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Intervista all’architetto Aldo Vella: la sua visione controcorrente sulle Vele e il loro destino.

Spesso si cerca un capro espiatorio per catalizzare le ire di masse scontente ed infuriate, quella moltitudine stordita che, passando dai forconi al mouse, poco è cambiata nel suo cammino verso il progresso, se non per presunzione tecnologica o poco più. Ricordo il 1997 quando al cospetto dell’allora sindaco Antonio Bassolino, il primo dei tre edifici di Scampia a dover essere demolito, la Vela F, resistette ad una prima carica di esplosivo, quasi in spregio di coloro che, allora come del resto oggi, vogliono risolvere i problemi di una città con le ruspe e l’ipocrisia di un gesto unico e sterilmente simbolico. Altri seguirono il facile intento ma nessuno è riuscito ancora a rendere migliore Scampia; evidentemente la strada da intraprendere non era quella giusta.

Di recente, Aldo Vella, architetto in passato prestato alla politica, e soprattutto al mondo della cultura, ha intrapreso una sua personale e, a quanto pare, solitaria battaglia in favore delle Vele di Scampia, quello che resta delle sette strutture (ne rimangono 4 e ne abbatteranno altra 3) oggetto di un progetto di demolizione da parte del comune di Napoli e ormai viste come simbolo del male e del degrado partenopeo. A seguire l’intervista.

Aldo Vella fotografato dall'autore
Aldo Vella fotografato dall’autore

Da cosa parte la sua protesta, qual è la sua convinzione?

«La mia convinzione parte da studente di architettura del secondo anno. Allora c’era l’abitudine di studiare un tema specifico e attraverso questo approfondimento si affinava il metodo di ricerca. Quell’anno il tema era quello dell’edilizia popolare e da poco erano state edificate le Vele da Franz Di Salvo e che anche noi studiavamo all’università. »

Che anni erano?

«Doveva essere tra il 1962 e il 1963 ed era una prova di una nuova concezione dell’abitare ma applicata nell’edilizia pubblica ed era un altro tentativo, dopo quello degli anni cinquanta, di ripresa dell’edilizia popolare pubblica. Allora si aggiunse, alla necessità di sperimentare, anche quella di accogliere una gran moltitudine di persone perché la popolazione urbana cresceva a dismisura. Purtroppo però c’era anche il bisogno di accelerare i tempi e questa accelerazione  ha portato anche un degrado qualitativo, soprattutto sul piano degli spazi. Purtroppo bisogna riconoscere che, dal progetto alla realizzazione, c’era stata una variazione, i due blocchi di vela sono stati avvicinati per motivi di spesa e questo ha provocato quel buio, quel vacuum, all’interno, tra i due edifici che compongono la vela, e che non è imputabile al progetto iniziale di Francesco Di Salvo, che comunque ha prodotto un’opera di valore storico, nel momento in cui si riprovava ad usare l’architettura per il popolo. »

Com’è allora che si è passati dall’alto valore architettonico delle Vele a sinonimo di delinquenza e spaccio? La domanda nasce un po’ marzulliana: ma sono le persone che fanno il luogo o è il luogo che forgia un certo tipo di persone?

«L’oggetto architettonico non è sufficiente da solo! Non può sostenere sé stesso, nel caso nessuno pensi più alla manutenzione o alla corretta destinazione d’uso; del resto l’architetto pensa anche alla destinazione umana, pensa a chi vi abita quando disegna, non disegna una forma! Noi avevamo la presunzione di insegnare a vivere con l’architettura, cosa nella quale oggi non credo più ma è stato bello credere in questa illusione perché noi abbiamo avuto sempre presente, quando abbiamo progettato, la funzione sociale dell’abitare. Queste Vele avevano in sé una serie di elementi che però sono stati disattesi, come ad esempio una serie di servizi, simili a quelli dell’Unité d’Habitation di Marsiglia, creata da Le Corbusier, un interpiano che è stato invece utilizzato per accogliere altre abitazioni e privando la struttura di un ulteriore elemento di socializzazione. »

Quindi una causa del suo degrado può essere quella di aver disatteso il progetto originale?

«Sì, è mancata tutta una politica intorno alle Vele, queste sono state utilizzate come una specie di rifugium peccatorum per una serie di reietti, come una specie di container, è stato oggetto pure di occupazioni abusive, e quando entra l’abusivismo e la violenza nell’abitare, non salvi più la scatola edilizia, e devi salvare pure il contenuto. »

Quindi possiamo parlare anche di una cattiva coscienza della politica dell’epoca ma anche quella che è venuta poi e forse ancora quella di oggi che segue la falsa riga di chi li ha preceduti … ricordo in particolar modo l’abbattimento di tre delle sette Vele originarie tra il 1997 e il 2003 e la strenua resistenza all’abbattimento di una di queste a simbolica testimonianza dell’assurdo che si stava compiendo.

«E non crollava perché erano le prime strutture antisismiche! Hanno preceduto di gran lunga quelle disposizioni che scaturirono dopo il terremoto dell’ottanta. »

Ma come vede questa volontà di voler distruggere ad ogni costo questo oggetto malefico che si vorrebbe fossero le Vele?

