QUANDӃ CHE I GENITORI NON SONO IDONEI A CRESCERE ED ASSISTERE I FIGLI MINORI

La Cassazione ha stabilito il principio che l”amore e l”affetto dei genitori è necessario ma non sufficiente per crescere i figli.

Il Tribunale per i Minorenni dell’Emilia Romagna ha dichiarato lo stato di adottabilitĂ  di quattro bambine, figlie naturali di una giovane coppia, osservando che, nonostante i continui ed importanti interventi di sostegno, non erano mai emersi nei genitori, cui erano stati riconosciuti limiti della personalitĂ , né la consapevolezza della gravitĂ  della situazione né impegno e collaborazione con gli operatori sociali.

Marito e moglie non ritenevano giusto che i figli venissero portati via dalla casa familiare in quanto loro erano comunque in grado di dare quel calore e quell’affetto che difficilmente i bimbi avrebbero ricevuto in altra famiglia. Sulla situazione si pronunciava anche la Cassazione, in seguito al ricorso presentato dai genitori.

La Cassazione nel prendere la decisione aveva ritenuti alcuni episodi significativi, quali: il rifiuto della madre di inserirsi con due delle figlie in una struttura, preferendo abitare con il convivente in un alloggio abusivamente occupato; la sua pretesa di uscire con le bambine nonostante la più grande di esse avesse avuto il giorno prima la febbre a 39°; la libertĂ  lasciata alle bambine di giocare con i cavi del fornetto a microonde e con il cassetto dei coltelli; l’uso di un solo piatto per far mangiare contemporaneamente le bambine che lei stessa imboccava anziché favorire che mangiassero da sole; l’assoluta mancanza di pulizia delle bambine, che, all’atto dell’allontanamento, erano state trovate in pessime condizioni igieniche, maleodoranti e con evidenti segni di disagio.

I genitori sostenevano in sede di giudizio che l’adozione è considerata una “extrema ratio” cui è possibile ricorrere quando il minore si trovi in stato di abbandono, che si verifica allorché sia privo di assistenza morale e materiale da parte dei genitori in misura tale da determinarne in concreto un grave pericolo di compromissione per la salute e le possibilitĂ  di un armonico sviluppo fisico e psichico, e non era questo il caso.

Certamente corretto è il principio di diritto posto dai genitori in sede di giudizio. Non v’è dubbio infatti che il minore ha il diritto di crescere e di essere educato nell’ambito della sua famiglia d’origine, come espressamente prevede in armonia con il dettato costituzionale art. 30.
Del tutto condivisibile è pertanto l’affermazione di principio espressa dai genitori, vale a dire che l’istituto dell’adozione è da considerarsi una “extrema ratio” cui ricorrere solo allorché il minore risulti privo di assistenza morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi e di conseguenza esposto a gravi pericoli per la sua salute fisica e psichica.

Ma dopo una tale corretta premessa, i genitori trascurano infatti l’aspetto principale dell’articolata motivazione della sentenza, basata sulla riscontrata inutilitĂ  dei numerosi interventi sociali operati nei confronti della giovane coppia la quale, nonostante le precarie condizioni sotto vari profili (economico, logistico, consapevolezza della situazione), ha dato luogo a continue gravidanze (ben quattro figlie in quattro anni), giustificate, oltre tutto, dal desiderio di avere un figlio maschio. Praticamente il giudizio della Corte, è un giudizio di inidoneitĂ  dei genitori a crescere ed assistere i figli minori.

La Cassazione con la sentenza del 3.11.2009, n. 24589, ha stabilito il principio che l’amore e l’affetto dei genitori è necessario ma non sufficiente per crescere i figli.

LA RUBRICA

LA MIA PATRIA É DOVE MI TROVO BENE…

In che modo viaggiatori poco noti hanno scritto su Napoli e sulle sue storie. Il mito dell”eremita. Di Carmine CimminoSir William Hamilton non si limitò a “sentire“ il fascino di Napoli: cercò, come Goethe, di capirne le ragioni, e di descriverle con le immagini. Documento splendido di questo progetto, che rispondeva a una necessitĂ  intellettuale, furono i Campi Phlegraei, pubblicati in edizione definitiva nel 1776, con 7 “lettere“ dell’ Hamilton e 59 tempere di Pietro Fabris. Sir William Hamilton era giunto a Napoli nel 1764 come inviato straordinario di Sua MaestĂ  Britannica. Nel 1767 prese in affitto, per 804 ducati all’anno, il lato sud del Palazzo Sessa, il cui ingresso, in fondo a un cortile, nulla aveva di maestoso: ma le tre grandi stanze comunicanti del piano degli uffici si aprivano sul golfo e sul Vesuvio.

La prima stanza, che fungeva da anticamera, era arredata e affrescata all’inglese: vi convenivano ogni giorno, in multicolore corteo, venditori di libri preziosi, antiquari, pittori e mercanti di raritĂ . Tutto ciò che di strano venisse prodotto, si trovasse e nascesse a Napoli, era offerto all’inquilino di palazzo Sessa, e quasi sempre finiva esposto nella seconda stanza. Un giorno Hamilton mostrò affascinato all’amico Tischbein, pittore di squisita sensibilitĂ , un indefinibile essere marino, forse un polpo, forse una medusa, che eseguiva lentissime contorsioni in un vaso di vetro colmo d’acqua. Ma il pittore tedesco preferiva la terza stanza: a Goethe confessò di non aver mai visto una camera più attraente.

Era lo studio privato in cui il nobiluomo passava molte ore del giorno: e desiderava che si sapesse che in nessun altro posto sarebbe stato meglio: da vero cosmopolita, racconta Carlo Knight, aveva fatto scrivere lungo i lati del soffitto, e in caratteri d’oro, questa massima: “La mia patria è dove mi trovo bene”. Gli armadi dello studio erano colmi di vasi greci, di terrecotte, di cammei, di medaglie vaticane e di campioni di lava. Alle pareti c’erano gouaches, disegni, mappe del Regno di Napoli, il “Ragazzo che ride” , allora attribuito a Leonardo, e accanto, con una scelta che dice molto della sensibilitĂ  dell’uomo, un disegno in cui lady Spencer di Beauklerk aveva ritratto i suoi figlioletti mentre si rotolano per terra: un disegno appena abbozzato, con un tratto rapido e anticonvenzionale.

E alle finestre di questa camera delle meraviglie c’erano cannocchiali puntati sul Vesuvio. Accanto allo studio c’era la biblioteca, e, a seguire, l’appartamento di Emma Lyon che nel 1791 divenne ufficialmente Lady Hamilton. Ornavano la scala che portava al piano nobile i busti di Democrito e di Eraclito, in atto, il primo, di ridere del mondo, e l’altro di piangere di sé: e in mezzo un dipinto in cui Luca Giordano aveva rappresentato, tra un montone e un asino, un napoletano che suonava uno strumento a corde, con un pappagallo e una scimmia appollaiati sulle spalle. Non sappiamo chi fosse il bersaglio di quell’invettiva scritta con il pennello.

Il cuore del piano nobile era una stanza-balcone, che incantò anche Goethe: “.. è forse unica al mondo. Si vedono il mare, in lontananza Capri, a destra Posillipo, più vicino la passeggiata della villa Reale, a sinistra un antico convento dei Gesuiti, e più lontano la riviera da Sorrento a capo Miseno.”. Le pareti della stanza erano rivestite di grandi specchi, in cui si rifletteva l’intero golfo di Napoli: certe notti in quella stanza si vedevano due lune piene spuntare da due crateri, e veniva raddoppiato il numero delle barche che pescavano il tonno, e delle lampade che rischiaravano le onde. Nell’agosto del 1787 Sir William accompagnò Emma sul Vesuvio. Arrivarono all’eremo, che fu per decenni una tappa obbligata per tutti i “ turisti”.

