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L’ITALIA DICE NO AL BURQA

Compiuto il primo passo verso il formale divieto di indossare gli abiti tipici delle donne islamiche, che coprono per intero il corpo o buona parte di esso, lasciando intravedere solo gli occhi. Di Simona Carandente

Giorno dopo giorno, anno dopo anno, il nostro paese ha compiuto passi da gigante nel percorso verso un’effettiva parificazione dei sessi e l’affrancamento della donna da soprusi e discriminazioni di genere: dal riconoscimento del diritto di voto, alla riforma del diritto di famiglia del 1975 fino all’ingresso nelle forze armate, il cosiddetto sesso debole ha combattuto una difficile battaglia, che ai giorni nostri non può considerarsi affatto finita, come testimonia sia la cronaca di tutti i giorni che lo stesso vivere civile.

È di queste ore la notizia che la Commissione Affari Costituzionali della Camera ha dato il via al testo di legge che vieta, anche con sanzioni penali, di indossare gli abiti tipici delle donne islamiche, in grado di coprire per intero il corpo, o buona parte di esso, permettendo in alcuni casi di lasciar intravedere solo gli occhi di chi lo veste. Il testo della legge, che andrà per l’esame all’aula nel mese di settembre, vieta il travisamento del volto in luoghi pubblici, sia mediante il burqa (che non lascia scoperto alcun centimetro di pelle) che con il niqab (che invece lascia liberi gli occhi), prevedendo in caso di violazione sanzioni non solo economiche, ma addirittura penali.

In particolare, il secondo articolo del testo di legge prevede la reclusione fino a 12 mesi, aumentati a 18 se aggravata, per chi obblighi una persona, con violenza o minaccia, ad indossare il burqa o gli altri indumenti finalizzati al travisamento della persona. Per i condannati in via definitiva, scatta la preclusione dell’acquisto della cittadinanza italiana. Stupore desta, poi, la previsione di cui al primo articolo del testo di legge, secondo cui la donna che esce in burqa rischia un’ammenda da 300 a 500 euro. Oltre al danno di essere obbligata a nascondersi sotto un velo, anche quello di dover rischiare una condanna penale, seppur sotto forma di sanzione pecuniaria, senza considerare le ipotesi (pur esistenti) in cui indossare il burqa o il niqab è una scelta, indotta ma pur sempre libera, della donna islamica.

Se la Carfagna si è detta soddisfatta del provvedimento legislativo, che restituirebbe onore e dignità alla donna islamica, un massiccio contrasto proviene dal mondo islamico e dalla stessa opposizione, secondo cui vietare il velo attraverso una legge viene considerato, di fatto, un abuso contro le stesse libertà individuali. Non si può tacere come un provvedimento del genere abbia tutto il sapore del fumo negli occhi: anziché adoperarsi per migliorare le condizioni delle donne islamiche nei paesi di origine, così come nel nostro Paese, si pensa addirittura a punire l’utilizzo del burka con una legge penale, che rischia di sanzionare l’incolpevole, rimanendo senza alcuna utilità.

Parimenti, non è chiaro come il mero divieto di indossare il velo possa essere, di fatto, un passo verso la libertà della donna, vittima di un retaggio culturale e religioso purtroppo duro a morire. Ancor più triste è pensare che l’affrancamento della donna da una mentalità atavica, fatta di abusi e prevaricazioni, debba passare attraverso una norma di legge impositiva, anziché per un rinnovato senso civico e morale, finalizzato a rendere finalmente effettiva la tanto agognata parità tra i sessi. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

*La rubrica di Simona Carandente si ferma per le vacanze estive. Riprenderà a settembre.

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