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venerdì, Luglio 1, 2022

Somma Vesuviana, la chiesa di San Domenico come luogo di sepoltura e di antiche memorie

La nobile committenza che operò all’interno del complesso di San Domenico della Terra di Somma, non solo finanziò nel tempo la realizzazione di una serie di dipinti, pale d’altare e statue, ma privilegiò la chiesa anche come luogo di sepoltura e d’antiche memorie.

 

L’attenta lettura di queste specifiche documentazioni su marmo non solo ci permette d’individuare quale fosse il rapporto particolarmente stretto che i Padri domenicani avevano con la nobiltà locale, ma ci indica soprattutto lo status sociale e il ruolo, che i nobili detenevano nell’antica città di Somma. San Domenico, peraltro, oltre ad una ricca quadreria, conserva, anche se deteriorate dal tempo e dall’incuria umana, qualche epigrafe funeraria e commemorativa di alcune famiglie nobili fra le più importanti ed antiche.

La famiglia Cito, in particolare, pose ai piedi della balaustra della monumentale chiesa una lapide tombale, privilegiando la sepoltura di un loro defunto nelle cappella funeraria sotterranea. Si tratta del nobile Marc’Antonio Cito (1593 – 1618), figlio di Giovanni Alfonso e Sarra Piacente, capitano dei cavalli nel 1617. Essendo inviato con la sua compagnia a guardia delle spiagge della Calabria per frenare eventuali sbarchi dei Turchi, si ammalò gravemente e morì il 17 novembre del 1618 nella Terra di Somma. Fu sepolto nella Chiesa di San Domenico con grande dolore del fratello Anacleto (+ 1653), famoso giureconsulto, che ne curò meticolosamente la lapide tombale. L’abate Domenico Maione, primo storico di Somma, attesta la presenza in loco di questa famiglia, tra le più antiche di Rossano, già nel 1575 con Giovanni Paolo sepolto in S. Maria del Pozzo. In un articolo sulla rivista Summana del compianto Raffaele D’Avino e di Angelandrea Casale, gli autori fanno riferimento ad un palazzo Cito in piazza Trivio (il palazzo dove è ubicato attualmente il Caffè Masulli); quel palazzo, invece, è sempre appartenuto alla famiglia Vitolo – Firrao della Baronia di Petrarola a Gaudo. Lo stabile, la cui entrata si affaccia sul largo San Giorgio, fu venduto nel 1767 dai Padri Domenicani di Somma, con atto del notaio Giovanni Andrea Genzano di Napoli, a d. Giuseppe Vitolo per la cifra di 250 ducati di carlini d’argento.

Il palazzo Cito, invece, è quello che gli stessi Vitolo, successivamente, nella seconda metà dell’ Ottocento, rilevarono dalla nobile famiglia rossanese nella pubblica piazza al Trivio, dove attualmente è collocata la statua di San Giuseppe Moscati. Il palazzo, infatti, è proprio quello dietro le spalle del santo. Quindi non bisogna confondere la piazza Trivio, oggi piazza Giacomo Matteotti, con l’antico slargo al Trivio, dove convogliavano le attuali strade Amendola, Angrisani (Dogana vecchia) ed E. Filiberto.Da sempre, comunque, la memoria non solo ha rappresentato la forza del potere nobiliare e del loro prestigio, ma è divenuta anche strumento di comunicazione della loro forza sociale: l’oblio significa condannare all’estinzione ideologica della nobiltà, una sorta di damnatio memoriae imposto dagli eventi della storia, come attesta l’archeologa lucerina Anna Castellaneta. Le lapidi, le tombe presenti all’interno di una chiesa hanno, quindi, il fine di superare il pericolo dell’estinzione della memoria, quasi una sorta di fontana dell’immortalità dove la scrittura e i simboli diventano strumenti di comunicazione fra il mondo dei vivi e quello dei morti: due mondi in stretta coesione, la cui coesistenza è garantita dai canali culturalmente predisposti per la loro comunicazione, nei tempi e nei luoghi adatti. Le lapidi, quindi, diventano strumento di perpetuo elogio funebre, attraverso cui l’aristocratico superava la morte fisica; in tal modo esso continuava a vivere non solo nella memoria familiare ma, attraverso le parole incise alle future generazioni. Gli elogi funebri sono densi di metafore e seguono una retorica che ha proprie regole e proprie tecniche in cui, di essenziale importanza, sono le doti di intelligenza, di nobiltà d’animo e di fervore religioso: ciò che culturalmente può essere definito un nobile atteggiamento.

Tra la produzione artistica della chiesa di San Domenico di Somma Vesuviana spicca, nella terza cappella a sinistra di chi entra, la lapide muraria dedicata a Diego (Didaco) d’ Andrea: un nobile cavaliere appartenente ad un’antica famiglia originaria della Provenza. La sua gens, ai tempi di re Carlo I d’Angiò, si stabilì a Napoli dove fu ascritta fuori Seggio. Nel 1311, tale Gerardo d’Andrea fu nominato da re Roberto II d’Angiò castellano di Castel Capuano e Signore di Mottola in Terra d’Otranto. L’iscrizione funebre così recita in latino:Trattasi, quindi, di Diego d’Andrea (Napoli, 1688 – Somma, 1748), 2° marchese di Pescopagano. In realtà, Diego era primo marchese in quanto il diploma di nomina del padre arrivò in ritardo, a morte già avvenuta del genitore. Sposò, il 21 aprile del 1709, Donna Lucrezia Mormile (1694 – 1797), 6^ duchessa di Campochiaro dal 1758 per successione del fratello Luigi Mormile, figlia del Duca Don Francesco e di Maria Elisabetta Mastrilli dei Marchesi del Gallo. I Mormile possedevano numerose proprietà a Somma. A tal riguardo, Valerio Mormile comprò nel 1599 dai nobili Caracciolo una casa palaziata al burgo (attuale Piazza Vittorio Emanuele III). Si tratta di quell’ immenso palazzo che attualmente ingloba palazzo Torino e palazzo Giusso.

La traduzione letteraria, tuttavia, non solo risalta che Diego era figlio di Gennaro (1637 † 1710), Reggente del Consiglio Collaterale, marchese di Pescopagano, ma anche nipote di quel Francesco (1625 † Candela, 1698), dottore in legge, celebre avvocato nella storia del foro Napoletano, giudice della Vicaria, avvocato fiscale della Sommaria e consigliere del Sacro Regio Consiglio; scrisse numerose opere tra cui Risposta al trattato delle ragioni della Regina Christianissima sopra il ducato del Brabante e degli altri stati nella Fiandra. Nella lapide, inoltre, si fa menzione alla moglie Lucrezia Mormile e ai quattro figli maschi, che posero questo monumento tre anni dopo la morte del padre, avvenuta ad anni sessanta, mesi cinque e giorni sette: Gennaro d’Andrea (1711 – 1785), marchese di Pescopagano; Giulio Cesare(nato nel 1714), Patrizio di Lucera, Presidente della Sommaria; Francesco (nato nel 1715), Patrizio di Lucera, Cavaaliere dell’ Ordine di Malta dal 1746; Michele (1717 – 1787), Patrizio di Lucera, Canonico del Duomo di Napoli. Un patrimonio, insomma, da tutelare, conservare e valorizzare.

 

 

 

Alessandro Masulli
GIORNALISTA PUBBLICISTA
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