Vi trovarono un eremita che amava circondarsi di mistero e diceva di essere francese, ma l’anno prima la signora Piozzi aveva riconosciuto in lui un parrucchiere che teneva bottega a Londra. Emma e William non riuscirono a gustare le famose, e costose, frittate dell’eremita: l’eremo bruciava tra gli artigli della lava, e bruciavano la cappella, le immagini dei santi, le riserve di vino e gli amuleti religiosi. “Avrei potuto fermarmi lì tutta la notte – scrisse Emma – e da allora non ho avuto più simpatia per la luna perché appariva così pallida e malaticcia… la sua luce non è nulla in confronto alla lava….”. Nel 1790 Elisabeth Vigée Lebrun riuscì a sedersi a tavola, ma non a portare a termine il pranzo, perché all’improvviso l’eremita le comunicò che dietro la tenda giaceva il cadavere del compagno d’eremitaggio, deceduto durante la notte.

Il parrucchiere aveva preso il posto di fra Claudio, morto nel 1773. Claudio era sicuramente francese, si chiamava, forse, Claude Veléne, era, forse, di Amiens, e certamente non fece una buona impressione al suo conterraneo abate di Saint – Non, che così lo descrive: gran parlatore, che si era fatto passare per l’Uomo dei Miracoli, e per i suoi intrighi aveva acquistato in un primo momento una grande reputazione che gli era valsa perfino la presentazione a Corte; ma poiché la sua condotta non corrispondeva esattamente all’immagine di santitĂ  che avrebbe voluto dare, era stato obbligato a rinunciare a prediche e a miracoli per attenersi alla sua condizione di mendicante, nella quale esibiva una grande disinvoltura.

L’eremita che Stendhal giudicò, senza incertezze, un bandito è quasi sicuramente lo stesso che apparve come un mistico sacerdote dei misteri del Vesuvio al buon Classens de Jongste. I progressi della scienza favorirono la fondazione dell’ Osservatorio Vesuviano e resero più smagati i turisti: il mito dell’eremita si corrose fino a dissolversi. Nel 1845 Emanuele Bidera salì da San Giorgio all’eremo in compagnia di alcuni attori del teatro Fiorentini, che erano ospiti del Principe di Ottajano e nella sua villa avevano festeggiato, la sera prima, Carlotta Marchionni “ex prima attrice del Real Teatro di Torino”. La comitiva fece l’ascesa sui cavallucci e sugli asini delle guide di Resina, “una delle quali, di grottesca figura e di parlare faceto e franco, si chiamò col titolo di Cicerone del Real Vesuvio”.

Ci dice Bidera che l’eremo era tenuto da frati e da militari, da cui i turisti comprarono pane, formaggio e lagrima di Somma. Ma fu l’eremita a mostrar loro gli otto volumi dell’album dei visitatori illustri. Bidera e i suoi amici, “di tratto in tratto, come chi legge un terno vinto al lotto”, vi trovarono firme celebri: Goethe, e, sotto la data del 18 aprile 1812, Monti, e Byron, Dumas, Kotzebue, la Malibran, che era salita sul vulcano la notte del 4 ottobre 1833, e Vittorio Alfieri, che l’aveva visitato nel 1782.
(Foto: Tempera di Pietro Fabris, "Veduta a volo d’uccello del Convento dei Camaldoli, il punto più elevato vicino a Napoli", tavola XVII di Campi Phlegraei).

L’OFFICINA DEI SENSI

FRANCESCO SOLIMENA. L’ULTIMO BALUARDO DEL BAROCCO NAPOLETANO

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Agli inizi del Settecento l”artista avellinese, cresciuto nella Napoli di Luca Giordano e Mattia Preti, diviene protagonista della pittura barocca napoletana: è un successo nazionale ed internazionale.

“Nelle ammirabili pitture del Signor Cavalier Francesco Solimena può dirsi essersi unite molte delle perfezioni descritte nelle Vite di altri pittori celebri, non solo di nostra Patria, ma eziandio de’migliori de altre rinomate CittĂ ”. Questo è l’incipit con cui, negli anni ’40 del Settecento, il napoletano Bernardo de Dominici introduceva la biografia dell’artista.

Nato nel 1657 a Canale di Serino, formatosi a Nocera Inferiore nella bottega paterna e trasferitosi giovanissimo a Napoli, il Solimena, anche noto come l’Abate Ciccio, è senza dubbio quello che i manuali definiscono un pittore locale. Nonostante la sua vita e la sua carriera siano strettamente legate al territorio campano, egli viene comunque considerato uno dei massimi esponenti della cultura artistica tardo-barocca in Italia. Pittore e architetto, Francesco Solimena ha infatti lasciato innumerevoli opere d’arte non solo in Campania: “richiesti e ammirati”, scrive Mina Bacci, “i suoi dipinti raggiunsero i più lontani centri d’Europa”.

Evidentemente l’Abate Ciccio non fu, come molti credono, semplicemente l’erede o il continuatore della tradizione decorativa di Luca Giordano. La pittura del Solimena è anzitutto una pittura innovativa, capace di coniugare i lavori dello stesso Giordano con quelli di Mattia Preti. Il risultato è una figurazione elegantissima fatta di grandiose scenografie architettoniche “nelle quali il Solimena”, scrive ancora la Bacci, “distribuisce con eccezionale istinto teatrale, anche in dipinti di piccole dimensioni, fitte masse di protagonisti e di comparse”. In effetti, nelle opere pittoriche dell’artista, colpisce in primo luogo la quantitĂ  di personaggi che riesce a trovar posto in ambienti architettonici dagli elementi (archi, colonne, cornici) minuziosamente costruiti. Il gusto del particolare, del curioso, del bizzarro è, in fondo, ciò che fa del Solimena un pittore tipicamente “barocco”.

Forse proprio per questo suo originale approccio alla pittura barocca si è voluto erroneamente vedere in lui uno dei primi artisti “rococò” a Napoli. In veritĂ  Francesco Solimena è l’ultimo grande artista di quella fortunata stagione che fu il Barocco napoletano. Una stagione che avrĂ  come ultimo baluardo proprio la scuola formatasi attorno al pittore nel corso del primo Settecento. Del Solimena ci restano opere a Nocera, Solofra, Salerno, Napoli, Aversa; ma sono moltissime anche le tele che l’artista produce, pur restando sempre in Campania, per altri centri italiani ed europei.

Suo è l’affresco con “La cacciata di Eliodoro dal Tempio” (foto), dipinto sulla controfacciata della Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli. In esso l’episodio biblico è narrato dall’artista con straordinaria teatralitĂ . Il gran sacerdote Onia, raffigurato in alto a destra in preghiera davanti all’altare, invoca Dio perché salvi il tesoro di Gerusalemme da Eliodoro che vuole impossessarsene. Quest’ultimo, caduto sui gradini, è raggiunto e percosso da un cavaliere e due angeli, inviati dal Signore a impedire lo scempio.

