L’ODORE DELLE PAROLE DEL SIG. BORGHEZIO MARIO

L”esponente della Lega Nord condivide le idee del killer norvegese che ha ucciso decine di giovani ad un raduno politico. Ma è solo un modo per nascondere le difficoltĂ  della Lega nel governo. Di Carmine Cimmino

Lo scetticismo esasperato è una bestia pericolosa. Spesso mi morde con dubbi strani, inquietanti. Il sig. Borghezio, questo signore che rappresenta la Padania nel Parlamento europeo, questo signore che ha classificato come “buone“ le idee del folle criminale norvegese, e che passa il suo tempo a spalancare la bocca e a versare fango sui napoletani, sui musulmani, sugli immigrati: questo signore esiste veramente? Non è un personaggio inventato? Ma che dici? mi rimprovera il mio “doppio“, che crede e ha fede, e non è stato mai morso né da una zanzara né da un dubbio.

Il sig. Borghezio esiste. La TV ne registra apparizioni, invettive e proclami. Ma non mi lascio persuadere facilmente. Giornali e TV non ci mettono niente a inventare un personaggio, e a fornirgli il corredo: faccia, peso, qualitĂ , temperamento, carattere e storia spirituale. È il modello Botul. Un giornalista francese, che ha la capa fresca, inventa un filosofo, lo chiama J.B. Botul, gli costruisce una vita libera e avventurosa, stampa a nome di Botul un libro su Kant e il sesso. E Bernard –Henri Lévy, uno degli intelletti più fini e più raffinati di Francia e dei paraggi, scivola nella trappola: in una sua opera, piena di complicati concetti filosofici, cita l’ inesistente Botul come reale e sostanzioso studioso di Emanuele Kant. Se la carta stampata può ancora tanto, non è difficile immaginare cosa siano capaci di combinare la tv e internet.

È un disastro gnoseologico. L’evidenza, più è evidente, e più ti porta a dubitare o a credere nel contrario. I Greci, pur senza conoscere la tv, la radio e internet, giĂ  l’avevano capito: bisogna diffidare delle apparenze.
Qualche giorno fa il signor Borghezio è stato ospite della “Sette“. Io ho visto e ho ascoltato. Da qualche tempo, quando sullo schermo appare la faccia di un politico, cambio immediatamente canale: sono diventato un qualunquista, e me ne vanto. Ma per il sig. Borghezio ho fatto un’eccezione: ho resistito. Alla fine dell’impresa, il dubbio si era dissolto. Il signor Borghezio esiste veramente. In carne, ossa, pensieri e parole. La logica della storia di solito affida a personaggi, diciamo così, “eccezionali“, il compito glorioso di “incarnare“ le idee e le vicende delle trasformazioni epocali, soprattutto se producono rivoluzioni, rovesciamenti , salti e fratture.

I sigg. Bossi e Borghezio rappresentano, con chiarezza didattica, tutti i valori della Padania. Il sig. Bossi è il Cavour, il sig. Borghezio aspira ad essere il Nino Bixio. Si aspetta un Garibaldi. Il sig. Borghezio ha cercato di fare il Nino Bixio quando bisognava educare gli arditi della Lega, quelli armati di campanacci scudi e elmi a due corna: e per educarli, bisognava schiassiare sull’indipendenza, sui milioni di fucili pronti a sparare, su Roma ladrona, sulla puzza di napoletani e compagni. Il sig. Borghezio è chiamato a fare la parte del Bixio anche ora: ora che la Lega è la padrona vera della maggioranza di governo e governa l’Italia con la mano destra, e intanto allunga la mano mancina verso il centro e la sinistra.

Il sig. Bossi è un democristiano: certo, anche nell’ ultima D.C. avrebbe trovato posto solo in quinta, in sesta fila, ma oggi quel po’ di sangue democristiano che gli scorre nelle vene basta, e avanza, a consentirgli di essere il padrone del vapore. Di ciò che resta del vapore. Il sig. Borghezio serve – politicamente, si intende -, perché i suoi exploits “distraggono“ le armate leghiste, in cui non solo gli ufficiali, ma anche i sergenti e i caporali incominciano ad aprire gli occhi. E poiché li aprono troppo, in troppi, si ritorna a Pontida, al Po, alle trombe, anche se sono trombe alquanto sfiatate. Si apre qualche ufficio a Monza e lo si proclama sede di Ministero, si risponde a muso che vorrebbe essere duro, ma resta molle, al Presidente della Repubblica: insomma si alza, ma non troppo, la voce.

Solo il sig. Borghezio parte in quarta, cerca di dare il meglio di sé, apre la bocca, e dalla bocca gli esce ciò che sappiamo. Le “sue farneticazioni“ fanno parte del gioco come i rimproveri di Bossi e come le bacchettate del sig. Calderoli sulle “farneticazioni personali“ del collega. Ma il sig. Borghezio è stato scelto per fare il Borghezio, e fa il Borghezio, a Roma, a Milano e a Bruxelles. Potrei dire che non lo fa gratis, che prende un cospicuo stipendio, e che i soldi dello stipendio non vengono solo dalla Padania: potrei dirlo, ma non lo dico. Sono un vesuviano, e i vesuviani non scendono a certe bassezze. Anche perché, a quelle bassezze, si incontrano brutte persone. Le parole delle invettive del sig. Borghezio hanno un “odore“ particolare, che viene da un’ insalata di moti dell’intelletto e del cuore: una “base“ di disprezzo, un grosso pizzico di risentimento, una buona dose di paura: e, su tutto, l’aceto della insoddisfazione.

