MENTIRE É UN”ARTE MA LA CASTA CREDE CHE SIAMO CRETINI

Da questi giorni agitati vengono fuori poche certezze, tra queste la necessitĂ  di ridurre di almeno il 75% il numero dei parlamentari. Una misura che sarebbe compresa da tutti. Di Carmine CimminoConviene misurare il peso e il senso delle parole che indicano aspetti e personaggi dei momenti difficili: serve a capire meglio, e a distrarci. Nella rubrica “La parola della settimana“ (Io donna, 6 agosto 2011) Aldo Grasso tratta dell’ amaro destino del termine “speculatore“: “All’origine lo speculatore (dal lat. speculator, speculatoris) è una persona per bene che indaga, specula, certo, ma in senso filosofico, persegue cioè una forma di conoscenza. Poi, non si sa perché, lo speculatore finisce per diventare un tipo losco“, un “mercante“ senza scrupoli, ecc. ecc.

In realtĂ , giĂ  in latino la parola speculator emana un “cattivo odore“: prima di tutto, non ha nulla da spartire con la speculazione filosofica. Il termine indica genericamente colui che osserva, che inquadra le cose nello “specchio“ degli occhi e, si suppone, della mente. E poiché i Romani non sono esattamente dei pacifisti, speculator diventa l’esploratore che esamina il territorio nemico e controlla le vie d’accesso e i luoghi strategici, e, poi, soprattutto con Cesare, lo speculator è la spia. Cesare è il padre fondatore dello spionaggio militare (la Serenissima Repubblica di Venezia è la madre dello spionaggio “civile“). Dunque, fin dall’origine il termine porta in grembo il valore semantico dell’ osservatore ostile, che cerca di individuare il punto debole del nemico, per concentrare su quel punto tutta l’ energia dell’attacco.

Questa connotazione diventa a poco a poco dominante e aggancia la parola a un campo specifico, quello dell’economia. Gli economisti del sec.XVIII dimostrarono di essere profondi “speculatori“ quando previdero che le guerre combattute dai “capitalisti“ con l’arma del danaro sarebbero state molto più devastanti delle guerre combattute con fucili e cannoni. Una parola-chiave della storia sociale di questa drammatica crisi finanziaria è senza dubbio il verbo mentire. I numeri delle Borse squarciano cinicamente il tendone del circo, in cui abbiamo consentito che ci chiudessero, e strappano le maschere al corteo di menzogne bufale raggiri: che è roba del passato remoto, del passato prossimo, del presente, e perfino di oggi, perfino di queste ore: anche davanti alle rovine fresche, di giornata, di indici e listini certi politici e qualche giornalista continuano a raccontar frottole. In modo rozzo, maldestro.

E invece mentire è un’arte. Il verbo deriva da una nobile radice indoeuropea che ha generato il termine latino mens, la mente, e parole greche che significano ricordo e vigore dell’animo e del corpo: e, a parer mio, anche parole greche e latine connesse al concetto di misura. Tutti sappiamo dire bugie, solo pochi sanno mentire: non a caso il latino mentiri significa all’origine immaginare, inventare. Chi dice l’esatto contrario di ciò che pensa, deve persuadere gli ascoltatori: e non è facile: soprattutto se gli ascoltatori, toccati nel portafogli, nella serenitĂ , nel diritto a progettare il presente e il futuro, sono, a dir poco, incazzati. Chi vuole mentire deve esser bravo a immaginare, a costruire, intorno alla sua menzogna, una storia che sia credibile, che abbia una struttura logica, “verosimile“. Non è facile tirar su l’edificio del mentire perfetto: bisogna possedere la misura delle parole e dei gesti.

I retori antichi dedicavano molte lezioni alle tecniche di modulazione della voce e all’arte della mimica: i discorsi politici e le arringhe di Demostene, di Iperide, di Cicerone, erano teatro di altissimo livello. Da questi giorni agitati viene fuori una certezza: è necessario ridurre di almeno il 75% il numero dei parlamentari. Costano troppo: in misura assoluta, e in misura relativa. Osservateli, se ne avete la forza, quando si trovano davanti ai microfoni. GiĂ  come alzano gli occhi al cielo, giĂ  come incrociano le braccia sul petto, o appoggiano il mento sul palmo della mano, prima ancora che aprano la bocca, li “scanagli“ (“scanagliare“ è una splendida parola napoletana), insomma li smascheri: questo ora mi prende per i fondelli.

C’è chi si piazza in faccia un sorriso amaro – di questi tempi, un onorevole sorride solo amaramente – c’è chi si mostra profondamente turbato – il tono del turbamento dipende dallo schieramento di appartenenza -, c’è chi scuote la testa e stringe le labbra: lo scotimento e lo stringimento sono segno di inquietudine, ma anche di una promessa: non preoccupatevi. Io sto qui. Non andrò né al mare né in Terra Santa. Rimango con voi. Per voi. E tu, senza essere Carl Lightman, l’esperto di comunicazione non verbale, protagonista della serie televisiva Lie to Me, indovini quello che passa veramente nella testa dell’onorevole: la rottura dei cabasisi, agosto a Roma – ma perché gli speculatori non speculano in autunno ?-, l’ umore nero della gente.

Quando l’onorevole pensa all’umore nero della gente, chiude gli occhi e serra le mascelle: chi sa perché. Solo l’on. Bossi è imprevedibile: merita un capitolo a parte. Merita un capitolo a parte la sconvolgente disputa che mira a stabilire se la BCE e la Germania hanno “commissariato“ il Governo, come ritengono le opposizioni, importanti imprenditori, economisti di chiara fama e anche giornalisti non “comunisti“, o l’on. Bersani, come scrivono i giornali vicini, diciamo così, al Governo. C’è nella casta qualcuno che crede che gli italiani siano cretini? Non so: ma il sospetto che qualcuno ci sia mi morde fastidiosamente.

La parola cretino nasce nella Francia meridionale da una storpiatura di “cristiano“: il cretino è, all’origine, “un povero cristo“. Con rispetto parlando. Scemo viene dal tardolatino semus, e dunque dal prefisso semi– , che l’italiano ha ereditato, e che indica la metĂ  di qualcosa. Scemo è uno che ha solo la metĂ  del cervello: l’espressione napoletana “miezo scemo” non indica uno scemo attenuato, uno non del tutto scemo: al contrario si applica allo scemo intero, che in quanto tale è un uomo a metĂ . O un quarto di uomo. Imbecille è l’uomo debole, prima nel corpo, e poi, per trasferimento di immagine, anche e soprattutto nel cervello.

9) Qual è l’etimologia della dotta parola? La parte più sostanziosa è baculum, il bastone. Rimane incerto il valore dell’ in. Alcuni intendono uomo debole, e perciò costretto a usare il bastone (in baculo), altri uomo debole, senza sostegno (sine baculo). Questa discordia tra gli studiosi non è cosa da poco. Se do dell’imbecille a qualcuno, devo sapere se quell’ imbecille il bastone ce l’ha o non ce l’ha.