Nel dipinto l’architettura fa letteralmente da palcoscenico a un fiume di “attori” tra i quali è difficile distinguere i protagonisti principali. Quest’opera è senza dubbio un capolavoro del Barocco napoletano; di quel Barocco che il Solimena aveva appreso dal Giordano e dal Preti e che aveva saputo tramandare poi ai suoi allievi, influenzando con la sua arte tutta la pittura del primo Settecento, pur non essendosi mai mosso da Napoli.
(Fonte foto: Internet)

STORIE D’ARTE

IL CONTRASTO ALL’INSICUREZZA URBANA (2)

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L”Europa si approccia al fenomeno dell”insicurezza in modo diverso dal modello americano. L”illusione delle Politiche preventive. Di Amato Lamberti

Diversamente dall’approccio americano in cui si punta su un controllo diretto e poliziesco del territorio, in Europa il contrasto all’insicurezza urbana si è basato su una maggiore accentuazione della regolazione sociale e penale.
Altra importante differenza esistente tra l’approccio americano e quello europeo è che, nel nostro caso, si tratta di politiche di contrasto emerse dalla crisi del welfare state con una natura fortemente connotata in senso sociale e basate sulla contrattualizzazione e territorializzazione delle politiche.

Il modello europeo: regolazione sociale e regolazione penale.

Ogni Stato, in Europa, ha delle specificitĂ  e delle caratteristiche proprie circa i fenomeni d’insicurezza e paura urbana che derivano fondamentalmente dal contesto locale e regionale.
Fatta questa premessa, è difficile identificare categorie generali e tipi ideali onnicomprensivi che si adattino a tutte le cittĂ  europee, ma è possibile tentare di fornire chiavi interpretative condivise che possano fungere da riferimento anche tra esperienze e pratiche diverse.
In questo senso, ad esempio, si può notare come in molti paesi europei, nel secondo dopoguerra, si ebbe una riorganizzazione della cittĂ  improntata alla concezione abitativa tipica dello zoning.

Con questo termine si è soliti indicare una suddivisione omogenea, in chiave funzionalista, delle attivitĂ  elementari su cui si basa l’organizzazione della cittĂ  e del suo vivere, allo scopo di pianificare e controllare le trasformazioni urbanistiche del territorio stesso.
L’illusione dei primi approcci alla prevenzione è stata proprio la convinzione che con un certo tipo di urbanistica unita all’azione delle forze dell’ordine e ad una progettazione minuziosa dello spazio urbano, fosse possibile controllare l’insorgere dell’insicurezza.

Si tratta, nella pratica, delle “Politiche preventive”, ossia l’insieme delle strategie che affidano alle forze di polizia il mantenimento dell’ordine pubblico, affiancandovi una progettazione dello spazio urbano che invalida alcune caratteristiche proprie della cittĂ , come l’esistenza dello spazio pubblico.
Per agire un controllo diretto sul territorio, lo spazio pubblico diventa sempre meno dedito a luogo d’incontro e confronto con l’altro per diventare, invece, un luogo che racchiude al suo interno eventi prevedibili e funzionalmente organizzati.
In questa serie di politiche rientrano tutte quelle tipologie d’intervento che portano all’estremo l’idea dello spazio difendibile di Newman, per cui per raggiungere un’eventuale maggiore sicurezza nelle cittĂ  si è disposti ad invalidare il concetto di spazio pubblico e di tutte quelle prerogative fondamentali che lo caratterizzano quali: l’anonimato e il senso di libertĂ , la possibilitĂ  d’incontro con il diverso, la presenza della folla come mescolanza eterogenea.

In questo modo, come spiega Sennett, si verifica la ghettizzazione della diversitĂ , creando delle zone residenziali omogenee e spazi pubblici anonimi e neutralizzanti di contro a spazi che promuovono la “minaccia” del contatto sociale.
Rendere uno spazio sicuro significa, in questo senso, progettare uno spazio in cui fosse difficile anche il solo prodursi d’incivilities, che sono alla base del germe della insicurezza.
Ben presto però è emersa la contraddizione tra organizzazione dello spazio urbano e caratteristiche dell’inurbamento moderno di massa che è stato, negli anni successivi, alla base della diffusione del fenomeno insicurezza nella sua dimensione più accentuata.

In quasi tutte le grandi cittĂ  d’Europa, a partire dagli anni ’60 e ’70 la popolazione urbana inizia a presentare una forte eterogeneitĂ  socioculturale, caratterizzata da componenti molto diverse che rivendicano un’identitĂ .
Questo comporta una sempre maggiore diversificazione dei soggetti e contemporaneamente un uso dello spazio urbano molteplice.
Viene così scardinato ovunque il sistema unitario di comportamenti e regole condivise che caratterizzavano l’uso della cittĂ  ancora nell’immediato dopoguerra.
L’inadeguatezza dello spazio urbano, così com’era organizzato, a rispondere ad una nuova domanda di cittĂ , è particolarmente evidente nelle aree residenziali delle cittĂ  europee.

Queste, con lo zoning, si separano fisicamente e strutturalmente dal resto della cittĂ  al fine di creare un ambiente omogeneo, in cui far rivivere la dimensione del villaggio, escludendo le diversitĂ .
Come sottolinea anche Morandi, “l’esclusione della residenza dai ritmi urbani e la realizzazione di comunitĂ  omogenee regolate da un controllo condiviso, saranno alla base anche dell’urbanistica italiana del secondo dopoguerra, contribuendo ad impedire la realizzazione di una cittĂ  estesa in cui ritrovare quegli spazi delle relazioni indispensabili per lo svolgersi della vita urbana”.
Questa netta frammentazione dello spazio pubblico, presto, si estese anche a tutti i quartieri della cittĂ  e non solo alle aree residenziali, rendendoli sempre meno sicuri.

In quest’organizzazione dello spazio urbano, ciò che viene a mancare è una visione globale e mentale della cittĂ , per cui diventa difficile distinguere i punti focali delle metropoli e attribuirne un senso. Proprio da questo disorientamento si svilupperĂ  fortemente il fenomeno insicurezza urbana che, come sostenuto da diversi autori, non nasce dalla cittĂ  ma dal rapporto e dall’uso che di essa si propone. Le nuove politiche della sicurezza in Europa, infatti, negli anni successivi, hanno abbandonato una prospettiva legata alle politiche preventive per adottare un approccio di prossimitĂ .

La nuova impostazione teorica, mutuata anche dall’esperienza americana, sta nella convinzione che per combattere l’insicurezza urbana ci sia bisogno della partecipazione e dell’impegno di tutti. Basti pensare, ad esempio, alle strategie di Community policing e crime prevention attivate in molti Stati europei e non solo (continua- 2).
(Fonte foto: Rete Internet)

ARTICOLO CORRELATO

I GIORNI DEL BRIGANTE VINCENZO BARONE: 18 E 19 AGOSTO 1861

Tra i suoi uomini, Barone arruolò anche “sbandati” di Ponticelli. La banda aveva bisogno di soldi per acquistare viveri e armi e sconfinò a Ottajano, sfidando la sorte e i briganti di Pilone. Di Carmine Cimmino

Il 18 agosto Vincenzo Carotenuto Crapariello, di Pollena, arruolò un folto gruppo di “sbandati“ di Ponticelli, Rocatello Migliaccio, Antonio Imperato detto Mezzorotolo, Riccardo Rocca, Nicola Fiore, Gennaro Migliaccio e Modestino Martinelli. In localitĂ  Castelluccio essi "prelevarono" con la forza Felice D’Agostino, un altro renitente alla leva, minacciando di bruciargli la casa, se non li avesse seguiti: questo egli raccontò al giudice Tommaso Mezzacapo nell’ottobre, quando venne arrestato dai soldati del 6° Fanteria.