Mi riferisco alle parole, non alle intenzioni. Le intenzioni di un uomo sono un mistero anche per chi le tiene in deposito dentro di sé. Il sig. Borghezio non è soddisfatto: sa che le guerre fatte solo con gli squilli di tromba alla fine rendono ridicolo il trombettiere. Tu suoni la carica, suoni con la tromba, con la tuba, con il corno, anche con il tamburo: ma i soldati non partono all’attacco, ma i capi non danno il segnale: i capi traccheggiano: aspettiamo ancora un poco, vediamo come si mettono le cose, ma poi siamo veramente sicuri che i napoletani i romani i neri i musulmani i giovani disoccupati i pensionati tartassati gli italiani a cui si sono rotti i cabasisi ci lasceranno vincere al primo attacco?

E i Galli se non vincono al primo attacco, si squagliano. Lo diceva un Romano che li conosceva bene. Al sig. Calderoli che gli dava del farnetico, il sig. Borghezio ha risposto manzonianamente, più o meno (La Repubblica, 27 luglio 2011): ”Il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare, per assumere certe posizioni bisogna avere i coglioni”. Con rispetto parlando. Ma a Napoli diciamo che chiacchiere e tabacchère ‘e legno, ‘o Banco ‘e Napule non le prende in pegno. Solo il fuoco dell’azione dimostra se uno i colleones li ha veramente. Mi coglie, all’improvviso, il sospetto che alle radici dell’ “odio“ che ispira le invettive di Borghezio contro i Napoletani ci sia quel risentimento che secondo Ortega y Gasset è figlio del desiderio che non si può appagare. Forse il sig. Borghezio avrebbe voluto essere un Napoletano, di nascita, di cuore, di mente, di virtù, e anche di vizi.

E invece il Caso, la Natura, la Provvidenza lo fecero padano. Il sig. Borghezio, padano, non si preoccupi dei problemi di Napoli . Anche quando ha le ali stanche, Napoli vola alto. Da sempre. “Accade a volte alle aquile di scendere persino più in basso delle galline, ma mai alle galline di salire al livello delle aquile“. Lo disse Lenin di un’aquila che si chiamava Rosa Luxemburg. (Io Donna, del 30 luglio). Dice il sig. Borghezio che Napoli lo disgusta. Per fortuna. Se un giorno Napoli corrispondesse al gusto del sig. Borghezio, quel giorno lo giudicherei il più drammatico della storia di Napoli. Con rispetto parlando.
(Foto: Quadro di Alberto Savinio del 1928: Ricordo di un mondo scomparso)

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ARTE SUL VESUVIO: ANTONIO ONORATO OSPITE DELLA RASSEGNA “INCONTRI VESUVIANI”

“Il fiume di pietra” è un luogo capace di raccogliere energie vulcaniche, le vive e le restituisce al mondo. Il 5 agosto sarĂ  la volta di Antonio Onorato. Inizio concerto ore 21.00.

Esiste un posto sulle pendici del Vesuvio, quasi al limite del cratere, in cui la natura esprime tutta la sua vitale energia, un luogo capace di catapultare chi lo visiti in un’altra dimensione. È un posto vicino nello spazio, ma che conserva la capacitĂ  di essere un «altrove», in cui la mente si apre a nuove profonditĂ . Qui vive e regna la Papessa Napoletana, al secolo Paola Acampa, che ha fatto del suo regno un luogo incantato, in cui concentra e attira energie creative, dirompenti, positive. È il «Fiume di pietra», sede dell’Istituto Patafisico Partenopeo, qui sono passati, spesso silenziosamente, tanti artisti, qui la Papessa organizza da venti anni una serie di iniziative, sotto il nome di «Incontri Vesuviani». L’ultima in ordine di tempo, terminata da pochi giorni, Essere Filmaker, ha ospitato artigiani del cinema quali Giuseppe Ferrara e Silvano Agosti.

Il prossimo 5 agosto al Fiume di pietra si esibirĂ  Antonio Onorato, chitarrista e compositore, musicista Jazz e non solo di fama internazionale. La sua formazione è fortemente influenzata dall’energia del Vesuvio e del mar Tirreno, due elementi della natura con cui vive a stretto contatto. Oggi è uno dei principali esponente del «jazz napoletano», nuova corrente musicale che fonde gli stilemi armonico-melodici della tradizione musicale napoletana con la musica afro-americana e che ha avuto la consacrazione internazionale con un concerto tenuto al «Blue Note» di New York, tempio indiscusso del jazz mondiale. La sua chitarra si è fatta messaggera di pace e amore e lotta contro le ingiustizie del mondo.

Il Fiume di pietra è un luogo che restituisce energia a chi lo vive, anche solo di passaggio, anche solo per condividere un momento di musica. Conserva in sé la capacitĂ  di un incontro umano ricco, sotto il segno delle energie creative.
Fime di pietra – via Osservatorio 22
Costo del biglietto 8 €
Info: paola.acampa@tin.it – 3404022611
(Fonte Foto: Rete Internet)

CICLOMOTORI “TRUCCATI”. RESPONSABILITÁ DEL GENITORE

La responsabilitĂ  dei genitori, circa la vigilanza sull”operato dei figli minori, determina l”esito di una sentenza

Un minore alla guida di un ciclomotore viene fermato dai carabinieri. I militari, nel controllare i documenti in possesso del ragazzo, riscontrano che il ciclomotore è “truccato” ed è di proprietĂ  della madre. Il ciclomotore viene sottoposto a sequestro e successivamente ne viene ordinata anche la confisca. In linea generale ciò non sarebbe stato possibile perchè l’art. 213, del codice della strada, esclude la misura della confisca qualora il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione amministrativa” (Cass. 7268/00; v. inoltre utilmente Cass. 9493/00 e Cass. 18469/07).

