LA CRISI DI LEGALITÁ DEI NOSTRI GIOVANI

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Nella nostra societĂ  una parte di delinquenza, minorile e non, viene ancora alimentata dalle diseguaglianze di risorse e opportunitĂ . Ma vi sono anche altre motivazioni. Di Amato Lamberti

Nel caso dei ragazzi italiani, la percezione che i dati, ma soprattutto le osservazioni dei diversi soggetti che operano nel settore restituiscono, è che il rischio concreto che singoli o gruppi di individui adottino stili di vita e comportamenti devianti, è andato dislocandosi in luoghi del sociale più differenziati rispetto un tempo, con una tendenza all’estensione delle situazioni implicate e ad una loro diversificazione.

Possiamo certamente dire che a commettere reati sono ancora, come in passato, i giovani che provengono dai tradizionali ambiti di “produzione” di situazioni di devianza, i ragazzi che crescono in famiglie e contesti socialmente e culturalmente deprivati, che si sentono e sono oggettivamente esclusi dal benessere e dalle opportunitĂ  di integrazione sociale. Nello scenario delle opportunitĂ  di consumo e di successo, ancora di gran lunga differenti sono le possibilitĂ  di pervenire a concretizzare quanto il sistema culturale dominante propone a causa delle diverse condizioni oggettive in cui gli individui si trovano a vivere.

In molti ragazzi italiani (e a maggior ragione, in moltissimi individui appartenenti alle aree del mondo escluse dalle possibilitĂ  di sviluppo) il sentimento di deprivazione, il percepirsi nella condizione di esclusi costituisce ancora e sempre uno stimolo forte a cercare a tutti i costi di partecipare alle opportunitĂ  che sono fatte ritenere accessibili a tutti. Come sottolinea Bauman, mentre la parte del consumatore la si può far balenare a tutti, in realtĂ  non tutti lo possono essere, dal momento che non basta volerlo. In questo senso nella societĂ  postmoderna, che è ancora una societĂ  stratificata, una parte di delinquenza, minorile e non, viene ancora alimentata dalle diseguaglianze di risorse e di opportunitĂ .
Tuttavia, nel nostro contesto, come in molti altri, al fianco dei ragazzi deprivati e marginali, in questi anni abbiamo visto emergere nuove figure:

– gli adolescenti che vivono forme più o meno gravi di sofferenza e di disagio psichico, sempre più diffusi;
– i giovani con problemi di dipendenza da sostanze psicoattive, che commettono reati per le condizioni del mercato delle stesse sostanze;
– i ragazzi che provano difficoltĂ  sul piano della relazione e della comunicazione e manifestano tale esigenza attraverso atti devianti di valenza espressiva (tipico l’esempio del bullismo e di molte delle altre forme di violenza interpersonale);
– i ragazzi pienamente “integrati”, educati alla logica del tutto subito e dell’individualismo esasperato, incapaci di gestire le relazioni interpersonali riconoscendo gli altri come portatori di diritti e se stessi titolari di doveri.

Sotto il profilo dei comportamenti, vi sono tutte le premesse perché crescano i reati di tipo espressivo, perché si producano fatti apparentemente inspiegabili in quanto spesso casuali e del tutto sproporzionati rispetto agli stimoli o alle circostanze che li hanno provocati. E vi sono le premesse perché si rinforzi la tendenza all’aggregazione di individui similmente fragili e quindi si diffondano forme di comportamento delinquenziale di gruppo (con evidenti effetti di rinforzo sull’individuo, conseguenze sociali più gravi, allarme elevato).
Nel caso dei minorenni italiani la tesi che si può sostenere è che si vadano assottigliando i confini tra normalitĂ  e devianza sotto il profilo dei comportamenti, ma prima ancora delle condizioni che sottostanno alle scelte degli individui.

Alcuni tratti che connotano quella che è da tutti considerata la “normalitĂ ” hanno una forte incidenza sulle propensioni individuali a superare i confini delle norme penali. Pensiamo ad orientamenti diffusi che segnano l’orizzonte dei riferimenti collettivi come la crisi della legalitĂ , l’esaltazione dell’individualismo consumatore, la percezione della violenza come forma di regolazione normale dei conflitti. Se associati a fragilitĂ  emotiva e disagio relazionale, tali orientamenti possono facilmente determinare comportamenti “problematici”, scelte di trasgressione o illegalitĂ , atti fortemente connotati in senso “espressivo”, non di rado svincolati dalla percezione delle conseguenze reali e dei danni che si possono arrecare.

Se si guarda ai comportamenti dei ragazzi delle nostre cittĂ  e dei nostri paesi che entrano in contatto con la giustizia si possono osservare come molte delle scelte si iscrivono in un contesto di estesa crisi della legalitĂ  ossia di profonda messa in discussione dell’orientamento culturale che vede in essa il tessuto connettivo della vita di relazione. Le conseguenze sono, da un lato, la diffusione dell’illegalitĂ  come modalitĂ  dì comportamento nella quotidianitĂ  e, dall’altra, considerare accettabile anche il farsi giustizia da sé .
Nei comportamenti di molti ragazzi si possono cioè scorgere le tracce di quell’atteggiamento culturale ampiamente condiviso che è stato definito di relativismo morale, ossia la relativizzazione dei sistemi di significato in rapporto al contingente, al presente, all’utilitĂ  immediata.

Vi è in essi, come in moltissimi adulti, il predominio di una “morale del compromesso”, che dĂ  luogo ad atteggiamenti di “permissivismo nei confronti della trasgressione, soprattutto se quest’ultima tende ad esprimere soggettivitĂ , particolaritĂ  individuale, soddisfazione personale, realizzazione dell’io, senza compromettere eccessivamente l’ambito delle relazioni pubbliche”.
Una crisi della legalitĂ  che vede le norme come intralcio alla propria affermazione e ai propri interessi e che trova alimento nell’idea diffusa che le regole “sono per gli stupidi, o meglio per i deboli o per gli inetti”, mentre per l’uomo forte la vera norma è il disprezzo per le regole.

Le modalitĂ  concrete in cui questo diffuso atteggiamento culturale si traduce in azione varierĂ  in funzione di condizioni, occasioni, stimoli, sentimenti. Utilizzando la classica (e per molti versi schematica) distinzione tra reati “strumentali” e reati “espressivi”, possiamo vedere chiaramente come il relativismo morale si intrecci con altri due tratti culturalmente diffusi e cogenti: l’esaltazione dell’individualismo consumatore, da un lato; la percezione della violenza come forma di regolazione normale dei conflitti, dall’altro.

Non può sfuggire che molta della devianza strumentale, finalizzata all’ottenimento di vantaggi o beni di consumo, sia correlata a quella che Barcellona, parlando dell’individuo contemporaneo, definisce una “nuova antropologia”: sottesa dalla concezione dell’individuo come “consumatore”, essa delinea un uomo connotato da perenni sentimenti di mancanza, da un desiderio insaziabile, illimitato, cui il sistema risponde con la proposta (o l’illusione) di una possibilitĂ  di accesso illimitato al sistema degli oggetti. Un uomo guidato da una “autoreferenzialitĂ  circolare”, fondata su una razionalitĂ  strumentale e calcolante, per il quale bene, bello e vero sono scomparsi dall’orizzonte.

Di questa antropologia è aspetto costitutivo il “desiderio di liberarsi dagli oneri della soggettivitĂ  e della individualitĂ  concepita come una autonomia e responsabilitĂ  dell’uomo, e si avverte invece l’esaltazione di un nuovo io, libidico, amorfo, decentrato. Al posto dell’Io razionale si viene ponendo sempre più il narcisistico desiderio di un’immediata gratificazione” .
Si afferma un “individualismo possessivo – l’individualismo proprietario”, svincolato “da ogni legame di scopo, da ogni funzione sociale”, liberato “dal dominio di ogni trascendenza e di ogni vincolo sociale”.
La connessione con le forme di devianza orientate al soddisfacimento di bisogni e desideri appare evidente, se si pensa a due elementi che sono corollario all’orientamento al consumo: l’importanza di consumi che offrano sensazioni e piaceri e la questione dei tempi della loro soddisfazione.