Alle pendici del monte, in un pagliaio del "tenimento" del cav.Agresti, trovarono, intenti a mangiare fette di cocomero, altri “sbandati“ di Ponticelli, Giuseppe Cafora, Celestino e Luigi Pandolfo, Sabato Ottajano, Giuseppe Sbriglia, Leopoldo Terracciano, Giovannello Licco. Il Crapariello li convinse ad aggregarsi al gruppo, promettendo che Francesco II al suo ritorno avrebbe concesso onori, ricompense e soprattutto il congedo definitivo. La brigata si inerpicò dietro il Crapariello, attraverso i lagni di Pollena e di Sant’ Anastasia, verso il colle Sant’Angelo, che era il rifugio della banda. Sul colle non trovarono Barone, ma il Crapariello li intrattenne "con belle parole", che non gli mancavano, e che inutilmente avrebbe usato nel dicembre per convincere il giudice istruttore a concedergli "un miglioramento di custodia onde dare pane alla numerosa famiglia".

Vincenzo Barone, ritornato al rifugio, passò in rivista le reclute schierate all’ombra dei castagni, le esortò all’obbedienza e, infine, distribuì generosamente pane, vino e cacio. Non avrebbe voluto arruolare il Martinelli, che aveva 16 anni, non era un renitente alla leva, e fuggiva da Ponticelli per aver ucciso "a mazzate" un cantoniere della Ferrovia, che aveva osato parlar male del Borbone. Ma il ragazzo convinse il capocomitiva “promettendo di eseguire, alla prima occasione, un omicidio“ che desse la misura del suo “valore“.

L’arrivo degli “sbandati“ di Ponticelli produsse problemi logistici di non agevole soluzione e fiaccò di nuovo l’autoritĂ  di Barone, costringendolo a ridiscutere gli obiettivi "politici" della sua strategia, che fino al giorno prima egli aveva cercato, pur confusamente, di confermare, quando aveva contestato l’idoneitĂ  "politica" del Martinelli a far parte della comitiva. Ora serviva molto danaro, per acquistare viveri, fucili, polvere da sparo. E l’avrebbero tirato fuori quelli che ne avevano in abbondanza, liberali o borbonici che fossero: su questo punto lo stato maggiore della banda fu concorde e compatto. A Barone non restò che piegarsi alla volontĂ  generale e mostrarsi più audace e risoluto degli altri.

Avendo scovato una ricca preda nel territorio di Ottajano, sconfinò, sfidando la sorte, e la prevedibile reazione di una banda, quella di Pilone, che proprio i "galantuomini" di Ottajano, e non solo quelli borbonici, stavano in quei giorni provvedendo ad armare e a organizzare. Il 19 agosto Giovanni Parisi, colono della masseria che i Rizzi-Ulmo possedevano nella contrada Cacciato di Sanseverino di Ottajano, venne sorpreso sulla soglia della capanna da una quarantina di uomini, armati di fucili e di coltelli, usciti, come un’apparizione, nel chiarore dell’alba, dall’intrico delle viti e dei pioppi. Tra di loro c’era Luisa Mollo, la donna del capo, vestita "alla maschile", con due pistole alla cintola.

L’uomo che era al fianco della donna, "e sembrava essere il loro capo, piuttosto di statura vantaggiosa, con lunga barba", gli chiese dell’acqua, e il colono "immantinente" lo dissetò, attingendola dal pozzo. Il barbuto, che era Vincenzo Barone, gli consegnò un biglietto e gli intimò di portarlo a Raffaele Saggese Matafone, che abitava poco lontano, in piazza San Giovanni. La preda era pingue. L’ottajanese Raffaele Saggese era il più importante costruttore di botti di tutto il territorio vesuviano, controllava le migliori “partite“ di uva, gestiva il mercato del vino e investiva cospicui capitali in quello delle travi di quercia: non disdegnava di mettere le mani in qualsiasi “impresa“ che garantisse guadagni sostanziosi e immediati. Gli piaceva rischiare: e le preghiere del congiunto Giosué Maria Saggese, vescovo di Chieti, e generose offerte alla chiesa di San Giovanni contribuivano a smacchiargli la coscienza.

Matafone, quando lesse la richiesta di 2000 ducati, non si smarrì. Ordinò al Parisi di tornare dai briganti e di raccontare che non aveva trovato nessuno, in casa Saggese. Lui, intanto, avendo esattamente calcolato che Barone non si sarebbe avventurato per le antiche e strette vie del centro abitato di Ottajano, corse dal sindaco Mazza a dare l’allarme. Barone capì che il pesce non aveva abboccato e si dileguò, con i suoi, tra scappe e dirupi coperti di lava, in direzione di Sant’Anastasia. La guardia nazionale di Ottajano, che si era mossa immediatamente a caccia dei briganti, non volle restare a mani vuote.

Il milite Adamo Bonenzio vide un forestiero davanti alla farmacia di Diomede Pisanti in via Casalnuovo, si insospettì, chiese lumi allo speziale, e avendogli detto costui che si trattava di un "soggetto ladro e contrabbandiere", pensò che un soggetto del genere potesse essere arrestato, diciamo così, preventivamente.

Quando poi si scoprì che si chiamava Carmine Manfellotto e veniva da Sant’Anastasia, parve naturale accusarlo di essere spia di Barone e "palo" della fallita grassazione. Il Manfellotto protestò energicamente, dichiarò che ad Ottajano lo avevano portato i suoi "negozi di legna": i testimoni da lui citati, don Carlo Pisanti, proprietario, Gabriele D’Avino, oste della Taverna del Passo, Tommaso Nusco Gallina, sensale di 80 anni, "non manifestarono nulla contro di lui, tranne – scrive impassibile il cancelliere del regio giudice Giovanni Costantino – la taccia di contrabbandiere".
(Foto: Gouache di Pietro Fabris, “Ronda di sbirri”)

LA RUBRICA

PARASSITI E CORTIGIANE

La Banca Centrale Europea ha messo a nudo le “vergogne” dei politici italiani, i quali hanno scritto una manovra finanziaria che fa ridere: i ricchi e gli evasori. Di Carmine CimminoAnche i Greci conobbero il fenomeno dell’influenza esercitata su uomini politici dalle cortigiane di alto bordo, le etere. Ovviamente, per i nemici dei loro amanti esse in niente si distinguevano dalle comuni prostitute. Aspasia, l’etera che conquistò il cuore di Pericle, fu, per il commediografo Eupoli, solo una porne kynopida, “una prostituta dagli occhi di cagna“. Ma Plutarco racconta che tale erano l’intelligenza politica e l’eloquenza della signora che perfino Socrate talvolta le faceva visita – erano visite rigorosamente culturali-, e alcuni Ateniesi “conducevano da lei le loro mogli, perché la ascoltassero: sebbene Aspasia facesse un mestiere che non era né onesto, né rispettabile, dal momento che addestrava ragazze al mestiere di etera“.

Così dice Plutarco: e questi amici di Aspasia, che impongono alle loro mogli di frequentarla e di “ascoltarla“, aprono il varco a qualche sospetto malizioso. Per liberarsi di Pericle, gli avversari prima accusarono Fidia, scultore e architetto sublime, di essersi appropriato una parte dell’oro che era invece destinato a ricoprire la statua di Atena, e poi lo accusarono anche di empietĂ , perché nello scudo della dea aveva raffigurato l’amico Pericle e anche sé stesso come “un vecchio calvo che con le mani tiene sollevato un masso“: un’immagine che era una profezia.

Non contenti, gli avversari accusarono di empietĂ  anche Aspasia e Anassagora, il grande filosofo che Pericle venerava. Fidia morì in carcere, di malattia, o di veleno. Anassagora andò via dalla cittĂ , sollecitato dallo statista, che riuscì a salvare Aspasia sciogliendosi in lacrime davanti ai giudici. Avrebbe potuto dire che era nipote del Gran Re di Persia o sorella dello sciĂ  degli Ircani, ma non ci pensò. Pericle si limitò a piangere molte lacrime, e questo bastò. Cento anni dopo il palcoscenico della politica ateniese era dominato da Frine. Il nome significa “rospo“: ma questo significato poco piacevole non danneggiò la strepitosa carriera della signora.