Il Caso
Il giudice di pace di Pordenone con sentenza del 4 ottobre 2005 annullava l’ordinanza del Prefetto di Pordenone con la quale, a seguito della violazione dell’art. 97 CdS, erano stati disposti la confisca di un ciclomotore sequestrato e il pagamento della sanzione amministrativa e delle spese di custodia. Rilevava che ai sensi dell’art. 213 CdS la sanzione accessoria della confisca non è applicabile nel caso in cui il veicolo non sia di proprietĂ  del trasgressore.

Il Prefetto di Pordenone ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo che la madre del minorenne conducente del veicolo, a lei intestato, era responsabile in via diretta della violazione contestatale.
La Corte coerente con le sentenze precedentemente emanate e per dare continuitĂ  al proprio orientamento in materia, afferma, ancora una volta, che “In caso di violazione amministrativa commessa da minore di anni diciotto, incapace ex lege, di essa risponde in via diretta, a norma dell’art. 2, della legge n. 689 del 1981, applicabile anche agli illeciti amministrativi previsti dal codice della strada (art. 194), colui che era tenuto alla sorveglianza dell’incapace, che, pertanto, non può essere considerato persona estranea alla violazione stessa”.

Ne consegue che, in caso di circolazione di minore alla guida di ciclomotore non rispondente alle prescrizioni indicate nel libretto di circolazione, ben può essere ordinata la confisca del ciclomotore di proprietĂ  del genitore in relazione alla violazione dell’art. 97, del Codice della Strada, senza che sia applicabile, nella specie, l’art. 213, comma sesto, dello stesso codice, che esclude detta misura qualora il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione amministrativa”.

La Cassazione civile con la sentenza del 14.10.2009 n° 21881, ha messo in evidenza come la responsabilitĂ  dei genitori, circa la vigilanza sull’operato dei figli minori, possa determinare l’esito di una sentenza.

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ANCHE LA ZUPPA DI CICERCHIE E PATATE HA LA SUA STORIA MINUTA

L”assaggio di cicerchie marchigiane ha favorito il confronto con la qualitĂ  di quelle che provenivano da Terra di Lavoro. I soldati impegnati nel vesuviano contro i briganti, ricevevano fagioli o ceci quattro volte al mese. Di Carmine CimminoUn nipote, di sangue napoletano, cresciuto nelle Marche, assai attento, per ragioni di mestiere e per forza di passione, alla cultura gastronomica, mi ricorda che due grandi marchigiani, Leopardi e Rossini, si sono confrontati con Napoli e con la civiltĂ  dei maccheroni da posizioni sentimentali antitetiche. Della maligna interpretazione che Leopardi diede della civiltĂ  maccheronica giĂ  ho scritto. Di Rossini gastronomo è stato detto tanto quanto del suo genio di musicista: la sua passione per i maccheroni fu così assoluta che una volta firmò una sua lettera con la malinconica epigrafe Rossini senza maccheroni.

Se poi sia stato veramente rispettoso del rigore della filosofia napoletana dei maccheroni, non so: suscita qualche perplessitĂ  uno che si fa costruire una siringa di argento e di avorio per imbottire i bucatini con foie gras. Questo lusso è l’esatto contrario della nobile semplicitĂ  dei maccheroni napoletani. Mio nipote mi tesse l’elogio delle cicerchie di Serra de’ Conti, e non contento di avermi persuaso con le parole, provvede a convincermi con i fatti, e cioè con una squisita zuppa di cicerchie e di patate, profumata, forse troppo, dal rosmarino e dall’origano, e “coricata“ su un letto di fette di pane abbrustolito.

Gli racconto che le cicerchie di Terra di Lavoro avevano granelli non biancastri, come quelli delle cicerchie marchigiane, ma di un pallido giallo, e che fino alla prima guerra mondiale venivano coltivate, da Acerra a Cicciano, tra le spighe di granturco, insieme con i ceci e i fagioli, da cui furono poi sopraffatte ed espulse. Le cicerchie servivano per il pasto delle “opere“, dei braccianti ingaggiati a giornata, e per l’ingrasso dei maiali neri di razza casertana, il cui sapore irrobustivano con la forza del proprio. Non a caso oggi chi tenta di rilanciare il legume lo propone come contorno dello zampone. Nel 1851 ufficiali, caporali e soldati impegnati a combattere i briganti avevano, “sul piede di guerra“, la stessa razione giornaliera di viveri: 700 gr. di pane, mezzo chilo di “biscotto“, 350 gr. di carne fresca, 120 gr. di riso o 100 di pasta, 15 gr. di lardo per condimento, 15 gr. di sale, 15 gr. di caffé, 20 di “zuccaro“, un quarto di vino, 6 cl. di acquavite.

In zona di guerra la razione si semplificava: mezzo chilo di biscotto, 75 gr. di formaggio e 75 di lardo, e mezzo litro di vino, per tenere su il morale. I soldati impegnati nel Vesuviano contro Barone e contro Pilone ricevevano, quattro volte al mese, duecento grammi di fagioli o di ceci, ma li potevano consumare solo “al campo“, e cioè durante i turni di riposo. Ai soldati del gen. Pinelli, impegnati nella caccia dei La Gala e di Gravina, vennero date, nell’estate del ’61, razioni di cicerchie fornite da un De Riggi di Cicciano.

Una gentile signora, – “la mia famiglia è marchigiana dai tempi di Cesare“,- mi fa gustare la squisitezza di un lonzino di fichi. È un dolce fatto con fichi, mandorle, piccoli pezzi di noce, semi di anice, e in più, un poco di sapa, cioè di mosto d’uva, e di mistrĂ . Che è un distillato di alcol di vino con aroma all’anice: una specie di pastis, che forse nasce in Grecia, e che i marchigiani hanno eletto a liquore tipico della loro terra. La sapa, invece, è lo sciroppo che si ottiene dal mosto di uva bianca bollito finché non si riduca di un terzo.

