Gennaro Rea scrive al Ministro Pinotti per chiedere di revocare a Parolisi, per il quale la Cassazione ha confermato la condanna a vent’anni di carcere, lo status di militare. “Pena misera” – aggiunge.
«L’assassinio di mia figlia deve stare tra i delinquenti comuni, non godere di privilegi che non gli spettano». Gennaro Rea, papà di Melania, è deciso a farsi ascoltare dal ministro della Difesa, Roberta Pinotti: dopo la condanna definitiva e il deposito delle motivazioni della sentenza di Cassazione che conferma la pena di 20 anni a Salvatore Parolisi per l’omicidio della moglie, il padre della vittima ha preso carta e penna scrivendo un’accorata lettera al Ministro. «Un militare condannato per omicidio in via definitiva – sostiene – non può ancora mantenere lo status di militare godendo di privilegi connessi alla suddetta condizione». Lo chiede non solo da padre, Gennaro Rea, ma anche da ex militare. «Ho ricoperto la carica di primo maresciallo dell’Aeronautica prima del pensionamento – spiega – e il reato commesso da Parolisi lede l’immagine dei militari, chiedo perciò di provvedere al più presto a far scontare la pena di Parolisi – ben misera in confronto all’ergastolo del mio dolore – in un normale carcere, insieme ai delinquenti e agli assassini comuni, come lui è». Melania, giovane mamma di Somma Vesuviana, fu uccisa il 18 aprile del 2011, il suo corpo fu ritrovato nel bosco di Ripe di Civitella in provincia di Teramo, seviziato da 35 coltellate. Da quel giorno Salvatore, suo marito e padre della loro figlia Vittoria ora affidata ai nonni materni, è stato l’unico indiziato. Da quanto emerso nelle aule di giustizia, tutte, fino alla Cassazione che ha confermato la sentenza di venti anni di carcere con motivazioni depositate pochi giorni fa, ha sviato le indagini, mentito, spergiurato, inquinato le prove. La Suprema Corte ha riscontrato nel comportamento dell’ex caporalmaggiore «doppiezza» e «falsità» nel suo rapporto con entrambe le donne della sua vita: la moglie Melania e l’amante, Ludovica. L’ex militare gode però ancora dei privilegi di una detenzione in un carcere militare, quello di Santa Maria Capua Vetere: è lì da quando è stata accolta la richiesta dei suoi legali, Nicodemo Gentile e Walter Biscotti. «Una sistemazione troppo comoda – stando alla famiglia di Melania – con la sorveglianza di suoi ex colleghi, per chi ha seviziato il corpo della madre di sua figlia e poi, con lucidità e prontezza, ha messo in atto una strategia di depistaggio». L’ex militare arrivò, confermano i giudici di Cassazione, a commettere vilipendio di cadavere per allontanare da sé i sospetti. Cancellò messaggi, tentò in tutti i modi di occultare la relazione extraconiugale con la soldatessa Ludovica, fornì agli inquirenti informazioni e indicazioni falsi. Seguì il feretro della moglie, ai funerali celebrati nella chiesa di Santa Maria del Pozzo a Somma Vesuviana, con le lacrime agli occhi. Cinque anni dopo, il quadro per la giustizia è chiaro. Ma la famiglia non ha sconti per chi ha distrutto non una ma molte vite ed ora, ritenendo peraltro la pena di 20 anni «misera» per il delitto commesso, non riesce ad accettare che la «casa» dell’assassino di Melania resti un carcere «modello» in provincia di Caserta: sala pittura, campo di calcio, area verde. Quasi un albergo. Melania, invece, riposa al cimitero di Somma Vesuviana, il paese dov’è cresciuta e dove oggi i nonni stanno allevando Vittoria che all’epoca del delitto aveva solo poco più di un anno.