Alla prossima. Parleremo dello schiaffo.
(Foto: Quadro di James Ensor, "Le strane maschere", 1892)

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L’ARTE AL TEMPO DEI “BARBARI”. QUANDO BENEVENTO ERA CAPITALE

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Con l”avvento dei “barbari” l”arte romana si fonde con quella delle popolazioni nordeuropee; i longobardi, penetrati nella penisola italiana, fanno di Benevento la splendida capitale del Sud.

Quando si sente parlare di “invasioni barbariche” vengono generalmente in mente orde inferocite di vichinghi assetati di sangue. In veritĂ  solo parte di quelle “invasioni”, che dal I secolo d.C. si succedettero l’una dopo l’altra per più di mille anni, furono caratterizzate da violenze e saccheggi. Gran parte delle popolazioni nomadi (non solo nordiche) che si insediarono nei territori dell’Impero lo fecero pacificamente e gradualmente. Per queste civiltĂ  l’espansione dell’Impero Persiano costituiva una minaccia costante. Roma, con le sue ricchezze, i suoi palazzi e le sue infrastrutture, rappresentava per questi popoli in cerca di fortuna una terra prospera e ospitale.

Da tempo la politica imperiale si era occupata di questo “problema” con accortezza, cercando sempre le soluzioni più efficaci per una tollerante convivenza. Non a caso nel 212 d.C. Caracalla promulgò la Costitutio Antoniniana, un editto che estendeva la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’Impero, compresi quelli delle province più lontane. Questa “romanizzazione” dei popoli barbarici non fu che la conseguenza di un processo giĂ  da tempo in atto. Da molti anni infatti le popolazioni straniere erano entrate in contatto con la cultura romana e avevano adeguato i loro usi e costumi a quelli più “civili” dei romani. Il termine “barbaro”, letteralmente “balbuziente”, era utilizzato dai greci, e dai romani, per indicare coloro che non parlavano e non si comportavano secondo le norme della civiltĂ  greco-romana, da cui il sinonimo “incivile”.

L’espressione fu quindi estesa a tutti i popoli “stranieri” sia europei che mediterranei. Tuttavia, come si è visto, nel corso del tempo, queste civiltĂ  si fusero con quella romana a tal punto che la salita al potere di alcuni imperatori come Teodosio o addirittura Odoacre, entrambi provenienti dalle regioni più lontane dell’Impero, non suscitarono particolari reazioni né a Roma né in altri centri della penisola italiana, che ancora costituiva il centro del potere imperiale occidentale. Anche nel campo dell’arte la “contaminazione” fu evidente.

Le popolazioni che avevano occupato parte dei territori dell’Impero, ancora strettamente legate ad un’economia di sussistenza basata sulla caccia, erano per lo più nomadi. Di conseguenza esse si erano specializzate nella produzione di manufatti artistici facilmente trasportabili, sviluppando soprattutto forme d’arte come l’oreficeria e la scultura lignea. Pittura e scultura monumentale erano ovviamente poco praticate. Si trattava di un’arte dominata da figure zoomorfe e antropomorfe che subì profondamente, nei primi secoli d.C., le influenze dell’arte romana tardo-antica. Quest’ultima, viceversa, prese a modello l’arte “provinciale” abbandonando il naturalismo classico a favore di forme più elementari, personaggi gerarchicamente proporzionati e una prospettiva “ribaltata”, che allineava cioè le figure e gli elementi architettonici su un unico piano, limitando drasticamente gli effetti di tridimensionalitĂ  che l’arte classica aveva conquistato nel corso dei secoli.

Quando nella seconda metĂ  del VI secolo d.C. Alboino, re dei longobardi, conquista l’Italia, l’arte romana era giĂ  dunque profondamente cambiata. All’avanzata longobarda si opposero con forza Roma e i territori pontifici (che si estendevano dal Lazio alla Romagna) e le cittĂ  campane di Napoli, Amalfi e Paestum che riuscirono a preservare a lungo la loro indipendenza. Il regno dei longobardi si spaccò così in due: da una parte i territori del Nord, la “Longobardia Maior”, con capitale Pavia; dall’altra i territori del Sud, la “Longobardia Minor”, con capitale Benevento. Qui l’arte longobarda, fortemente “romanizzata” e “cristianizzata”, trova le sue espressioni più alte.

Nella cittĂ  sannita si sviluppò difatti una vera e propria scuola di pittura e di miniatura che seppe fondere, secondo il gusto longobardo, elementi della tradizione romana con elementi della tradizione bizantina, anch’essa diffusissima nell’Europa del tempo. Esempio di questa straordinaria apertura culturale è la Chiesa di Santa Sofia a Benevento (foto), caratterizzata da una complessa struttura “a stella”. Un giro di colonne classiche, al centro, ne amplifica il dinamismo architettonico e ne fa un capolavoro dell’architettura longobarda in Italia.

Il ciclo di affreschi al suo interno è inoltre l’opera più importante della pittura beneventana di quegli anni; “segno”, scrive Stefano Zuffi, “dell’apertura dei ducati longobardi a un dialettico rapporto con differenti modelli culturali, e non semplicemente di rifiuto, come in passato si è spesso ritenuto”. A ben guardare, dunque, quelli che ancora oggi ci ostiniamo a chiamare “barbari” non furono popoli invasori e “incivili” ma uomini che contribuirono a forgiare la storia del nostro Paese.
(Fonte foto: Rete Internet)

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IL DISAGIO E LA CRIMINALITÁ MINORILE A NAPOLI (3a PARTE)

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A Napoli non sarĂ  possibile alcuna operazione reale di bonifica sociale fino a quando non si spezzerĂ  la cultura dell”illegalitĂ  così diffusa in tante persone. Di Amato Lamberti

Risocializzare le fasce sociali che costituiscono la “seconda societĂ ” a Napoli, è l’obiettivo prioritario per motivare le persone nei confronti della legalitĂ . Nell’appuntamento della scorsa settimana abbiamo puntualizzato che occorrono impegnativi interventi di bonifica sociale su tutta la popolazione, ma soprattutto sulle giovani generazioni, specie su quelle ancora in formazione.
La scuola, come ho giĂ  detto in altre occasioni, doveva essere caricata di questo compito, dopo però essere stata adeguatamente attrezzata ad affrontarlo.
Anche qui c’è una osservazione da fare: a Napoli ci sono tassi di evasione scolastica totale che sono altissimi e vergognosi, di cui sono responsabili le autoritĂ  scolastiche e quelle comunali.

