LUCIAN FREUD. GRANDISSIMO DISEGNATORE E INNOVATORE

L”artista era portatore dell”idea che il pittore dovesse essere coraggioso, tenero, libero di spirito e pronto a mettere in dubbio tutto. Di Carmine CimminoÈ morto l’artista Lucian Freud. Il pittore nacque a Berlino, l’8 dicembre del 1922, da Ernst Freud, ultimogenito del padre della psicanalisi, e da Lucie Brasch, figlia di un mercante di granaglie. Nel 1933 l’antisemitismo nazista costrinse la famiglia a trasferirsi in Inghilterra. Lucian prese la cittadinanza inglese e nel 1954, alla XXVII Biennale di Venezia, rappresentò, con Francis Bacon e con Ben Nicholson, la Gran Bretagna. Nel 1998 la mostra alla Tate Gallery di Londra lo consacrò come uno dei Maestri del ‘900.

La sua pittura sintetizza con geniale originalità le sperimentazioni formali e tecniche dei grandi “figurativi“ del sec. XX, Otto Dix, Max Beckmann, E.L. Kirchner e Francis Bacon. Di Bacon dipinse, nel ’57, uno straordinario ritratto. Famoso è anche il ritratto della Regina Elisabetta che nel 2001 egli donò alla Collezione Reale. Condivideva con Schad l’idea che il pittore dovesse essere “coraggioso, tenero, libero di spirito e pronto a mettere in dubbio tutto“. Diceva Bacon che anche quando dipingeva una pianta in un vaso e un lavabo in cui scorre acqua da un rubinetto, Freud faceva un ritratto, perché aveva “il genio della psicologia“, la capacità di cogliere, in ogni ambiente, il groviglio di corrispondenze tra gli uomini e le cose, e soprattutto, possedeva la tecnica adatta a rappresentare, con sintetica originalità, questa trama di moti.

Fu un grandissimo disegnatore e introdusse notevoli novità anche nella tecnica della pittura, soprattutto nell’uso combinato di pennello e di spatola. Freud ci lascia numerosi autoritratti. In alcuni di essi si ritrae in situazioni “impudiche“. In questa oltranza c’è, insieme con una punta di ironia e di narcisismo, l’onestà dell’artista che espone prima di tutto sé stesso agli acidi umori del disfacimento del mondo. Sono diventati famosi, soprattutto dopo essere stati acquistati alle aste per milioni di euro, i nudi delle donne enormi: facce tristi innestate su ammassi smisurati di carnaccia violacea, simbolo urtante di una società senza regole e senza misura, oscena, e stanca della sua oscenità.

Anche quando la modella corrisponde ai canoni tradizionali della bellezza, il pennello di Freud incide sul suo corpo il marchio della banalità del bello e della corruzione della carne: egli usa, per le ombre, un azzurro intriso di viola, così slavato che spegne anche i rossi, e nei punti in massima luce, come sul seno sinistro della splendida donna nel Ritratto di donna nuda del 2004, il pittore sfrangia i colori luminosi in viscidi grumi che danno l’impressione di un’ulcera purulenta.

Nel quadro La famiglia Pearce, la cui immagine correda l’articolo, Freud ritrae Rose Boyt, una delle modelle predilette, il marito Mark Pearce e i due figli. Il “ritratto di famiglia“ occupa un posto notevole nella storia della pittura europea, inglese e francese in particolare: Freud conosce perfettamente i modelli e i canoni del genere, ma non c’è un canone che egli non attacchi con la violenza del suo sguardo spietato. Marito e moglie sono immersi nell’azzurro scuro di una gelida indifferenza. Non hanno più nulla da dirsi. Gli occhi di Rose, che è incinta, si smarriscono nel vuoto, il suo volto sfatto nei grumi di materia gialla e rossa è la fotografia di una disillusione disperata, di una stanchezza definitiva.

Ella appoggia il braccio destro sulle spalle del marito, ma è un braccio che non preme; la mano non stringe, non ha forza, e non ha forza nemmeno la mano sinistra, tozza, ruvida: Freud la disegna a bella posta più grossa di quel che dovrebbe essere e l’attacca a un avambraccio che pare sbozzato nel legno. Il vestito a pois bianco – un pezzo straordinario di pittura – svela un corpo pesante, sformato. “Dipingendo gli abiti – diceva Freud – in realtà dipingo persone nude coperte da abiti. È questo che mi piace tanto in Ingres“. Il marito è chiuso nell’ abito azzurro cupo, che è una sola grande macchia: i piani fortemente segnati del suo volto contratto rivelano irritazione, fastidio; la mano sinistra, enorme, rigida, rifiuta il contatto con il corpo di lei; la mano destra, altrettanto smisurata, stringe in modo innaturale la figlia Stella.

Nel ritratto di Stella Freud manda in pezzi, fragorosamente, tutti i canoni del ritratto di bambini: faccia, capelli e mani, soprattutto la mano sinistra, sono appena abbozzati, il bianco della tutina fa risaltare l’approssimazione del disegno e della pennellata, i piedi e le gambe gonfi e informi diventano l’immagine di una crudeltà terribile, perché non manifesta, ma insidiosamente celata nel guscio di sentimenti di cui non è rimasta nemmeno l’ipocrisia penosa dell’ abitudine. Alex, che è figlio di Mark, ma non di Rose, entra nel quadro dall’angolo in basso, come uno che arriva all’ultimo momento, un attimo prima dello scatto della macchina fotografica, e si accovaccia davanti al gruppo.

La faccia inespressiva e piatta dice che la sua funzione è puramente strumentale: chiude l’immagine e le conferisce un’impaginazione asimmetrica, tutta spostata a destra, lungo la linea che congiunge la sua testa, la pieghe nette della veste sotto il ventre di Rose, il vertice basso della scollatura, il mento di Rose contornato da un’ombra forte e densa, lo spigolo della mensola dietro la testa della donna. Marito e figlia sono in un campo secondario. Il quadro è ancora più chiaro se lo leggiamo attraverso le assenze. I toni d’azzurro, i toni del distacco, sono dominanti, tanto che il dipinto pare un monocromo; mancano i toni del vermiglio che accende luci e passioni; la stanza è spoglia.

