È evidente la pressione del governo e della grande stampa a favore della lobby degli inceneritori. Si tratta, però, di una soluzione che non tiene conto della salute dei cittadini e dei territori. Di Amato Lamberti
I rifiuti stanno diventando un problema in tutta Italia, basta considerare quanto sta avvenendo non solo in Campania, ma anche in Calabria, in Sicilia e perfino a Roma. Il caso Napoli si prende tutto lo spazio possibile su giornali e televisioni ma è solo l’indicatore più vistoso e insopportabile di una situazione di crisi che rischia di allargarsi a tutto il Paese e che può spingere a soluzioni sbagliate ma sostenute da potenti lobby politico-industriali.
Appare evidente a tutti, infatti, che sia a livello politico che industriale, è sempre più forte la pressione verso un modello di smaltimento dei rifiuti fondato sulla raccolta differenziata per recuperare solo le frazioni "nobili" e facilmente trattabili dei rifiuti e sull’uso degli inceneritori per smaltire ciò che non può essere facilmente differenziato, oltre a ciò che non vale la pena di riutilizzare a causa della bassa resa economica, per produrre energia elettrica vista la possibilità di usufruire di vantaggi economici fortissimi, quali quelli assicurati dal CP6.
Un modello di soluzione del problema rifiuti che ha certamente una sua logica, anche operativa, e numerosi sostenitori, ma che non tiene conto della salute dei cittadini e dei territori ed anche delle possibilità di ottimizzare in termini economici lo smaltimento dei rifiuti attraverso la valorizzazione industriale, anche in termini nuovi e innovativi, delle diverse frazioni che compongono le diverse tipologie di rifiuti. Se si togliesse alle aziende che producono elettricità dai rifiuti l’incentivo assicurato dal CP6, apparirebbe subito evidente che non si tratta di una soluzione particolarmente vantaggiosa anche in termini economici.
Inoltre, considerare i rifiuti una fonte rinnovabile, in modo da giustificare un simile incentivo, significa che non si prende neppure in considerazione la possibilità di ridurre a tutti i livelli, industriali e commerciali, la produzione di rifiuti; anzi, se ne propugna, neppure tanto surrettiziamente, una produzione sempre maggiore per aumentare la disponibilità della risorsa da convertire in energia elettrica.
Una semplice analisi costi-benefici, senza neppure includere il calcolo pure necessario dell’impronta ecologica, cioè dei costi ambientali, ma includendo i costi di smaltimento delle ceneri, comunque classificate come rifiuti speciali e che ammontano, inoltre, al 30% dei rifiuti trattati, dimostrerebbe che sono percorribili altre strade, molto più sostenibili ed economiche, che: necessitano di minori investimenti pubblici; non richiedono incentivi meglio utilizzabili in altre direzioni; producono un minore inquinamento del territorio e della salute delle persone; hanno una funzione educativa della popolazione ad un maggiore rispetto per l’ambiente in cui si vive.
Molte sono le strade possibili e percorribili, come dimostra una semplice rassegna delle modalità con le quali si affronta il problema dei rifiuti nel mondo, ma tra le quali occorre fare scelte decise, razionali, praticabili, da perseguire con metodo e costanza senza sottoporle a discussioni e revisioni inutili e dannose, specie quando provengono da contesti emotivi e/o nascondono interessi "politici" o, addirittura, illegali. La strada, a mio avviso, più razionale è quella di una seria raccolta differenziata. Seria, perché deve rendere disponibili rifiuti differenziati industrialmente utilizzabili: carta e cartone puliti; banda stagnata e alluminio puliti; plastica separata per tipologia.
Tale differenziazione può essere effettuata a monte, cioè a livello di chi produce rifiuti, abitazioni, negozi, attività economiche; ma anche a valle, cioè dopo la raccolta, utilizzando il sacco multimateriale, cioè quello nel quale si mette plastica, acciaio e alluminio, mentre carta, cartone, vetro, legno, stracci verrebbero raccolti separatamente.
La raccolta della frazione "umida" (scarti vegetali e residui di cibo) e di quella "indifferenziata" (carta e cartoni sporchi, pellicole sporche di plastica, contenitori di alimenti precotti, ecc.) andrebbe fatta separatamente a monte, ma anche in questo caso, per le difficoltà di separazione che non si possono ignorare e credere sempre e dovunque facilmente superabili, si potrebbe fare a valle, con appositi impianti, per recuperare quanto è ancora utilizzabile e per avviarlo poi ad un impianto di digestione anaerobica che producendo gas (singas) può attivare, a bassissimo impatto ambientale, turbine per la produzione di energia elettrica. Il residuo del digestore anaerobico può essere trattato da un gassificatore che produce anch’esso energia elettrica e trasforma il residuo in un materiale vetrificato, completamente stabilizzato e utilizzabile nell’edilizia e nei lavori stradali.
Questi impianti, che esistono in tutta Italia, oltre che in tutto il mondo, vengono generalmente costruiti e messi in funzione, in otto-dieci mesi, da imprenditori privati con capitali privati in regime di concessione pluriennale. La soluzione ideale sarebbe quella di realizzare i tre impianti collegati tra di loro in un’unica area in modo da abbattere tutti i costi di trasporto: bastano 30 mila metri quadrati per impianti di grandi capacità. Come ben si può vedere è possibile organizzare in modo razionale e con risultati di grande efficienza un sistema di smaltimento rifiuti in qualsiasi situazione territoriale, anche la più problematica.
Naturalmente queste riflessioni hanno un senso solo se il problema dei rifiuti fosse affrontato in termini di razionalità, risparmio economico, sostenibilità ambientale. La realtà purtroppo è molto diversa perché sui rifiuti troppe persone pensano solo a fare affari.
Si tratta di imprenditori, spesso senza scrupoli, ma sempre con forti agganci a livello di politici e pubblici amministratori, che sfruttano tutte le possibilità di leggi lacunose in materia di smaltimento e trattamento dei rifiuti e utilizzano anche strumenti di corruzione e intimidazione.
Ma si tratta anche di grandi gruppi industriali di livello nazionale, la lobby degli inceneritori, che difendono una scelta fondata su grandi investimenti pubblici in regime di straordinarietà che si è rivelata una miniera d’oro per i gestori degli impianti e che permette di soddisfare le esigenze non sempre dichiarabili degli sponsor politici che sostengono la scelta anche dell’attribuzione degli incentivi del CP6.
Si tratta, infine, specie nella realtà meridionale di una grande massa di soggetti senza alcuna qualificazione professionale che premono sulle istituzioni, anche con metodi illegali, a partire da manifestazioni violente come quelle in atto in questi giorni a Napoli, per essere assunti come operatori della raccolta differenziata porta a porta in numero spropositato rispetto alle reali esigenze, ma solo per garantirsi la sinecura di un posto pubblico.
Per il raggiungimento di tale obiettivo creano anche situazioni di crisi del sistema già malconcio di raccolta e smaltimento dei rifiuti capaci di attivare l’allarme dell’opinione pubblica e, di conseguenza, la necessità di attivare interventi straordinari ed urgenti che aprono spazi anche a soluzioni emergenziali motivate solo dal ripristino dell’ordine pubblico.
Il concerto di queste diverse pressioni non produce certo situazioni favorevoli a decisioni fondate sulla razionalità, sull’economicità, sulla tutela ambientale. Il rischio è che alla fine l’unica soluzione possibile per uscire dal caos e dalla crisi endemica appaia quella che la lobby degli inceneritori porta avanti con il sostegno della grande stampa e delle forze di Governo.
(Fonte foto: Rete Internet)