È una situazione che in qualsiasi altro paese al mondo – compresi quelli del terzo e quarto mondo – sarebbe giudicata insopportabile e avrebbe giĂ  provocato risposte forti ed interventi adeguati anche per costringere i bambini ad andare a scuola e le famiglie a mandarceli.
Ma c’è anche il dato dell’evasione parziale dell’obbligo scolastico, dell’abbandono precoce, della mortalitĂ  elevate che fa sì che tanti bambini abbiano esperienze troppo brevi di scuola e di scolarizzazione.

Quest’esperienza, che comunque molti bambini hanno, non produce mai cambiamenti nella mentalitĂ  e nella cultura. Il bambino può anche apprendere molte cose e fare esperienze del tutto nuove: la sua cultura di riferimento, i suoi orientamenti di valore, gli schemi di comportamento, i modelli di azione sociale restano quelli del gruppo sociale al quale appartiene. Questo significa che la scuola non riesce ad essere un’agenzia di socializzazione quale dovrebbe essere (nel senso che è questa la sua funzione, soprattutto per quanto riguarda la scuola dell’obbligo).

Molti operatori della scuola sembrano ancora oggi non rendersi conto del fatto che la scuola dell’obbligo ha innanzitutto compiti e funzioni di socializzazione. Vale a dire: deve assicurare l’acquisizione e l’interiorizzazione di modelli di comportamento, stili di vita, orientamenti di valore, strutture cognitive adeguate alle esigenze di una societĂ  moderna e democratica. Compito principale della scuola è assicurare la diffusione nella societĂ  di modelli di agire sociale fondati sul rispetto consapevole delle norme e delle regole a cominciare dal rifiuto della forza fisica per finire al rispetto delle idee e delle opinioni degli altri.

Per le fasce marginali della popolazione non solo andava fatto uno sforzo enorme, in termini di strutture, di mezzi e di personale, ma andava sicuramente progettata un’altra scuola, visto che bisognava fronteggiare una famiglia e un contesto ambientale disturbante e disgregante. Anche questa non è una proposta nuova: giĂ  agli inizi del ‘900 molti studiosi antropologi e sociologi criminali sostenevano la tesi che lo Stato avrebbe fatto meglio a spendere i soldi pubblici per mandare a scuola i ragazzi, piuttosto che per mantenerli da adulti in galera.
Certamente per i ragazzi della seconda societĂ  non basta la scuola. Bisogna rompere circuiti normali (che però nella situazione specifica assumono carattere perverso) come quelli del passaggio del mestiere dal padre al figlio, o il lavoro di orientamento operato dal gruppo dei pari e, soprattutto eliminare il maggior numero di opportunitĂ  illegittime.

Lavoro certamente non facile, che richiede probabilmente uno sforzo straordinario, una sorta di nuova legge per il risanamento di Napoli, ma questa volta non a carattere urbanistico ma culturale. Questo sforzo va però fatto prima che la disgregazione divenga incontrollabile se non a prezzi ancora più elevati. Oltre a questi progetti – a mio avviso ormai indifferibili – resta comunque una situazione che è quella esistente, dove sulla scuola si carica comunque il problema di far fronte alle nuove esigenze di socializzazione e di orientamento che provengono da tutti gli strati sociali, dai ceti medi e dai proletari e sottoproletari (della prima societĂ ).

La presenza di questa seconda societĂ , caratterizzata da alti tassi di illegalitĂ , non è senza conseguenze nell’assetto sociale complessivo della cittĂ . Basti vedere come siano ormai diffusi modelli di comportamento intrisi ed intessuti di violenza, di prevaricazione di non rispetto delle regole, di non rispetto degli altri, per capire quali disturbi nel corpo della societĂ  provochi questa presenza di costumi ed attivitĂ  malavitose ed illegali.
A questa diffusione di comportamenti e stati di vita devianti deve far fronte la scuola, utilizzando a pieno le possibilitĂ  che le vengono offerte (e penso alla Legge 39, all’uso del giornale in classe) ma anche rivendicando una centralitĂ  fino ad ora misconosciuta insieme con mezzi, strutture, strumenti adeguati, -anche finanziariamente- ai compiti che è chiamata a svolgere, ai problemi da affrontare e risolvere.

Non dimentichiamo che la scuola significa stato, istituzioni: e lo Stato non può essere latitante di fronte ai problemi di crescita e sviluppo della societĂ  a meno da non voler continuare ad assistere imperterrito al degrado di ogni forma di convivenza sociale e civile (3- Fine).
(Fonte foto: Rete Internet)

ARTICOLO CORRELATO

L’ODIO E IL RISENTIMENTO DEI BRIGANTI “SOPRAVVISSUTI”

Usciti dal carcere, i briganti provarono ad inserirsi nel sistema sociale, ma tanti di loro, vesuviani e nolani, sperimentarono quanto fosse violento il nuovo Stato. E risposero all”odio con l”odio. Di Carmine Cimmino

La banda di Antonio Cozzolino Pilone venne dissolta da soldati e carabinieri nella battaglia notturna in mezzo ai castagni della Masseria Garofalo tra il 28 e il 29 febbraio del 1863. Pilone, sua moglie, i suoi figli, e una decina di compagni scampati alla morte e all’arresto raggiunsero lo Stato Pontificio. Nel novembre del ’64 due fedelissimi di Pilone, Biagio Panariello Numinammini e Salvatore Lombardi Zoccolaro, furono scovati nella campagna di Torre del Greco da due spie. Si mossero a braccarli, sotto la guida di Michele Cancello che seguiva le tracce, Tommaso Cirillo, capitano della G.N. di Trecase e Giuseppe Petrillo, delegato di P.S.

Sotto gli scrosci di una pioggia torrenziale i militi, vestiti da cacciatori, scovarono i due in una "casella" sotto i Camaldoli di Torre e li accerchiarono. Se ne accorsero Numinammini e lo Zoccolaro, e balzarono fuori da una finestra posteriore, che si apriva su un gigantesco nodo di lave antiche. Qui stava alla posta il solo Cirillo e contro di lui si avventò Numinammini, gridando con voce terribile: "non ti muovere, anima fottuta", e intanto infilava la mano nella tasca del panciotto, come per cavarne un’arma. Il Cirillo gli scaricò addosso il fucile e l’uomo crollò, ferito, nella fenditura della roccia, che "come belva…stava sormontando". Lo tirarono su con una corda, mentre lo Zoccolaro s’arrendeva senza combattere.

I militi li perquisirono con cura e non trovarono nemmeno un coltellino. Nella caserma di Torre Annunziata lo Zoccolaro raccontò la storia sua e del suo amico, – che i medici intanto cercavano di rimettere in piedi per l’interrogatorio – come un miscuglio di ricordi sbiaditi, il cui senso ultimo sfuggiva ormai anche a lui. Parlò prima di tutto dei signori e dei preti che venivano a ossequiare Pilone da Napoli Resina Portici Torre Ottajano Boscoreale e Boscotrecase: non ne aveva riconosciuto nessuno, perchè il capo parlava con loro "a molta lontananza". Parlò di Matteo Laville, “galantuomo“ di Torre Annunziata, che due volte alla settimana mandava un suo colono con i rifornimenti di pane, vino e formaggio; ignorava che proprio quel colono, quasi sicuramente per ordine del Laville, aveva riferito ai soldati che i briganti erano accampati nella Masseria Garofalo.