Mancano gli oggetti: che, scrive Duby, sono la testimonianza tangibile dell’intimità. Richiamo su questo quadro l’attenzione di quel signore che l’altro giorno ha confessato, sul nostro giornale, che tradisce la moglie (VEDI).
(Foto: Quadro di Lucian Freud: “La famiglia Pearce”, del 1998)

L’OFFICINA DEI SENSI

GIFFONI E ISCHIA: A LUGLIO IL CINEMA SOGGIORNA IN CAMPANIA

La Campania si sta ritagliando uno spazio importante grazie a due manifestazioni tarate su target specifici, Giffoni ed Ischia: due “piccoli” festival capaci di crescere anno dopo anno.

Luglio è stato un mese di festa per il cinema in Campania, con due appuntamenti – Giffoni e Ischia – che si stanno guadagnando un posto sempre più rilevante sul palcoscenico dei festival nazionali e internazionali, oltre a testimoniare l’impegno costante negli ultimi anni delle amministrazioni locali e regionale per rilanciare la cultura (e in particolare il cinema).

Il Festival di Giffoni – arrivato alla 41ima edizione (11-21 luglio) – è un appuntamento fondamentale, da sempre concentrato sul pubblico giovane con una giuria di ragazzi e un appeal sui grandi nomi del cinema che è aumentato nel corso degli anni. La caratteristica della manifestazione è di proporre un cinema per i ragazzi giudicato dai ragazzi, con un’attenzione particolare alla scelta dei film e alla possibilità di affrontare anche tematiche sensibili ma adatte ad un pubblico di giovanissimi. Lungometraggi, corti, cinema d’animazione: l’offerta è ampia, con gli organizzatori del festival che hanno sempre cercato di premiare e promuovere opere di giovani registi esordienti.

Ogni edizione ha un tema specifico riassunto da una parola che serve da filo conduttore per l’intera manifestazione. “Amore” era stata la parola chiave della passata edizione. Quest’anno è toccato a “Link”: si è continuato ad indagare sul tema delle relazioni, con un’attenzione particolare al tema del collegamento, ossia delle corrispondenze tra gli uomini e tra i loro gesti. Come si diceva, la giuria è composta esclusivamente da ragazzi tra i 3 e 18 anni. I film in concorso sono divisi in sei categorie indirizzate alle diverse fasce d’età. Ma al di là del concorso ufficiale (che pure nel corso degli anni ha premiato film notevoli), l’anima del festival è nelle iniziative collaterali, nelle discussioni tra i giovani e i protagonisti del cinema, nei grandi film dedicati al mondo dei ragazzi.

La sezione “Fuori concorso”, ad esempio, è destinata alla proiezione di film su temi specifici. Quest’anno alla voce “Risorgimento” sono previsti Noi credevamo di Mario Martone e Piccolo mondo antico di Mario Soldati. E una grande attenzione è riservata ai recenti film internazionali di successo che parlano di ragazzi anche con un linguaggio più complesso; i titoli non mancano: dal premio Oscar In un mondo migliore di Susanne Bier a Un gelido inverno di Debra Granik, fino al recente Il ragazzo con la bicicletta dei fratelli Dardenne. L’obiettivo è di fornire al pubblico giovane lo sguardo di registi che hanno raccontato i drammi e le incertezze della loro età.

Tra i grandi nomi ospiti della 41ima edizione del festival troviamo Edward Norton, Hilary Swank, Andrej Konchalovskij, Luciana Littizzetto, Paola Cortellesi. E, come ogni anno, le iniziative non sono limitate al cinema, ma grande spazio è lasciato anche alla musica (Almamegretta, 24 Grana, Hooverphonic). E viene riproposta l’interessante iniziativa “Giffoni Masterclass”, una sorta di grande laboratorio per aspiranti scrittori, attori e registi, finalizzato alla produzione – nei giorni del festival – di corti interamente ideati e realizzati dai giovani studenti. Giffoni si apre completamente al festival, che non rimane mai segregato nel chiuso delle sale cinematografiche.

La bellissima “Cittadella del Cinema” rimane il fulcro della manifestazione, ma una delle idee alla base del festival è portare gli eventi, il cinema e le discussioni tra le strade del piccolo paese. I giardini, le piazzette e i monumenti di Giffoni si trasformano così in una gigantesca scenografia di festa e la manifestazione diventa un modo per far scoprire il fascino del paese. Più giovane di Giffoni (la prima edizione è del 2003) e meno conosciuto dal pubblico, l’Ischia Film Festival rimane tuttavia una delle più interessanti manifestazioni sul cinema, soprattutto perché si inserisce nel circolo dei festival con un obiettivo originale: premiare i film che contribuiscono a valorizzare i luoghi.

Il festival di Ischia si concentra sul legame particolare tra il cinema, le sue storie, e i luoghi geografici, premiando quelle opere che meglio sanno rappresentare il territorio e le sue peculiarità. Con queste premesse il festival di Ischia non poteva che avere come location lo splendido castello Aragonese. Tra le tante sezioni interessanti vale la pena evidenziare “Location negata”, nella quale vengono inserite le opere che raccontano quei luoghi dove sono particolarmente forti le contraddizioni politiche ed economiche del mondo contemporaneo.