Da un lato, l’individuo moderno “assume il ruolo di collezionista di piaceri, o più precisamente di cercatore di sensazioni”; dall’altro appare di grande importanza “l’abitudine a sequenze causa-effetto senza tempi di attesa, a riscontri immediati e soddisfazioni istantanee di bisogni e desideri” .
Gran parte della produzione di beni, servizi e messaggi, d’altra parte, ha proprio l’obiettivo di indurre desideri, continuando a riprodursi incessantemente, senza limiti e – soprattutto – senza che il consumatore perda tempo in attesa tra formulazione del desiderio e sua soddisfazione, in modo da far spazio a nuovi desideri, in una sequenza infinita.

Dal momento che a bambini e giovani è consegnata una “normalitĂ ” permeata da un paradigma economico, che li contiene solo in veste di consumatori, l’orizzonte di senso delle giovani generazioni viene a restringersi e a coincidere con la gratificazione personale, gratificazione che sembra alimentarsi solamente da sentimenti e fantasie quali “l’ubiquitĂ , la comunicazione continua, la perdita del limite, l’onnipotenza individuale”. L’isolamento nei consumi e il bisogno di annullare i tempi di attesa abbattendo ogni ostacolo che si frapponga al piacere hanno due conseguenze importanti per il discorso sui percorsi di devianza: la perdita di capitale sociale, cioè delle relazioni interpersonali come risorse, e la predisposizione al conflitto. Da un lato, “lo scambio di idee, informazioni e sentimenti è penalizzato da tempi serrati, inadeguati alla reciproca conoscenza”, d’altro lato, l’isolamento del consumo “predispone anche al conflitto, perché disumanizza l’altro”.

Non deve stupire più di tanto la constatazione che la violenza sia da molti razionalmente considerata (o, il più delle volte, irrazionalmente agita) come forma di regolazione “normale” dei conflitti. Si trova qui, forse, la chiave di lettura dei comportamenti espressivi quali sono i reati contro la persona (soprattutto se si tratta di una persona con cui si hanno relazioni e legami).
Infatti, se si osservano i comportamenti violenti che molto preoccupano gli adulti e le istituzioni (tipico esempio è il bullismo, ma naturalmente il discorso vale anche per situazioni ben più gravi ed estese), è facile osservare i nessi tra questi comportamenti e alcuni diffusi orientamenti:

– il frequente ricorso alla regolazione violenta dei conflitti (ovviamente con forme diverse di violenza, di cui quella fisica non è certamente la più usata), siano essi nel campo economico, in quello politico dei rapporti tra Stati, nelle relazioni di vicinato, tra gruppi, famiglie o individui;
– la conseguente diffusa rappresentazione della violenza come mezzo “normale” di relazione, come strumento di soluzione di problemi e difficoltĂ ;
– il venire meno o l’assenza di investimento nel valore di riferimenti normativi condivisi, percepiti solamente come vincoli e ostacoli alla libertĂ  individuale;

– la diffusione di modelli di rappresentazione del sé come “io onnipotente”, titolare di diritti privi di limiti, oltremodo estesi, e di doveri sociali e relazionali accettabili solamente in una logica di massimizzazione dei profitti individuali;
– la contestuale percezione dell’altro come strumentale ai propri fini, ma essenzialmente assente come persona titolare di diritti meritevoli di tutela e rispetto, allorquando i due piani non coincidono.

Sono, quelle qui accennate, tendenze che si percepiscono in crescita, anche se sono ancora poco registrate dai dati ufficiali, per il semplice motivo che trattandosi di minori italiani e di comportamenti che si consumano per lo più in contesti familiari, scolastici, aggregativi, prevale ancora l’orientamento a evitare di qualificarli come veri e propri reati e a ricorrere al sistema istituzionale per trattarli. D’altra parte, quei pochi che giungono all’attenzione delle istituzioni della giustizia minorile in genere sono trattati, in maniera tale da farli diventare occasione di maggiore attenzione verso il disagio che esprimono i loro autori, piuttosto che momento di rinforzo della loro identitĂ  deviante.

Per i minori italiani, nel primo decennio di applicazione, il nuovo codice di procedura penale ha sostanzialmente mantenuto le sue promesse; ha dimostrato, cioè, la fondatezza delle premesse teoriche su cui era costruito, rendendo di fatto marginali le recidive e relativamente pochi i percorsi inesorabilmente segnati da derive sociali e penali.
(Fonte foto: Rete Internet)

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I CAVALLI. UNA PASSIONE ANTICA

Le razze equine in età Borbonica. Una passione che alimentò prima la moda e poi gli affari. Di Carmine Cimmino

Carlo III dedicò cure particolari all’addestramento della cavalleria napoletana, di cui ridisegnò ordini, sistemi e comandi. Murat completò l’opera. Gli squadroni di cavalieri napoletani che egli condusse con sé in Russia, al seguito di Napoleone, meritarono più volte l’elogio dell’ imperatore. Il 5 dicembre 1812 i “diavoli bianchi“ – così erano chiamati, dal colore del mantello – travolsero con una carica impetuosa, presso Osminiana, due reggimenti di cosacchi. L’azione fu a tal punto apprezzata da Napoleone che egli concesse a questi valorosi l’onore di scortare la sua carrozza, che era guidata da un cavaliere napoletano, Ottavio De Piccolellis.

Nell’inverno russo il termometro segnava quasi 20 gradi sotto zero e ai napoletani, vestiti in grande uniforme, come se sfilassero in parata, si gelarono i piedi e le mani. L’antica passione, rimessa in moto da Murat, alimentò prima la moda, poi gli affari. Ferdinando II era un buon conoscitore di cavalli. Di solito, visitava le due fiere di Caserta e quella di Aversa, e spesso vi comprò puledri. Pretendeva di essere informato sugli acquisti importanti di nobili e borghesi, e si diceva che non gli facesse piacere veder girare per la cittĂ  “tiri“ troppo costosi.

Molti nobili napoletani, che sapevano quanto fosse ombroso il re, prudentemente trasferirono i loro purosangue nelle scuderie delle ville di campagna. Dopo il 1840, la passione per i cavalli dilagò anche tra i borghesi della provincia. Non ci fu programma di festa civile o religiosa in cui non venissero inserite corse di galoppo, o giostre in piazza. La passione fu anche alimentata dal fatto che nel 1835 i comandi dei reggimenti di cavalleria di stanza a Nola, a Caserta, a Salerno vennero autorizzati a gestire direttamente la vendita all’asta dei cavalli dell’esercito dichiarati, per l’etĂ  e per gli acciacchi, “fuori ruolo“.

Negli anni ’50 Giuseppe IV Medici, principe di Ottajano, diede un eccezionale impulso all’attivitĂ  della Commissione per il miglioramento delle razze equine, di cui era diventato, per volontĂ  del Re, Presidente. Giuseppe era certamente uno dei più esperti conoscitori di cavalli di tutto il Regno, in grado di competere con gli intenditori siciliani, perfino con Ferdinando Malvica e con Pietro Lanza di Butera, che erano considerati autoritĂ  assolute in questo campo. Il fulcro dell’attivitĂ  della Commissione fu la tenuta di Carditello, in cui gli stalloni di proprietĂ  dell’ Ente “montavano“ le fattrici dei privati. I documenti della Commissione dicono chiaramente che negli ultimi anni dei Borbone gli allevatori privati investirono cospicui capitali nell’allevamento di cavalli selezionati e nel miglioramento delle razze equine.

Nel giugno del ’54 Glen Welt, “figlio di Lanercost e di una figlia di Taragon, stallone purosangue, bajo scuro, piccola stella in fronte”, monta 23 giumente, di cui 4 appartengono a Enrico Gallozzi, uno degli allevatori più importanti: “Barbarella, morella di anni 5, razza propria; Susanna, morella castagna, regnicola; Fortuna, storna mezzo sangue razza inglese; Potresina, baia, razza propria”.