«Il male sta nell’abbandono e nella permissività, lì si è permesso uno stato di abbandono ed è stato permesso che si formasse una comunità deviante che a sua volta ha deviato l’architettura! Adesso si vuole addebitare al contenitore ciò che invece è addebitato al contenuto. Non tutto il contenuto è così, anzi, la maggioranza è gente che soffre di questa situazione di degrado …»

C’è il rischio quindi che una volta portato a termine il progetto di abbattere le Vele, si torni al punto di partenza?!

«Ma invece le faccio io una domanda, quando sono state abbattute le prime Vele, è stato raggiunto l’obiettivo? Mi pare di no!

Le diranno che l’opera non era stata portata a termine!

«Questo dimostra che nemmeno loro ci credevano, dovevano dare un segnale simbolico, ma in questo caso sei colpevole perché distruggi qualità e cultura. »

Questo accadde con Bassolino se ben ricordo ma oggi, l’amministrazione De Magistris vuol fare più o meno la stessa cosa …

«Ormai si tende a mantenere il passo con l’opinione pubblica corrente; la gente lo vuole? Ed io lo faccio! »

Quindi non più uno stato padrone ma oramai ci troviamo di fronte ad uno stato ruffiano!

«La gente lo vuole? Abbattiamo le Vele, così tutti quanti sono contenti! »

Ma allora quale sarebbe la proposta di Aldo Vella in alternativa alla demolizione delle Vele?

«Così come si restaurano i monumenti, si restaura pure l’architettura moderna che produce essa stessa monumenti! Il monumento è quell’oggetto che contiene una memoria. L’IN/ARCH (Istituto Nazionale di Architettura) sta dirigendosi in questa direzione, con l’allargamento del concetto di monumento all’architettura moderna e contemporanea e, se vincesse questa filosofia, ora non staremmo a questo livello culturale dove si demonizza un’opera segno di un epoca e della cultura contemporanea meridionale; e non ci rendiamo neanche conto di aver avuto un primato di un grandissimo esperimento di edilizia pubblica ma disatteso dai poteri. Poi voglio sottolineare una cosa, i 18 milioni per la riqualificazione di quella zona non servono ad altro che per una demolizione e potrebbero essere utilizzati per il restauro delle Vele e ripeto se l’Unité d’Habitation di Marsiglia non fosse stata restaurata, starebbe allo stesso livello di Scampia e cosa avremmo fatto? Avremmo abbattuto pure quelle? »

Eppure esistono altri monumenti, altri palazzi anche antichi e abitati in maniera abusiva e disordinata e simbolo anch’essi di degrado, andrebbero abbattuti pure quelli?

«È il concetto di monumento che blocca il furore distruttivo della pubblica opinione! »

Plastico delle Vele e del loro progetto iniziale. (Foto fonte Web)
Plastico delle Vele e del loro progetto iniziale.
(Foto fonte Web)

Ma, in cinquant’anni di Vele, ci sarà rimasta un po’ di storia!

«E non si è capito che il monumento non è relativo solo al passato ma esiste anche il monumento contemporaneo, che dovrebbe portare le memorie di questo momento alle future generazioni, qualcosa dobbiamo pur lasciargli! »

Quindi la sua controproposta?

«Riprendere il progetto di  Di Salvo, ripercorrendo il progetto iniziale e partendo praticamente daccapo. »

Qual era questo progetto?

«Quello di una nuova socialità attraverso l’oggetto architettonico ma oggi mancano le strutture sociali. »

Ovvero?

«Erano delle strutture intermedie ad interpiano che rappresentavano i punti di incontro e di servizio per la popolazione delle Vele e che non sono mai state realizzate. »

Ma anche il luogo prescelto è stato trasformato una sorta di ghetto …

«Esatto, nel ghetto tutto è cattivo! »

Vele demolite. (Foto fonte Web)
Vele demolite.
(Foto fonte Web)

Quindi con l’eliminazione delle Vele si è scelta la strada più facile …

«Pensi che quando si era deciso di spostare l’Università di Agraria a Scampia, nessuno ci è voluto andare! Questa è una mancanza di cultura pure del mondo accademico! Non hanno capito la funzione educante che avrebbero potuto avere in quel posto. »

Quindi il nuovo campus universitario della Federico II, nell’ex area industriale di San Giovanni, là dove la Apple ha istituito dei corsi di formazione, va proprio nella direzione opposta a questa logica …

«Certo e che prendessero esempio! Quelli della Apple non sono degli stupidi, hanno capito le potenzialità di quel luogo ma a la riconversione di un area industriale è più semplice di quella di un in contenitore di umanità che prende la traccia cattiva dell’umanità che l’ha abitata. »

Quindi le Vele rischiano di fare la fine dei Granili borbonici del Fuga?

«Sì! Proprio adesso che l’Albergo dei poveri ritornerà alla sua antica funzione! Sembrano proprio schizofrenici questi amministratori! Da una parte capiscono e dall’altra no! Perché per palazzo Fuga hanno capito la sua funzione iniziale e per le Vele no? Spero che Renzi non gli dia i soldi per questo!»

Le Vele durante la demolizione (foto fonte Web)
Le Vele durante la demolizione
(foto fonte Web)