Da ragazza, si era guadagnata il pane raccogliendo capperi: questo faticosissimo lavoro era stato una palestra di pazienza e di meticolositĂ . Fu così meticolosa nello scegliersi gli amanti e nel ripulirne le tasche che la chiamarono “crogiolo“. Divenne ricchissima. Quando Alessandro Magno demolì le mura di Tebe conquistata, ella si offrì di ricostruirle a sue spese, a patto che i Tebani, in segno di gratitudine, vi collocassero un’epigrafe: “Le distrusse Alessandro, le riedificò Frine a proprie spese“. Non se ne fece nulla: i Tebani ebbero paura dei nugoli di lazzi, frizzi e sfottò che sarebbero piovuti addosso a loro da tutta la Grecia: anche i Greci vedevano nelle immagini della spada e del fodero allusioni oscene.

E i Tebani non potevano permettere che girasse per tutto il mondo conosciuto la battuta che le mura di Tebe, distrutte da Alessandro con la spada, Frine le aveva ricostruite con il fodero.
Anche Frine incappò nell’accusa di empietĂ , che incombeva sulle cortigiane per la particolare natura della loro professione, poco compatibile con i parametri dell’etica pubblica. L’accusò di offendere i valori del sacro un amante geloso, che forse si chiamava Eutia. La difese uno dei più grandi oratori antichi, Iperide, che era anche un idolo delle signore ateniesi. In questo processo egli eseguì il più noto coup de théĂ tre di tutta la storia dell’oratoria giudiziaria: nel bel mezzo dell’arringa, andò a scoprire, con una mossa fulminea, il seno di Frine, la cui luminosa perfezione abbagliò i giudici, tutti carichi di anni.

E mentre essi guardavano, ammiravano, ricordavano e pensavano, Iperide esclamò: può una tale bellezza essersi macchiata di una colpa così nefanda? Può il bello essere empio? Non ha il nostro Platone argomentato che Bello e Bene coincidono? Ma non so se i giudici del quadro di Géròme, che correda l’articolo, stiano pensando a Platone. Nel quadro una buona tecnica – ma il nudo di Frine è disegnato in modo fiacco – è messa al servizio di un’idea assai debole. Le ragioni del mercato indussero il pittore a immaginare che Frine fosse rimasta completamente nuda, ma non è credibile che Iperide possa essersi spinto a tanto. Il pudore di Frine, che si copre, scornosa, il volto col braccio, non ha senso né logico né storico.

Se Frine avesse fatto veramente quel gesto, avrebbe annullato il colpo di scena congegnato da Iperide: i giudici, che sapevano bene quale fosse il suo mestiere, prima si sarebbero messi a ridere, e poi si sarebbero indignati. Mi piace immaginarla, invece, mentre fissa i suoi occhi negli occhi dei vegliardi, e li soggioga con l’azione combinata della bellezza del seno e della elegante sensualitĂ  dello sguardo. Un simpatico e misterioso scrittore greco, Alcifrone, immaginò che la cortigiana Bacchide scrivesse a Iperide per ringraziarlo, a nome delle colleghe di mestiere, d’aver fatto assolvere Frine: “L’accusa riguardava solo lei, ma il rischio era di tutte noi. Infatti, se chiediamo danaro ai nostri amanti senza riuscire ad ottenerlo, e se, quando troviamo clienti che pagano, ci trascinano in tribunale accusandoci di empietĂ , allora è meglio per noi lasciar la professione.“.

Alcifrone scrisse un corpus di lettere fittizie: le più interessanti sono quelle dei parassiti e delle cortigiane. Mi sono ricordato di Alcifrone quando ho visto, sul primo canale TV, la “pubblicitĂ “ contro i parassiti sociali, che non pagano le tasse. Ho tirato fuori le lettere di Alcifrone, perché avevo l’intenzione di scrivere anche io qualche lettera, non fittizia, a certi signori, che quando hanno letto la manovra del sig. Tremonti, si sono scompisciati dal ridere: un riso di contentezza: la stessa esultanza di quei gentiluomini che ridevano, mentre il terremoto devastava l’ Aquila. Ma alla fine, tra parassiti e cortigiane, ho scelto Aspasia, Frine e Bacchide.

La BCE ha fatto, in questi giorni di crisi finanziaria, la parte di Iperide: solo che al posto di Frine c’è la nostra classe politica. Non è esattamente la stessa cosa. A ferragosto anche un mediocre quadro di un pittore di seconda o di terza fila è preferibile alla televisione nazionale.
(Foto: Quadro di J.L. Géròme "Iperide e Frine")

L’OFFICINA DEI SENSI

LA POESIA DELLA COSTIERA: UN CAPOLAVORO DI MARE, STORIA ARTE E CULTURA

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A pochi chilometri dalle principali arterie urbane della Campania uno dei luoghi più affascinanti del mondo: da Vietri sul Mare a Sorrento, un fascinoso percorso attraverso millenni di storia e cultura.

Agosto, tempo di ferie per buona parte degli italiani. Imperversa come ogni anno la frenesia estiva che raggiunge il culmine a mese inoltrato. I lidi sono presi d’assalto e la corsa alla tintarella muove masse di stressati vacanzieri verso le più acclamate localitĂ  turistiche. E, nonostante la crisi in atto, si stringe la cinghia e non si rinuncia al tran tran estivo, opportunamente condito dalle intramontabili code ai caselli stradali, il fragore e il caos causato dai villeggianti tra il bagnasciuga e il lettino prendi sole.

Al ritratto di una vacanza balneare tipo non si può non aggiungere un percorso differente di relax, meta meno privilegiata ma certamente battuta da chi, alla salsedine e alle serate in riva al mare, predilige un bagno di sana e corroborante cultura. E allora ecco un mini percorso, che senza alcuna pretesa di racchiudere in un vademecum le meraviglie della Campania Felix, possa quantomeno fungere da modesto stimolo a riscoprire alcune delle perle d’arte e di storia che ci circondano e che, elogiate dallo straniero di turno che ne subisce il fascino imperituro, vengono tralasciate o peggio, date per scontate, dai vacanzieri nostrani.

Per chi proprio non riesce a concepire come separato il binomio vacanza-mare, e non è disposto a rinunciare al richiamo del litorale come non consigliare quel patrimonio che il mondo ci invidia che va da Vietri sul Mare a Sorrento, dove allo spettacolo marino si aggiungono quei gioielli che troppo spesso passano in secondo piano rispetto ai suggestivi scorci, dove mare e costa si toccano in una poesia per gli occhi. « Non ho veduto luoghi più graziosi. Il primo che si incontra è Maiori… Le strade ed i sentieri solitari e tranquilli si addentrano nei monti dai quali scaturiscono acque limpide e fresche. Tanta solitudine romantica ricrea l’animo e fa nascere il desiderio di vivere colĂ  tranquilli, o almeno di trascorrervi un’estate».

Così Ferdinand Gregorovius, storico tedesco autore di numerosi viaggi in Italia condensati nei suoi “Wanderjahre in Italien” , rapito dal prezioso scrigno di preziosi che è la costiera amalfitana. E proprio Maiori ospita, tra gli altri monumenti di interesse storico, il complesso monastico di Santa Maria de Olearia, realizzato tra il 950 ed il 1000 ad opera dei monaci benedettini Pietro e Giovanni. Costituito di tre diverse cappelle, con architetture di varie epoche che lo rendono edificio eclettico frutto delle conversioni succedutesi nei secoli, presenta numerosi affreschi che risalirebbero agli anni ’70 dell’XI secolo e che mostrano varie scene di carattere eminentemente religioso tra cui spicca la rappresentazione di alcuni miracoli di S. Nicola, una storia di mare, nella quale s’intravedono una vela triangolare ed una prua e il Santo che salva tre uomini dall’esecuzione.