Lo stallone monta anche due cavalle del nolano Davide Perillo, la baia mezzosangue Bellaspetto e la saura Zingarella, e la saura Orca, del Conte di Sclafani. Nello stesso mese Cambermere, “figlio di Bran e di Eleanor, stallone di puro sangue, di manto baio” “copre” cavalle importanti: Ergia, baia purosangue, di anni 11, di razza inglese, che don Giuseppe Calzolajo ha comprato in Francia; Paggiana, storna, di anni 14, di razza mista, che il proprietario, Pasquale Capitelli, ha fatto correre, con successo, a Livorno e a Genova; Signorella, araba purosangue, storna, di 14 anni, che appartiene ad Angelo Adinolfi. Ma il fuoriclasse è Garilan, uno stallone arabo, di manto storno, ogni monta del quale costa al proprietario della giumenta 6 ducati, a cui bisogna aggiungere mezzo ducato per i palafrenieri Antonio Raus e Vincenzo Apollonio.

Don Giulio Torno paga, invece, 10 ducati, e in più un ducato ai palafrenieri, perché Garilan “copra“ la sua Duchessa, una saura bruciata, di 25 anni, della razza di Persano. Nel 1856 il bando dell’ Intendente di Caserta, pubblicato anche nei Comuni della Provincia di Napoli, comunica che gli stalloni scelti per la monta sono Bold Davie, purosangue arabo, figlio di Priam e di Fair Rosamond, di manto baio, che nel ’55 ha “coperto“ 5 giumente del Conte di Montesantangelo, 2 del Principe di Gerace, 2 del sig. Fiondella, che è forse di Aversa, dove certamente possiede un importante allevamento di bufali; Lindrich, purosangue inglese, figlio di Truc Boy e di una figlia di Actacon, baio con due piccolissimi segni bianchi ai piedi di dietro.

L’anno prima Lindrich, appena arrivato a Carditello, ha montato tre giumente del Principe di Ottajano e due del Principe di Montemiletto, entrambe della razza di Persano, Ginestra e Mongiana. E sarebbe interessante sapere cosa spinse il Principe a dare alla cavalla il nome della fonderia calabrese. Nel ’57 gli stalloni sono Voyager e The Lord of the Manor. Voyager è figlio di Cardinal Puff e di una figlia di Blucher, che fu madre anche di Emigrant. The Lord of the Manor è un baio inglese mezzosangue, con piccola stella sulla fronte. Ogni monta costa 11 ducati, 10 alla Commissione, e 1 ai palafrenieri. Dopo le prime monte, The Lord viene colpito da una violenta colica nefritica.

Il veterinario Aniello Russo interviene, dopo aver avuto l’approvazione del Principe di Ottajano, con clisteri e bibite di decozione di malva con l’aggiunta di nitro. Le carte non ci dicono quando e come il cavallo riprende l’attivitĂ .
(Fonte foto: Quadro di Filippo Palizzi "Nobildonna a cavallo")

LA STORIA MAGRA

CAIVANO ARTE FESTIVAL : UNA SETTIMANA DI ARTE

Danza, musica, video, fotografia, performing art. Tra palco, arena, sale e open space, il Caivano Arte Festival dal 13 al 17 luglio propone una settimana ricca di arte.

Inizia un’intensa estate di eventi culturali e di arte in cui le cittĂ  e i piccoli centri offrono eventi e occasioni per conoscere creativi e artisti. La prossima settimana, da mercoledì 13 a domenica 17 luglio, il Centro per le Arti dello Spettacolo Caivano Arte, presenta il Caivano Arte Festival, manifestazione che da spazio ad espressioni artistiche molto differenti tra loro, che spaziano dalla musica al teatro, ai cortometraggi. Per la sezione Danza nelle giornate dal 13 al 14 luglio 2011 si terranno stage nelle varie tecniche ad opera di Maestri, coreografi e danzatori/trici professionisti di alto rilievo, come Tuccio Rigano, Stefano Forti, Fortunato Angelini, Mario Bobo, Tiziana Lanzaro, Patrizia Iavicoli, e con la straordinaria partecipazione del Maestro Leon Cino. Il 14 luglio 2011 Gran GalĂ  serale sotto le stelle nella splendida Arena dell’Auditorium.

La sezione dedicata alla Musica, il Caivano Arte Fest, il 15 e 16 luglio, coinvolgerĂ  musica, foto, pittura, actionreading, moda, video, installazioni, danza e le migliori espressioni dei suoni contemporanei. Il programma delle due serate prevedono la presenza di gruppi emergenti del panorama musicale. Il 15 luglio suoneranno Aldo Campana-Lega Leggera, Cybersadic, AldolĂ  ChivalĂ , Lidryca, Das Auge. Il programma del 16 luglio vedrĂ  alternarsi sul palco R & Fusion, Visionair, Starframes, Borderline.
Il progetto nato nel 2008 dalla collaborazione tra il teatro e giovani realtĂ  organizzative napoletane, diventando ben presto un punto di riferimento per i numerosi appassionati di musiche non convenzionali.

Nelle due serate ci saranno reading teatrali a cura del Gruppo Teatro Studio Caivano Arte, Antonio Vitale, M. Giliberti, M. Esposito da Marina Lobra di Vincenzo Litta. Videoproiezioni dei vincitori del concorso Cortisonanti 2011. SarĂ  presentata una mostra di foto di Giuseppe Cerbone, opere di Walton Zed, expo istallazioni ZaZĂ  shop, Progetto Ricicla Pinguro, Les Follie de Vipa, Ring Your Style, Ottica Rosolino; frammenti di danza del CaivanoArteDanza.
Cortisonanti, sezione dedicata ai corti che si terrĂ  il 15 e 16 luglio, vedrĂ  la proiezione dei video Vincitori della Seconda Edizione del Concorso Internazionale di cortometraggi.

I video proiettati saranno: Sezione Scuole «I diritti dei bambini», lavoro dei Circoli Didattici I II III IV V di Arzano (NA) regia di Luca Basile. Per la Sezione Spot/Messaggi/Documentari «Frontiers» per la regia di Hermes Mangialardo di Copertino (LE). Per la Sezione Videoclip Musicali il video vincitore «Nun sia maje Dio», regia di Luigi Marmo di Battipaglia (SA), e il video Menzione Speciale «Genesis» di Ameleto Cascio (Bo). Per la Sezione Cortometraggi «Agente omissis mission 78130», regia di Daniele Malavolta di Modena, e i video Menzioni Speciali «Poupèe» di William S.Touitou di Parigi e per «Made in Japan» di Jose Enrique Sanchez di Madrid.

Il festival si concluderĂ  domenica 17 luglio 2011 con la sessione Teatro Cabaret. In scena Un comico economico, in programma il nuovo allestimento di Lello Musella (Tunnel Cabaret/MAde in Sud), in cui l’artista mette in evidenza con sketch divertenti, attori e ballerini, le difficoltĂ  di chi non ancora giunto al successo si troverĂ  ad affrontare la vita con molti sacrifici e senza denaro.
Il festival raccoglie giĂ  da ora le iscrizioni per la prossima edizione. Per proporre la propria creativitĂ  al programma Caivano Arte Musica/Arte stagione 2011/2012 è possibile scrivere a arearock@sudexpress.it, oppure caivanoarte@libero.it.
Auditorium Caivano Arte – Via Necropoli 1 – 80023 Caivano (NA)
Info 081.836.32.80
www.auditoriumcaivano.it

IL TATUAGGIO É UNA MALATTIA

Non sono rari i casi in cui la Corte di Cassazione, con i suoi pronunciamenti, anticipa e talvolta supplisce gli interventi legislativi, in svariate materie e ambiti del vivere sociale. Tale è il caso che presentiamo quest”oggi.

Il caso
La proprietaria di un centro di tatuaggi praticava sul corpo di una ragazzina un tatuaggio, senza il consenso dei genitori. Il tatuaggio voleva essere una pura e semplice piccola rappresentazione grafica sul corpo. I genitori della ragazzina alcune settimane dopo scoprono il tatuaggio e oltre a non essere d’accordo per quella “macchia” sul corpo, erano preoccupati anche per le conseguenze che il tatuaggio poteva avere sulla salute. I genitori decidono, quindi , di denunciare la proprietaria del centro, per aver inciso sul corpo della ragazzina un tatuaggio pericoloso per la salute.