Tra il ‘600 e il ‘700 i Domenicani della Masseria San Domenico di Ottajano producevano grandi quantitĂ  di questo “vino cuotto“ dal mosto del greco , e lo vendevano, in parte, ai privati, in parte lo regalavano ai confratelli e alle consorelle dei monasteri napoletani, che lo usavano nella preparazione dei dolci e delle granite. Diluito nell’acqua, il “vino cuotto“ diventava un prodigioso dissetante. Alcuni contadini ottavianesi, ancora dopo la seconda guerra mondiale, lo ricavavano dal mosto della sanginella e della coda di volpe.

La gentile signora mi spiega che il dolce, che ha la forma del lonzino, del salume di lonza, viene appeso in cantina ad asciugare, avvolto in foglie di fico. Sotto vuoto si conserva a lungo. Dice che vanno usati i fichi della varietĂ  dottato o brogiotto, seccati al sole. Quando ero ragazzo, una vicina di casa, che vendeva polli e veniva da Pagani, preparava ‘o sasiccio d’’ e fiche, usando i fichi cotenella, le noci, le mandorle, e robuste misure di anice, la meravigliosa anisetta che i liquoristi locali continuavano a distillare sulla base della ricetta della ditta Galliano. ‘O sasiccio, avvolto in un panno e “ battezzato“ più volte con gocce di anice annacquato, veniva messo ad asciugare negli androni dei bassi: l’anice abbondante lo proteggeva, in parte, dai fumi dei bracieri e delle furnacelle.

Era un dolce “irregolare“: la forma suggeriva battute sconce, l’anice portava con sé immagini di luoghi di corruzione: l’espressione, ‘e piace l’annese, indicava l’inclinazione a vari tipi di ebbrezza, e anche i fichi non è che godessero di buon nome nell’immaginario di uomini e donne timorati di Dio. Ma questo non lo dico alla gentile signora marchigiana. Il suo lonzino ha un sapore di candida compostezza.
(Foto: quadro di Cagnaccio di San Pietro, "Natura morta", 1930)

L’OFFICINA DEI SENSI

IL VERO OTIUM

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Il vero otium è uno stato dello spirito, che riposa sia a lavoro che in vacanza. In questo senso, il lavoro, anche se stanca, non è fatica ma riposo, la vacanza non è vuoto, ma pienezza. Di don Aniello Tortora

Ultimamente ho letto con gusto un articolo su un quotidiano cattolico. Ne riporto qui alcune impressioni. L’autore, riprendendo la filosofia greca, riportava una riflessione di Platone, il quale diceva che “gli dei condannarono l’uomo al lavoro e per compassione gli concessero intervalli di riposo per le feste, affinché l’uomo ricevesse in quelle occasioni la luce e la forza per vivere rettamente. La visione greca del lavoro è pessimista: fatica necessaria, da cui salvarsi grazie al culto. Otium, diranno i latini, per opporlo al neg-otium (ciò che otium non è): gli affari della vita quotidiana, priva della dimensione divina del vivere”.

Gli antichi, interpreti del mondo caduto, avevano ragione nel ritenere il lavoro solo come fatica e sacrificio. Con l’avvento del cristianesimo, però, il lavoro non è più riconducibile a condanna, ma a benedizione e partecipazione alla creazione di Dio, nella trasformazione della materia e nel servizio agli altri. Oggi, purtroppo, però, il lavoro si è di nuovo impregnato della visione pagana. È schiavitù da cui fuggire o contenitore di auto-affermazione, non opera per gli altri.

La visione tragica del lavoro origina l’otium come fuga e alienazione. L’otium diventa così terreno fertile per la noia. Questa accidia – continua l’autore dell’articolo – è la rinuncia alle aspirazioni connaturali alla dignitĂ  umana, un ostinato non voler essere sé stessi che ci porta sino alla disperazione, l’altra faccia dell’attivismo (alcolismo da lavoro). Ad accidia e attivismo si oppone il vero otium, che non è l’assenza esteriore di lavoro (le ferie), ma uno stato dello spirito, che riposa sia a lavoro sia in vacanza. È un atteggiamento di apertura quieta e silenziosa, di chi riceve in dono la realtĂ . Solo così si scopre che il lavoro, anche se stanca, non è fatica, ma riposo, e che la vacanza non è vuoto, ma pienezza.

Quello delle ferie, se vissuto utilitaristicamente per produrre divertimento diventa tempo senza riposo. Come raggiungere, allora, – si domanda l’autore dell’articolo – il vero otium?
Festeggiando, – questa è la sua risposta – i beni del creato : godendo, cioè, della bellezza delle cose che ci sono state donate. C’è una razza di oche che dopo un lungo viaggio migratorio, distrutte dalla fatica, trovato lo specchio d’acqua che le salva, non si tuffano a capofitto a bere, ma inscenano una bellissima danza. Persino le oche celebrano ciò che è necessario, senza consumarlo subito.

SarĂ  importante, allora, non “consumare le vacanze”. Spero proprio che, durante la necessaria e meritata pausa estiva, noi tutti ci impegniamo a recuperare la capacitĂ  di danzare, celebrare, gioire, in questo tempo festivo, della bellezza dei doni del creato. Pena il ritorno a casa, più stressati di prima e avendo giĂ  riempito di disperazione il nostro otium.
(Fonte foto: Rete Internet)

*L’appuntamento settimanale con don Aniello Tortora riprenderĂ  a settembre.

LA RUBRICA

I REATI DI SPACCIO: ESPERIENZE MINORILI A CONFRONTO

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Due adolescenti, in apparenza diversi, finiscono nelle mani della malavita. All”esito dell”udienza di convalida dell”arresto, però, le vicende giudiziarie dei due giovani hanno seguito due distinte strade. Di Simona Carandente

Com’è noto ai più, la nostra regione, e la cittĂ  di Napoli in particolare, detengono tra gli altri un triste primato: quello di far da scenario alla più fruttuosa ed imponente tra le piazze di spaccio esistenti in Europa, quella di Scampia, seguita da molte altre piazze satelliti che contribuiscono, giorno dopo giorno, ad incrementare l’industria del crimine internazionale, spesso sulla pelle di molte giovani vite.

