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Scarpetta parodiò la “Figlia di Iorio” e D’Annunzio lo querelò per plagio: periti di parte, S. Di Giacomo e B. Croce

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Nel 1904, dopo aver portato in scena  la “Geisha”, in cui debuttò un bambino di quattro anni che era suo figlio “naturale” e si chiamava Eduardo De Filippo, Scarpetta presentò al  Teatro Mercadante  “ Il figlio di Iorio”, parodia dell’opera di D’Annunzio, che lo querelò per plagio e chiamò come periti di parte il filologo Enrico Cocchia e Salvatore Di Giacomo. Benedetto Croce, perito di parte di Scarpetta, dimostrò che la parodia non può essere né un plagio, né una contraffazione: e la sua relazione fece giurisprudenza. L’esibizione teatrale di Scarpetta in tribunale.

 

“Ma che cacchio m’accocchia questo cacchio di Cocchia”.

Ispirandosi al celebre quadro dell’amico F.P. Michetti  e alle storie drammatiche dell’ancestrale civiltà contadina che egli gli raccontava,  Gabriele D’Annunzio scrisse una tragedia “pastorale” e le diede lo stesso titolo del dipinto, “La figlia di Iorio”. Il dramma andò in scena il 2 marzo 1904 al Lirico di Milano:  Mila di Codro, la terribile, “diabolica” figlia del mago Iorio, venne interpretata da Irma Gramatica, mentre la parte di Aligi fu affidata a Ruggero Ruggeri. La critica e il pubblico riservarono al lavoro di D’Annunzio un’accoglienza trionfale. Quasi un mese prima, il 6 febbraio, Edoardo Scarpetta aveva mandato in scena, al teatro Valle di Roma, la “Geisha”, che era una parodia di un’opera di Sidney Jones e che prendeva in giro la mania per “le cose d’Oriente” così diffusa in quegli anni.  Il figlio “ufficiale” di Scarpetta, Vincenzo, aveva sostenuto la parte principale,  e in quella occasione aveva debuttato sul palcoscenico, vestito da giapponesino, un figlio “naturale, Eduardo De Filippo,  che aveva solo quattro anni. Sollecitato dal successo della “Geisha”, Edoardo Scarpetta decise di parodiare anche “La  figlia di Iorio” di D’Annunzio, e sebbene la moglie e  l’amico Gaetano Miranda, il grande giornalista anastasiano che gli faceva da segretario, gli consigliassero di mettere da parte il progetto, Scarpetta seguì il suo istinto e in pochi mesi scrisse la parodia e la intitolò “Il figlio di Iorio”. Ma prima di preparare l’allestimento scenico, ritenne opportuno incontrare D’Annunzio. L’incontro avvenne a Marina di Pisa.  Scrissero Gaetano Miranda e altri cronisti che l’incontro tra i due fu cordiale, e che D’Annunzio apprezzò il gioco parodistico del napoletano: ma non concesse quell’autorizzazione scritta che avrebbe rasserenato Scarpetta.

Il 3 dicembre 1904 “Il figlio di Iorio” andò in scena al teatro Mercadante. A  partire dalla fine del primo atto incominciarono le contestazioni, orchestrate probabilmente da amici e ammiratori di D’Annunzio: tra le voci dei contestatori si distinse quella di Ferdinando Russo, da sempre ostile a Scarpetta. Quando Scarpetta entrò in scena vestito da donna, fu tale il disordine provocato in sala da una parte del pubblico che la rappresentazione venne interrotta. Due giorni dopo Marco Praga, in qualità di direttore generale della “Siae” e per conto di Gabriele D’ Annunzio, di cui era amministratore privato – i conflitti di interesse allora non facevano clamore –  querelò Eduardo Scarpetta per plagio e contraffazione. Scarpetta trasformò la sua deposizione in tribunale in un esilarante “assòlo”, e suscitò gli applausi del pubblico con i gesti, con le comiche variazioni del tono e del timbro della voce, e con alcune battute geniali.  Mentre il grande filologo avellinese Enrico Cocchia, perito di parte di D’Annunzio, rispondeva alle domande del presidente del tribunale e confermava la sua tesi, che Scarpetta era colpevole di plagio, il commediografo napoletano sbottò in una invettiva divenuta celebre: “ma che cacchio m’accocchia ‘sto cacchio di Cocchia”.  Il tribunale diede ragione a Scarpetta, e torto a D’Annunzio, e il processo fece giurisprudenza nel campo dei diritti d’autore. Fu  sancito, insomma, che la parodia non è né plagio, né contraffazione. Intorno a questo tema aspra fu la battaglia tra due periti eccezionali, Salvatore Di Giacomo, che sosteneva il querelante D’ Annunzio, e Benedetto Croce, schierato con Scarpetta.

“Scarpetta – disse Di Giacomo – ha ferito il D’Annunzio nelle pieghe più impenetrabili della sua anima..Scarpetta anzi che opera di parodista ha compiuto con il “Figlio di Iorio” opera di riproduttore…”, soprattutto perché egli ha seguito  punto per punto, “salvo qualche lievissima infrazione”, la trama dell’opera dannunziana e ha tradotto i magnifici versi dell’originale in battute “triviali e disadorne”. Di Giacomo fu assai duro:  “ Il figlio di Iorio” è stomachevole”. Croce ebbe buon gioco nel dimostrare che l’opera di Scarpetta era desinata a suscitare il riso, mentre quella di D’Annunzio sollecitava il pianto degli spettatori: e dunque la parodia del commediografo napoletano non poteva essere né un plagio, né una contraffazione, perché “contraffare un’opera d’arte significa appropriarsi dell’effetto artistico di quell’opera”:  invece le due opere di Scarpetta e di D’Annunzio mirano a effetti artistici opposti.  La parodia, argomentò Croce, può conservare “moltissimi particolari e perfino quasi integro il linguaggio dell’opera parodiata, ma ne muta sempre lo spirito animatore…la parodia è nell’arte, perché è nella vita: accanto all’infinitamente grande, vi è l’infinitamente piccolo. Non a caso qualcuno ha definito il ridicolo come il sublime a rovescio”. Questo qualcuno era  H. Bergson, il cui saggio “Sul ridere” era stato pubblicato cinque anni prima.

Il dibattito, le relazioni dei periti e la sentenza del tribunale contribuirono a definire  il valore e l’autonomia della parodia all’interno dello spazio psicologico e letterario del comico, e a stabilire, per sempre, che essa non è né plagio, né contraffazione. E parve naturale  che in questo spazio proprio Napoli mettesse ordine.