La proprietaria del centro come linea difensiva aveva sostenuto che qualificare il tatuaggio come una lesione del corpo, produttrice di malattia in senso tecnico-giuridico, era una esagerazione, in quanto la riscontrata alterazione funzionale della cute non avrebbe raggiunto la necessaria connotazione dell’ "apprezzabilitĂ ", quale richiesta dai più recenti orientamenti della giurisprudenza e della dottrina.

La Cassazione precisava che la più recente giurisprudenza, nel qualificare come "malattia", ai fini della configurabilitĂ  del reato di lesioni, una "apprezzabile riduzione di funzionalitĂ " della parte del corpo interessata, non aveva mai inteso escludere dall’ambito della rilevanza penale, tutti i fatti lesivi di modesta entitĂ  quali le ecchimosi, i graffi, le scalfitture, le abrasioni etc.

I giudici, inoltre, precisavano, che dal risultato della perizia medico-legale, il tatuaggio cui era stata sottoposta la minore aveva prodotto una alterazione delle funzioni sensoriali e protettive della cute, e non era quindi rilevante fare la distinzione tra “apprezzabilitĂ ” e semplice ”percettibilitĂ ” della lesione.

In definitiva la Cassazione pur avendo ritenuto “assai tenue e localizzata” la suddetta alterazione, condanna la proprietaria del centro tatuaggi al risarcimento dei danni subiti dalla minore.
La decisione della Corte con la sentenza n. 45345 del 17 novembre 2005 ha ritenuto il tatuaggio una "malattia" ai fini della configurabilitĂ  del reato di lesioni, ed ancora una volta la Corte supplisce e disciplina un ambito della vita sociale in cui la legislazione e ”latitante”.

LA RUBRICA

QUEL MONUMENTO INAUGURATO A SAN GIUSEPPE VESUVIANO IL 31 AGOSTO DEL 1913

Dai discorsi tenuti durante quella celebrazione, si leggono le decisioni strategiche di politica economica e sociale assunte dalla classe dirigente di quel tempo. Di Carmine Cimmino

Il monumento che San Giuseppe Vesuviano dedicò alla memoria delle vittime dell’ eruzione del 1906 venne inaugurato il 31 agosto del 1913. Davanti alle autoritĂ  – c’erano molti sindaci del territorio, e i presidenti di associazioni e di comitati – e davanti a una folla commossa tenne il discorso celebrativo il barone Bernardo Quaranta di San Severino, che molto si era dato da fare per i Vesuviani messi in ginocchio dal vulcano. Il barone faceva capo all’on. Enrico Arlotta, che può essere considerato un interprete esemplare di un certo modo napoletano di intendere la politica , e di farla, mettendo insieme idee alte e programmi elevati, e bassi affari da bottega e anche da retrobottega.

Il sonniniano Enrico Arlotta guidò un gruppo di potere di cui facevano parte industriali e commercianti, lobbisti e giocatori di Borsa, e che fu il perno della coalizione clerico-moderata che controllò l’amministrazione di Napoli dal 1903 al 1913: un fedelissimo di Arlotta era, per esempio, Alberto Marghieri, professore di Diritto Commerciale, prima consulente, e poi direttore, dell’Ufficio Legale del Comune. Il gruppo, attraverso il controllo degli istituti di credito e dei capitali che la Banca Commerciale investiva nell’industria elettrica e nell’ammodernamento del porto di Napoli, aveva coinvolto nella ragnatela delle alleanze i consorzi degli industriali, le cooperative del credito popolare, le associazioni dei commercianti, comprese quelle che si erano costituite a Sant’Anastasia tra mercanti di olio e di tessuti, e a San Giuseppe Vesuviano tra i mercanti di vaccine.

In un’altra circostanza descriverò la rete di vincoli e di “amicizie“ che il gruppo Arlotta scavò nei sotterranei della politica napoletana: è un sistema di relazioni il cui modello è sopravvissuto agli artefici e che ancora oggi ispira faccendieri e comitati di ogni colore. Nel sottosuolo non ci sono più né bandiere né schieramenti né colori: le talpe e le lobbies vedono tutte la stessa cosa.

Tutti i notabili presenti alla cerimonia di quel 31 agosto 1913 sapevano che di lì a 40 giorni le elezioni politiche, le terribili elezioni di ottobre, macchiate del sangue di morti e feriti, avrebbero demolito per sempre il potere di Arlotta, giĂ  corroso dalle violente polemiche sulle manovre speculative che si erano intrecciate intorno alla sistemazione del quartiere industriale. Non a caso, tra il 1911 e il 1912 i giolittiani napoletani, guidati dall’on. Girardi, avevano conquistato il controllo della Camera di Commercio. A San Giuseppe Vesuviano gli umori dell’opinione pubblica nei confronti dell’onorevole Arlotta tendevano all’acido, poiché lo si accusava, apertamente, di non tutelare gli interessi del Comune, nato da poco, nella complicata questione della divisione del territorio con Ottajano.

Perciò i presenti non si meravigliarono quando il barone Quaranta incominciò, fin dall’incipit, a cantare le lodi dell’insonne suo capo, che aveva trasformato le terre vesuviane in un cantiere gigantesco: l’ampliamento del porto del Granatello, la nuova linea tranviaria a Barra, l’apertura della scuola operaia a Ponticelli, “l’inaugurazione dell’acqua del Serino“ a San Sebastiano, a Caravita e a Taverna delle Noci, la sistemazione delle strade “di Pollena e di Trocchia“, e degli alvei tutti del Vesuviano. Per non parlare delle pensioni agli operai della marina. E dell’impulso dato alla pubblica istruzione. Insomma, l’on. Arlotta più che un uomo pareva un Titano: non a caso, ricordò il barone, egli da anni “conquista questo storico Terzo Collegio“, che prima di lui “hanno conquistato solo Poerio, Pandola, Castellano e Flauti“.

Celebrata la gloria di Arlotta, il barone dedicò un breve pensiero alle vittime dell’ eruzione. Da qui volò a cantare le lodi di Giuseppe Mercalli e del suo assistente Alessandro Malladra, che poco tempo prima avevano stupito il mondo calandosi nel cratere fumante del Vesuvio e che da mesi vivevano nella stazione di vulcanologia, “senza acqua, senza luce, senza calore“, per aprire alla scienza i misteri della Montagna terribile, e per onorare, nel modo più degno, il sacrificio delle 105 vite che l’eruzione del 1906 aveva spento a San Giuseppe. Infine, dopo le lacrime rituali, il barone presentò alla folla l’ospite d’onore: Giovanni Palmieri, rappresentante del Comitato Italo- Americano, avvocato, giudice, membro influente del partito democratico, primo italiano a concorrere per l’elezione a Procuratore dello Stato di New York, destinato “forse, a candidarsi un giorno come Governatore dello Stato.“.

Il buon barone ammise che gli italiani emigrati in America avevano trovato lavoro, nei primi anni, o come “criminali, mafiosi, manoneristi, seminatori di bombe“, o come “muratori, lustrascarpe, spazzatori di neve e fruttivendoli“. Ma l’avv. Giovanni Palmieri stava lì a dimostrare quanto fossero cambiate le cose: gli italiani d’America, chiamati fino a pochi anni prima con lo sprezzante appellativo “di dago e di guinea”, ora governavano le banche e i tribunali, e si preparavano a reggere la cosa pubblica. L’avv. Quaranta dichiarò solennemente che il nuovo compito della politica italiana era quello di “migliorare le condizioni igieniche, intellettuali e morali dei nostri emigranti“ e di abituarli “alla luce e all’aria dell’ America“, al “culto dell’istruzione , che è la base della grandezza e del progresso degli Stati Uniti“.

E così nel banale discorso celebrativo del barone si nascondeva il riflesso della “storia alta“: perché l’arlottiano Quaranta, “galantuomo” clericale che sentiva messa la domenica e nelle feste comandate, che era attento difensore degli interessi della borghesia agraria e avversario implacabile dei socialisti, esortava la classe politica non a bloccare l’emigrazione, estirpandone dalle radici le cause remote e prossime, ma a favorirla, e a migliorare la cultura degli Italiani, perché ne traesse vantaggio immediato non l’Italia, ma l’ America.
Quelle parole, se le leggiamo nella prospettiva del dettaglio, accendono la luce sulle intenzioni che, tra il 1887 e il 1915, guidarono la classe dirigente del nostro Paese nel prendere decisioni strategiche di politica economica e sociale.