Il business dello spaccio di stupefacenti macina cifre da capogiro, milioni di euro destinati ad arricchire le tasche dei cosiddetti pesci grandi, intorno ai quali gira una folta, foltissima manovalanza, destinata ad accrescersi ogni giorno di più, complice la povertĂ  dell’economia nostrana ed il continuo, incessante aumento dei bisogni legati ai beni materiali. Non sorprende pertanto che, in tale scenario, il minorenne possa essere considerato una vera e propria miniera d’oro, specie se incensurato: a fronte di un dispendio economico minimo, quasi irrisorio, la resa è ottima, con pochi rischi ed enormi vantaggi.

Due storie, due destini in apparenza diversi ma uniti da un filo sottile, quasi impercettibile: l’aver frequentato cattive amicizie ed essere finiti sulla strada, a fare il palo, complice la distrazione delle famiglie di origine ed il desiderio, inconsciamente espresso, di attirarne l’attenzione. B. è di ottima famiglia, figlio di professionisti. Non è mai andato bene a scuola, al punto da decidere di abbandonare gli studi precocemente. I suoi genitori non hanno tempo di pensare a lui, impegnati come sono nelle reciproche attivitĂ . Il loro matrimonio, peraltro, è una specie di farsa, e l’uno addossa all’altra la responsabilitĂ  della gestione dell’unico figlio, senza peraltro mai farsene realmente carico.

G. invece è nato e cresciuto in un quartiere popolare. I genitori sono umili, ma hanno sempre lavorato onestamente, così come i loro figli maggiorenni. Diversi anni fa G. ha perso una sorella in un tragico incidente. Da allora, la famiglia non è stata più la stessa, la madre ha perso colpi, il fratellino minore ha addirittura tentato il suicidio. Due prede appetibili per la criminalitĂ , due ragazzi presi in un momento di enorme debolezza, nella fase più delicata della loro crescita, proprio perché maggiormente influenzabili e, soprattutto, gestibili senza ricorrere a grossi stratagemmi.

All’esito dell’udienza di convalida dell’arresto, le vicende giudiziarie dei due giovani hanno seguito due distinte strade: per B. un provvedimento di permanenza in casa, per G. il collocamento presso una comunitĂ , con l’evidente compito di fornirgli un percorso rieducativo e restituirlo ad una vita diversa.

Inutile dire che quello che, almeno in origine, era concepito come beneficio è risultato per B. una tortura, costretto a stare tutto il giorno tra le mura domestiche, senza poter uscire, senza il contatto degli amici, tra i litigi dei genitori che continuano a scaricarsi a vicenda ogni responsabilitĂ , G. invece, pur soffrendo la lontananza dalla madre e da fratelli, si sta realmente rieducando: collocato in un’accorsata comunitĂ  partenopea, sta interagendo con ragazzi come lui, mostrando peraltro rispetto delle regole e il desiderio, per la prima volta nella sua giovane vita, a vivere un’adolescenza “normale”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA SCUOLA DI POSILLIPO E LE SUE VEDUTE. ECCO QUANDO NAPOLI SI FECE “CARTOLINA”

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Intorno al 1820 nasceva a Napoli una “scuola di paesaggio” che inaugurava il fortunato genere della veduta romantica. Piccoli capolavori d”arte, “souvenir” di un viaggio nel Romanticismo napoletano.

“Era allora Napoli in un periodo di grande splendore. La sua vecchia aristocrazia, nella quale s’intrecciavano con la boriositĂ  spagnola e l’argutezza francese l’innato senso estetico della Magna Grecia, era fra le prime d’Europa. Briosa, svagata, scapigliata, elegante, vi si alternavano splendide feste a chiassose mattane, spettacoli di eccezione a banchetti pantagruelici, gite a Capri, ad Ischia, sul Vesuvio”.

Sono queste le parole con cui Salvatore Gaetani ricordava con malinconia la sua cittĂ . Una cittĂ  dalle mille facce e dai mille colori. Una cittĂ  distesa sul mare e che per secoli ha ispirato poeti, scrittori, pensatori e artisti. Uno in particolare, Anton Sminck van Pitloo (italianizzato in Antonio Pitloo), seppe immortalare, agli inizi dell’Ottocento, Napoli e i suoi paesaggi in opere che fecero letteralmente “scuola”. Attorno all’atelier napoletano dell’artista olandese si riunirono infatti i maestri di quella che gli accademici del tempo definirono con disprezzo “Scuola di Posillipo”. Si trattava di un gruppo di pittori dediti al genere “minore” del paesaggio. Un genere che nonostante la nobilitazione del vedutismo veneziano rimaneva ai margini della pittura ufficiale.

Piccole tavole, dipinte per lo più a olio o ad acquerello, ben lontane dalle grandi tele che allora ancora decoravano i palazzi e le regge del re; “souvenir” per i tanti ricchi intellettuali in viaggio per l’Italia che il Gran Tour spingeva fino in Sicilia alla scoperta del nostro Bel Paese. Piccoli quadri con le vedute di Napoli, le marine di Salerno o le splendide spiagge della costiera amalfitana, i paesaggi della campagna circostante e scene di vita quotidiana di pescatori, contadini e popolani. Piccole opere che catturavano con sagacia lo spirito di una cittĂ  e di una regione uniche al mondo. Non era inusuale a quei tempi che alcuni artisti, qui come a Venezia e in altre cittĂ  italiane, si dilettassero in opere di questo tipo.