Da qui lo Zoccolaro e Numinammini erano fuggiti a Terracina su una barca da pesca e con una spesa di 60 ducati. L’ispettore di polizia di Terracina li aveva mandati a Roma, e da Roma erano stati spediti a Velletri, a lavorare alla costruzione della ferrovia e a consumare gli ultimi ducati della "porzione del ricatto del marchese Avitabile". Erano ripartiti da Anzio alla fine di settembre, su una grossa barca che trasportava carboni, con due ottajanesi, Giovanni Pagano e Crescenzo "Loffa" ed erano sbarcati alla Marina di Napoli, vicino al mercato del pesce.

Si erano subito inselvati nei boschi del Somma, dopo essersi liberati dei pochi baiocchi pontifici che avevano in tasca, e di vallone in vallone erano giunti nei castagneti di Ottajano: qui Pagano e il Loffa si erano separati da loro. Lo Zoccolaro e Numinammini avevano vagato per qualche giorno da un paese all’altro – i paesi che fino a qualche mese prima erano atterriti dal nome stesso di Pilone – ora a piedi, ora sui "traini" . Una notte avevano bussato alla porta di un amico, Luca Mosco, sulla strada delle Grazie poco fuori Torre Annunziata. Una donna, da dietro la porta chiusa, aveva domandato chi fossero."Sono Biaso" aveva risposto Numinammini. "Che vuoi?" "C’è tuo marito?" "Sta in carcere" "E il Craparo, dove sta?" "È morto". "E le armi?" "Le hanno giĂ  prese i vostri compagni".

I due erano andati a nascondersi nella "casella" ai Camaldoli. Da qui Biagio si era allontanato una sola volta, per scendere a Torre del Greco e giocare "un biglietto a un posto di lotto". Il biglietto fu trovato dalla polizia nella "borsetta del brigante insieme a 5 medaglie con teste di santi, tre scapolari, le immaginette di San Silvano San Cataldo San Leone e della Vergine sine tabe concepta, una preghiera in italiano" e 25 capsule fulminanti per pistola. Lo Zoccolaro consegnò un passaporto, una carta di soggiorno a Roma, un astuccio di latta in cui conservava il testo di una preghiera in latino che Pilone aveva dato, a Roma, "a ciascuno della residuale banda assicurandoli che sarebbero immuni dall’essere feriti".

E lo Zoccolaro era stato preso, ma non ferito. Usciti dal carcere, Panariello e Lombardi cercarono di inserirsi nel sistema sociale. Panariello si dedicò al commercio del vino, e gli accadde di violare ancora la legge, ma in misura veniale. Lombardi si trasferì a Ottajano e lavorò come guardaboschi. Giovanni Pagano aprì una panetteria. Qualcuno si diede al contrabbando, e tornò in carcere. In carcere tornarono quasi tutti i “soldati“ dei La Gala e dei Gravina, che, dopo la fine della storia dei briganti, non seppero e non vollero rientrare negli spazi della legalitĂ . Nei quali si sistemarono agevolmente i seguaci, “combattenti“ e manutengoli, di Vincenzo Barone: molti di essi provenivano da famiglie di contadini proprietari e di agiati artigiani, e sapevano leggere e scrivere.

Alcuni dei manutengoli più noti di Barone tra il 1880 e il 1890 parteciparono attivamente alla vita politica di Sant’Anastasia, di Pollena e di San Sebastiano. Scrissi un libro sul brigantaggio vesuviano, su Barone e Pilone, dodici anni fa. A Pilone ha dedicato un bel libro Gabriele Scarpa; pare, invece, che Sant’ Anastasia si sia dimenticata di Barone. Ma, finito il trambusto per i 150 anni dell’UnitĂ , racconteremo le storie dei “sopravvissuti“, dei briganti vesuviani e “nolani“, che usciti dal carcere tra il 1870 e il 1880, sperimentarono quanto fosse “legalmente“ violento il nuovo Stato, che li aveva sconfitti e li aveva chiusi in carcere, e quanto fosse difficile trovare posto in una societĂ  che era spietata con i deboli. Molti dei “sopravvissuti“ vennero dall’istinto indotti a rispondere all’odio con l’odio.

Questo flusso di risentimento, di rancore feroce, di invidia e di paura ha orientato la storia di individui, di famiglie, di importanti comunitĂ  e ha “ispirato“ strategie, regole e comportamenti della delinquenza organizzata nel Vesuviano, nel Nolano, nel Vallo di Lauro. Dagli ultimi anni dell’’800 alla fine della seconda guerra mondiale. L’incendio scatenato dai briganti del Vesuvio e della Campania Felice non è ancora spento.
(Foto: Quadro di Rubens Santoro, Case rustiche, 1884)

LA RUBRICA

TRE GENERAZIONI DI FANS PER IL CONCERTO DI DE GREGORI A MONTESARCHIO

Tanto pubblico per il concerto che si è tenuto il 2 agosto scorso a Montesarchio, provincia di Benevento. Generazioni diverse per un cantautore che ha fatto la storia della musica italiana.

Quarant’anni di musica non possono che portarsi dietro tanti ricordi. Così il concerto del cantautore Francesco De Gragori, nell’ambito della rassegna “Musica nei Borghi”, ha visto la partecipazione di giovani e meno giovani arrivati da Napoli, Benevento e da tutto il Sannio, oltre che da Montesarchio stessa. Francesco De Gregori "Il Principe", dopo le tante date del "Work in Progress" assieme a Dalla, ritorna in concerto da solo a riproporre i brani della sua carriera.
Quasi due ore di musica, in cui De Gregori ha suonato tanti successi e brani dell’ultimo disco: «Vai in Africa Celestino!», «Niente da capire», «La storia siamo noi», «Bell’amore», «Buona notte fiorellino», «Generale».

Un boato di voci esplose in coro per cantare «La prima classe costa mille lire…» (Titanic), e tante mani alzate per «Butterò questo mio enorme cuore tra le stelle un giorno giuro che lo farò…» (La donna cannone), tante fiammelle per «Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole mentre il mondo sta girando senza fretta» (Alice).
De Gregori ha presentato alcuni brani dell’ultimo lavoro discografico «Per brevitĂ  chiamato artista» del 2008, titolo giocato sulla dicitura riportata nei contratti discografici. Il brano che dĂ  il titolo al disco è un valzer lento che presenta riferimenti al cantautore canadese Leonard Cohen.