L’edizione del 2011 (2-9 luglio) ha confermato una crescita nell’attenzione del pubblico e della critica, continuando a valorizzare opere indipendenti e di giovani registi esordienti, con uno sguardo sempre rivolto all’importanza che i luoghi hanno per il cinema e al ruolo del cinema nel ritrarre il territorio e nel costruire l’immaginario collettivo.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

FIAT. SE ANCHE I SINDACATI RINCORRESSERO DI PIÙ IL BENE COMUNE

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Dopo la sentenza del Tribunale del lavoro, è bene che Marchionne la smetta col suo terrorismo psicologico e i sindacati ritrovino unità. Di Don Aniello Tortora

Respinto il ricorso Fiom sulla newco di Pomigliano d’Arco ma, al tempo stesso, dichiarazione di comportamento antisindacale da parte della Fiat. È questo il senso della sentenza del tribunale di Torino. Nel dispositivo il giudice del Tribunale del lavoro di Torino ha respinto le domande formulate da Fiom Cgil dirette ad ottenere la declatoria di illegittimità dei contratti collettivi relativi al sito produttivo di Pomigliano d’Arco.

In particolare, il contratto collettivo di lavoro di primo livello stipulato il 29 dicembre scorso da Fiat Spa con le organizzazioni sindacali nazionali e territoriali di Fim, Uilm, Fismic, Ugl, Associazione quadri e capi Fiat e il contratto collettivo aziendale di secondo livello stipulato il 17 febbraio da Fabbrica Italia Pomigliano Spa con le organizzazioni sindacali territoriali di Napoli di Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Associazione quadri e capi Fiat. Allo stesso tempo il giudice dichiara antisindacale la condotta posta in essere da Fiat Spa, Fiat Group Automobiles Spa, Fabbrica Italia Pomigliano Spa poichè determina, quale effetto conseguente, l’estromissione di Fiom Cgil dal sito produttivo di Pomigliano d’Arco. Il giudice inoltre ordina a Fabbrica Italia Pomigliano Spa di riconoscere in favore di Fiom Cgil la disciplina giuridica come regolato dal titolo terzo (dell’attività sindacale).

Quest’ultima parte della sentenza, hanno riferito i legali del Lingotto, sarà impugnata dall’azienda. La prima parte della sentenza è motivo di grande soddisfazione – fanno sapere dalla Fiat – mentre la seconda parte è incomprensibile, in quanto contrasta apertamente con l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori che sancisce il diritto di rappresentanza sindacale soltanto alle organizzazioni sindacali che hanno sottoscritto il contratto. Fiat vuole a questo punto valutare l’impatto della sentenza sul piano aziendale: i vertici aziendali ritengono necessario, inoltre, procedere a un accurato esame del provvedimento per valutare l’impatto della decisione del giudice sulla praticabilità del piano di investimento annunciato. Soddisfazione viene invece espressa dai sindacati, sia da Fiom che dalle sigle che hanno firmato l’intesa sulla newco.

A me sembra che in tutta questa vicenda, così complessa, siano da tenere presenti due aspetti fondamentali, al di là delle pur legittime valutazioni delle diverse parti in causa.
Punto primo: Marchionne deve smettere di produrre i suoi soliti sottili giochini di terrorismo psicologico. Deve rispettare i patti e, soprattutto, continuare gli investimenti a Pomigliano. Non può lasciare continuamente nell’incertezza i lavoratori e le loro famiglie. La Panda, dopo le vacanze, deve finalmente uscire dagli stabilimenti di Pomigliano e Fiat deve assicurare il livello occupazionale di tutti.

Punto secondo, forse quello più importante: i sindacati devono assolutamente ritrovare l’unità e cercare di raggiungere regole condivise. La divisione non porta da nessuna parte e penalizza solo i lavoratori. Sono fortemente convinto che, se anche gli uomini e le donne, impegnati nel sindacato, rincorressero di più il bene comune e i diritti dei lavoratori e meno gli interessi corporativi o di bottega, certamente tutto il mondo del lavoro ne trarrebbe grandissimo giovamento.
(Foto: Repertorio)

LA RUBRICA

“: MI RITROVAI PER UNA SELVA OSCURA” : IL PAN E LA DIVINA COMMEDIA

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Le cantiche dantesche offrono lo spunto tematico, attraverso personaggi ed ambientazioni, per una rivisitazione in chiave moderna della Divina Commedia, attraverso la mostra organizzata al Palazzo delle Arti di Napoli.

Un celebre adagio medievale riesumato dal maggiore studioso partenopeo del secolo scorso, Benedetto Croce, apostrofava la città di Napoli come “un paradiso abitato da diavoli”.

Al di là delle implicazioni socio-culturali di un aforisma che assumeva i tratti del biasimo, l’espressione crociana calza a pennello ad una città tutta tesa tra vizi e virtù, tra immobilismo e sperimentalismo, e si presta ad essere lo slogan più adeguato per la mostra del Pan (Palazzo delle arti di Napoli) dedicata al capolavoro universale del divin poeta, la Divina Commedia. Il prestigioso palazzo Roccella, sede dal 2005 di uno spazio civico destinato alla funzione permanente di Centro per le arti contemporanee, per un momento dismette il vestito buono e si fa moderna “selva oscura”.

Il “colossal” dantesco, opera corale e multi sfaccettata, si presta ad una coerente rilettura della varietà che segna il mondo e la società contemporanea, ne diviene il ritratto fedele, prestandosi ad offrire personaggi e ambientazioni riletti secondo i dettami dell’arte contemporanea, attraverso il percorso diversificato segnato dagli artisti “chiamati alle arti” in occasione della moderna allegoria della Commedia. La grande collettiva promossa da Largo Baracche Project (a cura di Mariano Irpi, Giuseppe Ruffo e Pietro Tatafiore) con la collaborazione del Polo delle scienze umane e sociali della Federico II, offre al visitatore un percorso sui generis tra le cantiche dantesche, dove i celebri personaggi del poema fungono da spunto creativo per la sua ri-attualizzazione.