Collocabili sulla scia del vedutismo napoletano le opere dei pittori “di Posillipo” più che meri “ricordi” sono veri e propri capolavori, frutto di ricerche specifiche maturate a contatto con i grandi artisti della scena europea. In esse le spiagge, il mare, la campagna e le scene di vita quotidiana si impregnano del linguaggio romantico portato a Napoli da artisti come William Turner e Jean-Baptiste Camille Corot. Un linguaggio che trova in Italia tra i suoi massimi esponenti proprio Giacinto Gigante, un pittore formatosi nell’entourage del Pitloo e poi divenuto egli stesso caposcuola di quel gruppo di artisti che sviluppò a Napoli il genere del “paesaggio romantico”. Sua è la “Marina di Posillipo” (foto) l’opera-simbolo della Scuola napoletana.

Un olio su tela, di modeste dimensioni, in cui la scena della “marina” è pretesto per un paesaggio idilliaco. La luce tenue dell’alba, o del tramonto, avvolge ogni cosa; il cielo è limpido, il mare è calmo e la cittĂ  sembra riposare adagiata sul suo Golfo, sotto l’occhio vigile di un vulcano benigno. La Scuola di Posillipo è insomma uno dei momenti più alti del Romanticismo italiano. Nata forse per soddisfare le esigenze dei ricchi “turisti” essa divenne ben presto l’ideatrice di un genere fortunatissimo che ha influenzato per più di un secolo la pittura napoletana. Con l’avvento della fotografia le cartoline rimpiazzarono questi piccoli paesaggi dipinti; ma se il mezzo fotografico permetteva una riproduzione certamente più realistica della cittĂ  esso non poteva competere con quelle immagini paradisiache che solo il genio dell’artista poteva concepire.

La celebre cartolina con la veduta del Golfo di Napoli da Posillipo non può che considerarsi il discendente più diretto delle opere di quei grandi maestri che immortalarono l’antico aspetto di Napoli e dei centri più importanti della Campania in dipinti che restano impressi nella mente e nel cuore di chi li ammira. Del resto è difficile dimenticare quei luoghi incantati. Scrive Goehte: “Da quanto si dica, si narri, o si dipinga, Napoli supera tutto: la riva, la baia, il golfo, il Vesuvio, la cittĂ , le vicine campagne, i castelli, le passeggiate… Io scuso tutti coloro ai quali la vista di Napoli fa perdere i sensi!”; e ancora Stendhal: “Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la cittĂ  più bella dell’universo”.
(Fonte foto: Rete Internet)

STORIE D’ARTE

LA DEVIANZA MINORILE (1a PARTE)

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Le radici sociali e culturali del disagio e della criminalitĂ  minorile a Napoli. Di Amato Lamberti

A Napoli la devianza cresce sia quando diminuisce sia quando aumenta l’occupazione; aumenta anche con il crescere del reddito pro-capite e con l’aumento dei consumi; cresce con il crescere della scolarizzazione, del consumo di quotidiani e di televisione, di cinema e di teatro, dei consumi cosiddetti culturali. A Napoli sembra stabilizzata una situazione paradossale: lo sviluppo fa sviluppare anche la devianza e la criminalitĂ .
Questa situazione è paradossale solo in apparenza, e solo perché si continua a ragionare in termini unitari della realtĂ  napoletana, senza rendersi conto dell’esistenza di una dualitĂ  profonda, storicamente consolidatasi e che ormai si riproduce allargando la frattura e le distanze.

La societĂ  napoletana non è un qualcosa di unitario attraversato da differenze anche vistose e segnato da stratificazioni numerose e profonde: essa è costituita da due societĂ  separate e distanti, che vivono sullo stesso territorio, che spesso vengono a contatto anche fisicamente ma che mantengono una reciproca assoluta estraneitĂ  sul piano culturale e su quello dei modelli di azione sociale. È chiaro che si tratta di un modello teorico, utile per analizzare dei fenomeni sociali che non sempre può essere ritrovato nella realtĂ , dove sono frequenti i casi di meticciamento sociale e culturale. Bisogna però anche dire che è possibile, a Napoli, ritrovare, per così dire, allo stato puro queste due diverse configurazioni sociali e culturali.

A Napoli ci sono, insomma, due societĂ : una moderna, che lavora e produce, va a scuola e consuma cultura, che ha standard di comportamento paragonabili alle situazioni più avanzate del resto d’Italia; l’altra, arretrata, analfabeta, con una cultura arcaica intrisa di violenza e sopraffazione anche al suo interno, che sopravvive parassitando l’altra societĂ , o mettendo in piedi un mercato parallelo di tipo illegale. Non si tratta né di un fenomeno di oggi, né di un fatto recente.
GiĂ  Salvemini nel 1906 notava come Napoli fosse una strana cittĂ  dove metĂ  della popolazione lavorava per mantenere anche l’altra. E per certi versi la situazione è ancora oggi la stessa e questo spiega perché, nonostante gli sforzi della societĂ  moderna di svilupparsi e modernizzarsi, i risultati siano così poco significativi e percepibili, almeno per quanto riguarda l’esistenza di forti zone ed aree di arretratezza e di degrado.

Tanto per fare un esempio: sono circa settemila le persone che a Napoli vivono – e molti sostengono intere famiglie – facendo i posteggiatori abusivi o semi-abusivi, con un prelievo annuo sull’intera collettivitĂ  di circa 252 miliardi delle vecchie lire (il che equivale ad una tassa aggiuntiva di 650.000 lire per ciascuna famiglia, quasi 325 Euro). In pratica la Napoli che lavora e che produce deve trascinarsi appresso questa situazione che la frena nel suo sviluppo. Napoli, in un certo senso, è il migliore esempio di quella situazione, recentemente illustrata da un sociologo come Donolo, di societĂ  che funziona nonostante l’incapacitĂ  delle istituzioni ad affrontare i problemi e le condizioni strutturali di disgregazione e di crisi.