«L’angelo di Lyon» cover di The Angel of Lyon del cantautore americano Tom Russell (scritto insieme a Steve Young, e da Russell inciso nel 1992 nel suo album Switchblades of love), tradotta in maniera fedele all’originale dal fratello Luigi Grechi nel 1999.
«Finestre rotte», un rock blues ritmato, dai toni vagamente profetici, un amaro ritratto di un attualitĂ  fatta di disordine.
Nota negativa della serata sono stati i «posti riservati a sorpresa»: l’intero spazio davanti al palco era occupato per circa 200mq da posti a sedere riservati. Solo a concerto iniziato (e inoltrato) l’organizzazione ha permesso al tanto pubblico, non solo giovanissimo, che era arrivato anche con ore di anticipo, di prender posto.

De Gregori sarĂ  a Napoli con il suo spettacolo il 15 ottobre, Casa della Musica.

DANNI FISICI. NON C’É RISARCIMENTO SE NON C’É INTENZIONALITÁ

Una “testata” data durante una partita di calcio tra minori, senza intenzionalitĂ , non espone, chi è preposto alla loro sorveglianza, all’obbligo del risarcimento dei danni.

Il caso
Il Tribunale di Roma condannava l’associazione ACSI a pagare ai coniugi R.M. e F.A. , la somma di Euro 25847,86, perché durante una partita di calcio organizzata dall’associazione ACSI, il loro figlio minore, in uno scontro con altro minore partecipante alla partita, riportava un trauma facciale a seguito di una “testata”.
La Corte di appello di Roma,invece, riteneva che non poteva esservi alcuna responsabilitĂ  a carico dell’associazione ACSI, perché non c’era stata intenzionalitĂ  nel dare la “testata”.
Avverso questa decisione della Corte di appello di Roma hanno proposto ricorso per cassazione i genitori del minore.

La decisione
I genitori sostengono che l’associazione ACSI , nel far partecipare i ragazzini al torneo, aveva assunto un obbligo di vigilanza sugli stessi e che era mancata un’attivitĂ  di controllo sui ragazzi, non avendoli ammoniti a tenere un comportamento leale durante la gara
La Cassazione ha specificato, in proposito, che qualora siano derivate lesioni personali ad un partecipante all’attivitĂ  sportiva a seguito di un fatto posto in essere da un altro partecipante, il criterio per individuare in quali ipotesi il comportamento che ha provocato il danno sia esente da responsabilitĂ  civile sta nello stretto collegamento funzionale tra gioco ed evento lesivo.

In altri termini, la responsabilitĂ  sussiste se l’atto sia stato compiuto allo scopo di ledere, anche se lo stesso non integra una violazione delle regole dell’attivitĂ  svolta; la responsabilitĂ  non sussiste, invece, se le lesioni siano la conseguenza di un atto posto in essere senza la volontĂ  di ledere e senza la violazione delle regole dell’attivitĂ . In pratica la responsabilitĂ  sussiste tutte le volte che venga impiegato un grado di violenza o irruenza incompatibile con le caratteristiche dello sport praticato, ovvero col contesto ambientale nel quale l’attivitĂ  sportiva si svolge in concreto, o con la qualitĂ  delle persone che vi partecipano (Cass. 08/08/2002, n. 12012; Cass. 22/10/2004, n. 20597).

Nel caso prospettato, il giudice, senza discostarsi da detti principi, ha tenuto conto che si trattava di una partita di calcio tra giovanissimi giocatori; che lo scontro è avvenuto nell’ambito del gioco ed era a questo collegato; che non vi era volontĂ  di ledere, che tutti i giocatori erano dilettanti; che, tenuto conto di tutte le circostanze, il grado di irruenza dello scontro era compatibile con le caratteristiche di una partita di calcio.

Con la sentenza del 30.03.2011 n° 7247, la Cassazione civile afferma il principio secondo il quale in una gara sportiva tra minori o tra professionisti, ciò che rileva ai fini dell’illecito e quindi del risarcimento del danno, è la “intenzionalitĂ ” dell’atto che provoca il danno.

LA RUBRICA

CRONACHE DEL VINO VESUVIANO

Nemmeno nel secolo dei lumi la viticoltura e le tecniche di produzione del vino vesuviano divennero dei sistemi razionali, idonei all” “immegliamento” del prodotto. Di Carmine CimminoNel 1776 scrisse G.B.M. Jannucci che i signori napoletani consideravano "ignobile" un pranzo in cui non si servissero vini e liquori stranieri:

Godono costoro più di essere ingannati con bere gli esteri per lo più misturati o pure falsati, e adattati quelli del Regno al sapore degli stranieri che di tranguriare i puri e delicati vini paesani, perché quali sono tali si appellano. So ben’io che un tal Pompilio, tenendo seco uno straniero versato nella fabbrica dei vini e mescolanza delle uve, nella stagione propria della vendemmia portavasi in Ottajano a comporre i vini a guisa degli stranieri e per tali li faceva vendere al pubblico. E pure dei vini di tal luogo sinceramente dir si può per la di loro robustezza, vigore e calore quel che scrisse Redi nel suo ditirambo: il sangue che lacrima il Vesuvio.

Luigi de’ Medici, che possedeva i vigneti del Mauro e di Terzigno, teneva nella cantina della casa napoletana solo vini stranieri. Nel 1830 gli esecutori testamentari vi trovarono "48 bottiglie di Porto, 150 di Stella, 282 di Madera, 30 di Bordeaux, 17 di Sauternes, 41 del Reno di prima qualitĂ , 19 di seconda qualitĂ , 50 di Setubal, 4 di Costanza, 2 di Tokay, 13 di Alicante, 20 di Buneles, 12 d’Ungheria, 50 di Hermitage, 5 di Nizza, 10 di Xeres, 12 di Aleatico, 45 di champagne, ma di seconda qualitĂ .".

Nel 1887 Ruggero Arcuri tenne ai viticultori vesuviani un severo discorso sulla “mostruosa consociazione“ a cui essi costringevano la vite e le colture erbacee. Egli riconobbe che la pratica era imposta dall’ eccessivo frazionamento dei fondi, divisi “in piccole particelle… in poderetti che si danno in affitto a coloni ignoranti, lasciando loro ampia libertĂ  di coltivare ciò che vogliono e come vogliono.”. Costoro, “preferendo la molteplicitĂ  di prodotti mediocri , ma di sicura rendita al massimo prodotto di una coltura sola, esposta alle minacce dell’atmosfera e degli insetti“, seminavano in autunno, tra le viti, trifoglio, lupini, favette, che sovesciavano a marzo, per seminare sul sovescio fagioli, pomodori ed altri legumi estivi; e “per sostenere la produzione delle piante legnose, e delle erbacee, spargevano per ogni ettaro da 70 a 80 ql. di concime.di stalla, o di spazzatura di strada raccattata in cittĂ .”.