Un percorso che si snoda attraverso il linguaggio artistico della fotografia, del video, dell’installazione, della pittura e della scultura e che articola le sale del palazzo in un iter in cui il visitatore, quasi vestendo i panni di un moderno Dante Alighieri, viene condotto dall’ “aere sanza stelle, aura morta” dell’Inferno al Paradiso, il luogo dell’ “amor che move il sole e l’altre stelle”. Tra gli artisti partecipanti ad un manifestazione profondamente segnata dal territorio ma di ampio respiro internazionale figurano Jovanovic, autrice dell’evento «Shoot me», Franco Lo svizzero, Aria Secca, ma anche Afterall, Maria Giovanna Ambrosone, Alessandro Bavari, Krzysztof M. Bednarski con Silvio Orlando, Blue & Joy, Fabulouskhate, Arturo Ianniello, Anna Konik, Hans – Hermann Koopmann, HH Lim, Salvatore Mauro, Carla Mura, Pasquale Napoletano, Daniela Politelli, Virginia Ryan, Girolamo Santulli, Beatrice Secca e Vincenzo Spagnolo.

Così commenta l’iniziativa uno dei curatori, Pietro Tatafiore: «Siamo contenti di riuscire a portare avanti un discorso moderno-contemporaneo con ciò che ci è stato tramandato dai nostri predecessori e avviare progetti di cooperazione internazionale. D’altra parte la funzione del nostro spazio espositivo è proprio quella di utilizzare l’arte come mezzo di sviluppo territoriale, ponendosi come punto di aggregazione culturale capace di guardare oltre i confini nazionali». Non a caso special guest della manifestazione è un artista partenopeo ma stimato ed apprezzato dalla critica d’oltreconfine, Ernesto Tatafiore , esponente di spicco della Transavanguardia italiana insieme con Mimmo Paladino, Sandro Chia, Giovanni De Clemente e Nicola De Maria.

Il maestro napoletano si presenta con un grande quadro ispirato al girone dei traditori della patria con la raffigurazione di diversi personaggi storici. Nella mostra non mancano ovviamente rimandi critici al presente; le tematiche dantesche fanno da tramite e assurgono a metafora incipiente delle contraddizioni e delle aporie dell’ attualità: il salernitano Corrado La Mattina, infatti, ha realizzato un’opera dal titolo emblematico «Dall’Acheronte a Lampedusa», lugubre scheletro di una barca di quattro metri che si riflette in uno specchio a forma di teschio, ispirato alla figura infernale di Caronte, il traghettatore delle anime, che si fa allegoria delle note vicende siciliane degli ultimi mesi.
(Fonte foto: Rete Internet)

STORIE D’ARTE

LA QUESTIONE MINORILE A NAPOLI

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Per assicurare un avvenire diverso ai figliastri di Napoli bisogna intervenire sulla società e sulla città. Solo così si arresta l”eterno riprodursi della camorra. Di Amato Lamberti

Sulla criminalità minorile a Napoli c’è ormai una abbondante pubblicistica, di taglio soprattutto giornalistico, ma non mancano studi e ricerche approfondite. Si tratta comunque di un argomento che si presta al facile pezzo di colore, condito di indignazione per l’inefficienza della risposta istituzionale. Per questo quasi tutti i giornalisti, prima o poi, si cimentano, con analisi superficiali, con un problema che meriterebbe ben altra attenzione.

A nessuno, ad esempio, è mai venuto in mente di verificare se le giovani leve della camorra si siano o meno formate nel crogiolo della devianza minorile. L’opinione corrente è che da Nisida o da Airola si passi, quasi obbligatoriamente, a Poggioreale. Ma questo è solo in parte vero e, comunque, molte sono le variabili da prendere in considerazione. In una ricerca dell’Osservatorio sulla camorra, di alcuni anni fa, si sono presi in esame 1670 minori recidivi, che cioè più volte avevano fatto ingresso, nel periodo 1974/78, negli Istituti di osservazione minorile. Negli anni 1982 e 1983, solo 602, vale a dire il 36%, risultavano già implicati in attività camorristiche.

Il dato più significativo è, però, quello che la correlazione risulta tanto più alta quanto più elevato è il tasso di delinquenza minorile del quartiere di provenienza. In pratica, nei quartieri ad alto tasso di criminalità minorile, come Montecalvario, Porto, Soccavo, Miano, più frequente è il passaggio nelle fila delle organizzazioni criminali. Negli stessi quartieri più alto è anche l’indice di criminalità e di presenza camorristica. Il territorio, l’ambiente, costituiscono un fattore importante di sostegno e riproduzione della fenomenologia criminale, ma è soprattutto la presenza di tradizioni criminali in un contesto che favorisce la diffusione di scelte di vita devianti. Fin qui niente di nuovo, ma solo la conferma di teorie classiche come quelle di Sutherland o dei gruppi di riferimento e quelle di Cloward e Ohlin, della distribuzione delle opportunità illegittime.

La novità vera è che i giovani che approdano alla camorra dopo una trafila più o meno lunga di reati e di incarcerazione in età minorile, sono generalmente destinati ad occupare livelli più bassi della gerarchia camorristica. Restano quasi sempre relegati a livello di manovalanza, di semplici esecutori di azioni progettate e governate da altri. I quadri dirigenti della camorra vengono allevati altrove. Crescono evidentemente protetti dalla famiglia e dal clan. Sono i più deboli e i più disperati quelli che finiscono, fin da piccoli, nelle maglie della giustizia. La maggior parte dei piccoli delinquenti di Napoli non farà mai carriera nel crimine. Sono destinati a vivere comunque ai margini anche nella società degli emarginati.

Nel libro, “La ballata del Filangieri”, Luciano Sommella racconta la sua densa e sofferta esperienza di direttore dell’Istituto di osservazione minorile “Gaetano Filangieri” e ci offre una galleria incredibile di questi giovani e sventurati figliastri di Napoli. Sono ritratti di ragazzi adolescenti nati già perduti e che sembrano voler soltanto consumare il più rapidamente possibile questa condanna alla marginalità e alla sconfitta. Nonostante tutti gli sforzi, per tirar fuori i giacimenti di umanità sepolti dentro questi ragazzi, il lavoro degli operatori sembra incapace di conseguire un qualsiasi risultato. Eppure non si può dire che siano mancati impegno e intelligenza. È il modello di intervento che si rivela del tutto inadeguato rispetto agli scopi che si prefigge: quello di rieducare il ragazzo.