Se il battito d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado nel Texas, è probabile che gli obiettivi politici perseguiti nel 1913 da un Arlotta o da un Gargiulo, altro strepitoso campione della classe politica napoletana, abbiano fatto sì che negli ultimi giorni di giugno 2011, il sindaco e il vicesindaco di Napoli, e i napoletani tutti, chiamati dalla storia a risolvere il problema della monnezza o ad affogare nella monnezza, si aspettassero di essere aiutati proprio da chi non ha alcun interesse a risolvere il problema, e ha tutto l’interesse a far sì che la piaga vada in cancrena.
(Foto tratta dalla collezione Ambrosio)

LA RUBRICA

LE DONNE DEL 6° PIANO

Un gruppo di immigrate spagnole vive all”ultimo piano di un palazzo della borghesia parigina, in condizioni di vita difficili ma senza rinunciare ai propri sogni. La loro amicizia rappresenterĂ  l”inizio di una nuova vita per il signor Jobert.

Dopo diversi anni di assenza dalla regia Le Guay torna con “Le donne del 6° piano”, una classica commedia alla francese dove si gioca su situazioni estreme nate da contesti familiari e il sorriso nasconde un tentativo di riflessione sui rapporti interpersonali.

Nella Parigi degli anni Sessanta Jean-Louis Jobert è un benestante che ha seguito i binari prestabiliti dalla propria classe sociale. Ha ereditato il lavoro dal padre, da buon borghese ha fatto il collegio, si è sposato, ha dato alla luce due bambini e ha continuato a vivere nel palazzo di famiglia. Non una virgola fuori posto, una sbavatura, un colpo di testa. Ha una moglie la cui rigida agenda settimanale prevede parrucchiere, aste di beneficenza, bridge con le amiche e il resto del vangelo del perfetto borghese. In questo mondo asfissiante, che Le Guay dipinge con tocco ironico, irrompe all’improvviso la figura della spagnola Maria, nuova domestica di casa Jobert e, come molte connazionali di quegli anni, in fuga dalla dittatura di Franco e dalla povertĂ .

La ragazza diventa la nuova inquilina del sesto piano del palazzo occupato da altre immigrate spagnole, come lei per lo più domestiche presso le famiglie del condominio. Ritrovatosi per un caso fortuito al sesto piano, Jean-Louis vedrĂ  con i propri occhi le condizioni difficili in cui vivono le donne, costrette in stanze minuscole senza acqua o riscaldamento eppure sempre solari e positive. La loro istintiva vitalitĂ , completamente nuova per un uomo soffocato da una vita decisa e recitata a tavolino, apre agli occhi di Jobert un mondo diverso. Nonostante l’ottima caratterizzazione dei personaggi (grazie anche alla prova perfetta di tutto il cast), va subito detto che la coerenza dei passaggi narrativi non è il punto di forza del film.

Rimane difficile capire come, ad un uomo che ha vissuto per quarant’anni nello stesso modo, basti uno sguardo fugace alle condizioni di vita delle donne spagnole per decidere che è arrivato il momento di cambiare. Sono buchi di sceneggiatura che fanno perdere al film profonditĂ  d’indagine psicologica e sociale. In questo modo, con il passare dei minuti, il registro comico diventa quello più credibile e strutturato, relegando ai margini un’analisi più acuta del contesto e dei personaggi che pure sembrava poter essere uno dei punti di forza del film. Ma al netto di queste approssimazioni, l’opera di Le Guay funziona. E funziona perché la sua leggerezza diventa quella del protagonista, naif ed eccessivo quanto si vuole, tuttavia capace di trascinarci in modo divertente nella sua nuova visione delle cose.

La scoperta del sesto piano e delle sue abitanti mette Jobert di fronte ad un mondo di donne forti e gioiose, opposte alla moglie viziata. Più che nel rapporto tra le classi sociali e nell’epica della sopravvivenza in condizioni difficili, il film trae la sua forza dallo scontro tra l’energia e i sogni delle spagnole – la resistenza politica, la casa, il lavoro, unite alla gioia del cibo, del ballo, anche della religione – e la vita prevedibile e annoiata di una borghesia parigina capace solo di chiacchierare a vuoto. Quei pochi metri quadrati nascosti sotto al tetto, poco sopra la sua abitazione, svelano a Jean-Louis il piacere che si nasconde nelle piccole cose, trasformandolo – per riconoscimento misto a solidarietĂ  – in un bizzarro Robin Hood che non perde occasione per dare il suo aiuto alle donne.

Nel “nuovo corso” si inserisce inevitabilmente l’attrazione di Jobert per Maria, che diventa nella seconda parte del film l’elemento narrativo portante. Ma Le Guay ha l’abilitĂ  di non ridurre tutto al colpo di fulmine dell’uomo per la ragazza spagnola: anche la figura di Maria entra simbolicamente nello scontro tra i due diversi modi di vivere, contrapponendosi alla moglie di Jean-Louis. Ed è proprio la signora Jobert a funzionare da polo negativo della storia. Totalmente calata nel proprio piccolo mondo, la donna non riesce a fare altro che spiegarsi il nuovo comportamento del marito con un’ovvia scappatella extraconiugale.

Le Guay dirige con ritmo e ironia una storia che, seppur non molto coerente in alcuni salti, ci parla in modo leggero soprattutto della possibilitĂ  di cambiare. Messi in secondo piano i riferimenti sociali o politici, le donne del sesto piano diventano soprattutto la metafora dell’opportunitĂ  rappresentata dal contatto con esperienze diverse, spesso più vicine di quanto si immagina. La “redenzione” di Jobert è un piccolo invito ad “alzare la testa verso il tetto”, perché anche un piccolo gesto come questo può segnare l’inizio di una nuova vita, più autentica.
(Fonte foto: Rete Internet)

Regia di Philippe Le Guay, con Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalia Verbeke, Carmen Maura, Lola Dueñas, Berta Ojea.
Paese: Francia
Durata: 110 minuti
Uscita nelle sale: 10 giugno 2011
Voto 6,5/10

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É UNA POLITICA FATTA SOLO DI PAROLE

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Far pagare meno tasse alle famiglie con figli, contrastare la povertĂ , aiutare i giovani senza lavoro. Questi i veri obiettivi di una manovra equa. E invece? Si sacrificano tutti tranne i politici. Di Don Aniello Tortora

Non tocca certo alla chiesa entrare nelle soluzioni tecniche del vivere sociale. Ma quando sono in gioco i valori del bene comune e della solidarietĂ , spetta alla comunitĂ  cristiana non solo intervenire, ma denunciare con forza e coraggio il male sociale. Sia il quotidiano cattolico Avvenire che Famiglia cristiana, insieme ad altri organi di stampa cattolica, sono intervenuti ultimamente sull’attuale e molto controversa manovra finanziaria. Molto dura e critica la presa di posizione di Famiglia cristiana.
Voglio riportare qui il testo integrale della riflessione, che condivido pienamente e incondizionatamente.

«Una delle più ampie manovre finanziarie della storia italiana (47 miliardi di euro, il 3% della ricchezza nazionale) svela il vero volto del Paese e le dichiarazioni propagandistiche, ammettendo che i conti non tornano. Il ministro Tremonti l’ha definita “manovra etica”, che vuol dire giusta, equa. Ma per essere davvero giusta, dovrebbe chiedere a tutti di “tirare la cinghia”. A cominciare dai politici, cui spetta dare l’esempio. E invece? I tagli agli scandalosi costi dei politici (tra l’altro “scarsamente produttivi” quanto a decisioni tempestive per la crescita del Paese, come ha denunciato Mario Monti sul Corriere della Sera, vengono rimandati al futuro».