Non c’era dunque da stupirsi se i vini riuscivano poveri di forza alcolica, di colore sbiadito, di gusto spiacevole, “alletamato“, e “incapaci di conservarsi fuori che in profondissimo grotte“. Se si voleva mantenere la consociazione, era necessario – spiegò Arcuri – almeno dividere le viti dalle piante legnose, sfoltire gli ammassi di verzura dei pioppi, aprire il passaggio al sole che si fa vino. Era necessario eliminare le colture erbacee estive: sarebbe stato facile provare che le colture del pomodoro piriforme e del fagiolo nano erano perdenti e che i coloni le praticavano solo per cavar profitto dell’opera delle donne e dei figlioletti, e perchè i fagioli costituiscono la minestra quotidiana e i pomodori il companatico della loro parca mensa per parecchi mesi estivi.

Egli ebbe il coraggio di dire che due erano le cause della disastrosa condizione della viticoltura vesuviana: l’ignoranza e l’egoismo: che poi, a ben vedere, sono la stessa cosa. Il discorso di Arcuri fu pubblicato, a dicembre, sulla rivista “L’ Agricoltura Meridionale“. Nello stesso numero il dott. G. Imperato difese l’abitudine dei contadini vesuviani di trasportare le botti nuove in riva al mare, di riempirle di acqua salata e di svuotarle solo dopo alcuni giorni: credevano che questa pratica producesse un forte stringimento ed una esatta connessione fra le doghe, in maniera che si perde molto meno vino. Molti, poi, facevano bollire nell’acqua con cui avrebbero lavato le botti delle erbe aromatiche, o anche foglie di pesco, il cui profumo si trasmetteva al legno, e da questo al vino, che l’Imperato giudicava buonissimo: e tuttavia, egli non se la sentiva di incoraggiare la pratica, sembrandogli necessario che il vino conservasse prima di tutto l’aroma di vino.

Antico era l’uso di vendere il vino, non appena avesse acquistato una certa limpidezza: perciò non si praticava, ai piedi del Vesuvio, il travasamento, se non in quei pochi poderi il cui vino era destinato ad essere conservato per due o più anni: e questo era travasato una sola volta, al tempo che coincide con l’ultimo quarto di luna del mese di gennaio. Il dott. Imperato confessò di ignorare da dove nascesse la scelta di questo tempo, che gli sembrava poco intelligente: lui consigliava di anticipare alquanto l’operazione, di ripeterla fino a primavera, di scegliere un tempo possibilmente secco e, soprattutto, di lasciare in santa pace la luna, la quale non pare si pigli molta briga di certi minimi fatti di questo mondo.

Il purista Imperato, a cui profumare il vino con foglie di pesco appariva poco corretto, si dichiarò invece favorevole alla chiarificazione artificiale del vino con l’albume d’uovo, con la gelatina e con la colla di pesce: solo con queste sostanze potevano essere eliminati “i più evidenti difetti di molti vini vesuviani: la scarsa limpidezza, l’asprezza accentuata e l’eccessiva intensitĂ  del colore“. Era diffuso, tra l’altro, il sospetto che quando il vino veniva attaccato dall’acescenza o da altre malattie, l’amaro, il secco, il legname, i contadini vesuviani non cercassero di eliminare le cause prime del fenomeno, ma, sicuri di vendere il prodotto, ‘ancorché difettoso’, si limitassero a mascherare i guasti del sapore mescolando vino mosto al vino malato.

E così una terra, che, favorita dal sorriso perenne della natura, avrebbe potuto produrre vino da pasto "eccellentissimo", dilapidava i suoi tesori e si esponeva all’ingiurioso sarcasmo di qualche viticultore francese. Ma il dott. Imperato era certo che, cessate per il nostro Paese le tristi vicende politiche, che l’afflissero per una serie lunghissima di anni, e col sussidio della potentissima leva dell’istruzione, Napoli e le terre vesuviane avrebbero conquistato, anche nella produzione del vino, un posto di altissimo rango. Nonostante tutto, nel 1887, sui banchi di “rivendita“ dell’Esposizione di Amsterdam e di Rotterdam il “rosso“ più caro fu il Lacrima: una confezione di 12 bottiglie costava 20 fiorini, mentre 12 bottiglie di Capri, di Vesuvio, di Pompei, del Chianti e dell’ “Isola d’Elba “ di Claris Appiani, del “Castelli Romani“ dei fratelli Jacobini di Genzano si compravano a 15 fiorini, e a 7 fiorini la confezione del Valpolicella.

Tra i bianchi, si spendevano 18 fiorini per 12 bottiglie di Malvasia di Lipari e di Corvo del Duca di Salaparuta, e 15 fiorini per 12 bottiglie di Capri, di Ischia, di Moscato di Calabria e del Greco Gerace dell’ azienda Giacobini di Altomonte.
(Foto: Quadro di Eugenio Viti, Le trappole del vino)

L’OFFICINA DEI SENSI

L’ITALIA DICE NO AL BURQA

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Compiuto il primo passo verso il formale divieto di indossare gli abiti tipici delle donne islamiche, che coprono per intero il corpo o buona parte di esso, lasciando intravedere solo gli occhi. Di Simona Carandente

Giorno dopo giorno, anno dopo anno, il nostro paese ha compiuto passi da gigante nel percorso verso un’effettiva parificazione dei sessi e l’affrancamento della donna da soprusi e discriminazioni di genere: dal riconoscimento del diritto di voto, alla riforma del diritto di famiglia del 1975 fino all’ingresso nelle forze armate, il cosiddetto sesso debole ha combattuto una difficile battaglia, che ai giorni nostri non può considerarsi affatto finita, come testimonia sia la cronaca di tutti i giorni che lo stesso vivere civile.

È di queste ore la notizia che la Commissione Affari Costituzionali della Camera ha dato il via al testo di legge che vieta, anche con sanzioni penali, di indossare gli abiti tipici delle donne islamiche, in grado di coprire per intero il corpo, o buona parte di esso, permettendo in alcuni casi di lasciar intravedere solo gli occhi di chi lo veste. Il testo della legge, che andrĂ  per l’esame all’aula nel mese di settembre, vieta il travisamento del volto in luoghi pubblici, sia mediante il burqa (che non lascia scoperto alcun centimetro di pelle) che con il niqab (che invece lascia liberi gli occhi), prevedendo in caso di violazione sanzioni non solo economiche, ma addirittura penali.

In particolare, il secondo articolo del testo di legge prevede la reclusione fino a 12 mesi, aumentati a 18 se aggravata, per chi obblighi una persona, con violenza o minaccia, ad indossare il burqa o gli altri indumenti finalizzati al travisamento della persona. Per i condannati in via definitiva, scatta la preclusione dell’acquisto della cittadinanza italiana. Stupore desta, poi, la previsione di cui al primo articolo del testo di legge, secondo cui la donna che esce in burqa rischia un’ammenda da 300 a 500 euro. Oltre al danno di essere obbligata a nascondersi sotto un velo, anche quello di dover rischiare una condanna penale, seppur sotto forma di sanzione pecuniaria, senza considerare le ipotesi (pur esistenti) in cui indossare il burqa o il niqab è una scelta, indotta ma pur sempre libera, della donna islamica.