Perché dopo l’Istituto, nel quale al minore si offrono opportunità di studio, cultura, promozione professionale, esperienze corrette di socializzazione, si torna sempre al vicolo, alla violenza, alla lotta alla sopravvivenza sempre difficile. L’Istituto diventa una specie di parentesi o di oasi, che ha la durata breve del miraggio. La realtà vera è il mondo della vita, quello nel quale si viene rituffati dopo pochi giorni o pochi mesi o pochi anni, ogni volta con sempre nuove angosce e nuove attese. Dell’inutilità di questo intervento repressivo, che non recupera e non redime ed, anzi, aggrava le condizioni di emarginazione, nessuno sembra voler prendere coscienza. E si sprecano così soldi e, soprattutto, energie ed entusiasmi che potrebbero essere diversamente e più utilmente sfruttati.

Nel 1873 nel libro “La miseria di Napoli”, Jessie White Mario, notava: “Quando si pensa che lo Stato per obbligo della propria sicurtà è costretto ad albergare, custodire, nutrire e vestire tutti i suoi figli una volta che sono rei, è strano davvero che se ne dia così poco pensiero, finchè sono innocenti e in gradi di divenire utili ed onesti cittadini”. È un’osservazione valida ancora oggi, quando tutti si riempiono la bocca con la parola prevenzione senza saperla tradurre in qualsiasi modello di intervento non repressivo.

Per assicurare un avvenire diverso ai figliastri di Napoli bisogna intervenire sulla società e sulla città. Bisogna rompere quel meccanismo che fa sì che chi nasce marginale muore emarginato o delinquente. Se al povero come strumento di difesa e di promozione sociale si lascia solo la violenza, non ci si può lamentare dell’eterno riprodursi della camorra, sia essa intesa come mentalità, costume, stile di vita, organizzazione criminale. Anche gli emarginati vogliono vivere e non soltanto sopravvivere.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA VIOLENZA IN FAMIGLIA NON É ABUSO DEI MEZZI DI CORREZIONE

Violenza e prevaricazione in famiglia non corrispondono ad un abuso dei mezzi di correzione, i reati sono diversi, come diverse sono le pene se sanzionate.

Il caso
Un padre aveva tenuto atteggiamenti violenti per futili motivi nei confronti della propria figlia fin da quando aveva quattro anni. L’uomo, tra l’altro, durante l’adolescenza della figlia, le aveva sempre impedito di frequentare persone di sesso maschile e di uscire di casa se non per andare a scuola o a fare la spesa. La ragazza, stanca di questi atteggiamenti del padre e, divenuta maggiorenne, decide di ribellarsi, così, con specifico riferimento all’intollerabile regime di vita e a quanto avvenuto nella stessa giornata, denuncia il padre.

Il padre viene accusato di maltrattamenti in famiglia, ma egli, in un‘ottica difensiva, sostiene che il fatto, al più va qualificato come “abuso dei mezzi di correzione”, reato sanzionato con una pena inferiore rispetto a quello di maltrattamenti in famiglia
La Suprema Corte ritiene inammissibile qualificare l’accaduto come “abuso dei mezzi di correzione” e sostiene invece che si tratta di “maltrattamenti in famiglia”, reato sanzionato con una pena maggiore rispetto a quello di abuso dei mezzi di correzione.

La Suprema Corte ritiene che la qualificazione del fatto non può essere quella sostenuta dal padre, poiché il regime di prevaricazione e violenza cui è stata sottoposta la figlia è tale da rendere intollerabili le condizioni di vita e non si può conciliare con le caratteristiche del delitto di “abuso dei mezzi di correzione e disciplina”, che presuppone un uso consentito e legittimo dei mezzi correttivi, che, senza attingere a forme di violenza, trasmodi in abuso a cagione dell’eccesso, arbitrarietà o intempestività della misura. In pratica tale delitto si consuma quando l’uso diventa abuso.

Nel caso prospettato, invece, proprio perché la figlia è stata vittima di continui episodi di prevaricazione e violenza, ricorre il più grave reato di maltrattamenti in famiglia. La dottrina, in proposito, ha specificato che debbono essere considerati leciti solo quei mezzi di coercizione e di disciplina che, nell’assoluto rispetto dell’incolumità fisica e della personalità psichica e morale, siano necessari per il raggiungimento dello scopo che il rapporto disciplinare si propone. Tale linea di pensiero, ovviamente, bandisce dallo jus corrigendi il ricorso alla violenza sia fisica che psichica (Suprema Corte di Cassazione, Sentenza 12 settembre 2007, n. 34460).
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA PASTA MISTA NON É <i>”A PASTA MMISCATA</i…

Breve storia della somma dei “resti” della pasta, ovvero di un geniale composto in cui un mucchio confuso diventa unità. Di Carmine CimminoPer antica consuetudine gli scaricatori e i facchini dei porti liguri e toscani avevano il diritto di appropriarsi le granaglie di scarto e di recupero che rimanevano a terra durante le operazioni di carico e di scarico delle navi. Con queste “spigolature“, così le chiama Molinari Pradelli, i liguri di La Spezia crearono la mesciua, una zuppa mista, in cui confluirono farro, ceci, fagioli cannellini, fave: non si badava all’armonia e alla “simpatia“ degli ingredienti, ma al loro numero, simbolo primo di abbondanza.

L’olio, il pepe nero e la fame provvedevano, a sufficienza, ad attenuare i salti di sapore e a costruire, in bocca, l’unità sostanziale della minestra. A Napoli ‘a pasta mmiscata ebbe un’origine analoga. Era la somma dei “resti“ raccolti nei porti, negli opifici che lavoravano la pasta, nei cassoni delle botteghe e nelle dispense delle case dei poveri. Il popolo napoletano giudicò con apparente disprezzo questa congerie di paste corte e di paste lunghe spezzate. Ufficialmente la bollò come fregunaglia, mucchio di frammenti, e come minuzzaglia: da qui fu facile, e gravemente ingiurioso, il passaggio a munnezzaglia.