Queste due societĂ , avendo cultura ed economia propria, si riproducono anche in maniera diversa e separata.
I fenomeni di disgregazione e di devianza che caratterizzano la situazione napoletana hanno così radici strutturali e non possono essere considerati come disturbi del funzionamento alterato dei rapporti sociali ed economici.
L’area dell’emarginazione è a Napoli così vasta, anche numericamente, (circa 1/3 della popolazione) perché non è solo il risultato di processi sociali complessivi che impediscono ad alcuni strati sociali di fuoriuscire dalle condizioni di emarginazione, e che, gettano, continuamente altri dentro una emarginazione ancora più sofferta perché risultato di fuoriuscita dal mondo del lavoro.

A Napoli c’è una emarginazione che ha a che fare con la prima societĂ , dove si è emarginati perché si è perso il posto di lavoro o non si riesce a trovarlo perché non si riesce a fare il salto da lavoro saltuario e sottopagato a quello garantito; perché non si possiede il titolo di studio necessario per trovare un inserimento lavorativo qualsivoglia ma non precario.
Ma c’è anche una emarginazione di altro tipo che è quella dell’appartenenza alla seconda societĂ , dove anche si ripropone la stratificazione sociale; dove c’è chi ha più e chi ha di meno; dove c’è chi è proprietario e chi no; chi dĂ  lavoro e chi il lavoro lo cerca.

Una seconda societĂ  dove il problema non è tanto avere o no lavoro, ma quale tipo di lavoro o di attivitĂ . Dove l’economia è quasi tutta di tipo illegale e frequentemente, anche di tipo criminale. Questo è un dato sconvolgente di Napoli anche se non unico. Per molti versi la situazione di Napoli assomiglia a quella di cittĂ  come Tangeri, una volta, ed oggi Istanbul, Singapore, Hong Kong, dove convivono, per ragioni diverse, una economia legale ed una economia illegale e dove ciascuna alimenta lo sviluppo di una societĂ  separata dall’altra, ma dove il denaro è l’unica cosa che circola tra le due societĂ .

Nella prima societĂ  la dinamica sociale è quella tipica di societĂ  moderne, dove le opportunitĂ  disponibili crescono o diminuiscono a seconda degli andamenti del mercato; dove ci si può arricchire ma anche restare senza lavoro, dove si può andare a scuola ma anche non trovare sbocchi occupazionali; dove le trasformazioni sono costanti e la mobilitĂ  sociale accelerata; dove la modernizzazione anche dei costumi e degli stili di vita è continuamente promossa dal martellamento dei mass-media e dalla pubblicitĂ . Anche a Napoli, i problemi di crisi occupazionale riguardano sostanzialmente gli appartenenti alla prima societĂ , vale a dire, quelli in qualche modo protetti; quelli che posseggono i requisiti anche culturali per un inserimento a pieno titolo nella dinamica sociale moderna.

Nella seconda societĂ  la dinamica sociale è solo apparentemente eguale, nel senso che dĂ  egualmente luogo a differenziazioni e stratificazioni, ma le opportunitĂ  sociali ed economiche sono di altro tipo e sono governate non dal mercato ma da alcune persone che in modi e forme organizzate gestiscono il mercato illegale e quello criminale. Nel prossimo appuntamento su ilmediano.it, parleremo dell’economia di questa seconda societĂ .
(Fonte foto: Rete Internet)

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FARCISENTIRE: CALIBRO 35 E PERTURBAZIONI AL FESTIVAL DI SCISCIANO

Oggi, 24 luglio, si chiude la IX edizione del FarciSentire Festival. La stazione della circumvesuviana di Scisciano si trasforma in arena.

Grande successo di pubblico per la prima serata del FarciSentire Festival, divenuto ormai un evento importante per seguire i gruppi emergenti. Il festival propone al territorio campano un evento ad ingresso gratuito divenuto, nel tempo, un appuntamento da non perdere, che fa della musica un’occasione di scambio e incontro culturale, momento di aggregazione e condivisione. L’evento, organizzato dall’Associazione Arcifelix di Scisciano con il Patrocinio del Comune di Scisciano e il sostegno dalla Circumvesuviana e del Comitato Provinciale Arci Napoli.
La formula è quella oramai consolidata: si esibiscono tre band emergenti per serata, prese idealmente per mano da due headliner arrivati al pieno consenso di pubblico e critica. La scelta degli emergenti ha risposto ad un criterio di varietĂ  di generi e stili, nel pieno rispetto della qualitĂ  e dell’estro.

Ieri, 23 luglio, si sono esibiti i Sixth Minor, duo partenopeo nato nella primavera del 2007, composto da Renato Longobardi e Andrea Gall. Post-rock reinterpretato in chiave sperimentale, musica con forte propensione alla sperimentazione e alla ricerca di nuovi sound; Anonima Straccioni di Senigallia, vincitore del Rock in June, molto apprezzato dal pubblico, per la spettacolaritĂ , originalitĂ  dei temi, coinvolgimento, simpatia ed estro; i Borderline, Angelo Gentile voce e chitarra, Antonio Ricciardi chitarra, Fulvio Cirace basso, Nunzio Garofalo batteria, Rock band viscerale, diretta, schierata, testi in italiano che presentano la vita quotidiana senza mediazioni, musica graffiante.