Se la Carfagna si è detta soddisfatta del provvedimento legislativo, che restituirebbe onore e dignitĂ  alla donna islamica, un massiccio contrasto proviene dal mondo islamico e dalla stessa opposizione, secondo cui vietare il velo attraverso una legge viene considerato, di fatto, un abuso contro le stesse libertĂ  individuali. Non si può tacere come un provvedimento del genere abbia tutto il sapore del fumo negli occhi: anziché adoperarsi per migliorare le condizioni delle donne islamiche nei paesi di origine, così come nel nostro Paese, si pensa addirittura a punire l’utilizzo del burka con una legge penale, che rischia di sanzionare l’incolpevole, rimanendo senza alcuna utilitĂ .

Parimenti, non è chiaro come il mero divieto di indossare il velo possa essere, di fatto, un passo verso la libertĂ  della donna, vittima di un retaggio culturale e religioso purtroppo duro a morire. Ancor più triste è pensare che l’affrancamento della donna da una mentalitĂ  atavica, fatta di abusi e prevaricazioni, debba passare attraverso una norma di legge impositiva, anziché per un rinnovato senso civico e morale, finalizzato a rendere finalmente effettiva la tanto agognata paritĂ  tra i sessi. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

*La rubrica di Simona Carandente si ferma per le vacanze estive. RiprenderĂ  a settembre.

LA RUBRICA

DE MAGISTRIS VS CICELYN. LO SCONTRO TRA TRADIZIONE E AVANGUARDIA

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I risvolti, non politici ma culturali, di una bufera innescata nelle scorse settimane e che hanno visto contrapporsi le ragioni del neo sindaco di Napoli a quelle del direttore del Madre.

Angelus Novus è il titolo di un celebre quadro di Paul Klee del 1910. Un’ immagine decisamente significativa per Walter Benjamin, un ipertesto in cui il pensatore tedesco vedeva sedimentate le complesse stratificazioni della storia: un angelo ha il viso rivolto al passato “ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.

L’opera di Benjamin, impregnata di teoria critico-materialistica e pensiero utopico-messianico, procede dalla concezione che la storia non sia un percorso continuo ed uniforme, che non implichi uno sviluppo accrescitivo e progressivo. La redenzione dell’umano comincia dalla conoscenza del passato, drammatico e tumultuoso come quello dell’acquerello di Klee e tale da spingere verso un futuro diverso. Oggi l’Angelus Novus, parla con un accento decisamente partenopeo. O meglio. Quell’Angelus, che vola verso il progresso con lo sguardo rivolto al passato, sembra “tingersi d’ arancio”, quasi a diventare il fondamento teorico della nuova amministrazione napoletana.

Ad un primo sguardo può sembrare forzato un paragone tra l’asistematica concezione filosofica di Benjamin e la situazione partenopea post-elezioni in materia culturale, ma le ultime roventi settimane estive sono state estremamente infervorate dal dibattito che ha visto contrapporre da una parte il direttore del Madre, Eduardo Cicelyn, e dall’altra il neo sindaco De Magistris, convinto che, negli anni del bassolinismo, l’Angelus non ha minimamente rivolto lo sguardo al passato, e quando lo ha fatto ha preso le distanze dalla dimensione storica di una cultura millenaria come quella napoletana, per colorarsi dell’irriverenza e delle trovate provocatorie ma allettanti degli artisti contemporanei. Il nodo gordiano della vicenda sta tutto qui.

Per il primo cittadino, riabilitare Napoli passa, ovviamente, attraverso un lavoro di “pulizia” e tanto olio di gomito, per rinverdire significativamente l’immagine a dir poco sbiadita della capitale del mezzogiorno, attivando un percorso che sia in grado di aggiornare la cittĂ  in modo che possa fregiarsi dello status di metropoli moderna che le compete. Ma passa anche per la riscoperta del passato, fatto di tradizione e di storia, un trampolino di “rilancio” di Napoli, partendo dalle sue radici più profonde. E allora ecco che la giunta decide di puntare in primis su un Museo delle arti e tradizioni popolari affidato a Roberto De Simone, a San Domenico Maggiore. Ripartire dalla cultura nostrana e favorire il turismo, insomma.

Un’iniziativa pregevole, che, attuata nelle condizioni migliori, potrĂ  solamente giovare: valorizzare la storia e rinsaldare il presente, un po’ troppo sgangherato. Ma una nuova realtĂ  istituzionale come quella pensata dal sindaco non può nascere sconfessando un percorso iniziato negli ultimi anni e che ha dotato Partenope di un vestito alternativo, anterogrado, che da sirena plurimillenaria s’è rinvigorita, affiancando alla cognizione di un passato glorioso e multiculturale la consapevolezza di una lucida riflessione sul contemporaneo. Dunque, rispetto ad un progetto di esclusiva valorizzazione della tradizione, Cicelyn scorge noncuranza verso i nuovi orizzonti dell’arte e verso la Napoli del futuro.

Così tuona dal sito Napoli punto a capo: "Che un sindaco di una cittĂ  dell’importanza di Napoli insista su un’idea da Pro Loco per affermare la propria innovativa visione culturale è sconveniente e sconcerta. Resto dell’opinione del tutto personale che la gestione della cultura pubblica serva a indicare e a distinguere le cose che hanno più valore da quelle che ne hanno meno. E che chi è chiamato a decidere debba assumersene la responsabilitĂ  e risponderne in tutto e per tutto". E aggiunge: "Qui si vuole attentare al potere pubblico delle avanguardie che in questi anni hanno realizzato il Madre e le installazioni in piazza Plebiscito".

La vicenda sembra tutt’altro che destinata a placarsi. Ma, al di lĂ  della cronaca degli eventi e delle dichiarazioni delle varie parti in questione, ciò su cui tocca decisamente riflettere è il ruolo che il tanto vituperato museo del contemporaneo svolge (ricordiamo che Napoli da questo punto di vista è una realtĂ  nazionale tra le più significative, con la presenza, nella sola cittĂ , del Madre, del Pan, del “museo sotterraneo” delle stazioni della metropolitana, di Castel’ Sant’Elmo e del museo Nitsch); quell’ istituzione “proteiforme”, come l’ha definita Adalgisa Lugli in un saggio del 1992 che ha fatto scuola, in grado di disinnescare il potere deflagrante di una contemporaneitĂ  multiforme ed eterogenea, e di assolvere al delicato compito di essere luogo in grado di concepire un giudizio sul tempo del presente, dal quale non abbiamo ancora, ovviamente, preso le opportune distanze storiche.