I termini vennero, e sono, usati, con gioco analogico, per indicare sia le briciole di ziti vermicelli spaghetti linguine penne e pennette tubetti e tubi, sia le briciole di uomini, che, messe insieme, non fanno un uomo intero. È sempre dal cibo che i napoletani tirano fuori le immagini più adatte ad esprimere l’ira sprezzante e la nera cattiveria. Ma nel caso della pasta mmiscata questa rabbia fu solo un gioco linguistico, una maschera da teatro: i napoletani sapevano di aver inventato, con i frantumi della pasta, una pasta “nuova“, un geniale “composto“ che, con i fagioli, con le patate, con i ceci, con le lenticchie, e perfino con l’insipida cocozza e con l’insignificante cavolfiore, creava un piatto che è un alto esercizio di gnoseologia.

Poiché bisogna imparare a cogliere l’unità in un mucchio confuso, in una “cotta“ in cui vermicelli spaghetti linguine sedanini trivelli cannaroni tufoli pipe lisce pipe rigate galletti cavatappi rotelle tubetti mezzi tubetti, interi o a frammenti, si trovano insieme per puro caso e si chiedono smarriti come potranno andare d’accordo. Ma il miracolo è possibile. I fagioli, i ceci, le lenticchie, le patate, i cavolfiori fanno da “letto“: accolgono nel languore della loro dolcezza ora delicata, ora robusta, ora sciatta, i frammenti di pasta mmiscata, ne ricevono in cambio una preziosa goccia di quel nobile amaro che viene dal grano, e nell’Ottocento, racconta qualche maligno viaggiatore, veniva, più intenso, dal sudore degli operai che lavoravano la semola.

E questo è il primo grado del movimento dialettico. Nel grado successivo, il più importante, la lingua è chiamata a spastenarsi a forza dalla moscezza anestetica di cannellini lenticchie e patate e a confrontarsi con i singoli “individui“ della pasta mmiscata. Le papille gustative vengono scosse da un fascio di toni tattili che vanno su e giù per la scala delle forme: dalle superfici lisce a quelle lievemente increspate, da queste alle superfici rigate, dagli spaghetti che nella loro ambigua sottigliezza e nella superba sostenutezza hanno, come dire, una nobiltà romantica, alla barocca torsione dei fusilli corti, dalle pieghe asimmetriche delle penne alla breve illusoria piattezza delle linguine.

Perché questa unificazione del molteplice si realizzi piacevolmente nell’officina filosofica della bocca, è necessario che la minestra non sia né troppo calda, né fredda. Va mangiata “ riposata“. E scrive con penna leggera Riccardo Pazzaglia, ricordando Eduardo e Totò, che durante la seconda guerra mondiale la pasta “riposata“ veniva sorvegliata a vista, mentre riposava, perché non venisse portata via“ da parenti non autorizzati, da visitatori occasionali e da persone di servizio infedeli“ (“Adamo in cucina – Ricette di uomini di spettacolo, cultura, imprenditoria e arte).

Le minestre di pasta mmiscata con fagioli, soprattutto, ma anche con ceci, facevano parte di quella cucina d’’ o scarpariello, cioè del ciabattino, su cui venti anni fa scrisse uno splendido articolo Marco Guarnaschelli Gotti. A Napoli c’era una cucina dei “mestieri“, la cui storia meriterebbe di essere raccontata. I “portieri“, per esempio, erano considerati i maestri del ragù, perché avevano tutto il tempo di sorvegliare le complesse vicende della sua cottura, mentre le parmigiane di melanzane e di zucchine e enormi cuozzi di pane, imbottiti di polpette e di cotiche, accompagnavano, nei loro viaggi, carrettieri, vatecari e cocchieri di carrozzelle.

I ciabattini, che sui fornelli scioglievano la pece e gli stucchi per le scarpe, tra una ciabatta e l’altra ripassavano a fiamma lenta la pasta e fagioli del giorno prima, e la tiravano via al momento giusto – il culmine della sapienza era nel cogliere questo attimo -, quando cioè era perfettamente attassata: una superficie compatta e ancora distinta. Uno spavento attassa il sangue nelle vene, lo ferma, ne fa un blocco. Da qui il collegamento con il ghiaccio prodotto da un forte spavento. Da qui la dipendenza etimologica della parola dal thàpsos, una pianta i cui succhi velenosi, versati nelle acque pescose, stordivano i pesci e li portavano diritti all’ amo e alle reti. Sarà. Ma la spiegazione non mi convince.

La pasta mista che alcune ditte vendono in confezioni che sono un omaggio all’eleganza e alla simmetria è pasta mista. Appunto. ‘A pasta mmiscata è un’altra cosa. Di questo sono assolutamente persuaso e convinto.
(Quadro di V. Migliaro, "Mercatino", da "Napoli scomparsa" di Mario Alberto Pavone).

I MARITTIMI E LA CHIESA

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Anche il 2011, come il 2010, ha visto molti marittimi vittime di atti di pirateria. Un crimine che spesso non trova la giusta eco nei media. L”intervento del Papa. Di don Aniello Tortora

Circa seicento persone nel mondo sono nelle mani dei pirati. La settimana scorsa una delegazione di familiari di alcuni di loro è stata ricevuta a Castelgandolfo dal Papa, che durante l’Angelus ha anche lanciato un appello: "i marittimi che purtroppo si trovano sequestrati per atti di pirateria", ha detto, "vengano trattati con rispetto e umanità". E ha pregato "per i loro familiari, affinchè siano forti nella fede e non perdano la speranza di riunirsi presto ai loro cari".

L’incontro tra la delegazione internazionale e Benedetto XVI è avvenuto su invito di questi, giunto mercoledì 6 luglio scorso, dopo il recente appello degli organismi vaticani e della Cei a governanti, comunità internazionale e pirati, in favore dei sequestrati sul mare. Per oltre dieci minuti in un salone del palazzo apostolico, il Pontefice "si è informato sulla situazione di ogni vittima, ha manifestato partecipazione alla sofferenza, vivo interesse alla difesa della dignità dei rapiti: ci ha colpito la sua bella umanità, ha grande capacità di compatire", ha raccontato don Giacomo Martino, direttore dell’Apostolato del mare della Fondazione Migrantes della Cei.

