere; il meridionalismo del secondo dopoguerra ; la Svimez e la sua politica di sviluppo per il Mezzogiorno basata sull’intervento diretto dello Stato e finalizzata all’industrializzazione meridionale; la lettura di pagine tratte da G. Galasso, Il Mezzogiorno- da questione a problema aperto; la crisi dei rifiuti a Napoli attraverso la lettura di articoli on line, di materiale dell’Assise di Palazzo Marigliano, della Peste di Tommaso Sodano.
(Foto generica. Fonte: Rete Internet)

LA RUBRICA

CAUSAMALART. UNA PROPOSTA DI ARTE E CULTURA NEL BORGO ANTICO DI SOMMA VESUVIANA

Musica, pittura, fotografia. L”Arte si fonderà questa sera, 26 giugno, con artigianato ed enogastronomia per dar vita ad un evento di tradizioni e innovazioni nella suggestiva cornice del Casamale.

Proprio questa sera, la prima domenica di estate, il 26 giugno, il Borgo antico di Somma Vesuviana ospiterà l’evento CausamalArt. Il Primo Circolo Didattico del Casamale, a partire dalle 18, diventerà l’affascinante scenario per un evento che vuole unire tradizione e innovazione. Espressione e sensazione.
Esposizioni di pittura e mostre fotografiche, stands enogastronomici, espositivi e artigianato, un giorno di arte e musica gratuita in una suggestiva location, fondendo tradizione, arte e cultura. Un giorno dedicato all’Arte come dialogo tra Espressione e Sensazione.
Nel cuore della storia del paese verranno ospitate proposte artistiche di giovani talenti che proporranno ai visitatori il loro lavoro, la propria espressione, il proprio modo di vivere la tradizione.

Verranno esposte opere e tele di Cesare Panaccione, Alessandro Saviano, Walton Zed.
La mostra fotografica con scatti di Giuseppe Barbato e Alessandro Pone.
Artigianato con stand di R.T. Bijoux, Les Folies de Vipa, Ring your Stile, Ricicla Pinguro.
Bottega equo e solidale di ZaZà shop.
Stand enogastronomico di Libera Feola.
All’imbrunire, concerto del cantautore Sommese WaLTON ZeD.
L’evento avrà una connotazione prettamente interattiva, con estemporanee, photo flash, live music, videoproiezioni, un evento che vuole coinvolgere i sensi del visitatore, mente e corpo, sensazioni ed espressioni.

La scelta di servirsi di «Causamala» come nome della rassegna segue un intento ben preciso: utilizzare la tradizione e i luoghi come punto di partenza, un viaggio dal passato ad un imminente futuro. L’esigenza di mettere in luce un passato su cui costruire, un passato che affascina e coinvolge, con la consapevolezza che è il punto da cui partire.
Il borgo medioevale del Casamale, prende il nome dall’aristocratica famiglia dei Causamala che compare per la prima volta in un atto di locazione del 1011, un luogo medievale circondato da antiche mura aragonesi, consolidate nel 1467 dal re Ferrante d’Aragona.
La manifestazione, ad ingresso gratuito, è stata possibile grazie al lavoro di tanti volontari e al sostegno di Sponsor privati, sempre più importanti in un momento in cui arte e cultura sono considerati un bene superfluo.