Il Duomo e Villa Rufolo, sono due dei prestigiosi capolavori che si preservano a Ravello. Il primo fondato sul modello dell’Abbazia di Montecassino è il vanto del romanico campano, presenta in facciata tre antichi portali marmorei: quello centrale è chiuso dalla celebre porta bronzea creata nel 1179 da Barisano da Trani. L’interno, a tre navate e tre absidi, ha la particolaritĂ  di presentare la pavimentazione fortemente inclinata verso la piazza, con lo scopo di accentuare l’ effetto prospettico per una maggiore profonditĂ .

L’edificio venne eretto nel 1087 sulla centrale piazza del Vescovado, per volontĂ  di Nicolò Rufolo, membro della potente famiglia che nel milleduecento decise per la realizzazione della Villa che sorge sulla stessa piazza e dove la cultura araba rivela i suoi millenari influssi nello sfarzo dell’edificio comprendente una cappella con volte a botte ed un suggestivo salone, l’antica "sala da pranzo", diviso da basse e massicce colonne, è un palazzo su tre piani, che ebbe ad ospitare personaggi di alto rango, tra i quali il papa Adriano IV ed il re Roberto d’Angiò.

Impossibile esaurire in poche righe le preziose ricchezze culturali della costiera che comprendono anche il complesso architettonico della cattedrale di Amalfi, le tipiche torri medievali per l’avvistamento dei saraceni disseminate lungo il percorso, la prima delle quali si trova al di fuori del comune Positanese, in localitĂ  Punta Campanella e da dove veniva lanciato, con un colpo di cannone, il primo segnale dell’avvistamento degli incursori arabi, e i tesori conservati in quel di Sorrento, una di quelle

“ poche cittĂ  [che] ponno vantare la sua veramente incantevole, romantica, deliziosa, e quanto mai amenissima situazione, quale non può esprimersi con poche parole” [Gaetano Moroni] con la sua celebra piazza dedicata al Tasso che ivi nacque, il centro storico che mostra ancora il tracciato ortogonale delle strade di origine romana con Duomo, riedificato nel XV secolo, con facciata neogotica, e la Chiesa di San Francesco d’Assisi, con un notevole chiostrino trecentesco, con portico arabeggiante ad archi che s’intrecciano su pilastri ortogonali. Nomi illustri del passato hanno immortalato cotanto splendore:

da Wagner, ammaliato dal giardino di Villa Rufolo, a Toscanini, dagli artisti Mirò, Escher, Turner, Ruskin, a scrittori e poeti come Virgina Woolf e Paul Valéry; padrini dei preziosi gioielli della costiera le cui parole ancora oggi aleggiano, altisonanti, come melodioso sottofondo di un panorama denso di storia, colorato d’arte e incorniciato dallo scenario incantevole disegnato dal mare nostrum. Le premesse ci sono tutte. Non resta che armarsi di una guida e partire: buon viaggio!
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA SICUREZZA URBANA. CONFRONTO TRA MODELLI DIVERSI (1a PARTE)

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Le politiche di sicurezza urbana: dagli Stati Uniti, all’Europa, all’Italia. Di Amato Lamberti

La diffusione del sentimento di insicurezza appare spesso dovuta meno alla delittuositĂ  e più alla diffusione delle incertezze e delle paure connesse al declino della protezione sociale e sindacale, alla precarizzazione e al degrado delle condizioni di lavoro e di vita. L’assenza di politiche e programmi adeguati ad un trattamento sociale di tali insicurezze e, nello stesso tempo, la straordinaria promozione delle risposte sicuritarie, hanno favorito l’idea secondo cui il sentimento di insicurezza sia provocato dalla criminalitĂ  diffusa e che dunque sia necessario un aumento e una maggiore severitĂ  dell’azione repressiva e penale.
"Meno sociale, più penale" è diventata la formula che ha ispirato gli interventi a catena nei Paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti.

Il modello americano

Il contrasto all’insicurezza urbana ha avuto sviluppi diversi rispetto a quelli che si sono verificati in Europa.
Nonostante alcuni degli approcci più utilizzati nelle capitali europee siano originari del nuovo continente, in America il discorso sulla sicurezza ha assunto dei toni più drastici e polizieschi.
Gli Stati Uniti, in particolare, hanno risentito fortemente delle dinamiche prodotte dal discorso sul crimine e hanno avuto effetti visibili sulle strade di New York durante gli ultimi vent’anni.
Dopo la recessione dei primi anni ’90, infatti, il commercio di strada è aumentato drammaticamente, soprattutto sulle vie di Manhattan, sviluppando un’economia di strada molto strutturata e variegata.

I venditori di strada appartenevano a diverse etnie, con una prevalenza di afro-americani e caraibici nonché di coreani e cinesi.
Diversamente dalle categorie di commercio di strada legali come le vendite di alimentari, di oggetti di artigianato e di libri, questo nuovo commercio era considerato illegale.
È solo dopo l’elezione a sindaco, nel 1994, di Rudolph Giuliani e dei suoi capi di polizia William Bratton e Howard Safir, però, che fu dichiarata guerra al commercio di strada sia legale che illegale.
Giuliani, infatti, sostenne una politica di tolleranza zero nei confronti dei cosiddetti “crimini contro la qualitĂ  della vita”, dando alla polizia ampio margine di manovra per eliminare da New York mendicanti, ubriachi, lavavetri e venditori ambulanti.

Alla fine del 1996, Giuliani aveva proibito tutti i tipi di commercio di strada e la polizia, con l’appoggio del sindaco, iniziò ad infastidire anche i venditori legali come i librai.
L’amministrazione Giuliani giustificava questa politica in relazione alla cosiddetta ipotesi del vetro rotto sostenuta dai politologi Wilson e Kelling, ma invece di concentrarsi sui segni di disordine fisico, o su quelli di danneggiamento della proprietĂ  ha spostato l’attenzione sugli indicatori umani di disordine sociale (finestre rotte umane) la cui presenza sulle strade della cittĂ  dimostra una mancanza di attenzione da parte delle autoritĂ , ed incita i residenti a commettere crimini.

L’amministrazione Giuliani, pertanto, come spiega Crawford “ha operato una ridefinizione della criminalitĂ  creando una nuova categoria di reato che accorpa insieme ad attivitĂ  commerciali e imprenditoriali, i crimini minori di strada, come non pagare il biglietto della metro, nonché le strategie di sopravvivenza di coloro che elemosinano e dormono per strada”.
Questa durissima lotta era giustificata col fatto che questi crimini minori fossero in relazione di continuitĂ  con infrazioni più serie, per cui mendicanti e lavavetri sarebbero passati inevitabilmente ad un livello superiore di criminalitĂ  se lasciati indisturbati.

Si tratta di una strategia che si basa su un’azione rigida di controllo, dall’alto verso il basso, che muove dal presupposto fondamentale che la causa della criminalitĂ  sono i criminali stessi, per cui basta rimuovere i singoli soggetti fisicamente per eliminare l’insicurezza.
Il successo della politica di Giuliani è dovuta, secondo Tosi, al carattere costruito del fenomeno sicurezza, per cui essa diventa una rappresentazione del problema che anticipa la possibilitĂ  stessa di un’esperienza diretta, ed al fatto che si tratta di un fenomeno tipicamente urbano dato che tutti i comportamenti si svolgono in luoghi pubblici, anonimi e accessibili.
Nello specifico, si può notare come a New York, bersagli privilegiati delle paure urbane sono gli immigrati, prevalentemente maschi neri molti dei quali senza casa.