Ospiti della serata i Perturbazione, Tommaso Cerasuolo voce, Elena Diana violoncello, Gigi Giancursi chitarra e voce, Cristiano Lo Mele chitarra e tastiere, Rossano Antonio Lo Mele batteria, Alex Baracco basso. Gruppo torinese nato nel 1988, ha ricevuto nel 2011 due riconoscimenti: Keep on 100% Live, il portale che fa della musica live in Italia il suo fulcro, ha riconosciuto il live tra i migliori della stagione e il premio Miglior Live 2011, insignito dal coordinamento Audioocoop della rete dei Festival italiani. Per questa sera 24 luglio sono attesi i Culture Wars, duo di Avellino composto da Mirko Salvati e Giovanni Schirru, sound decisamente post-punk, con sfumature indie rock di stampo britannico, chitarre distorte, synth e voci sopraffate;

le DieciunitĂ sonanti, Valentino Orciuolo basso, tastiere, campionatori, elettronica varia e cori, Alessandro Santucci chitarre elettriche e acustiche, lapsteel, mandolino, e-bow e cori, Alessandro Sfasciotti voci, chitarre elettriche e acustiche, Raffaele Violante batteria, glockenspiel, percussioni e cori, vincitori nel 2007 della prima edizione di Talenti per Natura e del premio della giuria come miglior nella rassegna Perle ai Porci, segnalati dal portale Kataweb tra le prime 10 realtĂ  indipendenti più interessanti del momento nel concorso per il MEI 2008; Il Capro, Flavio Spuntarelli chitarra, Luca Cascone synth, Giulio Catarinelli basso, Alessandro Sforna batteria, gruppo di Foligno, in cui sono riconoscibili diverse influenze, dal drone dei Sunn O))) ai ZU, attraversando suggestioni di musiche più tradizionali e sperimentazioni su colonne sonore.

Ospiti per la serata di chiusura dell’edizione 2011 i Calibro 35, Massimo Martellotta chitarre e alle lapsteel, Enrico Gabrielli organi e fiati, Fabio Rondanini batteria, Luca Cavina basso elettrico e Tommaso Colliva ai controlli in regia, chitarre fuzz, organi distorti, bassi ipnotici e funky grooves riempiono l’atmosfera. Il progetto del gruppo: interpretare il repertorio delle soundtracks italiane cercando di farle proprie rimanendo fedeli e rispettosi all’opera dei grandi Maestri. La composizione di brani originali segue lo stesso percorso: il gruppo cerca di ritrovare il suono, l’attitudine e quella coesistenza di generi che hanno reso famoso in tutto il mondo il gusto italiano nella musica per le immagini. Dopo aver creato l’intera colonna sonora per il film "Said", Calibro 35 compone alcuni brani per i film "La Banda Del Brasiliano" di John Snellinberg e per "Gli Angeli del Male" di Michele Placido. Il brano "Convergere in Giambellino" e’ incluso nella colonna sonora del film "R.E.D." con Bruce Willis e John Malkovich.

Come consuetudine, ci sarĂ  un’Area Expò dedicata per questo 2011 alla mostra DemoDay. SarĂ  curata dall’Osservatorio Comunicazione partecipazione Culture Giovanili (OCPG), nell’ambito del progetto Chiamata alle arti: ai giovani artisti campani è offerta la possibilitĂ  di esporre le proprie opere e di essere inseriti nell’archivio delle forme artistiche campane.
Info & Contatti www.farcisentire.it

GENITORI, OCCHIO AI POSTI CHE FREQUENTANO I VOSTRI FIGLI

I genitori devono conoscere i luoghi ed i posti dove i figli minori si intrattengono, per poter valutare se esistono pericoli, ed impedire l”utilizzo di quegli spazi.

Molti ragazzini amano giocare a pallone in qualsiasi spazio permetta loro di rincorrere la palla, senza preoccuparsi delle insidie e delle trappole che il luogo possa presentare. In pratica qualsiasi posto è buono per dare calci ad una palla.

Succedeva, così, che alle 22,30 di una sera d’estate, il minore F. giocava a pallone con alcuni coetanei nel cortile dell’edificio condominiale, quando urtava accidentalmente contro la copertura in vetro dei box, riportando lesioni al volto. I genitori del minore avevano denunciato il Condominio e l’amministratore del condominio, perché quella copertura in vetro, con la superficie scoperta tagliente, costituiva, a loro giudizio, una pericolosissima insidia capace di provocare danni.
I genitori, in pratica, in sede giudiziale, sostenevano la pericolositĂ  dell’ambiente e la conseguente responsabilitĂ  del Condominio e del suo amministratore, per cui chiedevano a costoro il risarcimento dei danni.

Nel caso prospettato, secondo quanto hanno accertato i Giudici, il minore F. si era intrattenuto ed aveva giocato nel cortile di un palazzo (nel quale peraltro neppure abitava).
Il cortile non era adibito a spazio ricreativo, ma esclusivamente a parcheggio.
Il minore si era introdotto in ora serale in tale spazio, che era protetto da apposito cancello, che veniva chiuso alle ore 20,30. Alla luce di tali circostanze di tempo e di luogo, la Corte territoriale ha osservato che solo l’arbitrario comportamento del minore F., il quale aveva impropriamente utilizzato il cortile destinato a parcheggio di autovetture, aveva determinato l’insorgere di una situazione di pericolo, altrimenti insussistente, sfociata poi nell’evento lesivo.

L’assoluta arbitrarietĂ  del comportamento del minore e l’omessa vigilanza dei suoi genitori era tale da interrompere il nesso causale tra cosa e danno, consentendo così di escludere qualsiasi responsabilitĂ  del Condominio. Praticamente la Corte ha ritenuto il comportamento del minore e la condotta dei genitori la sola causa capace di generare l’evento dannoso, considerando, circostanza del tutto irrilevante, l’eventuale insidia del cortile, perché la destinazione del cortile era ad uso esclusivo di parcheggio di autovetture e non destinato a parco giochi.

In effetti la Cassazione con la sentenza del 2008, n. 24804 , ha statuito che in caso di danno subito per l’imprudenza del danneggiato la causa non può essere cercata nell’ambiente circostante, ma nel comportamento dei soggetti interessati.

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