«E, senza pudore, i nostri parlamentari mettono le mani avanti: guai a toccare i “privilegi” acquisiti. Ci toccherĂ , poi, fare anche una colletta per un “povero” ministro che piange miseria. Al netto delle spese – dice – gli restano “solo” 4 mila euro al mese per vivere! Per essere giusta la manovra dovrebbe far pagare meno tasse alle famiglie con figli, contrastare con più vigore la povertĂ , affrontare il dramma dei giovani senza lavoro, tassare le transazioni finanziarie, investire su scuola, formazione e ricerca, favorire l’occupazione femminile, conciliando i tempi del lavoro e quelli della famiglia. Così non è. Non ci pare equa. Tanto meno condivisa da tutti (anche nella maggioranza), se necessita di un voto di fiducia nelle aule parlamentari. La manovra è simile alla politica cui siamo abituati da anni: solo parole».

«Di certo ci sono gli “oneri” per i soliti “noti”: famiglie e lavoratori a reddito fisso. Per il resto, solo annunci, promesse e rimandi al futuro. Assieme a tanta ipocrisia e incompetenza nel gestire le sorti del Paese. È come se si dicesse al malato di attendere due o tre anni per la medicina. Ormai i cittadini sono stufi dei “grilli parlanti” che continuano ad annunciare la riduzione del numero dei parlamentari, le sforbiciate alla casta, l’abolizione di esorbitanti sprechi e privilegi. Soprattutto se il conto è rimandato alla prossima legislatura. Da subito, invece, si tagliano i soldi agli enti locali (alla faccia del federalismo!). Con il risultato che, nei Comuni, si pagheranno più tasse e si avranno meno servizi sociali. Nel documento economico di Tremonti brillano per assenza due promesse strombazzate in campagna elettorale: abolizione delle Province e quoziente familiare (ora Fattore famiglia)».

«Anche i proclami del sottosegretario alle politiche familiari sono caduti nel vuoto. Così come le sue annunciate e ripetute dimissioni, se non ci fosse stato qualcosa di concreto per la famiglia. Le poche “cose buone” di Tremonti (tra cui gli aiuti per i giovani imprenditori) non bastano a far ripartire l’occupazione. E a sostenere il reddito delle famiglie. Se l’Italia non è finita come la Grecia, e se il malessere sociale è ancora contenuto, bisogna ringraziare chi, in questo Paese, fa ancora il suo dovere con responsabilitĂ . Nonostante questa classe politica. La più “bassa” di tutti i tempi».

Giudizi severissimi, ma veri e sacrosanti. Mi sorge nel cuore ancora la speranza che il governo tutto rinsavisca e che il premier, invece di pensare all’ennesima leggina “ad personam” o ( in questo caso) “ad aziendam”, finalmente “veda” i problemi reali della gente, molto stanca, e si impegni a risolverli secondo giustizia ed equitĂ . È seriamente giunto il momento che questa classe dirigente si dia una mossa e che se ne vada a casa. A noi cittadini spetta il dovere dell’ indignazione, come hanno fatto recentemente i giovani in Spagna e nel Nord-Africa.

Siamo ancora in tempo per riappropriarci del nostro destino sociale e per attuare la vera democrazia, “potere del popolo” e non solamente di qualcuno o di alcuni, il cui unico scopo è perseguire interessi di parte.
(Fonte foto: Rete Internet)

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DIRITTO ALLA SALUTE E COMPATIBILITÁ CON IL REGIME CARCERARIO

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Nelle carceri vengono istituiti presidi sanitari per i detenuti che hanno bisogno di cure; tuttavia, è possibile che in caso di grave infermitĂ  fisica, la pena venga differita. Di Simona Carandente

Una nuova calda, caldissima estate è alle porte, tra l’insofferenza della popolazione penitenziaria, giunta a toccare picchi di densitĂ  inverosimili, e la tristemente nota mancanza di provvedimenti risolutivi, capaci di porre fine drasticamente ad un fenomeno increscioso che pone il nostro paese al centro di forti polemiche in sede europea.

Se giĂ  l’espiazione della pena in regime carcerario presenta innumerevoli, ed inevitabili, connotati di afflizione, diversa è la situazione del detenuto gravato da problemi di salute, specie fisici, tali da aggravare le giĂ  complesse, e sovente ingestibili, dinamiche della detenzione.
Di norma, difatti, l’Ordinamento Penitenziario prevede che, all’interno delle Case Circondariali e dei Penitenziari in genere vengano istituiti dei presidi sanitari, idonei a fornire ai soggetti ivi ristretti le cure delle quali abbiano bisogno, somministrate sotto stretto controllo medico.

Eppure, è facile intuire come talune, complesse patologie necessitino di cure specifiche, tali da non apparire fronteggiabili con il ricorso ai presidi ospedalieri interni, rendendo nei casi più delicati incompatibile lo status detentivo con il regime carcerario.
La quantitĂ  di soggetti detenuti, gravati da problemi di salute, è oltremodo vasta, ma per la stragrande maggioranza di essi, a prescindere dalla durata della pena da espiare, il carcere viene ritenuto comunque luogo idoneo a fronteggiare le patologie delle quali risultano affetti, con notevoli conseguenze sulla famigerata rieducazione del condannato e partecipazione alle attivitĂ  formative e socio-culturali.

L’art.147 del codice penale prevede la possibilitĂ  che l’esecuzione della pena venga differita, laddove ricorrano determinate condizioni, solo per i detenuti affetti da "grave infermitĂ  fisica", intendendo di fatto tale solo lo stato di salute realmente grave, che determini un pericolo di morte non fronteggiabile attraverso il ricorso alla cure nosocomiali.
Ai fini del differimento dell’esecuzione della pena inflitta, un importante ruolo viene riconosciuto all’attivitĂ  di rieducazione del condannato, alla quale dovrebbe essere improntato l’intero trattamento penitenziario: la grave infermitĂ  fisica, difatti, inciderebbe negativamente sull’esito di quest’ultimo, limitando non solo la partecipazione del condannato alle attivitĂ  inframurarie, ma lo stesso buon esito di esse, attraverso una pena vissuta dal reo in termini di maggiore afflittivitĂ  e costrizione rispetto alle condizioni normali.

Difatti, anche se per talune pronunce della Suprema Corte non assumerebbe rilevanza, ai fini del differimento dell’esecuzione della pena, il carattere cronico ovvero inguaribile della malattia, nella realtĂ  dei fatti si pone l’accento sulle reali possibilitĂ  di miglioramento dello stato di salute del detenuto stesso, laddove sottoposto a cure diverse e più efficaci di quelle fornite all’interno dei penitenziari. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA CERTOSA DI PADULA: IL LUOGO DELL’ “ANTICO” INCONTRA IL “CONTEMPORANEO”

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Attraverso il percorso espositivo voluto dal critico Achille Bonito Oliva la straordinaria certosa di Padula si è fatta promotrice delle vicende dell”arte contemporanea, divenendo straordinario museo sui-generis.

Sono dieci. Esattamente dieci gli anni che sono trascorsi dal momento in cui Achille Bonito Oliva, guru propiziatore di esperienze artistiche che hanno profondamente segnato la scena dell’arte contemporanea, incontra, all’apice di una carriera pluriennale di critico stimato ed apprezzatissimo, la Certosa di Padula (foto).

Un ritorno a casa, in realtĂ , per lo studioso d’origine salernitana, che assume i contorni della love story; una fascinazione che nel 2001 si formalizza in un intervento capace di ri-valorizzare quel luogo mistico e storico insieme. Il meraviglioso complesso monumentale venne fondato intorno al 1306 per volontĂ  del marchese Tommaso Sanseverino. Suddiviso in due grandi aree, quella cenobitica, comprendente gli ambienti di servizio dove i conversi svolgevano le attivitĂ  necessarie alla sopravvivenza del monastero, e quella eremitica, costituita dal Chiostro grande con le celle dei monaci, la gigantesca struttura (estesa su una superficie di oltre cinquantamila metri quadri) raggiunse il suo splendore in epoca barocca e conobbe una progressiva decadenza nei secoli successivi, quando venne adibita agli usi più disparati (da carcere a lazzaretto).