Essi incarnano tutte le ansie che attanagliano l’uomo metropolitano post moderno: diversitĂ  degli stili di vita, culture diverse, incomunicabilitĂ . Non necessariamente gli extracomunitari devono essere presenti per diventare il nemico ideale in quanto è il loro solo essere “non cittadino” a farli diventare depositari dell’insicurezza.
Come sottolinea Margaret Crawford, nel suo saggio, la retorica urbana di Giuliani è una testimonianza del forte elemento di paura prodotto dalle trasformazioni economiche e demografiche che hanno avuto luogo durante i due decenni precedenti a New York.

La composizione etnica della cittĂ , infatti, è cambiata in questo ventennio sostanzialmente, passando da un numero prevalente di bianchi ad una prevalenza di neri, latino-americani e asiatici, per cui le minoranze erano, in realtĂ , la maggioranza della popolazione.
I dubbi sulla reale efficacia della politica della tolleranza zero sorgono, oggi, da più schieramenti politici.
Non solo i liberali del governo americano, infatti, ma anche i conservatori hanno dato un giudizio critico in merito, anche perché i dati mostrano come l’effettivo calo del tasso di criminalitĂ  che si è avuto in America, fosse antecedente all’introduzione del metodo Giuliani, e dovuto a una molteplicitĂ  di cause quali:

– Sostanziale mutamento della composizione demografica della
cittĂ .
– Rallentamento del consumo del crack.
– Introduzione di nuove leggi sul possesso delle armi
– Cambiamento della base occupazionale urbana.

La flessione generalizzata in tutti gli Stati Uniti dei crimini di sangue, in particolare degli omicidi, è resa evidente dal fatto che tutti hanno cercato di attribuirsene il merito.
Il governatore della California, ad esempio, ha sostenuto che la riduzione del tasso di criminalitĂ  nello Stato fosse dovuto proprio alla legge californiana “ tre colpi e sei fuori”, secondo la quale se si è condannati due volte per un reato anche minore, alla terza condanna si rischia l’ergastolo.
Il riferimento all’esperienza statunitense, non poteva essere tralasciato in quanto si tratta di un insieme di politiche di contrasto all’insicurezza che hanno avuto molto seguito e successo negli ultimi anni anche in Europa, anche se in versioni più soft.

I motivi di tanto clamore non risiedono tanto nell’effettivo contrasto alla criminalitĂ , quanto nel fatto che si tratta di una politica populista capace di affascinare e convincere le masse con i suoi slogan a forte presa diretta.
Le persone, infatti, percepiscono intorno alle loro preoccupazioni un tasso più elevato di attenzione e ciò le porta a credere che i reati diminuiranno. È stato dimostrato, invece, come più che diminuire il crimine si dislochi in aree meno protette.

Ma se esiste una via americana alla risoluzione del fenomeno, esiste anche una via europea al contrasto dell’insicurezza. La esploreremo insieme mercoledì prossimo (1- continua)
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO

SANT”ANASTASIA 1861. UN FERRAGOSTO DI FUOCO

Tra rapine, attentati e vendette, l”estate 1861 a Sant”Anastasia fu particolarmente movimentata. Al centro di tutto, il brigante Vincenzo Barone. Di Carmine Cimmino

Con questo articolo, il prof. Cimmino ri-pubblica a puntate, in esclusiva per Il Mediano, una parte del suo libro sul brigantaggio scritto 12 anni fa. In particolare, i capitoli che riguardano le vicende di Vincenzo Barone, brigante dell’entroterra vesuviano e precisamente di Sant’Anastasia, cittadina che, pare, abbia completamente dimenticato questa figura, attorno alla quale giravano “combattenti” e manutengoli provenienti da famiglie anche agiate, nient’affatto rozzi e ignoranti ma capaci di leggere e scrivere. Anzi, alcuni di questi uomini legati al brigante Barone, tra il 1880 e il 1890, parteciparono attivamente alla vita politica di Sant’Anastasia, di Pollena e di San Sebastiano.

Ringraziamo il prof. Cimmino per aver accolto questa proposta editoriale, che soddisfa le richieste dei lettori in cerca di copie del volume, impossibile da trovare perché andò esaurito giĂ  12 anni fa. Possiamo, tuttavia, anticipare che è quasi giunta a conclusione la nuova edizione del libro sul Brigantaggio Vesuviano, arricchito di nuovi ed inediti documenti. A tempo debito vi informeremo su luogo e data di presentazione.
L.P.

Vincenzo Barone arroventò l’estate del 1861 a Sant’ Anastasia. L’8 luglio Antonio Coppola, "solerte ufficiale della G.N.", viene ucciso a fucilate sul Pendino di Madonna dell’Arco, mentre con il garzone Arcangelo Busiello va in calesse in direzione di Pollena. Interrogato dall’energico giudice supplente, Mattiantonio Giaccio, il garzone dichiara che i colpi sono venuti, in rapida successione, dalla siepe che separa dalla pubblica via il fondo di Giosuè Gifuni: mentre il "padrone" stramazzava colpito a morte, egli ha visto spuntare da dietro la siepe le teste di quattro o cinque briganti che si sporgevano a controllare, e ha perfino riconosciuto Barone, nipote dell’ucciso.

Il coraggioso garzone sa dalla voce pubblica , – e Angelamaria Pellegrino, moglie del Coppola, conferma -, che tra il Coppola e i Barone non correva buon sangue "per gelosia di mestiere di telajolo". Intanto Luigi Maione si reca nello spaccio di sale e tabacchi del fratello del morto e lo informa, a nome di Vincenzo Barone, che l’assassinio era stato un dolorosissimo errore, che c’era stata una confusione di calessi. Ucciso lo zio, Barone cerca di rinforzare il colore politico della sua azione. E punta le armi sugli uomini delle istituzioni. Il 25 luglio Mattiantonio Giaccio, supplente del giudice regio Mezzacapo, mentre si godeva il fresco della campagna, fu il bersaglio mancato di alcuni colpi di fucile sparati da una siepe di confine. Le indagini le condusse il Mezzacapo, con una strabiliante lentezza.

I vicini non fornirono alcun indizio. Non erano in casa a prendere il fresco, ma nelle vigne e negli orti, a faticare. Michele Maione, che anche nel soprannome, Mangiazitto, inalberava l’insegna di una prudenza assoluta, fu dipinto dall’autore del verbale in una ben tornita coppia di novenari come "dedito alla fatica campestre lontano dalla propria dimora". Nulla seppero dire il salassatore Domenico De Luca, il macellaio Domenico Paparo, il contadino Giovanni Esposito Frascone, il dottor Pietrantonio Maione, che fu interrogato a settembre inoltrato. Se si trovavano in casa, non avevano sentito gli spari, e se li avevano sentiti, non se ne erano preoccupati, poiché – spiegò la contadina Rosa Gifuni- " nel territorio si sentono continuamente fucilate che si tirano agli uccelli".

