Home Memoria e Presenza Somma Vesuviana: l’arcaico mondo di fatture, scongiuri e maledizioni

Somma Vesuviana: l’arcaico mondo di fatture, scongiuri e maledizioni

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Trentasette anni fa lo storico locale Angelo Di Mauro pubblicava il libro “L’Uomo Selvatico”. L’autore condusse all’epoca una spedizione antropologica in Somma Vesuviana allora grondante di superstizioni e mitologie popolari. Fascinazione, malocchio, possessione, fattura, esorcismo: erano termini questi largamente diffusi tra i contadini sommesi.

 

Comme esiste ddio esiste pure ‘o riavuleˮ: questa fu la risposta che un prete della Chiesa di Montevergine diede al compianto Lucio Albano alias zi’ Gennaro ‘o Gnundo, il mitico capo paranza di Somma Vesuviana. Questo passo è tratto dalla fitta teoria di formule e riti magici elencati nel saggio L’Uomo Selvatico di Angelo Di Mauro, esperto in antropologia e storico locale. Il volume fu pubblicato nel mese di aprile 1982 per i tipi “Arti grafiche Landi” di Baronissi. L’autore con meticolosità condusse all’epoca una spedizione antropologica in Somma Vesuviana allora (e in parte ancora oggi) grondante di superstizioni e mitologie popolari. Fascinazione, malocchio, possessione, fattura, esorcismo: erano termini questi largamente diffusi tra i contadini sommesi. “L’uomo selvatico” fu un testo nato per formalizzare un vissuto di sensazioni ed emozioni nate dalla scoperta di una cultura cifrata, segreta, dell’infanzia, come riferisce il prof. Paolo Apolito nella prefazione al testo. Un viaggio in un mondo senza retorica, quello contadino, fatto di gesti misurati ed essenziali, che badava alla sostanza ma non trascurava le apparenze. L’indagine di Angelo Di Mauro, in quel periodo, muoveva dall’esplorazione etnografica delle sopravvivenze di magia cerimoniale, con l’intento di determinare le strutture delle tecniche magiche, la loro funzione psicologica e il regime che ne favorisce ancora oggi il perdurare. Si operava al di fuori della religione, che ha sempre osteggiato e condannato queste pratiche, anche se spesso le formule recitate presentavano contaminazioni col sacro, perché si riscontrano invocazioni di santi o collegamenti con festività religiose. Bastava strofinare, ad esempio, un aglio muscio sull’ombelico dello sposo per impedire a questi di consumare il matrimonio. Si nascondeva l’aglio da qualche parte e via via che il tubero avvizziva, l’uomo perdeva la sua potenza sessuale. Nel 1942 Rosa, una dolce ventenne dedita al ricamo, entrò in uno stato di assoluta possessione. Si dimenava nel letto orrendamente e parlava in latino. Quando ritornava in se non ricordava nulla. Tutte le volte che veniva presa dal demonio usava anche ripetere “Scavate, scavate sott’ ‘a preta”! I parenti impauriti cominciarono a frugare un po’ dappertutto. Ecco che sotto una pietra del cortile fu trovata una fattura: una patata fradicia, piena di spilli e avvoltolata nei capelli di Rusinella. Don Armando Giuliano, parroco di San Pietro e rettore della Collegiata, fresco ordinato prete, fu chiamato una notte ad esorcizzare un’invasata. In un basso di Rione Trieste, tra vecchi mobili e fioche luci, la ragazza si avvolgeva e stravolgeva dimenandosi nel letto. Aveva una voce cavernosa quasi un rantolo. Don Armando, alle prime esperienze, si limitò a pregare e benedire, non avendo avuto istruzioni sul caso. La cosa si risolse da sola allorquando ai piedi del pozzo del cortile fu trovato un limone punteggiato di spilli. Donna Teresa, invece, abitante di via San Pietro, nel fare il letto al figlio ragazzino, urtò la rigidità dei laccetti del materasso, che stavano ritti e intrecciati in mille nodi. Erano i lacci che tenevano ferma la lana. Era stata fatta una fattura al ragazzo per la sua floridezza, afferma lo storico Di Mauro. La fattura, quindi, era un incantesimo con cui si pretendeva in tutti i modi di legare uomini e donne, la loro mente, le loro membra. Per spezzare la fattura non bastava distruggere l’oggetto che la veicolava, ma serviva l’intervento di un operatore che annullava il maleficio attraverso una purificazione o benedizione appropriata. Figure emblematiche del mondo contadino erano, quindi, fattucchiere, maghi e guaritori.  E infine a Somma Vesuviana ci si innamorava anche così: sangue mestruale con l’aggiunta di un ciuffo di peli pubici. Si faceva seccare l’intruglio al forno e si otteneva una polverina incantata e poi benedetta in chiesa al momento dell’elevazione et voilà, la polvere consacrata era pronta ad essere versata alla prima occasione utile nella bevanda che l’inconsapevole vittima si apprestava a tracannare.