Negli ultimi decenni del secolo scorso, oculati interventi di restauro ripristinavano il valore plurisecolare del monastero, sottraendolo al degrado e all’incuria. Lo scenario è dunque dei più suggestivi per innescare il felice “corto-circuito” tante volte sperimentato nell’arte contemporanea, con i suoi rimandi simbolici, i suoi molteplici e spesso enigmatici significati, investita dall’aura sacrale e legittimante di un luogo depositario di tanta storia. La definizione del nuovo ruolo, la nuova vocazione “contemporanea” della Certosa è definita dalle mostre “Le Opere e i Giorni” e “ Ortus Artis”, che a distanza di anni sono di fatto entrate di diritto nei manuali universitari di storia dell’arte consacrando il complesso monumentale come una forma di museo d’arte contemporanea sui generis.

Le Opere e i Giorni giĂ  nella scelta del nome rimanda all’omonimo poema didascalico del poeta greco Esiodo, in cui veniva celebrato il valore del lavoro, attraverso un ritmo e una struttura lentamente scandite dal trascorrere dei giorni e la realizzazione delle opere umane; lo stesso avviene con il programma artistico di Achille Bonito Oliva per il quale , in considerazione della distanza che separa Padula dai grandi centri dell’arte, si è “per così dire operato d’astuzia, chiamando gli artisti a lavorare sul tempo e non soltanto sullo spazio della Certosa. Non opere precotte, quanto piuttosto lavori che esprimessero un rapporto di continuitĂ , un vissuto tra l’artista e l’architettura della certosa di San Lorenzo”, come sottolinea lo stesso critico.

Il tempo è, ovviamente, quello certosino: un tempo prolungato e cadenzato attraverso le tre tematiche fondanti della spiritualitĂ  dell’ordine, su cui hanno lavorato centinaia di artisti: il Verbo, sinonimo di Dio ma inteso anche come linguaggio, il Precetto, ossia la regola che guida l’esperienza del monaco verso la conoscenza, e la Vanitas, riflessione sulla fugacitĂ  delle lusinghe mondane. Intorno a questi temi si è sviluppato un articolato progetto culturale che copriva un ventaglio ampio di esperienze artistiche comprendenti pittura, scultura, fotografia, teatro, danza e poesia, ovviamente, valorizzato (e valorizzante allo stesso tempo) dallo sfondo mistico garantito dalla Certosa.

Ogni cella del monastero è diventata dunque, per un momento, l’inusuale atelier dell’artista, per la quale, a seconda del tema, è stata oggetto di un lavoro in situ, divenendo microcosmo d’intervento e laboratorio di idee: Luigi Ontani, ha riproposto l’iconografia dei San Lorenzo in modo giocoso e irriverente, Gilberto Zorio, ha realizzato un ambiente investito da proiezioni ironicamente inneggianti alla grazia, Sol Lewitt, ha segnato le pareti della cella secondo sinuose partiture cromatiche. Così come ciascun artista ha canalizzato la sua ispirazione per vitalizzare gli spazi delle celle, così gli architetti del paesaggio si sono concentrati sui giardini attigui.

Ortus Artis era la sezione oggetto della sperimentazione degli architetti, che contribuirono attraverso i personalissimi interventi al dibattito più attuale sulle problematiche di progettazione e reinterpretazione del paesaggio. Ci fu chi come gli architetti dello studio tedesco “Topotek 1” riportarono il giardino della cella alla sua purezza modulare eliminando ogni “ostacolo vegetale”, creando un effetto disorientante l’osservatore o chi come quelli dello studio olandese “West 8” hanno trasformato lo spazio verde in una distesa fantascientifica di pigne retroilluminate.

Soluzioni ardite, innovative, provocatorie,ironiche, dissacranti; gli aggettivi si sprecano e forse sono anche incapaci di rendere l’intima essenza del tessuto di una serie di interventi messi in essere dagli artisti, lasciati da Achille Bonito Oliva assolutamente liberi di interpretare a modo loro la Certosa, “rifondandola” e conferendogli nuova, vitale linfa “contemporanea”.
(Fonte foto: Rete Internet)

STORIE D’ARTE

LA DEVIANZA MINORILE

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La delinquenza minorile non è un fenomeno improvviso e inatteso. Dove nasce, perchè e per colpa di chi. Di Amato Lamberti

Le cronache di questi ultimi mesi hanno evidenziato che i reati commessi da giovani e ragazzi, i cosiddetti “minori”, non solo sono in aumento come numero, ma presentano caratteristiche di violenza ed efferatezza del tutto nuove, tanto che non è più facile distinguere la delinquenza minorile da quella adulta, organizzata o meno che sia. L’opinione pubblica è molto allarmata da questi fatti, ma gli organi di informazione fanno poco per far capire che non si tratta di fenomeni improvvisi e inattesi, ma dell’esito di un lungo percorso di evoluzione della criminalitĂ  minorile che è cresciuta perché non c’è stata nessuna attenzione a quanto succedeva nell’universo giovanile da parte delle istituzioni delegate al controllo sociale.

Negli ultimi quindici anni, la devianza minorile in Italia ha subito profonde trasformazioni. Sotto il profilo quantitativo, infatti, il numero dei ragazzi denunciati penalmente è più che raddoppiato; sotto il profilo qualitativo, alla difficile condizione di vita che nel Meridione vivono i cosiddetti “ragazzi della mafia” (cioè i minorenni coinvolti in attivitĂ  di criminalitĂ  organizzata o che comunque ne hanno acquisito la subcultura) si contrappone – nelle Regioni centro-settentrionali – la consistente e talora massiccia presenza di ragazzi stranieri che commettono reati.

A questa non facile situazione si è aggiunta, di recente, quella costituita dall’emergere di una devianza nuova, con manifestazioni inedite, che vanno dal bullismo nelle scuole ad altre manifestazioni sul territorio, di una violenza tanto esasperata quanto immotivata. Si tratta di una devianza che presenta caratteristiche peculiari sue proprie, differenti da quelle prospettate in precedenza. Perciò, per distinguerla da quella tradizionale e quantitativamente molto più rilevante, essa viene correttamente definita con termini non tecnici, quali il “malessere del benessere”, ovvero, il “teppismo per noia”.

Si pongono quindi problemi nuovi e complessi per la giustizia minorile italiana, abituata in passato a gestire una devianza minorile di carattere poco evidente.
Fino a qualche tempo fa la cultura giuridica minorile- traendo spunto dalla tradizionale ripartizione di competenze prevista dalla legge per l’intervento del giudice minorile- operava una distinzione tra devianza minorile e delinquenza minorile, in base alla quale la devianza riguardava i comportamenti irregolari che non comportano la consumazione di reati (fughe da casa, tentativi di suicidio, assunzione di stupefacenti,etc.), mentre la delinquenza si riferiva alle condotte che configurano reati. Negli ultimi anni, tale distinzione è stata ritenuta superata e si è utilizzato il termine devianza per designare il fenomeno complessivamente considerato.

L’ordinamento vigente individua nella devianza minorile l’insieme dei fatti costituenti fattispecie di reato posti in essere da agenti la cui etĂ  varia in una fascia di 14 ai 18 anni. Tale delimitazione è convenzionale ed è frutto di una scelta del legislatore, sempre modificabile dallo stesso (recentemente si sono registrate numerose spinte ad abbassare la soglia della punibilitĂ  ai 12 anni). Pertanto se minore è ogni individuo che non ha ancora compiuto i 18 anni d’etĂ , minore imputabile – cioè sottoponibile a procedimento penale – è solo il soggetto cosiddetto infradiciottenne, ma che abbia raggiunto i 14 anni d’etĂ .

L’ordinamento penale attuale ha preso in considerazione il fenomeno della criminalitĂ  minorile e gli ha riservato un doppio trattamento differenziato: sia dal punto di vista sanzionatorio, sia dal punto di vista processuale. Cioè, il minore è punibile – quando commette un fatto di reato – solo se è constatata e provata concretamente la sua capacitĂ  d’intendere e di volere (intesa come maturitĂ ) e, comunque, la pena a lui comminata viene sempre scontata di un terzo.

Al fine di analizzare e comprendere la condotte devianti poste in essere da minori, è necessario interpretare queste ultime alla luce della formula proposta dallo psicologo sociale K. Lewin, secondo la quale il comportamento è sempre un prodotto della persona e del suo ambiente (psichico, psicologico sociale, ecc.) ad un dato momento.
Questa formula, applicata all’ambito delle condotte criminose, è particolarmente importante, in quanto tende ad evitare la categorizzazione e la classificazione dei comportamenti umani. Si ritiene, infatti, che la congiunta considerazione di fatti sociologici e psicologici consenta un livello di osservazione e di interpretazione più adeguati rispetto al problema che si vuole capire, interpretare e quindi mettere a fuoco.