L’8 agosto uno sconosciuto contadino portò a un ricco “galantuomo“ di Sant’ Anastasia, Giacomo Liguori, del fu Antonio, una lettera: era di Vincenzo Barone, che chiedeva "un prestito" di mille ducati e garantiva regolare ricevuta a nome di Francesco II e rapido saldo del debito. Il giorno dopo, all’alba, il Liguori caricò su una carretta la parte più preziosa delle sue masserizie e partì per Napoli: teneva casa in via Scassacocchi. Ma, scampato ai briganti, incappò nella camorra dei traslochi. Quattro facchini, che lo avevano seguito dall’Ospedale dell’Annunziata, vollero "forzatamente e anche in via di minaccia scaricare la roba" e pretesero e ottennero 40 carlini," mentre giĂ  sarebbero stati troppi 12 carlini".

Ma quando due di essi tornarono e chiesero altri 10 ducati, don Giacomo "ebbe un moto di coraggio", che sorprese lui, sorprese, quando gliene parlò, Francesco Miglietta, ispettore di questura della sezione Pendino, ma non sorprese i facchini, i quali immediatamente "si disposero in attitudine di voler offendere". La fiammata di coraggio si spense subito e Liguori tornò ad indossare la veste abituale dell’uomo di pace. Si piegò a pagare, per amore di quiete, 20 carlini: ma "l’attrito" aveva riempito di clamori il vicolo; gridavano le donne, spaventate, non si sa se dai camorristi o dalle guardie di P.S. che accorrevano dai Tribunali. Uno dei facchini, Giovanni De Maria, che era un noto camorrista, fu arrestato.

Il 15 agosto Salvatore Russo, bettoliere di Sant’ Anastasia, e la moglie Maria Notaro si godevano il fresco del tramonto seduti sulla porta di casa, che si apriva su un giardino ricco di viti e di meli, poco lontano dalla chiesa di Madonna dell’Arco. Discorrevano con Ferdinando De Simone, marito della loro figlia Cristina, la quale intanto passeggiava con un’amica lungo lo stradone, quando all’improvviso apparvero tra gli alberi due uomini armati di schioppo. Uno, facendosi avanti, apostrofò minaccioso Ferdinando: "Fesso, non ti muovere, a te jeva truvanne". Il giovane, pensando che fosse uno scherzo di cattivo gusto, si alzò dalla sedia e gridò :"Statti cojeto", mentre l’altro gli poggiava la bocca dello schioppo sull’anca sinistra. Ci fu un solo sparo: la palla, squarciata da parte a parte la coscia della vittima, andò a sfondare la porta.

Il De Simone riuscì ad alzarsi e a trascinarsi nella vicina casa di Rosa Migliaccio, mentre il suocero fuggiva verso un angolo remoto del giardino e dal lato opposto irrompeva un nugolo di briganti armati di schioppi. Costoro, trascinata dentro la Notaro, rimasta sola alla difesa dei suoi beni, le strapparono dalle orecchie i fioccagli d’oro a bottone, "che valevano 5 ducati", e tra sguaiate minacce di troncarle la testa, saccheggiarono la casa: “l’hanno fatta pulita pulita“. In seguito, al giudice che lo interrogava il bettoliere non negò di essere fuggito, ma giurò d’averlo fatto dopo che l’orda era giĂ  entrata in giardino, e non prima: era corso verso Sant’Anastasia a cercare aiuto, ma dopo pochi metri era stato costretto a nascondersi dietro le siepi, poiché gli era parso che "tutte le strade erano occupate da una moltitudine armata divisa in drappelli con gli schioppi impugnati tra le mani". La figlia era stata assai più coraggiosa del padre.

Proprio mentre Luigi Iacobelli, "impiegato dello stabilimento di Madonna dell’Arco", correndo verso la chiesa dava l’allarme gridando "Chiudetevi, vengono i Regi", ella aveva sentito lo sparo in direzione della sua casa. E sarebbe accorsa, se non l’avesse trattenuta il padre dell’amica, Biagio Nappo. Dopo un’ora si era sentito un altro colpo di fucile dalle parti di Guindazzi. La ragazza si era precipitata a casa, mentre giĂ  si prestavano i primi soccorsi al marito, che trasportato a Napoli, sarebbe morto in ospedale per dissanguamento.

Al giudice Mezzacapo la Notaro dichiarò che gli autori del misfatto erano i soldati sbandati e gli altri briganti "che si aggirano per questa campagna", che non aveva riconosciuto nessuno, poiché "la moltitudine della gente armata mi confuse e mi sbalordì talmente che fui quasi per perdere i sensi", che c’era "una dispiacenza" tra il genero e il luogotenente di Barone, Giovannangelo Sodano, “il quale era stato cambio militare del De Simone e pretendeva tuttora una resta per il premio stabilito all’oggetto”. Ma aggiunse subito, l’energica ostessa, che erano affari che riguardavano la giustizia e il padre e la "madrigna" del genero. Infine fece scrivere a verbale che la figlia e Ferdinando vivevano in casa sua, però in "istanze (sic) separate" e che "la di costoro abitazione non fu toccata, perché forse non veduta, e tutti gli oggetti rubati" appartenevano al marito e a lei.
(Foto: Quadro di Antonio Pitloo, "Il Vesuvio dai cantieri della Marinella")

LA STORIA MAGRA

DELEGARE ALLA BABY-SITTER FA VENIRE MENO LE RAGIONI DELL’AFFIDO DEI FIGLI

In caso di separazione, e se entrambi i genitori sono idonei a svolgere il loro ruolo, la “spunta” chi dedica più tempo ai figli e concede meno deleghe alla bab-ysitter.

Il caso
Il Tribunale di Trani pronunzia la cessazione degli effetti civili del matrimonio celebrato fra un uomo e una donna e affida i figli minori al padre.

La madre impugna la sentenza dinanzi alla Corte d’Appello di Bari, chiedendo per lei l’affidamento dei due figli. La Corte barese, con sentenza, affida alla donna i due bambini, fermo restando il giudizio per cui nessuno dei due genitori appariva inidoneo all’affidamento.
Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il padre.

Decisione
La ragione fondamentale, ricavabile dalla sentenza nel suo complesso, per cui la Corte barese affida i due minorenni alla madre, consiste nel fatto che ella, anche dopo la separazione, ha svolto effettivamente, nei limiti di tempo che le erano concessi dal regime di visita, il ruolo materno, tenendo con sè i figli ogni giorno, accudendoli e curandone i rapporti con l’ambiente esterno; per contro, il padre, per necessitĂ  o per qualsiasi altro motivo, ha avuto un ruolo meno incisivo, delegando a terzi (nonna, baby-sitter) molte funzioni che bambini di quella etĂ  attendono solitamente dalla madre.

Questa circostanza, basata su dati che la Corte di merito ritiene incontrovertibili (relazioni, ammissioni delle parti), concorre a determinare l’esigenza, manifestata dai due minori e specialmente dal più piccolo, di vivere con la madre. Pertanto, l’affidamento alla madre avviene nell’esclusivo interesse dei minori. Infatti, dopo avere motivato le ragioni dell’affidamento, il Giudice d’Appello afferma che non esistono elementi contrari, nei confronti della signora sotto il profilo della sua idoneitĂ  a svolgere il ruolo materno, realizzando forse la consapevolezza che i due figli avevano forte bisogno della sua presenza quotidiana.

In conclusione, la Corte di Bari perviene a tale decisione, pur ritenendo la sostanziale idoneitĂ  di entrambi i genitori a svolgere correttamente il proprio ruolo nei confronti dei figli, perché la madre accudiva i suoi figli senza delegare ad altri i suoi compiti.

La Cassazione, sez. I civile, con la sentenza 17-01-2003, n.648 ha voluto stabilire il principio che in caso di “paritĂ ” tra due genitori ad accudire i figli, ciò che fa la differenza è la vicinanza e il contatto diretto con i figli, per cui la delega alla baby-sitter della prole è rilevante ai fini della decisione sull’affidamento.

LA RUBRICA