Nel 2010 con 445 attacchi, 53 navi sequestrate e 1.181 marittimi catturati, la pirateria ha raggiunto il suo massimo storico. A tutt’oggi questo fenomeno non accenna a diminuire, considerando che finora sono stati denunciati 214 nuovi episodi, con 26 navi e 522 marittimi ancora ostaggio dei pirati (IMB Piracy Reporting Centre). Tra gli ostaggi ci sono anche 11 italiani, catturati in due raid, a febbraio tra India e Somalia e ad aprile al largo dell’Oman.

I familiari delle vittime hanno mostrato molta dignità e hanno apprezzato molto la vicinanza di Papa Ratzinger. E la delegazione ringrazia le Capitanerie, che hanno messo a disposizione i propri mezzi per organizzare in tempi brevi l’incontro con Benedetto XVI. La pirateria è ormai una organizzazione criminale con interessi internazionali rispetto alla quale le varie soluzioni tentate risultano inefficaci. Tra queste le cittadelle, aree rinforzate sulle navi dove gli equipaggi possono rifugiarsi in caso di arrembaggio. Ma basta che un uomo resti fuori, viene catturato e diventa subito ostaggio. I pirati, poi, non si fanno scrupoli nell’ affondare tutta la nave con le persone dentro la stessa cittadella.

Ancora una volta la chiesa interviene in difesa della dignità della vita, messa in pericolo dai pirati.
Bisogna dire che l’attenzione dei media sul fenomeno è limitata e spesso criticata. Per molti, armatori in testa, ogni notizia in merito che viene pubblicata serve solo ad aiutare i pirati a premere per ottenere un maggiore riscatto. Accuse, secondo molti, infondate, in quanto i pirati hanno il loro “listino prezzi”. In base alla “preda” catturata e al Paese di bandiera della compagnia marittima proprietaria quantificano il riscatto. Un riscatto che varia dai 3,5 mln di dollari per un peschereccio, passando ai 5 mln per un mercantile e giungendo anche ai 9 milioni per una petroliera.

È sempre necessario non abbassare mai la guardia e tenere alta la tensione sociale, come ha fatto il papa, perché lavoratori onesti del mare possano continuare a lavorare e tornare felicemente alle loro famiglie.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA RIEDUCAZIONE DEL CARCERATO

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La Corte Costituzionale boccia l”art. 62 bis del codice penale e ribadisce che il principale scopo della pena detentiva è quello rieducativo. Di Simona Carandente

In ambito penitenziario, e non solo, si fa un gran parlare di rieducazione: fine ultimo al quale dovrebbe tendere la pena detentiva, obiettivo primario della sanzione penale, modalità attraverso la quale immettere nel tessuto sociale una persona nuova, avulsa dai motivi che l’avevano indotta a delinquere, in grado di potersi reintegrare nella realtà mostrando, verosimilmente, di aver compreso a fondo il disvalore sociale della propria condotta delittuosa.

In tempi recenti, anche la Corte Costituzionale è tornata ad affrontare il tema di rieducazione, attraverso una sentenza (Corte Cost. n. 183 del 10 giugno 2011) che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 62 bis, relativo alle cosiddette circostanze attenuanti generiche, nella parte in cui stabilisce che ai fini dell’applicazione di quest’ultime non si possa tener conto della condotta del reo, susseguente al reato, che sia gravato da una recidiva reiterata.
Tralasciando per un attimo la terminologia strettamente giuridica, amplissima può considerarsi la portata della sentenza della Corte, che tende a ribadire come il principale scopo della pena detentiva sia quello rieducativo, come del resto sancito a più riprese dalla nostra Carta Costituzionale.

La Consulta, riaffermando un importante principio, ha stabilito che ai fini della concessione delle circostanze attenuanti generiche occorre comunque prendere in considerazione il comportamento dell’imputato, specie se successivo alla sentenza di condanna, pur in presenza di soggetti gravati da recidive reiterate.
Occorre, in poche parole, considerare la condotta del condannato successiva alla commissione del reato, tenuto conto che al contrario si profilerebbe un’aperta violazione di quanto disposto dall’art. 27 della Carta Costituzionale in tema di rieducazione del condannato.

Dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’art. 62 bis, i giudici della Consulta hanno fatto sì da evidenziare come il principale obiettivo della sanzione penale, ovvero la rieducazione, non possa ritenersi raggiunto se non si tenga in considerazione il modus agendi dell’imputato successivamente alla sentenza di condanna, dando così prova di aver intrapreso un percorso di pentimento e revisione critica delle proprie azioni, alla luce dei valori condivisi di pacifica coscienza sociale.

In buona sostanza la recidiva, pur riferendosi a fatti commessi nel tempo, non deve in alcun modo condizionare la nuova decisione, specie quando questa avvenga a distanza di anni, trascorsi i quali la personalità dell’imputato potrebbe apparire oltremodo differente ed improntata ai principi della rieducazione costituzionale. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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NAPOLI CAPITALE DELL’ARTE. IL TRECENTO E I SUOI GRANDI MAESTRI

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Alla corte napoletana del Trecento convergono i più importanti artisti del secolo: Giotto, Simone Martini, Pietro Cavallini. Con gli Angiò l”Europa ammira gli splendori dell”Italia meridionale.

“I due grandi periodi artistici a Napoli sono il Barocco e il Trecento. Le figure principali del movimento barocco non erano napoletane di nascita: Caravaggio veniva dalla Lombardia, il Domenichino da Bologna, Ribera dalla Spagna; essi prepararono il terreno, e in breve tempo la scuola pittorica del Barocco napoletano elaborò una sua maniera nettamente caratterizzata. Lo stesso era accaduto nel Trecento, con la differenza che il movimento fu più grandioso e lo sfondo generale delle realizzazioni artistiche più colorito e interessante che al tempo dei viceré spagnuoli”.

