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LA SCUOLA DI POSILLIPO E LE SUE VEDUTE. ECCO QUANDO NAPOLI SI FECE “CARTOLINA”

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Intorno al 1820 nasceva a Napoli una “scuola di paesaggio” che inaugurava il fortunato genere della veduta romantica. Piccoli capolavori d”arte, “souvenir” di un viaggio nel Romanticismo napoletano.

“Era allora Napoli in un periodo di grande splendore. La sua vecchia aristocrazia, nella quale s’intrecciavano con la boriosità spagnola e l’argutezza francese l’innato senso estetico della Magna Grecia, era fra le prime d’Europa. Briosa, svagata, scapigliata, elegante, vi si alternavano splendide feste a chiassose mattane, spettacoli di eccezione a banchetti pantagruelici, gite a Capri, ad Ischia, sul Vesuvio”.

Sono queste le parole con cui Salvatore Gaetani ricordava con malinconia la sua città. Una città dalle mille facce e dai mille colori. Una città distesa sul mare e che per secoli ha ispirato poeti, scrittori, pensatori e artisti. Uno in particolare, Anton Sminck van Pitloo (italianizzato in Antonio Pitloo), seppe immortalare, agli inizi dell’Ottocento, Napoli e i suoi paesaggi in opere che fecero letteralmente “scuola”. Attorno all’atelier napoletano dell’artista olandese si riunirono infatti i maestri di quella che gli accademici del tempo definirono con disprezzo “Scuola di Posillipo”. Si trattava di un gruppo di pittori dediti al genere “minore” del paesaggio. Un genere che nonostante la nobilitazione del vedutismo veneziano rimaneva ai margini della pittura ufficiale.

Piccole tavole, dipinte per lo più a olio o ad acquerello, ben lontane dalle grandi tele che allora ancora decoravano i palazzi e le regge del re; “souvenir” per i tanti ricchi intellettuali in viaggio per l’Italia che il Gran Tour spingeva fino in Sicilia alla scoperta del nostro Bel Paese. Piccoli quadri con le vedute di Napoli, le marine di Salerno o le splendide spiagge della costiera amalfitana, i paesaggi della campagna circostante e scene di vita quotidiana di pescatori, contadini e popolani. Piccole opere che catturavano con sagacia lo spirito di una città e di una regione uniche al mondo. Non era inusuale a quei tempi che alcuni artisti, qui come a Venezia e in altre città italiane, si dilettassero in opere di questo tipo.

Collocabili sulla scia del vedutismo napoletano le opere dei pittori “di Posillipo” più che meri “ricordi” sono veri e propri capolavori, frutto di ricerche specifiche maturate a contatto con i grandi artisti della scena europea. In esse le spiagge, il mare, la campagna e le scene di vita quotidiana si impregnano del linguaggio romantico portato a Napoli da artisti come William Turner e Jean-Baptiste Camille Corot. Un linguaggio che trova in Italia tra i suoi massimi esponenti proprio Giacinto Gigante, un pittore formatosi nell’entourage del Pitloo e poi divenuto egli stesso caposcuola di quel gruppo di artisti che sviluppò a Napoli il genere del “paesaggio romantico”. Sua è la “Marina di Posillipo” (foto) l’opera-simbolo della Scuola napoletana.

Un olio su tela, di modeste dimensioni, in cui la scena della “marina” è pretesto per un paesaggio idilliaco. La luce tenue dell’alba, o del tramonto, avvolge ogni cosa; il cielo è limpido, il mare è calmo e la città sembra riposare adagiata sul suo Golfo, sotto l’occhio vigile di un vulcano benigno. La Scuola di Posillipo è insomma uno dei momenti più alti del Romanticismo italiano. Nata forse per soddisfare le esigenze dei ricchi “turisti” essa divenne ben presto l’ideatrice di un genere fortunatissimo che ha influenzato per più di un secolo la pittura napoletana. Con l’avvento della fotografia le cartoline rimpiazzarono questi piccoli paesaggi dipinti; ma se il mezzo fotografico permetteva una riproduzione certamente più realistica della città esso non poteva competere con quelle immagini paradisiache che solo il genio dell’artista poteva concepire.

La celebre cartolina con la veduta del Golfo di Napoli da Posillipo non può che considerarsi il discendente più diretto delle opere di quei grandi maestri che immortalarono l’antico aspetto di Napoli e dei centri più importanti della Campania in dipinti che restano impressi nella mente e nel cuore di chi li ammira. Del resto è difficile dimenticare quei luoghi incantati. Scrive Goehte: “Da quanto si dica, si narri, o si dipinga, Napoli supera tutto: la riva, la baia, il golfo, il Vesuvio, la città, le vicine campagne, i castelli, le passeggiate… Io scuso tutti coloro ai quali la vista di Napoli fa perdere i sensi!”; e ancora Stendhal: “Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell’universo”.
(Fonte foto: Rete Internet)

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