Lo spazio del dibattito critico e della conservazione della memoria dell’oggi per gli abitanti del mondo di domani; una funzione tutt’altro che semplice da espletare. C’è quindi da chiedersi: è possibile disegnare gli scenari futuri in tema di arte, musica e spettacolo e non esaltare il primato dell’arte contemporanea e del luogo deputato alla sua preservazione? La risposta all’Angelus Novus, ma tra un po’ di decenni, quando il nostro presente sarĂ  il passato storicizzato per le generazioni di domani e si sarĂ  dunque in grado di formulare un’ obiettiva considerazione sulle scelte a cui siamo chiamato noi oggi. Bella responsabilitĂ , non c’è che dire.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA DEVIANZA MINORILE (2a PARTE)

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A Napoli ci sono due societĂ : una moderna, che lavora e produce; l”altra, arretrata, intrisa di violenza, parassitaria. Oggi parliamo dell”economia di questa seconda societĂ . Di Amato Lamberti

Nella prima parte di questo argomento, la settimana scorsa, abbiamo illustrato un modello utile ad analizzare dei fenomeni sociali particolari e a farci comprendere come a Napoli si ritrovano due societĂ : una moderna, che lavora e produce, va a scuola e consuma cultura, che ha standard di comportamento paragonabili alle situazioni più avanzate del resto d’Italia; l’altra, arretrata, analfabeta, con una cultura arcaica intrisa di violenza e sopraffazione anche al suo interno, che sopravvive parassitando l’altra societĂ , o mettendo in piedi un mercato parallelo di tipo illegale.
Le opportunitĂ  sociali ed economiche della seconda societĂ  sono governate non dal mercato ma da alcune persone che in modi e forme organizzate gestiscono il mercato illegale e quello criminale.

Le opportunitĂ  di lavoro e di occupazione sono molteplici e differenziate anche per quanto riguarda il reddito. Si va, in una scala che va dall’illegalitĂ  più blanda alla criminalitĂ  vera e propria, dal commercio senza licenza, al commercio di merce di contrabbando, al commercio di merci rubate, al traffico e allo spaccio di stupefacenti.

In ciascuno di questi settori sono migliaia le persone occupate e tutte dipendono per la loro sopravvivenza dai grossisti che assicurano loro stoccaggi di merci a basso prezzo; merce di contrabbando (dalle sigarette ai televisori, agli stereo, ai saponi, alle schiume da barba, ai fazzoletti di carta); merce contraffatta abilmente (dalle borse alle magliette, ai dischi, alle musicassette alle cassette video); merce rubata o illegalmente introdotta sul mercato (si calcola che sono almeno 50.000 i quintali di carne, immessa illegalmente sul mercato napoletano, proveniente da macelli clandestini e sono almeno mille i T.I.R. che ogni anno scompaiono con tutto il loro carico: valore 1000 miliardi circa); sostanze stupefacenti (dalla marijuana all’eroina e alla cocaina).

Il potere della famiglia Giuliano a Forcella, ad esempio, da sempre è legato al fatto di assicurare il rifornimento legale e illegale alle migliaia di punti vendita del quartiere, da Forcella alla Duchesca (foto), a Corso Garibaldi.
È dando lavoro che questa famiglia si è assicurata un consenso che rasenta l’adorazione: ma si tratta di lavoro fortemente caratterizzato dall’illegalitĂ  (per quanto riguarda licenze ma soprattutto per quanto riguarda la provenienza della merce).
Ma l’economia della seconda societĂ  offre ancora tante altre possibilitĂ  di lavoro e di reddito.
Il lotto clandestino ed il toto nero alimentano tutta una rete di ricevitorie e di raccoglitori (si calcola che siano alcune migliaia in tutta la cittĂ  e nell’hinterland); il posteggio abusivo dĂ  lavoro, come abbiamo visto, a circa settemila persone.

Poi ci sono i mestieri antichi come quello della prostituzione con un mercato oggi sempre più allargato.
Resta il mercato criminale caratterizzato da un’espansione costante anche in virtù di trasformazioni profonde nella struttura delle organizzazioni criminali: in esso si può trovare lavoro come mercante di droga, medio e piccolo spacciatore, addetto alla riscossione delle tangenti. Il passaggio da lavoro illegale a quello criminale è regolato dalla iniziativa e dalle capacitĂ  individuali che maturano sul terreno “franco” dalla microcriminalitĂ  fatta di furti scippi, rapine, che, a sua volta, è alimentata e sostenuta da una rete di ricettatori.

Anche l’attivitĂ  economica illegale, quella dei negozi abusivi, di merce di dubbia provenienza, ha le sue strutture economico-finanziarie di supporto, vale a dire gli usurai, che spesso sono le stesse persone – o membri della stessa famiglia – che forniscono le merci contraffatte o rubate.

Come ben si vede, c’è tutta una rete di opportunitĂ  e di servizi che alimenta questo mercato illegale e/o criminale e ne assicura la riproduzione e l’ampliamento. Il primo problema è quello delle dimensioni di questo mercato, perché è evidente che, finchè saranno disponibili tante opportunitĂ  di lavoro illegale o criminale ci saranno sempre persone che si orienteranno in questa direzione, tanto più in un contesto, come quello napoletano, dove molte persone sono giĂ  positivamente orientate nella direzione dell’illegalitĂ  – o meglio, dove c’è una societĂ  in cui circolano atteggiamenti ed orientamenti positivi o al massimo, neutri – nei confronti di scelte di vita illegale e dove, soprattutto, non ci sono sanzioni sociali verso scelte di vita deviante.

Allora, a Napoli si saldano due situazioni: da un lato, una societĂ  dove l’illegalitĂ  è la norma, e dall’altro, un mercato illegale ricco di opportunitĂ  di lavoro, di attivitĂ , di impresa. Da una situazione di questo tipo non si esce se non lavorando su entrambi i fronti: quello della riduzione drastica delle opportunitĂ  illegali fino a ricondurle ai limiti fisiologici di ogni societĂ  avanzata, quello della risocializzazione delle fasce sociali che costituiscono la seconda societĂ . Perché non bisogna dimenticare che finchè è così diffusa una cultura dell’illegalitĂ  in tante persone non sarĂ  possibile alcuna operazione reale di bonifica sociale.

A Napoli, per non tener conto di questa veritĂ  lapalissiana, non solo non si sono risolti i problemi ma si è fatto in modo che incancrenissero. Le operazioni di deportazione della popolazione – si pensi alla 167 di Secondigliano – non potevano certo servire a motivare diversamente le persone nei confronti della legalitĂ , né potevano produrre alcun fenomeno di crescita culturale in persone che, comunque, per sopravvivere devono fare riferimento alle opportunitĂ  del mercato illegale e criminale.
Occorrevano ben altri interventi di bonifica sociale su tutta la popolazione ma, soprattutto sulle giovani generazioni, specie su quelle ancora in formazione. A caricarsi di questo compito avrebbe dovuto essere la scuola; ne parleremo la prossima settimana (2. continua).
(Fonte foto: fotografiasociale.it)

LA DEVIANZA MINORILE. 1a PARTE