Così Fritz Saxl, nella prima metà del Novecento, sintetizzava nel migliore dei modi ciò che accadde alla corte degli Angiò di Napoli in quel secolo così florido per l’arte occidentale e, in generale, per ogni aspetto della cultura e della società europea. Quando ormai volgevano a termine i “secoli bui” del medioevo e l’Europa respirava già il profumo della grande stagione rinascimentale, Napoli diveniva lo snodo principale della cultura italiana ed internazionale. In città giungevano da ogni parte letterati, artisti, poeti ed intellettuali che cercavano in una corte che già coltivava interessi laici e umanistici un luogo stimolante per le loro ricerche culturali.

Qui, agli inizi del Trecento, potevamo trovare un Pietro Cavallini alle prese con la decorazione della Cappella Braccaccio in San Domenico Maggiore; o, nel 1317, un Simone Martini indaffarato a posizionare nell’area “sepolcrale” degli Angiò nel transetto della basilica francescana di San Lorenzo Maggiore la grande tavola del “San Ludovico di Tolosa che incorona il fratello Roberto d’Angiò”; o ancora, a cavallo tra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta del secolo, un Giotto intento a dividersi tra gli affreschi della Cappella Palatina e della Sala Maior di Castel Nuovo e quelli della chiesa e del Coro delle Monache del Monastero di Santa Chiara, ancora, in gran parte, in costruzione.

Qui, nella Napoli del Trecento, potevamo trovare un Boccaccio estasiato dagli sfarzi della corte partenopea o un Petrarca volenteroso di farsi “incoronare poeta” da “un re tanto lodato e famoso” quale fu Roberto d’Angiò. È certo in ogni caso che il clima intellettuale del regno angioino potesse egregiamente competere con quello delle grandi corti europee. Per tutto il medioevo e fino a tutto Rinascimento Napoli appariva infatti a tutti gli effetti come la capitale di un regno che, nonostante le varie dominazioni, era sempre riuscito a imporsi nel panorama politico e culturale dell’Europa intera. Il Trecento fu in questo senso un periodo di grande splendore.

Dal punto di vista artistico confluirono in quegli anni nella capitale angioina i più grandi maestri del tempo e in particolare i pittori protorinascimentali Giotto e Simone Martini. Entrambi trovarono a Napoli, allora strettamente in contatto con le correnti gotiche francesizzanti, un luogo fertile dove approfondire e “rimodernare” le loro ricerche artistiche. Se il primo lasciò in Italia meridionale una vera e propria scia di seguaci, dando chiaramente all’arte napoletana del tempo molto più di quanto da essa aveva potuto apprendere, il secondo seppe trarre da quell’arte gli aspetti più “moderni”, maturando, proprio a partire dalla sua esperienza partenopea, quello stile in parte giottesco e in parte gotico che farà di Simone Martini uno degli artisti fondamentali per gli sviluppi del Rinascimento europeo.

Vale la pena dunque soffermarsi sul già citato San Ludovico di Tolosa (foto), oggi al Museo di Capodimonte, considerato il primo ritratto certo nella pittura italiana moderna. In esso infatti l’effige di Roberto d’Angiò, genuflesso dinanzi l’immagine del fratello Ludovico, presenta caratteri fortemente individuali, in un netto profilo ben lontano da qualunque iconografia tipologica. La grande Pala d’altare raffigura il Santo vescovo francescano nell’atto di cedere la corona di Napoli al fratello minore Roberto e nel mentre due Angeli lo rivestono della corona celeste. Il significato è evidente: rinunciando ad ogni ricchezza ed eredità, per essersi fatto frate ed essersi votato alla povertà e alla santità (la corona celeste), Ludovico aveva di conseguenza trasmesso la successione al trono di Napoli al più giovane Roberto d’Angiò.

Dal canto suo il nuovo re seppe ricambiare il favore avviando, subito dopo la morte del fratello, avvenuta nell’agosto del 1297, un lungo processo di canonizzazione che terminerà solo nell’aprile del 1317 quando Ludovico venne proclamato santo da papa Giovanni XXII, eletto al soglio pontificio, non a caso, grazie all’appoggio del sovrano angioino, il 7 agosto 1316. L’opera fu commissionata da re Roberto proprio in occasione della cerimonia di santificazione di Ludovico e finanziata anche dalla regina madre Maria d’Ungheria, molto probabilmente per contribuire pur essa alle spese della canonizzazione del figlio, il cui culto stava cercando di diffondere nei monasteri francescani controllati dagli Angiò.

Gli stemmi d’Ungheria compaiono infatti sul mantello del Santo accanto a quelli della casata angioina (il giglio dorato su fondo azzurro e la croce di Gerusalemme), continuamente ripetuti in tutta la composizione e persino nella suntuosa cornice. Colpisce infine il contrasto tra il saio francescano e i lussuosi paramenti vescovili indossati da Ludovico; una contraddizione in perfetta sintonia con il gusto gotico che traspare dall’intera opera. Se Simone non ebbe seguaci in Italia meridionale, Giotto, di contro, divenne il maestro di riferimento della scuola pittorica napoletana del Trecento.

Si pensi che gli affreschi dipinti nella chiesa dell’Incoronata, a Napoli in Via Medina, furono creduti per secoli opera dell’artista fiorentino quando, in verità, il loro autore fu uno dei più fedeli seguaci campani del pittore, Roberto d’Oderisio. Il XIV secolo fu quindi, al pari del Barocco, uno dei momenti artistici più felici della storia di Napoli e dell’Italia meridionale; è nostro dovere preservare rigorosamente le tracce degli affreschi, delle statue e degli edifici di quel tempo, sparse ovunque in tutte le regioni del nostro magnifico Sud.
(Fonte Foto: Rete Internet)

STORIE D’ARTE