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L’ODORE DELLE PAROLE DEL SIG. BORGHEZIO MARIO

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L”esponente della Lega Nord condivide le idee del killer norvegese che ha ucciso decine di giovani ad un raduno politico. Ma è solo un modo per nascondere le difficoltà della Lega nel governo. Di Carmine Cimmino

Lo scetticismo esasperato è una bestia pericolosa. Spesso mi morde con dubbi strani, inquietanti. Il sig. Borghezio, questo signore che rappresenta la Padania nel Parlamento europeo, questo signore che ha classificato come “buone“ le idee del folle criminale norvegese, e che passa il suo tempo a spalancare la bocca e a versare fango sui napoletani, sui musulmani, sugli immigrati: questo signore esiste veramente? Non è un personaggio inventato? Ma che dici? mi rimprovera il mio “doppio“, che crede e ha fede, e non è stato mai morso né da una zanzara né da un dubbio.

Il sig. Borghezio esiste. La TV ne registra apparizioni, invettive e proclami. Ma non mi lascio persuadere facilmente. Giornali e TV non ci mettono niente a inventare un personaggio, e a fornirgli il corredo: faccia, peso, qualità, temperamento, carattere e storia spirituale. È il modello Botul. Un giornalista francese, che ha la capa fresca, inventa un filosofo, lo chiama J.B. Botul, gli costruisce una vita libera e avventurosa, stampa a nome di Botul un libro su Kant e il sesso. E Bernard –Henri Lévy, uno degli intelletti più fini e più raffinati di Francia e dei paraggi, scivola nella trappola: in una sua opera, piena di complicati concetti filosofici, cita l’ inesistente Botul come reale e sostanzioso studioso di Emanuele Kant. Se la carta stampata può ancora tanto, non è difficile immaginare cosa siano capaci di combinare la tv e internet.

È un disastro gnoseologico. L’evidenza, più è evidente, e più ti porta a dubitare o a credere nel contrario. I Greci, pur senza conoscere la tv, la radio e internet, già l’avevano capito: bisogna diffidare delle apparenze.
Qualche giorno fa il signor Borghezio è stato ospite della “Sette“. Io ho visto e ho ascoltato. Da qualche tempo, quando sullo schermo appare la faccia di un politico, cambio immediatamente canale: sono diventato un qualunquista, e me ne vanto. Ma per il sig. Borghezio ho fatto un’eccezione: ho resistito. Alla fine dell’impresa, il dubbio si era dissolto. Il signor Borghezio esiste veramente. In carne, ossa, pensieri e parole. La logica della storia di solito affida a personaggi, diciamo così, “eccezionali“, il compito glorioso di “incarnare“ le idee e le vicende delle trasformazioni epocali, soprattutto se producono rivoluzioni, rovesciamenti , salti e fratture.

I sigg. Bossi e Borghezio rappresentano, con chiarezza didattica, tutti i valori della Padania. Il sig. Bossi è il Cavour, il sig. Borghezio aspira ad essere il Nino Bixio. Si aspetta un Garibaldi. Il sig. Borghezio ha cercato di fare il Nino Bixio quando bisognava educare gli arditi della Lega, quelli armati di campanacci scudi e elmi a due corna: e per educarli, bisognava schiassiare sull’indipendenza, sui milioni di fucili pronti a sparare, su Roma ladrona, sulla puzza di napoletani e compagni. Il sig. Borghezio è chiamato a fare la parte del Bixio anche ora: ora che la Lega è la padrona vera della maggioranza di governo e governa l’Italia con la mano destra, e intanto allunga la mano mancina verso il centro e la sinistra.

Il sig. Bossi è un democristiano: certo, anche nell’ ultima D.C. avrebbe trovato posto solo in quinta, in sesta fila, ma oggi quel po’ di sangue democristiano che gli scorre nelle vene basta, e avanza, a consentirgli di essere il padrone del vapore. Di ciò che resta del vapore. Il sig. Borghezio serve – politicamente, si intende -, perché i suoi exploits “distraggono“ le armate leghiste, in cui non solo gli ufficiali, ma anche i sergenti e i caporali incominciano ad aprire gli occhi. E poiché li aprono troppo, in troppi, si ritorna a Pontida, al Po, alle trombe, anche se sono trombe alquanto sfiatate. Si apre qualche ufficio a Monza e lo si proclama sede di Ministero, si risponde a muso che vorrebbe essere duro, ma resta molle, al Presidente della Repubblica: insomma si alza, ma non troppo, la voce.

Solo il sig. Borghezio parte in quarta, cerca di dare il meglio di sé, apre la bocca, e dalla bocca gli esce ciò che sappiamo. Le “sue farneticazioni“ fanno parte del gioco come i rimproveri di Bossi e come le bacchettate del sig. Calderoli sulle “farneticazioni personali“ del collega. Ma il sig. Borghezio è stato scelto per fare il Borghezio, e fa il Borghezio, a Roma, a Milano e a Bruxelles. Potrei dire che non lo fa gratis, che prende un cospicuo stipendio, e che i soldi dello stipendio non vengono solo dalla Padania: potrei dirlo, ma non lo dico. Sono un vesuviano, e i vesuviani non scendono a certe bassezze. Anche perché, a quelle bassezze, si incontrano brutte persone. Le parole delle invettive del sig. Borghezio hanno un “odore“ particolare, che viene da un’ insalata di moti dell’intelletto e del cuore: una “base“ di disprezzo, un grosso pizzico di risentimento, una buona dose di paura: e, su tutto, l’aceto della insoddisfazione.

Mi riferisco alle parole, non alle intenzioni. Le intenzioni di un uomo sono un mistero anche per chi le tiene in deposito dentro di sé. Il sig. Borghezio non è soddisfatto: sa che le guerre fatte solo con gli squilli di tromba alla fine rendono ridicolo il trombettiere. Tu suoni la carica, suoni con la tromba, con la tuba, con il corno, anche con il tamburo: ma i soldati non partono all’attacco, ma i capi non danno il segnale: i capi traccheggiano: aspettiamo ancora un poco, vediamo come si mettono le cose, ma poi siamo veramente sicuri che i napoletani i romani i neri i musulmani i giovani disoccupati i pensionati tartassati gli italiani a cui si sono rotti i cabasisi ci lasceranno vincere al primo attacco?

E i Galli se non vincono al primo attacco, si squagliano. Lo diceva un Romano che li conosceva bene. Al sig. Calderoli che gli dava del farnetico, il sig. Borghezio ha risposto manzonianamente, più o meno (La Repubblica, 27 luglio 2011): ”Il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare, per assumere certe posizioni bisogna avere i coglioni”. Con rispetto parlando. Ma a Napoli diciamo che chiacchiere e tabacchère ‘e legno, ‘o Banco ‘e Napule non le prende in pegno. Solo il fuoco dell’azione dimostra se uno i colleones li ha veramente. Mi coglie, all’improvviso, il sospetto che alle radici dell’ “odio“ che ispira le invettive di Borghezio contro i Napoletani ci sia quel risentimento che secondo Ortega y Gasset è figlio del desiderio che non si può appagare. Forse il sig. Borghezio avrebbe voluto essere un Napoletano, di nascita, di cuore, di mente, di virtù, e anche di vizi.

E invece il Caso, la Natura, la Provvidenza lo fecero padano. Il sig. Borghezio, padano, non si preoccupi dei problemi di Napoli . Anche quando ha le ali stanche, Napoli vola alto. Da sempre. “Accade a volte alle aquile di scendere persino più in basso delle galline, ma mai alle galline di salire al livello delle aquile“. Lo disse Lenin di un’aquila che si chiamava Rosa Luxemburg. (Io Donna, del 30 luglio). Dice il sig. Borghezio che Napoli lo disgusta. Per fortuna. Se un giorno Napoli corrispondesse al gusto del sig. Borghezio, quel giorno lo giudicherei il più drammatico della storia di Napoli. Con rispetto parlando.
(Foto: Quadro di Alberto Savinio del 1928: Ricordo di un mondo scomparso)

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