Dal punto di vista teorico, il complesso fenomeno riguardante la criminalitĂ  minorile è da sempre oggetto di studio di psicologi e sociologi e l’ampiezza dell’argomento non consente di ridurre ad una sola teoria l’origine del fenomeno, poiché l’evoluzione della societĂ  e le nuove esperienze apportano nuove conoscenze e soluzioni.
In proposito, vari autori sostengono che sia possibile distinguere fra una delinquenza fisiologica, una delinquenza patologica endemica ed una delinquenza patologica epidermica.
La prima, quella fisiologica, è costituita da quelle condotte devianti spesso destinate a riassorbirsi con l’ingresso dell’adolescente nell’etĂ  matura e che si concretizzano essenzialmente nella commissione dei cosiddetti mickey mouse crimes.

Il fenomeno più rilevante per cui si caratterizza la delinquenza patologica endemica è, invece, il coinvolgimento di minori nella criminalitĂ  organizzata.
GiĂ  nel 1991 la Commissione d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari, aveva posto in luce con grande allarme l’aggravarsi di forme di criminalitĂ  minorile e «l’ingaggio di quote di minori nelle attivitĂ  della delinquenza organizzata», soprattutto in riferimento alla commissione dei cosiddetti street crimes, ossia spaccio di droga, contrabbando, lotto clandestino, furti, rapine.

Infine, con il termine delinquenza patologica epidermica si fa riferimento alla devianza dei minori stranieri – indotti al crimine in etĂ  assai precoce – i quali vivono in contesti sociali segnati da marginalitĂ , conflitti culturali, disadattamento, deprivazione relativa, modalitĂ  culturali proprie dal paese d’origine spesso non considerate legittime nel territorio ospitante.
Certamente, i giovani sono particolarmente sensibili alle influenze provenienti dall’esterno, in considerazione di caratteristiche psicologiche che li rendono plasmabili (immaturitĂ  della struttura della persona, instabilitĂ  emotiva, conflittualitĂ  adolescenziale con le figure parentali, insicurezza, ricerca della propria identitĂ  personale, etc.).

L’azione deviante di un adolescente rimanda spesso ad un quadro relazionale che sembra connotarsi per una genitorialitĂ  inefficace sul piano del controllo e, in generale, di inadeguatezza rispetto ai nuovi compiti evolutivi posti dal figlio. Sembra quindi delinearsi un quadro in cui emerge con forza la crisi della funzione genitoriale, intesa nel doppio significato di modello di riferimento e di ostacolo da superare.

La tradizionale famiglia patriarcale dall’epoca preindustriale – costituita da diverse e numerose generazioni, a volte conviventi – ha sempre rappresentato un ambiente sociale privilegiato, in cui le esigenze dell’individuo e, soprattutto, della prole, trovavano ascolto, attenzione e spesso disponibilitĂ  nell’adottare le più opportune soluzioni. La famiglia rappresentava, in altre parole, il sistema fondamentale, con valenze non solo di sostegno e di solidarietĂ  in termini relazionali ristretti, tra tutti i suoi membri, ma anche l’ambiente privilegiato per la trasmissione d’esperienze tra generazioni, con chiare valenze educative e culturali. L’attuale famiglia nucleare, ridotta a pochi individui, non solo ha perso gran parte di queste funzioni educative, ma non riesce neanche a fornire un adeguato sostegno emotivo ed un sufficiente investimento affettivo verso i figli.

L’esperienza quotidiana dimostra come, sempre più spesso, i genitori siano in sostanza assenti dalla vita affettiva e relazionale dei figli, molte volte per motivi di lavoro o per il bisogno di realizzarsi – professionalmente e socialmente – fuori dall’ambito familiare. Le situazioni conflittuali all’interno delle famiglie sembrano moltiplicarsi e, sempre più frequentemente, sfociano in separazioni o divorzi. L’ostilitĂ  e le tensioni emotive presenti in ambito familiare sono proiettate, gran parte delle volte, sulla parte più indifesa – i figli – usati sovente in modo strumentale e ricattatorio. All’interno della famiglia, i disturbi comunicativi – studiati e trattati dalla psicoterapia familiare e di coppia – risultano sempre più numerosi ed evidenti.

L’aumento delle devianze giovanili è indice, inoltre, dell’esistenza di elementi disfunzionali all’interno della realtĂ  sociale in generale. Per un adeguato percorso evolutivo è necessario, infatti, che il minore – nel suo processo di personalizzazione e di socializzazione – sia sostenuto anche dalla scuola e dalla societĂ  più in generale. Famiglia, scuola e societĂ  rappresentano, dunque, il luogo in cui il giovane acquisisce le prime regole morali, la consapevolezza che la vita è radicata non solo sui diritti, ma anche sui doveri. Un difficile rapporto dell’individuo con la famiglia, la scuola e gli altri agenti di socializzazione determinano quelle carenze di interiorizzazione del sistema normativo che, a loro volta, favoriscono la devianza.

Esiste un rapporto molto stretto anche tra il fenomeno della criminalitĂ  giovanile e la nascita della societĂ  complessa. Analogamente, la situazione attuale dei giovani – soprattutto degli adolescenti – è fortemente legata alla condizione della periferia metropolitana. Questo rapporto evidenzia in maniera netta le trasformazioni che sono avvenute negli ultimi anni all’interno della societĂ  complessa (o postindustriale). Non a caso, la periferia è lo spazio urbano in cui si verificano più facilmente le condizioni negative che portano alla devianza i giovani, i quali sono costretti a vivere in condizioni sociali precarie.

Il cambiamento della societĂ  contemporanea crea nuovi tipi di esclusione, più complessi se paragonati alla marginalitĂ  tradizionale della povertĂ  in senso socio-economico. La maggior parte dei giovani di periferia ha la capacitĂ  di procurarsi i beni di consumo desiderati, mentre l’esclusione di tipo tradizionale rimane soprattutto per quanto riguarda l’accesso alla carriera scolastica.
La posizione marginale nel sistema scolastico, in seguito, si riflette sul mercato lavorativo, provocando problemi di disoccupazione e di motivazione nella ricerca di un impiego.

Nuovi tipi di esclusione, che si verificano soprattutto in ambito culturale sono rappresentati principalmente dalla mancanza di risorse simboliche (risorse di informazione e di capacitĂ  a muoversi nella complessitĂ  del sistema, risorse affettive per lo sviluppo del Sè). In questo modo, i ragazzi delle periferie non riescono a essere protagonisti delle trasformazioni della societĂ  moderna e le vivono, subendole, in maniera passiva.
Oggi i giovani sono bombardati dalle informazioni, dalle immagini e dagli stimoli che arrivano attraverso i mezzi di comunicazione e vivono il periodo difficile dell’adolescenza in un sistema sociale in cui i valori non sono più compatti.

Giocano in favore del disadattamento anche alcune caratteristiche individuali (carattereopatie, insufficienza intellettiva, nevrosi, disturbi emotivi, etc.) che possono rendere alcuni giovani più esposti a tale rischio.
Al tradizionale modello del ragazzo di periferia – che abita in quartieri a rischio, con famiglie prive di sostegno, o nella strada , che non frequenta la scuola – si sta sostituendo un modello diverso, con caratteristiche quasi opposte a quelle appena descritte.

Soprattutto nelle Regioni dell’Italia settentrionale, si va delineando una devianza proveniente da ragazzi appartenenti a famiglie benestanti, che si manifesta con comportamenti violenti immotivati (dall’omicidio del barbone allo stupro di gruppo), fino a gravi forme di estorsione o a devastazioni e saccheggi di case.
Dal punto di vista eziologico, è possibile ricercare le cause della devianza minorile nella vita familiare, dove regnano agiatezza e permissivismo, con conseguenze che possono essere devastanti per la normale crescita del giovane quando è circondato da genitori presi dal lavoro e dalla ricerca smodata del benessere.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO