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LA QUESTIONE MINORILE A NAPOLI

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Per assicurare un avvenire diverso ai figliastri di Napoli bisogna intervenire sulla società e sulla città. Solo così si arresta l”eterno riprodursi della camorra. Di Amato Lamberti

Sulla criminalità minorile a Napoli c’è ormai una abbondante pubblicistica, di taglio soprattutto giornalistico, ma non mancano studi e ricerche approfondite. Si tratta comunque di un argomento che si presta al facile pezzo di colore, condito di indignazione per l’inefficienza della risposta istituzionale. Per questo quasi tutti i giornalisti, prima o poi, si cimentano, con analisi superficiali, con un problema che meriterebbe ben altra attenzione.

A nessuno, ad esempio, è mai venuto in mente di verificare se le giovani leve della camorra si siano o meno formate nel crogiolo della devianza minorile. L’opinione corrente è che da Nisida o da Airola si passi, quasi obbligatoriamente, a Poggioreale. Ma questo è solo in parte vero e, comunque, molte sono le variabili da prendere in considerazione. In una ricerca dell’Osservatorio sulla camorra, di alcuni anni fa, si sono presi in esame 1670 minori recidivi, che cioè più volte avevano fatto ingresso, nel periodo 1974/78, negli Istituti di osservazione minorile. Negli anni 1982 e 1983, solo 602, vale a dire il 36%, risultavano già implicati in attività camorristiche.

Il dato più significativo è, però, quello che la correlazione risulta tanto più alta quanto più elevato è il tasso di delinquenza minorile del quartiere di provenienza. In pratica, nei quartieri ad alto tasso di criminalità minorile, come Montecalvario, Porto, Soccavo, Miano, più frequente è il passaggio nelle fila delle organizzazioni criminali. Negli stessi quartieri più alto è anche l’indice di criminalità e di presenza camorristica. Il territorio, l’ambiente, costituiscono un fattore importante di sostegno e riproduzione della fenomenologia criminale, ma è soprattutto la presenza di tradizioni criminali in un contesto che favorisce la diffusione di scelte di vita devianti. Fin qui niente di nuovo, ma solo la conferma di teorie classiche come quelle di Sutherland o dei gruppi di riferimento e quelle di Cloward e Ohlin, della distribuzione delle opportunità illegittime.

La novità vera è che i giovani che approdano alla camorra dopo una trafila più o meno lunga di reati e di incarcerazione in età minorile, sono generalmente destinati ad occupare livelli più bassi della gerarchia camorristica. Restano quasi sempre relegati a livello di manovalanza, di semplici esecutori di azioni progettate e governate da altri. I quadri dirigenti della camorra vengono allevati altrove. Crescono evidentemente protetti dalla famiglia e dal clan. Sono i più deboli e i più disperati quelli che finiscono, fin da piccoli, nelle maglie della giustizia. La maggior parte dei piccoli delinquenti di Napoli non farà mai carriera nel crimine. Sono destinati a vivere comunque ai margini anche nella società degli emarginati.

Nel libro, “La ballata del Filangieri”, Luciano Sommella racconta la sua densa e sofferta esperienza di direttore dell’Istituto di osservazione minorile “Gaetano Filangieri” e ci offre una galleria incredibile di questi giovani e sventurati figliastri di Napoli. Sono ritratti di ragazzi adolescenti nati già perduti e che sembrano voler soltanto consumare il più rapidamente possibile questa condanna alla marginalità e alla sconfitta. Nonostante tutti gli sforzi, per tirar fuori i giacimenti di umanità sepolti dentro questi ragazzi, il lavoro degli operatori sembra incapace di conseguire un qualsiasi risultato. Eppure non si può dire che siano mancati impegno e intelligenza. È il modello di intervento che si rivela del tutto inadeguato rispetto agli scopi che si prefigge: quello di rieducare il ragazzo.

Perché dopo l’Istituto, nel quale al minore si offrono opportunità di studio, cultura, promozione professionale, esperienze corrette di socializzazione, si torna sempre al vicolo, alla violenza, alla lotta alla sopravvivenza sempre difficile. L’Istituto diventa una specie di parentesi o di oasi, che ha la durata breve del miraggio. La realtà vera è il mondo della vita, quello nel quale si viene rituffati dopo pochi giorni o pochi mesi o pochi anni, ogni volta con sempre nuove angosce e nuove attese. Dell’inutilità di questo intervento repressivo, che non recupera e non redime ed, anzi, aggrava le condizioni di emarginazione, nessuno sembra voler prendere coscienza. E si sprecano così soldi e, soprattutto, energie ed entusiasmi che potrebbero essere diversamente e più utilmente sfruttati.

Nel 1873 nel libro “La miseria di Napoli”, Jessie White Mario, notava: “Quando si pensa che lo Stato per obbligo della propria sicurtà è costretto ad albergare, custodire, nutrire e vestire tutti i suoi figli una volta che sono rei, è strano davvero che se ne dia così poco pensiero, finchè sono innocenti e in gradi di divenire utili ed onesti cittadini”. È un’osservazione valida ancora oggi, quando tutti si riempiono la bocca con la parola prevenzione senza saperla tradurre in qualsiasi modello di intervento non repressivo.

Per assicurare un avvenire diverso ai figliastri di Napoli bisogna intervenire sulla società e sulla città. Bisogna rompere quel meccanismo che fa sì che chi nasce marginale muore emarginato o delinquente. Se al povero come strumento di difesa e di promozione sociale si lascia solo la violenza, non ci si può lamentare dell’eterno riprodursi della camorra, sia essa intesa come mentalità, costume, stile di vita, organizzazione criminale. Anche gli emarginati vogliono vivere e non soltanto sopravvivere.
(Fonte foto: Rete Internet)

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